IL RUOLO DELLA PESTE NEL ROMANZO DE “I PROMESSI SPOSI”

MARCO CANDIDA

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Usualmente, siamo portati a pensare che nel grande classico del Manzoni I Promessi Sposi di qua stiano i buoni e di là i malvagi; ma forse, il mondo del Manzoni è meno manicheo e ha molte più venature di quel che sembra: ed è proprio la peste a indicarlo.

La storia dei Promessi Sposi tutti la conosciamo. In pieno ‘600, Don Rodrigo, il quasi onnipotente signore di un paese, s’incapriccia di una giovin donzella di nome Lucia al punto che questa non può convolare a giuste nozze col suo promesso sposo Renzo. Renzo e Lucia sono costretti così ad abbandonare il borgo natio e a separarsi. Tuttavia, incontentabile, don Rodrigo perseguita la povera fanciulla complice un po’ una scommessa fatta con il cugino Attilio e un po’ l’onore di famiglia. Alla fine, il sopraggiungere della peste mette a posto le cose: i nemici di Renzo e Lucia vengono colpiti dal morbo, i due possono finalmente tornare al loro paesello e unirsi, infine, in matrimonio.  

Ma, come mai Manzoni fa ricorso alla peste? In fondo, il romanzo potrebbe concludersi in modo più scoppiettante: Renzo incontra don Rodrigo per le vie di Milano, si batte con lui e, anche se difronte a un abilissimo cavaliere, sorretto dall’amore per Lucia, il ventenne riesce a trafiggere il dittatorucolo e a ristabilir così giustizia. Solo che, forse, questa soluzione non consentirebbe al Manzoni di fare ciò che egli intende realmente fare.

La peste serve a Manzoni per giudicare giusto e corruzione.

E se le cose stanno così, è interessante notare che nel lazzaretto è ricoverata anche Lucia; che di peste morirà Fra Cristoforo; e che dal morbo viene colpito anche Renzo. Ora, chiediamoci, come mai, mentre è più facile trovare ragioni per la peste dell’uomo dalla cultura up-to-date Don Ferrante (colpevole, tra altre colpe, di essere uno “schiva fatiche”, un “letterato”, un mero ratificatore e burocrate della cultura, in questo forse rappresentando, in campo aristocratico, ciò che, in campo ecclesiastico, rappresenta don Abbondio) o, ovviamente, per Donna Prassede, che  col suo volontarismo, con la sua voglia di far del bene senza sapere in cosa consista, poco o nulla capisce della povera Lucia, come mai Lucia appunto, e Fra Cristoforo, che (a differenza di Don Abbondio) si fa in quattro per aiutare i giovani futuri sposi, e Renzo si ammalano?

Ma perché nel romanzo non viene mai mostrato come Rodrigo importuni Lucia?

Proprio così.

Intanto, il fatidico incontro tra don Rodrigo e Lucia, dove Rodrigo l’avrebbe oltraggiata, Manzoni, nel Capitolo III, lo fa raccontare solo da Lucia. Insomma, il lettore sente una sola campana, anche se, va riconosciuto, è a conoscenza delle altre soperchierie messe in atto da don Rodrigo. Ma può darsi che nel suo racconto Lucia ometta qualche particolare: come per esempio di aver assunto atteggiamenti vagamente seduttivi nei confronti del signorotto… In più, è possibile ipotizzare, maliziosamente, che, sotto sotto, queste attenzioni lusinghino la giovinetta… Ama il montanaro, ma è desiderata dal Principe… Vediamo più in dettaglio. Capitolo III. “Santissima Vergine! – esclamò Lucia: – chi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno! – E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d’un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com’ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell’altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s’eran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l’altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. – Per grazia del cielo, – continuò Lucia, – quel giorno era l’ultimo della filanda. Io raccontai subito…” Lucia racconta l’accaduto, in confessione, a Fra Cristoforo. Agnese le dice, comprensiva, di aver fatto bene; ma poi la rimprovera un po’ chiedendole: “Ma perché non raccontar tutto anche a tua madre?” E Manzoni riassume, di nuovo, le parole di Lucia: “Lucia aveva avute due buone ragioni: l’una, di non contristare né spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; l’altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebbe troncata, sul principiare, quell’abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima”

Ora, ci sono due passaggi interessanti. Quando Manzoni riassume la prima volta le parole di Lucia, non si dimentica di aggiungere questo inciso: “com’ella diceva”. Rodrigo e Attilio l’avvicinano, sì, ma che le “chiacchiere” di Rodrigo siano “non punto belle”, questo è Lucia a dirlo – con tanti saluti, tra l’altro, all’onniscienza dell’autore e alla misericordia che ha per i suoi personaggi. In aggiunta, c’è, nella seconda spiegazione, un’altra espressione: “sul principiare”. “L’abominata persecuzione” è sì “abominata” e “persecuzione”, ma è “sul principiare”.

