L’USO DEL TERMINE “MISERICORDIA” NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

VALENTINA DORDOLO

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Il linguaggio corrente, determinato anche dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia quasi esclusivamente con la compassione o il perdono. Ma questa accentuazione, quantunque valida, rischia di non far cogliere pienamente la concretezza che Israele, in virtù della sua esperienza storica e di fede, comprendeva nell’uso del termine. Il significato esatto, nella sua piena accezione, della parola misericordia per Israele può essere compreso considerando non solo l’idea di compassione, ma anche e soprattutto i concetti di fedeltà e di pietà.

La compassione, indicata dal termine ebraico rahamȋm, esprime in primo luogo l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti, questo sentimento ha sede nel seno materno detto rehem, come si trova scritto in 1Re 3, 26: “La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio e disse: Signore, date a lei il bambino vivo, non uccidetelo!” L’immagine delle viscere (rahamȋm) può concernere anche l’amore di un padre (cf. Geremia 31, 20: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui una profonda tristezza”) o di un fratello (cf. Genesi 43, 30: “Giuseppe uscì in fretta, perché si era commosso sin nelle viscere alla presenza del fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse”). Per questo la tenerezza e la commozione profonde si traducono concretamente in gesti di compassione dinanzi ad una situazione tragica (cf. Salmo 106, 45: “Si ricordò della Sua Alleanza con loro, si mosse a pietà per il Suo grande amore”) o nel perdono per le offese ricevute (cf. Daniele 9, 9: “Al Signore Dio nostro appartengono la misericordia e il perdono”).

Il termine ebraico hesed, tradotto ordinariamente in greco con éleos ad indicare la misericordia, designa più esattamente la pietà, intesa come la relazione che unisce indissolubilmente due esseri ed implica la fedeltà, che si concretizza in un aiuto certo ed efficace, su imitazione della Berȋt (Alleanza) stabilita da Dio con il Suo popolo. Di conseguenza, la misericordia non può essere identificata soltanto nell’eco di un istinto di bontà, che potrebbe anche essere tratto in inganno relativamente al suo oggetto e alla sua natura, ma diventa una bontà cosciente, voluta ed è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stessi e a Dio.

In genere le traduzioni delle parole ebraiche e greche della misericordia colgono principalmente aspetti quali l’amore, la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza e la bontà sino ad arrivare al concetto della Grazia. Ma in ambito ebraico la Grazia (hen) ha un’accezione molto più ampia e decisamente più complessa da rendere ed è in questa logica che va colta anche l’affermazione della Lettera ai Romani 6, 20-21: “La Legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia, perché, come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la Grazia con la giustizia per la Vita Eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”. La Grazia è il dono di Dio che contiene in sé tutti gli altri, ossia quello del Figlio Suo, ma non è soltanto l’oggetto di questo dono. Si tratta del dono che irradia la generosità di Colui che dona e che avvolge con questa generosità la creatura che lo riceve. Dio dona per Grazia e chi riceve questo dono trova, a sua volta, Grazia e benevolenza presso l’Altissimo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma Lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?” (Lettera ai Romani 8, 32) Per una coincidenza oltremodo significativa la parola ebraica hen e quella greca charis, tradotte in latino con gratia, si prestano entrambe a designare contemporaneamente tanto la sorgente del dono in colui che dona quanto l’effetto del dono in chi lo riceve. Il termine ebraico hen sta a designare il favore, la benevolenza di un’autorità, ma anche la testimonianza concreta di questo atteggiamento, resa da colui che dona e fa grazia e, da ultimo, la potenza efficace del gesto che si esprime in tutta la sua evidenza. Il greco charis, quasi all’inverso del percorso ebraico, mette in primo luogo la bellezza radiosa della misericordia dinanzi allo sguardo della creatura, poi lo splendore più profondo della bontà e, infine, i doni a testimonianza della generosità ricevuta.

La misericordia intesa come l’insieme della compassione, della fedeltà e della pietà divine si ritrova, dunque, espressa molto chiaramente nella Bibbia con una notevole varietà di comportamenti, situazioni, esperienze ben connotati anche da un punto di vista terminologico. Dio manifesta la Sua tenerezza dinanzi alla miseria umana e l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo ad imitazione del suo Creatore. Questo è reso pienamente, ad esempio, nel Salmo 4, 2, quando il salmista grida: “Pietà di me, o Signore!” oppure lo si può ritrovare nel Salmo 107, 1, dove si esorta a lodare con gratitudine Dio: “Rendete grazie a YHWH, perché eterno è il Suo Amore (Hesed)”. Il profeta Isaia al cap. 49, 13-15 ribadisce con ancor maggior forza questo concetto, ricordando che Dio non manca mai di venire in aiuto ai figli del Suo popolo: “Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia o monti, perché il Signore consola il Suo popolo e ha pietà dei Suoi miseri. Sion ha detto: Il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, Io, invece, non ti dimenticherò mai”.

Questa convinzione incrollabile degli uomini pii trova le sue radici nell’esperienza che Israele fece dell’esodo. Sebbene il termine misericordia non si trovi direttamente nel racconto del fatto, la liberazione dall’Egitto è descritta come un atto della misericordia divina. Le prime tradizioni sulla vocazione di Mosè lo suggeriscono nettamente, come in Esodo 3, 7-8: “Ho osservato la miseria del Mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo”. Nella Sua misericordia Dio non può sopportare la miseria del Suo popolo eletto e un istinto di tenerezza Lo unisce ad Israele per sempre, come viene chiaramente indicato dalle parole in Esodo 6, 4-5: “Ho anche stabilito la Mia Alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dove soggiornarono come forestieri. Sono ancora Io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della Mia Alleanza”.

