DISSOLUZIONE PROPEDEUTICA

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Chi prende in mano una qualsiasi opera di Ludwig Wittgenstein credo non possa non provare un certo sconcerto. Come è noto si è soliti individuare varie fasi nello sviluppo del suo pensiero: una logicista, una verificazionista, una centrata sull’idea della regola grammaticale (che non è però affatto la regola della grammatica di una qualsiasi lingua naturale), una focalizzata sull’idea delle somiglianze di famiglia e sul significato come elemento essenziale di quello che chiamava “flusso di vita”. Si tratta allora di capire se quello sconcerto così diffuso tra chi si avvicina al suo pensiero abbia o meno una radice comune o, per lo meno, delle radici sufficientemente prossime da poter dare origine a una medesima reazione.

Un primo elemento che io credo sia utile a chiarire il problema è il tono apodittico usato da Wittgenstein. Questo tono è del tutto preminente nel Tractatus logico-philosophicus, l’unico libro pubblicato in vita da Wittgenstein. Il titolo dell’opera era stato suggerito da George Edward Moore come una sorta di calco dell’opera di Spinoza, Tractatus theologico-politicus. L’idea era azzeccata, non perché ci fosse qualcosa di teologico nel Tratctatus di Wittgenstein (c’è qualcosa di mistico, ma si tratta di cose profondamente diverse ai suoi occhi), quanto per il fatto che in entrambe le opere si ha a che fare con un movimento di dissoluzione. In Spinoza con la dissoluzione della teologia cristiana basata sulle Sacre Scritture: in Wittgenstein con la dissoluzione stessa dell’idea di filosofia. Wittgenstein era, infatti, convinto al tempo dell’elaborazione del Tractatus di aver sostanzialmente risolto tutte le questioni delle quali si era occupata la filosofia. Questioni che riguardano la struttura del mondo, la struttura dell’azione morale, l’esperienza estetica, ossia tutte le questioni che possono aver sopra una di queste tag (e in qualche caso, anche più di una): vero, bene, bello.

Il Tractatus è un’opera molto breve, meno di un centinaio di pagine. È organizzato in sette proposizioni principali e in una serie di sottoproposizioni, che dovrebbero fungere da spiegazione di una delle proposizioni principali. In realtà, anche le sottoproposizioni sono altrettanto apodittiche di quelle che dovrebbero spiegare. Il nucleo del Tractatus è una teoria raffigurativa del significato e del linguaggio. Nel linguaggio vengono espresse le proposizioni che rappresentano il mondo, raffigurandolo. C’è un isomorfismo di fondo tra il linguaggio che parla dei fatti che accadono nel mondo e quanto nel mondo accade. I pensieri che vengono espressi nelle proposizioni sono le immagini logiche dei fatti. Cosa sia il mondo però noi non potremmo mai saperlo, perché dovremmo uscire dalla nostra mente per vedere se sia indipendente da noi. Questo è un compito intrinsecamente contraddittorio, così come cercare di capire il punto di vista di qualcuno a prescindere da qualsiasi punto di vista. Il linguaggio, in quanto espressione dell’immagine logica del mondo come totalità dei fatti è il limite della nostra comprensione al di là del quale è impossibile spingerci. Il mondo poi è il mondo di colui il quale rappresenta lo spazio logico del suo mondo nel suo linguaggio. Forse è il mondo anche di qualcun altro, ma non c’è modo di saperlo. In realtà, nemmeno sappiamo se questo mondo è il mondo di un qualche soggetto, perché il soggetto non fa parte del mondo. Lo rappresenta nel linguaggio al modo nel quale un occhio vede il suo campo visivo. Ma così come l’occhio non fa parte del campo visivo, il soggetto non fa parte dell’esperienza. È il centro focale dell’esperienza, ma deve rimanerne fuori. È una sorta di solipsismo senza soggetto quello che Wittgenstein propone.

Forse è al di fuori della portata umana, ma la struttura del mondo deve essere in linea di principio esprimibile da un linguaggio rigoroso, che ci dice come sono combinati i fatti tra di loro, in maniera del tutto isomorfa a come sono combinate le proposizioni nella logica. Il senso di queste ultime è verificabile attraverso le tavole di verità. Il senso del mondo è, invece, del tutto al di là di questo linguaggio, così come l’occhio è al di là del campo visivo e il soggetto, ammesso che questi termini possa indicare qualcosa di sensato, al di là dell’esperienza che ne possiamo fare all’interno del significato logico. Quindi la filosofia non ha nulla da dire sulle questioni che l’hanno individuata in una tradizione millenaria, le questioni che riguardano, appunto, il vero, il bene, il bello. D’altra parte, queste sono le uniche questioni realmente importanti, ma il loro significato è inesprimibile.

