DOPING: UNA QUESTIONE DI IMMATURITÀ

LUCA GRION 

13735495_10154364135142708_1718175626_n Recentemente Tatyana Firova, ex velocista russa vincitrice di tre medaglie d’argento olimpiche, ha rilanciato l’ipotesi di liberalizzare il doping. Lo ha fatto con un’argomentazione che merita d’essere analizzata con attenzione: a suo avviso, poiché il fine dello sport è raggiugere la massima performance possibile nel rispetto delle regole del gioco – e dato che è l’intreccio di talento, impegno e tecnica che consente di realizzare risultati sempre maggiori – bisognerebbe modificare le regole antidoping e mettere gli atleti nelle condizioni di conseguire i migliori risultati consentiti dalla tecnica. In fondo, prosegue l’ex atleta, nella vita ordinaria le persone sono libere di ricorrere – a proprio rischio e pericolo – a tutta una serie di sostanze potenzianti capaci di aumentare le performance lavorative; perché non consentire allora la stessa libertà di movimento anche agli sportivi?

Per la cronaca, è bene ricordare che le dichiarazioni della Firova vanno inquadrate nel contesto del recente scandalo che ha travolto l’atletica russa a seguito delle rianalisi dei campioni prelevati in occasione delle olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Controlli che, nel suo caso, hanno dato esito positivo.

Per altro verso, capita di registrare la presa di posizione di quanti, pur personalmente contrari al doping, giungono alla medesima conclusione a motivo della sua diffusione e dell’impossibilità di azioni di contrasto efficaci. È questo il caso di Sergio Giorgi – padre di Camilla, talento del tennis italiano – il quale ha sostenuto di preferire una legalizzazione delle pratiche potenzianti all’ipocrisia di un sistema che, a parole, condanna il doping e poi, nella pratica, lo tollera senza grossi problemi.

Liberalizzare il doping

Non sono questi gli unici episodi in cui è stata suggerita l’ipotesi di liberalizzare il doping; si tratta anzi di un’opzione che si ripropone con una certa regolarità e che si consolida col crescere del senso di impotenza rispetto ad un fenomeno che appare sempre più diffuso e difficile da fermare. In fondo, si dice, la principale colpa di chi ricorre a sostanze proibite per potenziare le proprie performance consiste nell’infrazione delle regole sportive. Basta quindi modificare le norme e si risolve il problema in modo rapido ed economico.

Qualche anno fa la stessa proposta era stata suggerita da Mauro Covacich sulle pagine del “Corriere della Sera”; in quella sede, per quanto schematicamente, venivano offerte alcune ragioni a favore della liberalizzazione. Utile richiamarle brevemente.

Il ragionamento di Covacich prendeva avvio da una considerazione: lo sport professionistico è uno show che muove grossi interessi economici; un lavoro ben pagato in ragione della spettacolarità che sa produrre, dell’audience che sa tenere incollata davanti alle televisioni e, di conseguenza, del valore commerciale delle sue inserzioni pubblicitarie. Un sistema che vive di elevate prestazioni, fuori standard per definizione, perché ciò che il pubblico vuole è, per l’appunto, qualcosa di sorprendente e di eccezionale. Lo sport professionistico rappresenta dunque uno spettacolo in cui viene celebrata la capacità dell’uomo di superare costantemente i propri limiti, realizzando grandi prestazioni e macinando record su record (in questo, osservazione mia, lo sport si dimostra essere un fenomeno tipicamente moderno).

Tuttavia, osserva Covacich, la pratica sportiva vive ancora all’interno di una retorica (e di una ipocrisia) che immagina possibile l’esistenza di un luogo immune dagli eccessi della società che lo ospita. «Vogliamo illuderci che il corpo dello sportivo sia ancora lo scrigno della nostra verginità perduta. Accettiamo ogni tipo di modificazione – liposuzioni, mastoplastiche, allungamenti del pene – ma il corpo dell’atleta deve restare intatto, un reperto anacronistico della bellezza classica, il perfetto equilibrio di idea e materia». Ecco che liberalizzare il doping significa smascherare questa farsa, mettendo all’opera un’azione di verità – su noi stessi e sulla nostra società – di cui non potremmo che gioire. Non solo. Se tutti potessero ricorrere con trasparenza a sostanze potenzianti, si annullerebbero di fatto i vantaggi posizionali di coloro che, ora, eccellono grazie al doping –(lasciando nello spettatore il dubbio se quello che stanno applaudendo sia un reale campione o un impostore). Laddove tutti si dopassero, verrebbero ripristinate, automaticamente, le differenze “naturali”. E non si dica, chiosa Covacich, che questo rappresenterebbe un rischio per la salute. Non solo perché i professionisti sono super controllati; ma perché quest’obiezione non viene certo fatta valere in circostanze ben più rischiose quali corse automobilistiche o discese vertiginose realizzate dai ciclisti. Neppure, conclude Covacich, si sostenga che il doping “svilisce” il gesto atletico. Chi conosce lo sport sa che il doping permette il realizzarsi del gesto atletico nel suo esasperato tendere verso una spettacolarità sempre più sorprendente. Non toglie ma aggiunge o, quanto meno, non svilisce ma consente di esprimere al massimo grado.

