SULL’ARMONIA TRA RAGIONE STABILE E FEDE (CRISTIANA)

5_01-169_2842876_308447CARMELO VIGNA

1. Il nostro tempo non vuole più sentire discorsi intorno alla ragione capace di avere a che fare con la verità. Si vanta, anzi, d’essere il tempo della post-verità. Crede, cioè, che non si possa oltrepassare una ragione provvisoria, mutevole e incerta. Una ragione “debole”, come si usava dire qualche decennio fa nella filosofia italiana, quando Gianni Vattimo aveva messo in circolazione con successo questa cifra. Ci si rifugia così di fatto in forme della certezza che hanno in realtà chiare curvature fideistiche. E anche chiare curvature fanatiche, come quasi loro naturale deriva. Basta frequentare un poco i “social” per avere conferme innumerevoli.

2. Ma il fatto è che anche qualsiasi forma di fede(-certezza) diventa tematicamente improponibile, se la ragione se ne sta al di qua della verità. La fede, infatti, può essere declinata in diversi modi, ma implica in ogni caso che l’oggetto suo sia tenuto fermo. Non importa, per ora, dir come. Importa la stabilità con cui il credente crede. Senza stabilità la fede non esiste. E se e quando la fede declina (ciò che è ben possibile, come ogni essere umano, almeno qualche volta, sperimenta), declina perché declina la stabilità della relazione all’oggetto del credere, non certo perché declina l’esistenza dell’oggetto.

3. Ebbene, questa stabilità è precisamente il contrario dell’instabilità che abita la ragione del nostro tempo. Il pensiero della post-verità, infatti, per definizione non è in grado di decidere intorno alla verità di qualcosa e quindi non oltrepassa la forma dell’opinare. Si opina, in effetti, quando non si sa se è vero qualcosa o il proprio opposto. E quindi si teme che quello che si afferma possa essere, da un momento all’altro, falsificato da un controesempio. Se estendiamo in modo universale questa posizione della ragione – ammesso che sia possibile farlo – ne viene che, rispetto a qualsiasi contenuto, uno è preso da timore e tremore e anche da paura. In alcuni casi, dall’angoscia. Ne viene che uno può solo produrre congetture, ma non può, perciò stesso, trattare tali congetture come qualcosa che sta fermo. Neppure se decide di trattarle come cosa ferma. Infatti, non si può tener fermo, neppure attraverso una decisione, ciò che è, in sé e per sé, mutevole.

4. Perché qualcosa sia tenuto fermo, bisogna che il mutevole apparire sia non una caratteristica dell’oggetto, ma solo del soggetto. Se l’oggetto è visto come in sé mutevole, tenerlo fermo significa contraddire ciò che appare, ossia dire che è fermo ciò che è mutevole. Il che si può anche dire, ma è impossibile pensare, come ogni asserto che pretenda contraddire ciò che appare. E impossibile da praticare, se non mentendo. E chi mente non ha fede in ciò che la menzogna contiene; l’ha, semmai nella forma mentire.

5. La fede cristiana non è sicuramente un tener fermo il mutevole come oggetto. A maggior ragione che la fede comune. Essa, infatti, verte su un “oggetto” che è Dio stesso e il suo Cristo, un oggetto che l’umana debolezza non riesce a tener fermo come tale. I nostri occhi, come quelli delle nottole rispetto alla luce del giorno, tremano. E poiché i nostri occhi tremano, qualcosa deve pur intervenire per sorreggerli e sottrarli al tremore, quando si ha fede. Altrimenti la fede, che è un tener fermo un oggetto stabile, non può esistere.

6. Interviene in effetti una decisione. Non certo una decisione arbitraria, ma una decisione che si nutre di indicazioni intorno all’oggetto e di una certa esperienza dell’oggetto. Si nutre del desiderio dell’oggetto e dell’amore per l’oggetto. Come quando intravediamo una persona cara all’orizzonte, e prima ancora di esser certi di lei per diretta e immediata e completa presenza, mandiamo avanti il cuore e ci disponiamo all’incontro. Abbiamo deciso che è proprio lei, la persona amata, quella persona che ci viene innanzi, perché abbiamo oscuramente percepito alcuni indizi significativi; anzi alcuni indizi per noi inequivocabili.