Si capisce bene come avesse ragione Moore a proporre quel titolo, che si dimostra del tutto pertinente nell’analogia con il libro di Spinoza. Entrambi sono animati da una iconoclastia radicale. Quella di Spinoza sappiamo verso dove si indirizza. Quella di Wittgenstein si rivolge all’intera storia della filosofia. Si è spesso detto che la filosofia ha una portata terapeutica in Wittgenstein e del resto nemmeno era il solo a crederlo. Quando nelle discussioni del cosiddetto Circolo di Vienna qualcuno faceva affermazioni di portata più vasta delle proposizioni atomiche che dovrebbero essere le sole verificabili, si dice che qualcuno, forse Carnap, esclamasse sdegnato: “Metafisica!”, intendendo con il termine l’equivalente di insensato, di privo di significato, non nel senso dei giochi di parole nei quali lo stesso Wittegenstein indugiava divertito con i pochi amici intimi che ebbe in vita sua, bensì piuttosto nel senso di quell’insensato che è alla base di credenze errate che generano e non possono non generare altre credenze errate. Una sorta di malattia del pensiero dalla quale Wittgenstein ha pensato che fosse bene guarire. Una guarigione che innanzitutto lui auspicava per sé stesso, ma che non escludeva potesse anche riguardare qualcun altro. Se questo qualcun altro esistesse, però, Wittgenstein sembra essere stato sempre piuttosto dubbioso.

Quando sostenne l’esame a Cambridge che gli avrebbe fornito i titoli per poter ottenere un salario che altrimenti non avrebbe potuto avere, sebbene avesse già pubblicato, dopo infinite traversie e ripensamenti, il Tractatus, la commissione di valutazione era formata da Moore e Russell, ossia da due dei più importanti filosofi in attività, uno dei quali, Russell, era senz’altro una celebrità internazionale, anche per le sue posizioni pacifiste, pagate con il carcere, durante la prima guerra mondiale, Wittgenstein alla fine dell’esame commentò con un sorriso che certamente nessuno dei due esaminatori aveva compreso quanto avevano letto nelle sue pagine. Cosa intendeva esattamente? In tutta la sua opera Wittgenstein ci invita, e forse vorrebbe costringerci, a valutare l’attività intellettuale come una terapia. Ma di quale malattia saremmo vittime e in che cosa consiste questa terapia? Questo risulta molto meno chiaro a qualsiasi lettore e intendo dire che deve risultare meno chiaro a chiunque venga in contatto con gli scritti di Wittgenstein in senso letterale. È Wittgenstein stesso a sostenere nel Tractatus che quanto scrive potrà risultare chiaro a chi ha compiuto il suo medesimo percorso, del resto. Siamo allora autorizzati a prendere questa affermazione in tutta la sua serietà e completezza. Del resto, questo è il caveat della Prefazione: “Questo libro sarà forse compreso solo da colui che abbia già pensato, a sua volta, i pensieri che vi sono espressi o, quantomeno, pensieri analoghi. – Non è perciò un libro di testo. – Il suo scopo sarebbe raggiunto se piacesse a qualcuno che lo legga con intelligenza.” Qui Wittgenstein sembra rivolgersi a qualcuno, ma doveva anche disperare di trovarlo, se nemmeno Moore e Russell erano ritenuti all’altezza della comprensione di quanto aveva scritto.

Ma allora cosa aveva scritto? Da un lato, sembra che i pensieri di Wittgenstein non siano di estrema difficoltà per chi abbia una preparazione media in filosofia. Sono naturalmente controversi, come la maggior parte delle cose che in filosofia si dicono, come ricorderà Russell in una relazione per sostenere la richiesta di una posizione universitaria per Wittgenstein, e non sappiamo bene se sono veri o falsi. Naturalmente, se studiati con serietà cambiano la prospettiva con la quale guardiamo a alcune cose. Tuttavia, questo sarebbe comprenderli come avrebbe voluto Wittgenstein? Io credo di no. Penso invece che quanto Wittgenstein abbia voluto dirci abbia a che fare con una sua attrazione per il solipsismo, una posizione che in un’altra fase del suo pensiero riterrà senz’altro insensata. E questa attrazione a spiegare il carattere introduttivo di tutte le sue opere, sia di quelle che ci sono giunte in una versione quasi definitiva (come le Ricerche filosofiche) sia dei numerosi quaderni di appunti, alcuni dei quali erano stati fatti circolare in cerchie molto ristrette, di solito fra amici intimi.