Il fronte dei contrari                     

Le considerazioni in favore di una liberalizzazione del doping non sembrano persuadere i critici; a loro avviso vi sono diverse ragioni che dovrebbero imporci una maggiore cautela.

In primo luogo il valore normativo delle regole, necessarie al costituirsi stesso del gioco. E il doping rappresenta una palese violazione delle regole, un “liberi tutti” di cui resterebbe vittima non solo il fair play, ma la possibilità stessa di distinguere tra lecito ed illecito. La regola, in altre parole, non è neutra; non può essere modificata a proprio piacimento, in quanto la sua validità è data (anche) dalla capacità di incarnare valori. E poi il doping fa male, nuoce alla salute dell’atleta e comporta un costo assai oneroso per la collettività che deve farsi carico delle cure di quanti hanno messo il risultato sportivo al di sopra di ogni altra considerazione. Senza contare che ben pochi sarebbero disposti ad accettare i costi sociali di un crescente numero di “morti da sport”. Perché, è inutile negarlo, liberalizzare il doping darebbe il via ad una “corsa agli armamenti” che, senza limitazioni normative, porterebbe inevitabilmente a situazioni drammatiche (osservo però che, in quanto regolata, tale liberalizzazione farebbe rientrare dalla finestra quella condanna del doping che avevamo cacciato dalla porta).

In secondo luogo, proprio il rispetto della libertà e dell’autonomia quali valori imprescindibili da salvaguardare e difendere, dovrebbe condurre ad escludere l’ipotesi di legalizzare il doping: in quel caso, infatti, gli atleti sarebbero costretti a scegliere tra il rinunciare alla possibilità di competere per la vittoria e l’accettare il ricorso a pratiche potenzianti (mettendo a repentaglio la propria salute). Chi volesse competere per vincere non sarebbe dunque libero di giocare pulito.

Una ulteriore critica al fronte libertario sottolinea come quest’ultimo muova da una concezione astratta di libertà, quasi che l’atleta (e l’uomo) fosse un’isola, un individuo privo di relazioni e di vincoli che lo legano agli altri. Ma l’uomo, come insegnava già Aristotele – e come ci conferma il (buon) senso comune – è un essere relazionale. Questo comporta che la libertà e l’autonomia, che giustamente vengono rivendicate come diritti fondamentali, non possono essere assolute, ma acquisiscono il loro senso propriamente umano solo all’interno di relazioni buone. Senza contare che il prezzo della libertà di pochi oggi, verrebbe pagato da una minore libertà di molti domani: ad esempio i familiari costretti ad assistere congiunti ex dopati, vittime di patologie invalidanti.

Infine vi sono autori ­­che motivano la loro opposizione al doping ricorrendo alla nozione di “talento naturale” e sostenendo l’inaccettabilità etica di prestazioni conseguite attraverso il ricorso a sostanze capaci di modificare le disposizioni naturali. Una sana etica dello sport vorrebbe invece che fosse messa al centro della pratica sportiva la crescita metodica, intelligente e perseverante del talento naturale (pagine molto interessanti al riguardo sono state scritte dal filosofo americano Michael Sandel). Una cosa è individuare le strategie più adatte a esprimere compiutamente i propri talenti (anche grazie alle tecniche nutrizionali, all’allenamento, alle attrezzature utilizzate), altro è modificare artificiosamente il proprio potenziale. Non solo, il doping conferisce un indebito vantaggio, ovvero un vantaggio immeritato, nella misura in cui non è ottenuto con il duro lavoro, ma modificando artificialmente la propria attrezzatura naturale col fine di assicurarsi un miglioramento competitivo altrimenti non raggiungibile.

Ancora, grazie al doping l’atleta raggiunge (e supera) risultati solitamente conseguibili solo al prezzo di grande fatica, disciplina e dedizione. In questo modo, però, viene svilita la valenza formativa dello sport, la sua capacità di contribuire positivamente alla formazione del carattere e, in particolare, alla maturazione della tenacia, della capacità di soffrire per ottenere risultati importanti. Da questo punto di vista il doping rappresenterebbe una scorciatoia, un modo per evitare la sfida autentica con se stessi, prima che con gli altri.

Infine, a detta dei critici, sdoganare il doping implicherebbe un aumento delle differenze tra gli atleti, perché vi sarebbero sempre singoli – e federazioni – con maggiori disponibilità di spesa di contro a quanti non avrebbero le risorse per accedere ai più esclusivi ritrovati potenzianti. E questa sarebbe una profonda ferita di quel senso di giustizia che dovrebbe invece alimentare la pratica sportiva.

Quattro ragioni per il sì

Se torniamo ora a dare ascolto ai fautori della liberalizzazione, possiamo notare come questi ultimi modulino, secondo personali dosaggi, quattro diversi ingredienti argomentativi.