7. Tutto questo lascia capire come la relazione intenzionale in generale (e quindi tanto la relazione desiderante quanto la relazione d’apparire), sia una relazione che ha un andamento progressivo (o regressivo), come accade nelle relazioni tra contrari. Da distinguere accuratamente dalle relazioni tra contraddittori. La relazione d’apparire ce ne dà un esempio. L’apparire di qualcosa è la verità di qualcosa. La verità di qualcosa si oppone al nascondimento di qualcosa. Ma verità e nascondimento, in quanto sono predicate della relazione d’apparire, hanno infiniti gradi intermedi. Come il caldo e il freddo rispetto a un corpo.

8. La falsità di qualcosa, che in modo più immediato, nel nostro linguaggio, sembra opporsi alla verità di qualcosa, è in realtà solo una delle forme del nascondimento della verità. È la forma “manipolata” del nascondimento, nel senso che nel falso la verità non si nasconde; piuttosto, viene nascosta (più o meno deliberatamente) come attraverso una maschera. Specialmente nella comunicazione. Operazione complessa, questa, che certamente deve far capo ad un essere razionale. Ad un manipolatore della verità.

9. Poiché nella relazione d’apparire i contrari si mescolano, la fede cristiana non può esser decifrata come un tener fermo quel che non si vede; cioè, che non si vede puramente e semplicemente. Si ha fede quando si tiene fermo, puramente e semplicemente, qualcosa che non si vede appieno, sì che l’intelligenza da quel vedere non resta quietata. Ma se non si vede appieno, non è detto che non si veda per nulla, quando si ha fede. Può darsi che si veda poco o anche pochissimo, può darsi che qualcosa si intraveda. Può anche darsi, al limite, che non si veda proprio nulla del volto di un oggetto. Può anche darsi che si debba persino credere intorno all’esistenza dell’oggetto. Resta comunque il fatto che non si crede mai in un oggetto che sta nella forma della mutevolezza, perché, come abbiamo già detto, ciò importerebbe contraddizione. E non si può restare a qualcosa di contraddittorio. Rispetto ad una situazione di palese contraddizione, l’intelletto che sa della contraddizione, la toglie e basta. Non crede, sa.

10. La conseguenza di questa breve riflessione è presto detta: poiché la fede cristiana ha come oggetto la verità di Dio o Dio come verità, e quindi ha un oggetto in sé e per sé fermissimo, ma lontano dall’immediatezza dell’esperire; poiché la nostra intelligenza deve supplire, mediante una decisione previa, alla propria debolezza di sguardo (quel poco che se ne può vedere mediante la semplice ragione, è molto faticoso da vedere e molto difficile da tener fermo), bisogna che l’intelligenza abbia notizia ed esperienza previa della relazione stabile all’oggetto stabile, cioè che essa sia in qualche modo addestrata a tener ferme le conoscenze che essa può guadagnare con le proprie forze, per poter svolgere il compito assegnatole dall’aver fede. Occorre allora presupporre la necessità dell’esserci di una ragione forte, come stabile compagna della fede. Una ragione debole, quella della post-verità, questo non può fare: tener per fermo. E in effetto non accade mai che lo faccia. Il pensiero della post-verità finisce, anzi, per abbandonare presto la questione generale del senso e per ritrarsi in uno scetticismo che rende debole anche la fede. Fino a farla morire.

11. Solo una ragione stabile è in grado di assicurare la dimostrazione della esistenza dell’oggetto proprio della fede cristiana, l’esistenza di Dio. E solo essendo assicurata l’esistenza di Dio, prende senso la fede. Se venisse, invece, affidato alla fede, come qualcuno vorrebbe, anche l’ambito della cosiddetta “teologia naturale”, quali punti di riferimento potrebbe esibire il credente per schivare l’accusa di farneticazione? Perché non si dovrebbe venire a pensare che la fede cristiana è del tutto priva di fondamento, giacché non si può ragionevolmente argomentare intorno alla necessità dell’esistenza di un essere assoluto trascendente?