Però che cosa sia un’introduzione è tutt’altro che chiaro. Certo, noi troviamo in molti libri di filosofia alcune pagine che compaiono sotto il titolo di “introduzione” oppure di “prefazione”, ma sono sempre pagine scritte dopo che il libro è stato terminato, che non possono essere una prefazione in nessun senso del termine. Possono allora essere un’introduzione. Ma a che cosa dovrebbe introdurre un’introduzione a un libro di filosofia per introdurre realmente a qualcosa. Ci sono numerosi aneddoti nella biografia di Wittgenstein che offrono la tentazione di essere utilizzati precisamente in questo senso. C’è n’è però uno in particolare che sembra offrire una buona chiave di lettura per quanto di normativo Wittgenstein potrebbe avere inteso. Alla fine degli anni Trenta un dottorando americano, destinato a una brillante carriera come filosofo, Norman Malcolm, si trova a Cambridge per studiare con Moore. Ben presto entra nella cerchia di Wittgenstein e i due stringono un’amicizia destinata a durare a lungo.  Nel 1938 passando davanti a un’edicola di giornali sono attratti dal titolo di un quotidiano che riporta l’accusa dei nazisti agli inglesi di aver orchestrato un attentato a Hitler. Wittgenstein commentò che non si sarebbe affatto stupito se la notizia fosse stata vera. Malcolm replicò che questo non si accordava affatto con il “carattere nazionale” inglese e riteneva la notizia priva di fondamento. La replica di Wittgenstein fu durissima. “[…] a che vale studiare filosofia se serve soltanto a consentirci di parlare con qualche plausibilità di astrusi problemi di logica ecc., e se non migliora il nostro modo di pensare ai problemi importanti della nostra vita quotidiana, se non ci rende più coscienziosi di un qualsiasi… giornalista nell’impiego delle frasi pericolose come quelle di cui la gente si avvale per i propri scopi.” Non si può far a meno di pensare che la filosofia stessa sia stata per Wittgenstein una sorta di introduzione. A pensare più chiaramente, certo. A difendersi dall’utilizzo sconsiderato di frasi pericolose, ossia a allenarsi a individuare dei concetti falsi e delle false generalizzazioni, non c’è dubbio. Ma perché occorrerebbe affaticarsi a percorre questa strada? Wittgenstein dapprima pensava, concluso il Tractatus, che la strada fosse stata percorsa, nel senso che la filosofia è semplicemente un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, un esercizio tutto sommato futile per dire che il linguaggio, un determinato utilizzo del linguaggio, ci mette in contatto con quanto chiamiamo “mondo”, ossia la totalità dei fatti per me. Cosa sia la totalità dei fatti per un’altra persona, il suo mondo non lo sappiamo. Il mondo della persona felice è un’altra cosa dal mondo della persona infelice, come viene detto nel Tractatus.

La soluzione che Wittgenstein sembra proporre anche in ogni altra fase del suo percorso è di utilizzare la filosofia per uscire dalla filosofia, per occuparsi delle cose importanti della vita, ossia sostanzialmente dell’etica e dell’estetica. Ma per chi sono importanti l’etica e l’estetica? Solo per coloro che siano già convinti della loro importanza. E tra questi perché dovrebberlo essere solo per coloro che hanno fatto un percorso personale che li ha condotti a pensare che la filosofia deve essere usata come un grimaldello per lasciarsi dei problemi alle spalle. Questa è ancora una volta una descrizione che forse potrebbe valere per Wittgenstein, ma che stento a credere possa essere generalizzata con tranquillità. Se questa osservazione è plausibile, allora se ne deve concludere che in definitiva Wittgenstein ha sempre parlato di sé stesso, sia quando pensava che il campo della sua esperienza non potesse essere tracciato, così come non è possibile tracciare il confine del proprio campo visivo, sia quando ha cominciato a pensare che l’idea di un “linguaggio privato” fosse un non senso. Tuttavia, il mondo che lui ha vissuto e forse tutti noi viviamo è solo il nostro mondo. La filosofia ha il compito, dirà una volta Wittgenstein, di far uscire la mosca dalla bottiglia. Prima di capire come farla uscire, però, bisognerebbe capire come ci è capitata dentro. Questo non ci viene mai detto. Ci si lascia intuire che è il linguaggio stesso a essere la bottiglia trasparente che impedisce alla mosca di comprendere di essere imprigionata.