Innanzi tutto il doping andrebbe liberalizzato per ragioni di opportunità pratica: quando un fenomeno non lo si può reprimere è preferibile regolamentarlo per ridurre le conseguenze negative e, per quanto possibile, valorizzare quelle positive. Pragmaticamente sembrerebbe la scelta operata (per quanto mai dichiarata) nel ciclismo anni novanta: poiché non riesco ad arginare un fenomeno diffusissimo, pongo un limite alla possibilità di doparsi, dichiarando fuori norma i valori di ematocrito superiori a 50. È chiaro, quindi, che l’ampia diffusione di centrifughe ematiche nelle camere d’albergo dei professionisti fosse sospetta; perché mai tenere costantemente monitorato il rapporto tra plasma e globuli rossi se non nell’ipotesi di pratiche dopanti sempre al limite tra (formalmente) lecito e illecito? È altrettanto evidente, però, che quella limitazione di ciò che era praticamente fattibile ha salvato molte vite, impedendo che il demone della vittoria a tutti i costi inducesse gli atleti ad assumersi rischi letteralmente mortali.

In secondo luogo una liberalizzazione (regolamentata) del doping avrebbe ricadute positive in termini di utilità pubblica, poiché offrirebbe più garanzie per la salute degli atleti ­– che potrebbero accedere a pratiche potenzianti garantite e controllate – e una maggiore trasparenza per il pubblico, che potrebbe vincere il senso di diffidenza e di scetticismo che sempre più accompagna lo spettacolo sportivo. Senza contare i vantaggi per la ricerca scientifica che, lavorando sugli atleti per potenziarne le performance, si troverebbe ad elaborare prodotti e metodiche utili anche ad un più ampio pubblico.

In terzo luogo, consentire il ricorso a pratiche potenzianti a quanti desiderano farlo significa riconoscere e valorizzare la libertà e l’autonomia individuale quali valori supremi del cittadino in un senso molto più ampio di quello espresso dai critici. Essere autonomi significa infatti assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche ­– e soprattutto – quando queste comportano dei rischi. E non vi è dubbio che l’atleta, quando lotta per vincere, si prende dei rischi. Rischia la salute lo sciatore che si lancia a capofitto in una discesa; rischia il pilota quando scende in pista. Ma rischia anche il rugbista e financo il calciatore esponendosi ai falli di gioco o alla possibilità di incorrere in infortuni vari. Lo sport, di là dalla retorica, fa male: l’attività agonistica, infatti, porta il fisico ad esplorare i propri limiti e, spesso, nel tentativo di superarli, paga un prezzo salato alla propria presunzione. Altre volte è semplicemente la fatalità o il caso a presentare il conto. In generale, però, lo sport convive con la possibilità dell’infortunio, accettato come un prezzo inevitabile. A ben pensarci, però, il “rischio di impresa”, è condizione necessaria per ogni avventura umana (sportiva, economica, eccetera). Ciascuno, poi, è libero di scegliere per cosa e fino a che punto è disposto ad esporsi. E guai a delegare ad altri l’autorità di decidere per noi quali rischi possiamo (dobbiamo) assumerci e quali no; il paternalismo è infatti una tentazione dalla quale guardarsi con grande attenzione. Molto più rispettoso dell’autonomia individuale, dunque, è il consentire a ciascun adulto consapevole la scelta di come giocarsi la propria libertà, anche rispetto al rischio doping. E chi non volesse optare per questa possibilità, ovviamente, sarebbe libero di astenersi, ma perché mai impedire a chi la pensa diversamente di scegliere in conformità alle proprie persuasioni? Piuttosto, ed è questa la proposta più radicale, perché non pensare a tornei separati tra atleti potenziati e atleti “doping free” (per quanto, aggiungo io, è facile immaginare che tutti – federazioni e sponsor in primis – farebbero a gara per schierarsi, in modo spesso ipocrita, dalla parte dello sport sano, riproponendo l’attuale situazione in cui tutti si dichiarano “puliti”).

Infine vi è chi sostiene che il doping andrebbe liberalizzato per una ragione di coerenza: lo storia umana è caratterizzata dal ricorso costante alla tecnica quale forza in grado di emancipare l’uomo dai propri limiti naturali. È stato così per la scrittura, la medicina, l’agricoltura, eccetera. La tecnica è, da sempre, la migliore alleata dell’uomo nella sfida alle proprie fragilità e vulnerabilità. E cos’è lo sport se non la rappresentazione simbolica di questa antichissima contesa coi propri limiti costitutivi? Lo sport, infatti, rappresenta il costante e inesausto sforzo di mettere la propria intelligenza al sevizio di sfide esigenti. Nuove metodiche di allenamento, nuovi materiali, nuove scelte alimentari: sono tutti volti di un sapere tecno-scientifico al servizio della massimizzazione del risultato sportivo. Perché, allora, ammettere come alleati solo alcuni volti della tecnica – la tecnologia applicata alle calzature, all’abbigliamento, al materiale di gara, all’integrazione, e così via – e non altri? Se vogliamo essere coerenti dobbiamo riconoscere che lo sport invita a superare costantemente i propri limiti, usando tutti i mezzi che volontà e intelligenza sanno mettergli a disposizione.