Più ancora, sul monte Sinai Mosè sente che Dio si rivela pienamente nella Sua misericordia. Infatti il popolo eletto ha appena apostato, ma Dio, secondo quanto riportato in Esodo 33, 19, ricorda di essere assolutamente libero nel Suo usar misericordia, intesa come lo splendore che rischiara ogni tenebra: “Rispose: Farò passare davanti a te tutto il Mio splendore e proclamerò il Mio nome Signore davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”. La tenerezza divina trionfa sulla mancanza di fedeltà di Israele, la radiosa bontà divina vince la tenebra della colpa, secondo quanto esplicitato ancor più chiaramente in Esodo 34, 6-7: “YHWH è un Dio di tenerezza (rahûm) e di grazia (hanun), tardo all’ira e ricco di misericordia (hesed) e fedeltà, che conserva la Sua misericordia (hesed) alla millesima generazione, sopporta mancanza, trasgressione e peccato, ma, senza lasciarli impuniti, castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”. Dio lascia che le conseguenze si facciano sentire su chi ha infranto la Berȋt con Lui sino alla quarta generazione a dimostrazione della gravità della colpa. Ma la Sua misericordia, conservata intatta fino alla millesima generazione, Lo fa pazientare all’infinito.

Un’ulteriore riprova di questo è data dal fatto che il passaggio di Israele nel deserto si identifica con il desiderio di Dio del ritorno di quanti si sono allontanati dal loro Signore all’Antica Alleanza. Il deserto è il luogo dove Dio, nel silenzio, nella solitudine e nella sofferenza, intende dialogare con il Suo popolo, interpellando ogni israelita nel cuore. Così dice, infatti, il profeta Osea 2, 16: “Perciò, ecco, la attirerò a Me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Il ritorno alla Terra Santa dopo l’esilio rappresenta simbolicamente il ritorno all’unico e vero Signore e, quindi, alla vita. Geremia, in particolare al cap. 3, 12, ricorda che Dio non conserva sdegno eterno, ma vuole che Israele riconosca la propria malizia: “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché Io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre”. Per questo Isaia al cap. 55, 7 esorta: “Il malvagio si converta a YHWH che avrà pietà di lui, al nostro Dio, perché Egli perdona con abbondanza”.

Israele conserva quindi in fondo al cuore la convinzione di una misericordia che non ha nulla di umano, secondo quanto affermato da Osea 6, 1: “Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà. Egli ha colpito, Egli fascerà le nostre piaghe”. Risuona così senza posa il grido di chi invoca Dio nel Salmo 51, 3: “Pietà di me, secondo la Tua bontà! Secondo la Tua grande tenerezza cancella il mio peccato”.

L’esilio d’Israele apre anche ad un’ulteriore comprensione relativamente alla misericordia di Dio. Per lungo tempo si ritenne che essa fosse riservata esclusivamente al popolo eletto, ma la pedagogia divina riuscì a superare la grettezza umana anche su questo versante, come testimonia lo stesso profeta Osea 11, 9: “Non darò sfogo all’ardore della Mia ira, non tonerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella Mia ira”. Nel Salmo 103, 8-10 questa consapevolezza viene declamata in tutta la sua potenza: “YHWH è tenerezza e grazia, tardo all’ira e ricco di misericordia; non per sempre contende, né in eterno serba sdegno; non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”. E ancora, ai versetti 13-14: “Com’è la tenerezza di un padre per il suo figlio, così YHWH è tenero per chi lo teme. Egli conosce il nostro impasto, ricorda che siamo polvere” .

Dio è misericordia, perché la misericordia abita in Lui in modo inscindibile, secondo il Salmo 130, 7: “In Lui è la misericordia”. Ciò trova ulteriore conferma in modo inequivocabile nel Nuovo Testamento, quando, ad esempio, San Paolo ricorda nella Lettera ai Colossesi 1, 17-20 che Dio si è compiaciuto di far abitare in Cristo risorto tutta la pienezza:

“Egli è prima di tutte le cose

 e tutte sussistono in Lui.

Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;

il principio, il primogenito di coloro

che resuscitano dai morti,

per ottenere il primato su tutte le cose.

Perché piacque a Dio

di far abitare in Lui ogni pienezza

e per mezzo di Lui riconciliare a Sé tutte le cose,

rappacificando con il sangue della Sua Croce,

cioè per mezzo di Lui,

le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”.

Dio pone termine all’attesa di quanti desideravano servirLo nella pietà e nella giustizia (intese come hesed) con la Sua fedeltà (hemet) che non conosce fine, inviando Cristo, il pio per eccellenza (Hasȋd), come già indicato nella letteratura sapienziale, in particolare nel Salmo 16, 7-11:

“Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;

anche di notte il mio cuore mi istruisce.

Io pongo sempre innanzi a me il Signore,

sta alla mia destra, non posso vacillare.

Di questo gioisce il mio cuore,

esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il Tuo santo veda la corruzione.

Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena nella Tua presenza,

dolcezza senza fine alla Tua destra”.

Così intesa, la misericordia designa la vita cristiana nella sua totalità: rispondere all’Amore di Colui che è Hasȋd nella concretezza dei gesti e delle parole rivolte agli uomini, secondo gli insegnamenti e l’esempio di Cristo stesso, irradiando nel mondo la misericordia ricevuta, come ricorda Giovanni 1, 16-20:

“Dalla Sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto

e grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la Grazia e la Verità  vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno L’ha mai visto:

proprio il Figlio unigenito,

che è nel seno del padre,

Lui Lo ha rivelato”.

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