Una volta, passeggiando con il suo amico Drury, questi gli nominò Hegel che Wittgenstein interpretava come il filosofo che in definitiva sosteneva che quanto sembrava diverso in realtà era la stessa cosa. Non comprendo bene che cosa si possa intendere con questa caratterizzazione della filosofia di Hegel. A me pare piuttosto il filosofo della complessità, sebbene non della irriducibilità, a voler parlare per qualificazioni povere e imprecise. Non mi pare che Hegel riduca tutto a uno, quanto affermi il valore sostanziale delle relazioni, esattamente nel senso che sono le relazioni a costituire il tessuto del mondo e non certo i singoli oggetti, che sono sempre e inevitabilmente il prodotto di relazioni. Ad ogni modo, fatta la tara a questa possibile interpretazione che fraintende un pensiero, Wittgenstein aggiunse che al libro che stava scrivendo gli sarebbe piaciuto fosse posto come esergo una frase del Re Lear di Shakespeare “I’ll teach you differences”. Sono le differenze che fanno uscire la mosca dalla bottiglia? Sono queste che le fanno capire che la trasparenza del vetro è in realtà un ostacolo che impedisce di intravedere quanto sta alla fine del collo della bottiglia? Ma la descrizione dell’esperienza se avviene inevitabilmente attraverso il linguaggio, è forse linguaggio? Naturalmente non lo è, ma non certo perché il linguaggio sia inevitabilmente una gabbia di acciaio che non possiamo in alcun modo forzare. E quali differenze poi avrebbe voluto insegnare? Perché su alcune teorie che invece le differenze le insegnano e spiegano pure come si possano produrre nel corso del tempo, Wittgenstein è stato singolarmente carente. Ad esempio, pensava che Darwin di sicuro si sbagliasse perché la teoria evolutiva non contempla la necessaria molteplicità. Varrebbe la pena di chiedergli che cosa sarebbe stata una molteplicità necessaria tra i viventi spiegata da un’altra teoria rispetto a quella dell’evoluzione. Sarebbe stato in grado di dirlo? Ovviamente no. Sarebbe stato in grado di discriminare tra teorie alternative? Non lo sappiamo.

Nel paragrafo 201 delle Ricerche filosofiche, che saranno pubblicate due anni dopo la sua morte e che la comunità filosofica attendeva con enorme curiosità viene introdotto un celebre paradosso. Wittgenstein scriveva: “Il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo d’agire, poiché qualsiasi modo d’agire può essere messo d’accordo con la regola. La risposta è stata: se può essere messo d’accordo con la regola potrà anche essere messo in contraddizione con essa”.  Questo paradosso mette direttamente in questione la nostra fiducia che negli eventi e nelle azioni possano essere conosciute regolarità sussumibili in asserti generali con il valore di leggi, norme, regole. Gli asserti generali sono espressi nel linguaggio e allora dovremmo semplicemente essere scettici rispetto al linguaggio e alla sua funzione comunicativa almeno per quanto riguarda gli enunciati che dicono qualcosa sul mondo e su come nel mondo dobbiamo orientarci. Le regole, così come l’individuazione delle regolarità nel mondo della natura, sono appunto strumenti di orientamento. Ci orientiamo così male nel mondo? Siamo perennemente intrappolati dentro a una bottiglia e non riusciamo a individuare che alla fine del collo c’è un’uscita che ci conduce fuori? A queste domande io credo debba essere data una risposta risolutamente negativa. Nel mondo ci orientiamo bene, siamo capaci di costruire vite degne di essere vissute, siamo capaci di progresso morale, siamo in grado di godere della bellezza e di parlarne in maniera sensata, facendoci comprendere dagli altri. La nostra non è una vita nella bottiglia del linguaggio. È un’esistenza nella complessità che anche il linguaggio ci fa comprendere e apprezzare. Ovviamente, tutte queste esperienze hanno il loro corrispettivo negativo. C’è bisogno di dirlo? Ma la negatività di Wittgenstein era la sua. Lo stupore espresso per l’esistenza del mondo, espresso mille altre volte prima di lui, era l’espressione di come in definitiva Wittgenstein ha sempre inteso l’attività filosofica, ossia come una sorta di ispezione autobiografica. Il senso di profondità che talvolta, o anche spesso, le sue affermazioni apodittiche suscitano derivano dalla nostra parziale inaccessibilità al suo vissuto.

Uno degli aforismi fulminanti di Wittgenstein recita “Se un leone potesse parlare noi non potremmo capirlo”. Tutte le innumerevoli volte che Wittgenstein ha dichiarato di non poter essere adeguatamente compreso se non da chi ha fatto il suo medesimo percorso (cosa vuol dire? chi può mai aver fatto le medesime esperienze di Wittgenstein se non Wittgenstein medesimo?), non sono solo il lamento un po’ infantile di un genio incompreso, ma la convinzione drammatica che non è possibile uscire da noi stessi se non a prezzo di inestricabili equivoci per immergersi in quel flusso vitale del quale non ha mancato di parlare, che è lì ad attenderci quando facciamo a meno della filosofia, dissolta nell’autobiografia.

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