Ancora una volta: se il fine ultimo dello sport è la vittoria intesa come massimizzazione del risultato, difficile accettare l’imposizione di limiti non oltrepassabili.

Postilla sul “rischio salute”

I fautori della liberalizzazione sottovalutano, a mio avviso, due aspetti importanti legati al “fattore salute”. Il primo riguarda l’idea di un doping sicuro perché posto sotto stretto controllo medico. Se è certamente vero che un professionista, soprattutto d’élite, può contare sul monitoraggio personalizzato di medici ed esperti, è altrettanto vero che, laddove non si ponessero limiti alle pratiche potenzianti, gli atleti diverrebbero cavie su cui testare ogni tipo di farmaci potenzialmente capaci di aumentare la performance sportiva, a prescindere dalla loro effettiva sicurezza.

In letteratura si incontra spesso l’ipotesi di un doping privo di effetti collaterali: prendere in considerazione tale eventualità può essere utile se si riflette attorno alle ragioni in base alle quali giudicare eticamente illecito il doping, poiché mostra come il rischio per la salute non possa essere l’unico criterio guida in virtù del quale rifiutare il ricorso a pratiche potenzianti (in estrema sintesi questo l’argomento: se il ricorso al doping è ingiusto solo perché fa male, qualora vi fossero pratiche potenzianti prive di rischi per la salute non avremmo altri argomenti per rifiutarlo). Tuttavia, pur riconoscendo l’utilità di tale ipotesi ai fini dell’analisi concettuale, non sembra affatto che un simile scenario possa dirsi all’ordine del giorno. Anzi. Senza contare che tale liberalizzazione non sarebbe circoscrivibile al solo ambito dei professionisti, ma travolgerebbe il mondo amatoriale –già oggi il vero mercato dei farmaci potenzianti – con gravi conseguenze salutistiche.

In secondo luogo, quando si parla del rapporto tra sport e rischio salute si tende a radicalizzare la questione o sottolineando solo i vantaggi salutistici dell’attività sportiva (senza tenere in debito conto il fatto che l’attività agonistica espone il fisico dell’atleta all’eventualità, tutt’altro che remota, dell’infortunio), o affermando l’assoluta disponibilità del corpo da parte dello sportivo e la liceità di disporne come del proprio strumento di lavoro. Ma se la prima posizione, pur evidenziando qualcosa di vero (l’attività fisica fa bene), idealizza il valore salutistico dello sport senza guardare ai molti problemi che, nel concreto, accompagnano l’esercizio fisico, la seconda posizione incorre, a mio avviso, in un difetto ben più grave. Nell’affermare il diritto individuale a rischiare la propria salute per conseguire il risultato agognato (per quanto prestigioso), si umilia la dignità della persona. Mettere deliberatamente a rischio la propria salute, usando il corpo come un semplice mezzo da spremere senza troppo riguardo, è infatti una cosa ben diversa dall’ammettere l’eventualità – di per sé non voluta e non cercata – di incorrere in un infortunio.

Più in generale mi pare che sguardi parziali sul fenomeno sportivo – e sul fenomeno umano – conducano a letture insoddisfacenti e invitino ad strutturare una riflessione capace di tener conto dei molteplici valori in gioco. È questo quanto mi propongo di suggerire nel paragrafo conclusivo.

Le virtù nello sport

Tempo fa Alasdair MacIntyre ha fatto scuola mostrando come il problema della modernità fosse stato quello di declinare il discorso morale attorno ad un unico valore, dimenticando che l’esperienza etica si articola all’interno di un dialogo corale tra una pluralità di valori che chiedono di essere trattati con equilibrio. A suo avviso è stata proprio l’incapacità di declinare al plurale l’etica delle virtù che ha condotto al fallimento del progetto illuminista, ovvero il tentativo di rifondare la morale su un unico criterio-guida. La chiave di lettura offerta dal filosofo scozzese individua infatti nella assolutizzazione di un unico valore – sia esso la ragione o la legge delle passioni – il limite principale della riflessione moderna.

Qualcosa di analogo sembra accadere nelle diverse argomentazioni pro e contro il doping, laddove un unico criterio (sia esso il fattore vittoria, la salute o il talento naturale) viene assolutizzato, subordinando a sé ogni altra considerazione. Un possibile itinerario capace di tenersi alla larga da concezioni univoche della pratica sportiva va invece nella direzione di una visione integrale dello sport, inteso come pratica umana, inserita nel percorso di crescita complessiva della persona.