12. Dicono i difensori della fede come originaria relazione di un essere umano: la fede appartiene ad ogni forma di sapere e di vita, perché ogni forma di sapere e di vita comincia da qualcosa che appare solo dopo l’evocazione o l’appello della relazione di fede. Senza una previa inclinazione alla relazione oggettuale, l’oggetto non ha un campo per apparire. E questa previa inclinazione è già fede. La fede, quindi, come fondamento formale di tutto ciò che appare. La ragione stessa sorgerebbe e si dispiegherebbe come frutto di questa originaria relazione credente.

13. Ma ciò non può stare. Se tutto fosse fideisticamente intenzionato, cioè se tutto ciò che sappiamo fosse solo creduto, noi dovremmo trattare anche la convinzione che tutto è fede come una semplice fede e non come una verità. E quindi non avremmo nulla da obbiettare a chi negasse tale convinzione, cioè non potremmo togliere la convinzione opposta, se non in modo fideistico. Ma il modo fideistico, in questo caso, lascerebbe intatta la forza dell’avversario, perché tale modo non potrebbe avere dalla sua l’affermazione che ciò in cui si ha fede è un oggetto stabile. Infatti, se anche l’oggetto assoluto è stabile solo per la fede, e nessuna verità si può affermare intorno alla sua stabilità, ne viene che la struttura della fede è colpita a morte, giacché i nostri occhi tremano nello scrutare il volto dell’oggetto, e tremano anche nel porre l’esistenza dell’oggetto scrutato. Ma quando l’esistenza dell’oggetto scrutato può essere messa in dubbio senza che ne vada per intero il sistema del senso, la fede può ancora prosperare, per quanto sia una fede difficile, una sorta di fede alla seconda potenza. Quando, però, l’esistenza dell’oggetto creduto è essa stessa il fondamento del senso, noi ci troviamo nella condizione di chi vuol tener fermo un oggetto che non può star fermo. Ossia ci troviamo in una condizione contraddittoria, e non più in una condizione fideistica.

14. Si aggiunga. Se ho solo fede nell’esistenza di un Dio trascendente, come molti, anche teologi (ahimè!), si affannano a concedere, anzi spensieratamente concedono, allora nulla posso rigorosamente obbiettare, sul piano veritativo, a chi quell’esistenza nega. Devo sensatamente ammettere non solo che il mio sguardo trema nel determinare se Dio esiste o non esiste, ma anche ammettere che questo tremore non è un mio tremore, bensì un tremore universale. Una universalis dubitatio de veritate, non solo metodica, ma anche ontologica. Non di rado maldestramente aggiustata da un fideismo assoluto, che rapidamente si volge al fanatismo, come sua naturale deriva. E alla violenza, che d’ogni fanatismo è compagna.

15. E infine, si consideri: la struttura fideistica originaria appare come tale, necessariamente. Quindi la struttura dell’apparire della verità è già in atto. Anzi questa struttura è in grado di rilevare originariamente l’impossibilità che la relazione fideistica sia in essere prima che l’oggetto convenga. Qualsiasi relazione intenzionale, infatti, non può non essere una relazione che termina in qualcosa. Una relazione non oggettuale sarebbe una relazione a nulla, cioè è un nulla di relazione. Ma se la relazione è aperta, come dobbiamo porre che sia la relazione originariamente fideistica, essa deve avere in ogni caso un referente in atto, fosse pure un referente puramente immaginario. Bisogna allora concluderne che non è vero che essa apre all’oggetto, ma è vero, piuttosto, ch’essa è aperta dall’oggetto. E solo una volta aperta, può aprire ad altro in modo previo.

16. Ma torniamo alla battuta fondamentale, che può aiutarci a chiudere e che suona: qualcosa può essere oggetto di fede solo se è stabile. Ora, qualcosa è stabile o perché alla ragione si annuncia come tale o perché la ragione lo dimostra come tale. Nell’un caso e nell’altro, il sapere che ne abbiamo sta prima della fede che possiamo averne, perché appunto la fede, in ultima istanza, presuppone la stabilità dell’oggetto e solo aggiunge la stabilità della relazione con esso. Nel caso poi della fede cristiana, la convinzione salda, cioè stabile, che Dio può esser conosciuto dall’umana ragione come il Signore e il Creatore d’ogni cosa, anzi la conoscenza salda, cioè stabile, dell’esistenza di Dio è il naturale e inevitabile presupposto della fede nella rivelazione di Dio a noi nel suo Cristo.

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