Bernard Suits ci offre un innesco interessante per dar corpo ad un simile ragionamento: secondo il filosofo americano il gioco indica il tentativo volontario di superare ostacoli non necessari per raggiungere un obiettivo capace di regalarci la piacevole sensazione di autoefficacia. In altre parole, quando ci dedichiamo ad una pratica sportiva ci “mettiamo in gioco” per testare le nostre abilità e godere della soddisfazione di farcela.

Venendo allo specifico della pratica sportiva, possiamo dire che quest’ultima indica una peculiare fattispecie del gioco, in cui il “fattore vittoria” acquisisce un significato particolare. Lo sport, per così dire, rappresenta il gioco che si fa adulto (diventando più esigente: sia a livello normativo che a livello di impegno personale richiesto agli atleti). Da questo punto di vista è chiaro che l’agonismo rappresenta un ingrediente fondamentale dello sport: quando si gioca, si gioca per vincere ed è proprio il modo in cui si certifica la vittoria ad organizzare le regole del gioco. Guai, però, a confondere il fine di un gioco col suo significato per l’uomo. Il senso umano della pratica sportiva è ben più complesso e articolato. È sfida intelligente con i propri limiti, coraggio di mettersi alla prova, umiltà di accettare le proprie debolezze, solidarietà con i compagni di squadra, lealtà con gli avversari. Per tale ragione non posso convenire sulla premessa da cui muove il ragionamento di Tatyana Firova: nello sport non conta solo raggiugere la massima performance possibile o, detto altrimenti, non è affatto vero che vincere sia l’unica cosa che conta. Se conta solo la vittoria, tutto ciò che permette di conseguirla è, di fatto, consentito; anche l’imbroglio (purché non si venga scoperti).

Ugualmente lo sport non è (solo) superamento indefinito dei limiti, ma percorso di crescita che consente di distinguere tra i limiti che ci de-limitano, descrivendo il perimento del nostro essere, e i limiti che ci sfidano, consentendoci di scoprirci migliori di quanto immaginiamo di essere. Ci sono limiti e limiti, dunque. La vera sfida, che riguarda l’uomo prima che lo sportivo, è imparare a distinguere i primi dai secondi. Farlo non è semplice: ci vuole pazienza, per gestire anche ciò che non ci è possibile modificare; ci vuole sagacia, per trovare il modo di valorizzare anche le nostre debolezze; ci vuole coraggio, per sfidare noi stessi (prima che gli altri) senza scorciatoie e senza sconti; ci vuole tenacia, per tener duro anche quando costa fatica; ci vuole prudenza, per saper perseguire il bene e il bello in ogni situazione. Soprattutto servono buoni maestri che insegnino tutto questo ai più giovani, possibilmente con poche parole e tanti fatti.

I mali dello sport nascono dall’incapacità di vivere con equilibrio la complessità degli elementi in gioco in quel tipo di pratica. Tale perdita di equilibrio si manifesta ogni qual volta vien meno la capacità di far convivere in armonia competizione e responsabilità, agonismo e valori, libertà e doveri. In definitiva, dunque, il doping non è tanto una questione di regole, né di salute o di libertà. È, essenzialmente, una questione di (im)maturità dell’adulto, incapace di trovare un punto di equilibrio tra i molti valori in gioco.

 

8 thoughts on “DOPING: UNA QUESTIONE DI IMMATURITÀ”

  1. Prima di tutto grazie a Luca, che sa affrontare un argomento tanto complesso con quella che definirei “passione civile”, equilibrio, e grande profondità.

    Da atleta mi fa bene leggere le sue considerazioni: anche dopo trentacinque anni di vita da maratoneta, scopro qualcosa di nuovo. E bello.

    Poi, sempre da atlteta: sono pieno di dubbi. Parlo dal mio piccolissimo angolo di visuale, per oggi. Ho 54 anni e continuo ad allenarmi molto duramente. La tentazione di ricorrere a qualche sostegno farmacologico è costante (e incoraggiata da qualche medico sportivo): un po’ di ormoni per cercare di non perdere massa muscolare (quel poco che resta), per esempio… E cose del genere.

    È una tentazione che si fa più pressante di fronte a strane performances di atleti del mio livello. Servono quotidianamente considerazioni come quelle di Luca nella parte finale per mantenere la giusta rotta, diciamo così. E restare fedeli al solo multivitaminico che prendo da sempre… Sperando che dentro non ci sia niente di strano!

    Gastone Breccia

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    1. Caro Gastone,
      grazie del tuo riscontro e della schiettezza del tuo commento. Quello che segnali è una aspetto molto importante: la fatica di individuare un punto di equilibrio tra volontà di mantenersi giovani (nel senso di vigorosi e prestanti) e la capacità di accettare il tempo che passa (con le sue fragilità e le sue vulnerabilità). Questo punto di equilibrio non è semplice: non si tratta accettare passivamente la vecchiaia, né di inseguire un giovanilismo senza data di scadenza …ma in cosa consista questo “giusto mezzo” è mestiere da uomini saggi, come direbbe il buon vecchio Aristotele. Uomini che, nella vita, si sono allenati nella difficile disciplina del dialogo interiore, interrogandosi sul senso delle loro azioni, al di là delle mode o dei meri regolamenti.
      Interrogarsi sul senso delle nostre azioni significa mettere a fuoco la rotta della nostra navigazione esistenziale, consapevoli delle regole che, ordinariamente, facilitano tale itinerario; poi, rispetto alle singole scelte, ci sono casi in cui quelle regole funzionano bene (solitamente accade così), ma vi sono anche casi in cui dobbiamo assumerci la responsabilità di decidere in autonomia, perché la situazione non è affatto chiara o non rientra nelle regole che ordinariamente “funzionano”. In questi casi ciò che fa la differenza è l’esperienza accumulata e la precisa coscienza di dove siamo e di dove vogliamo andare.
      Questo, credo, vale anche per la questione doping. Le norme dell’antidoping sono state individuate per salvaguardare il senso della pratica sportiva, mettendola al riparo da tutto ciò che può svilirla o umiliarla. A questo fine si sono stabilite una serie di regole generali e poi, secondo una storicità tipica delle faccende umane, si è cercato di stare al passo coi cambiamenti, aggiornando i regolamenti via via che i pericoli assumevano nuove forme. Questo, ovviamente, non significa che sia sempre possibile tracciare una linea di demarcazione netta e priva di ambiguità tra ciò che è doping e ciò che non lo è. Forse un simile risultato è impossibile, poiché nelle faccende umane è ineliminabile un certo grado di arbitrarietà. Alla fin fine l’antidoping si basa su norme convenzionali che, volenti o nolenti, presentano il fianco a critiche o a strumentalizzazioni se non vengono calate in un ambiente culturale di un certo tipo (che non è certo quello delle federazioni corrotte o dell’intreccio perverso tra grandi eventi mediatici, politica e capitalismo esasperato). Per questo ritengo che l’antidoping più potente sia costituito da una sana e robusta cultura sportiva.
      Non so se ho aiutato Gastone a chiarire i suoi dubbi, ma sarebbe bello provarci assieme.

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  2. Per chi ha tempo e voglia di leggere oltre, aggiungo ancora qualche considerazione.
    Se si riuscisse a far chiarezza sul fine (sul senso) della normativa antidoping – e se la si maneggiasse con un po’ di buon senso …merce che riconosco essere alquanto rara oggigiorno – anche i casi limite rispetto ai quali non abbiamo le idee troppo chiare potrebbero venir affrontati con ragionevole ottimismo.
    Ora, come ho cercato di suggerire nel mio post, il senso dell’antidoping non è quello di preservare sempre e comunque la salute dell’atleta, né di sancire l’inviolabilità delle doti naturali, né di tenere lontana la tecnica dai campi da gioco (per quanto salute e talento naturale siano valori che la pratica sportiva – e l’antidoping – promuove). Il fine dell’antidoping è/dovrebbe essere più complesso: evitare la corruzione di una pratica tipicamente umana, salvaguardando la dignità della persona. Questo spiega perché – fino a un certo punto – il rischio salute può essere messo in conto, così come il ricorso alla tecnica e il superamento delle proprie disposizioni naturali attraverso adeguate metodiche alimentari o di allenamento. Ciò che va rifiutata, però, è la riduzione del corpo a macchina, lo spregio della salute dell’atleta, la sostituzione delle sue eccellenza personali con le capacità prestative della tecnologia, l’idolatria della vittoria ad ogni costo. Ecco perché, ad esempio, si è accettata l’introduzione delle scarpe chiodate nell’atletica, ma si è fatto un passo indietro rispetto ai “super costumi” nel nuoto.
    È sempre chiaro il discrimine? Direi che, in generale, lo è abbastanza (almeno se si condivide una certa idea “civica” di pratica sportiva …ma se così non fosse qualcuno dovrebbe spigarmi perché lo sport debba meritare il sostegno pubblico); tuttavia riconosco che, in alcuni casi, le cose sono molto più sfumate, e allora è giusto che se ne discuta pubblicamente. L’importante, però, è non perdere di vista la rotta generale della nostra navigazione.
    Questo discorso vale poi anche per ciò che doping non è, ma che, giustamente, suscita serie perplessità. Penso all’abuso di integratori e alla facilità con la quale li si offre ai più giovani. In questo caso non si tratta di doping, lo riconosco, ma siamo di fronte a comportamenti che alimentano una “cultura dell’aiuto”, che lega l’impegno “serio” alla necessità di un sostegno “extra”.
    Faccio un esempio: se ad un ragazzino, alla fine di una gara impegnativa, viene offerta una bevanda energetica anziché dell’acqua o un succo di frutta, non siamo certo in presenza di un caso di doping; tuttavia ciò che passa è un messaggio ben preciso: quando si fanno le cose “seriamente” servono aiuti di un certo tipo. Poi si cresce e tutto rischia di aumentare in proporzione, facendo la gioia dei nostri farmacisti (che spesso sono i primi a spingere in quella direzione). Ma siamo capaci di fermarci e di chiederci se quella scelta sia davvero opportuna?
    Infine: anche un agonista amatore, senza guardare solo ai professionisti, si trova di fronte a tante scelte: amminoacidi ramificati si o no? Integrazione proteica si o no? Integrazione multivitaminica si o no? E queste scelte sono tanto più pressanti quanto maggiore è il suo impegno e alto l’investimento nel perseguire i propri obiettivi agonistici (in termini di impegno e fatica). Non è doping, convegno; inoltre sono scelte che possono, in certa misura, aumentare le performance sportiva. Sono, tuttavia, eticamente lecite?
    Avendola già fatta molto lunga direi: “dipende”. Di sicuro è una decisione che dovrebbe farci riflettere sulla nostra, personale, capacità di vivere con equilibrio la pratica sportiva. Dovremmo, con onestà, saperci interrogare sul senso, per noi, dello sport; su ciò che significa rispetto al nostro itinerario personale; sul significato di quella pratica nel contesto più ampio della nostra vita. Così facendo ci capiterà talvolta di riconoscere la bontà di quegli aiuti, altre volte ci accorgeremo che stiamo andando fuori strada, chiedendo alla pratica sportiva ciò che essa non potrà mai darci. E questo a prescindere dai regolamenti o della possibilità di essere controllati.

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  3. Personalmente sono contrario alla legalizzazione/liberalizzazione del doping perché fino ad ora è stato un mercato in mano anche alla malavita organizzata. L’esempio che abbiamo già vissuto è quello della liberalizzazione dei giochi e delle scommesse. Si diceva che la liberalizzazione avrebbe sconfitto la malavita, ma ora vediamo un aumento dei giocatori dipendenti e la malavita si è riorganizzata e gestisce ancora i giochi anche in modo illegale.

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    1. Condivido quanto scrive Paolo Cova e il paragone con il gioco d’azzardo mi sembra quanto mai pertinente.
      Ho l’impressione che, troppo spesso, ci limitiamo a pensare la libertà solo come un’assenza di legami (libertà da) o come una disponibilità di scelta quanto più ampia possibile (libertà di). Credo dovremmo invece riscoprire il senso di quella libertà “per” – che qualcuno chiama “libertà di fioritura” – che consente all’uomo di realizzare il meglio del proprio potenziale; e questo anche grazie a regole buone e a limiti sensati. In questo credo davvero che lo sport possa insegnare qualcosa di buono.
      Sono consapevole, però, che come società fatichiamo non poco a ritrovarci in un progetto condiviso di vita buona. Forse dovremmo rimetterci in ascolto dei nostri vissuti e, se non riusciamo a metterci d’accordo su cosa debba intendersi per “vita buona”, potremmo convenire almeno su quei mali che, in generale, ci feriscono e dai quali desideriamo tenerci alla larga. Il doping e il gioco d’azzardo, coi loro strascichi di sofferenza e solitudine, sono tra questi ultimi.

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  4. Poichè un pezzo molto interessante del nostro dialogo si è svolto su FB, riporto di seguito alcune riflessioni condivise anche con Carlo Paris:

    Carlo Paris:
    Caro Luca proprio oggi ho letto di una giovanissima ragazza, 20 anni, che ha pubblicato su Fb la sua amarezza e contrarietà nei confronti di Giochi Olimpici inquinati da business, marketing, doping ed altre furberie del genere. La “famosa” cultura della sconfitta sembra essere un qualcosa che appartiene, se c’è mai stata, ad un passato preistorico. La ragazza si chiedeva , non so quanto provocatoriamente, se non sarebbe il caso di legalizzare tutto il doping per far competere tutti “alla pari”. La mia risposta è stata no, per i motivi espressi da Paolo Cova ma anche altri. A mio giudizio occorre prendere atto di un cambiamento senza ritorno ma a questo punto l’ipocrisia non può costringerci a vivere la nuova realtà sportiva con le stesse dinamiche Epiche del passato. Di Epico francamente vedo veramente poco. Magari qualcosa sopravvive soprattutto nelle discipline paralimpiche dove gli atleti ( quelli puliti) combattono contro due avversari e spesso hanno storie alle spalle che varrebbe la pena raccontare sempre più. L’argomento mi attrae da impazzire, ne parlerei per ore e spero di poterlo fare, caro Luca, con te e le tante persone che lo vorranno. Grazie

    Paolo Cova:
    Carlo Paris mi spiace ma con il doping non potranno competere alla pari. Sicuramente c’è chi potrà comperare farmaci più costosi o avere i principi farmaceutici più moderni rispetto ad altri. cosi non ci sarà mai competizione alla pari.
    Inoltre credo che vi sia noto che lo scorso anno hanno trovato un marciatore di alto livello che aveva fatto uso di un farmaco che non aveva ancora terminato la sperimentazione e che non era ancora autorizzato all’uso. Come si possono legalizzare queste cose?

    Luca Grion:
    L’idea che la legalizzazione possa essere una risposta al problema nasce dal senso di impotenza e di frustrazione rispetto ad un fenomeno che sembra ingovernabile. Tuttavia la liberalizzazione del doping non rappresenta una risposta efficace, perché innescherebbe una corsa “agli armamenti” di cui, credo, nessuno di noi vorrà fare il computo dei danni (oltre al fatto che – come giustamente nota Paolo Cova – non potremmo mai legalizzare un autentico “liberi” tutti e quindi ci sarebbe sempre qualcuno disposto ad andare oltre il consentito).
    Le risposte vanno cercate altrove. In una autentica volontà di contrastare realmente il fenomeno. Volontà che oggi manca, in primis, alla federazioni sportive e alla politica che le corteggia.

    Carlo Paris:
    Evidentemente, viste le repliche, devo essermi spiegato male a causa della fretta. Sono ASSOLUTAMENTE CONTRARIO alla legalizzazione del doping e la stessa studentessa della quale vi ho parlato ha voluto usare un paradosso. Al tempo stesso voglio invece ribadire che definisco un’ ipocrisia credere nell’epica dello sport, in quella dei campioni e delle loro gesta come spesso siamo portati a fare, ad ascoltare o a leggere Non voglio far finta che non ci sia il doping solo perchè non è stato riscontrato , esultando per prestazioni incredibili. Ecco perchè ho fatto riferimento alle discipline paralimpiche. Quanto al gioco d’azzardo considero gravissimo che lo Stato guadagni sulle patologie umane.

    Luca Grion:
    Caro Carlo Paris, conoscendoti non avevo dubbi. Tuttavia era utile sottolineare alcuni aspetti del problema. Quanto al mondo paralimpico sono daccordo. Purtroppo, però, anche quello non è un terreno privo di erbacce… e questo, se possibile, è ancora più triste 😦

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    1. Cari tutti, è molto bello dialogare su un tema così delicato, e che personalmente mi sta molto a cuore. Chi mi conosce Sto arrivando! che dedico allo sport amatoriale-agonistico (e già questa è una definizione impegnativa…) le mie migliori energie da 35 anni (ho corso la prima maratona nel 1981). Lo sport è la cosa più bella e difficile che io abbia fatto, e mi ha dato soddisfazioni enormi, mi ha fatto conoscere molti dei miei migliori amici, mi ha dato equilibrio nella vita.
      Ho sempre rifiutato tutto tranne che gli integratori più banali (una pasticchetta di multivitaminico alla mattina, una bustina di Polase ogni tanto). Ho corso le mie migliori maratone bevendo solo acqua.
      I primi dubbi mi sono venuti alcuni anni fa: stato di disagio generale (anche al di fuori sella corsa), analisi, testosterone a livelli “che ce ne ha di più mia nonna”, come si espresse simpaticamente il mio medico sportivo.
      Rifiuto medicine, mi tiro su a furia di rossi d’uovo sbattuti (con rum e zucchero di canna, consiglio). Nel 2015 decido di preparare la 100 km. Lo stesso dottore, sapendo che rifiuto medicinali “strani”, mi consiglia un mix di vitamine/ferro/proteine. Seguo le indicazioni. Risultato: una spettacolare maratona (in preparazione), e poi vittoria come master alla 50 km di Romagna, con l’ottavo tempo assoluto italiano dell’anno…
      Dunque: che dire? Era doping anche quello? Non era niente, e mi sono solo allenato bene? È lecito “imbottirsi” di vitamine, ferro, sali minerali? In un mondo in cui ormai il cibo di cui disponiamo è molto spesso povero di sostanze nutritive, o non abbiamo tempo di prepararci come si deve il cibo giusto, è forse inevitabile integrare se si vuole spingere il corpo al massimo?
      Il mio problema continua ad essere: dove è il limite? Le risposte di Luca sono belle, nobili, e convincenti. Responsabilità, equilibrio. Posso averli io (a fatica) che a 54 anni penso a vincere la mia categoria, ma i giovani che devono giocarsi la vita, una vita di sacrifici?
      E comunque: il discrimine non può essere la “naturalezza” o meno delle “cose” che si prendono, perché ci sono sostanze naturali che migliorano la prestazione e fanno molto male alla salute; né può essere la salute stessa, perché ogni uomo reagisce diversamente alle sostanze che prende, e comunque anche un certo tipo di allenamento “non fa bene”, a prescindere da quello che si mangia o si beve.
      Da sportivo: è un bel guaio. Non trovo ancora di meglio che affidarmi agli elenchi della FIDAL sulle sostanze vietate…
      Un saluto a tutti
      Gastone

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      1. Caro Gastone, quei giovani avrebbero bisogno proprio di adulti seri, che li aiutino a vivere con equilibrio la loro passione spoertiva. Invece, troppo spesso, trovano persone che li incoraggiano a “curarsi” per essere competitivi.

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