Poi, nel Capitolo VI, don Rodrigo si comporta come se quasi non sapesse nulla di Lucia, il che fa montare su tutte le furie Fra Cristoforo, il quale non mette in discussione nemmeno per un istante la versione della ragazza. È vero che i bravi si presentano da Don Abbondio intimandogli: “Questo matrimonio non s’ha da fare” e aggiungono in modo sinistro: “Don Rodrigo la saluta caramente”, ma non è detto che gli sgherri siano lì per volere esplicito del loro signorotto – o, quantomeno, anche qui, siamo costretti dar la cosa per scontata, senza traccia nella narrazione. Don Rodrigo, inoltre, Manzoni, in tutto il corso del romanzo, non lo mostra mai in atteggiamenti provocatori verso altre fanciulle. E poi, ancora, quando Lucia arriva al cospetto di Gertrude, quest’ultima è molto severa nei suoi riguardi. La interroga, e vuole sapere da lei e solo da lei che cosa la porta a chiedere protezione in un convento di monache. Capitoli IX. “Accostatevi, quella giovine, – disse la signora a Lucia, facendole cenno col dito. – So che il padre guardiano è la bocca della verità; ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest’affare. Tocca a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso -. In quanto all’accostarsi, Lucia ubbidì subito; ma rispondere era un’altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand’anche le fosse stata fatta da una persona sua pari, l’avrebbe imbrogliata non poco: proferita da quella signora, e con una cert’aria di dubbio maligno, le levò ogni coraggio a rispondere. – Signora… madre… reverenda… – balbettò, e non dava segno d’aver altro a dire. […]- Reverenda signora, – disse Lucia, – quanto le ha detto mia madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva, – e qui diventò rossa rossa, – lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne”. Gertrude getta subito l’ombra del sospetto su Lucia, lei che conosce le forme del peccato in ogni sfumatura. Nessuno meglio di lei, la Monaca di Monza!, saprebbe scoprirla.

A ogni buon conto, non ci son prove, in tutto quanto il romanzo, su quale tipo di relazione sia intercorso tra Rodrigo e Lucia: solo illazioni, voci, reticenze. In più, c’è il cognome di Lucia: Mondella. Mondella potrebbe far riferimento alla parola mondo, che significa puro. Ma c’è il vezzeggiativo. Lucia Mondella… Lucia PurellaLucia La Santerella. Lucia fa tanto la santerellina, ma, in fin dei conti, ha scatenato un bel pandemonio! Se guardiamo puramente agli eventi, infatti, la vicenda può essere riassunta in modo assai discordante da come la conosciamo…  Sono le vicissitudini di una ragazzella che rifiuta un uomo molto potente per amore di un altro ragazzotto, molto più povero e umile; ma, complice il cugino Attilio, don Rodrigo s’intestardisce. Nel frattempo, qualche sgherro del signorotto crede di fare cosa gradita al padrone recandosi da don Abbondio per impedire le nozze tra Lucia e il suo promesso sposo. È possibile! Ma poi arriva Fra Cristoforo, il quale nel Capitolo VI non si limita a riferirsi genericamente a una fanciulla infastidita dagli atteggiamenti di don Rodrigo, ma fa proprio il suo nome, determinando il raccapriccio del nobile – “Come! In questa casa…!”. Una volta provocato, la questione diventa un affare di famiglia: il frate, i popolani… lo hanno messo in mezzo a una questione vergognosa, di cui, sì, è responsabile, ma per faciloneria, per stupidità e per puntiglio. Diventa una questione d’onore, là dove prima (fino alla significativa data di San Martino, giorno in cui scade la “scommessa” tra Attilio e Rodrigo) era solo la voglia di un sovrano, un po’ cabròn, di divertirsi. Al centro di tutto: lei, Lucia Mondella, Lucia La Santerella! E Manzoni allora la punisce, con un po’ di peste.

E anche il suo compagno Renzo non è da meno, e Manzoni lo sa. Intanto, lo chiama Tramaglino: perché anche a Renzo, in fondo, complice, forse, il suo mestiere di filatore di seta, piacciono gli intrecci, le tramette, i disordini. Non accetta la situazione nemmeno per un momento. Dopo tutto, l’infatuazione di don Rodrigo per Lucia, con un po’ di pazienza, sarebbe potuta passare (Il consiglio dato a Lucia di chiudersi in casa e per un po’ non farsi vedere da don Rodrigo, non viene da don Abbondio, ma nel confessionale dal bellicoso Fra Cristoforo: ed è un consiglio saggio)… Invece, no. Il ventenne Renzo s’infiamma subito. E difatti Manzoni è bravissimo a introdurre le giuste sfumature nel suo carattere. È un tipo iroso, esuberante, vivace… “un angello se nessun lo tocca… ma se uno vuol contraddirgli…”. Nel Capitolo VII vuole andare ad ammazzare don Rodrigo e Lucia, la santarellina, si mette a piangere dicendo di non riconoscerlo più tanto s’è incarognito per l’oltraggio subito dal signorotto. Nel Capitolo II Manzoni spende una sola riga sul fatto che Renzo dubiti di Lucia: “Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo”. Renzo non ha dubbi, e va. Sembra che la faccenda narrata nel romanzo si possa quasi riassumere così: i provocati provocano il provocatore. Don Rodrigo ha fatto il furbetto, e Renzo e Fra Cristoforo non fanno da meno. E non possiamo dimenticare che dal Capitolo XI al Capitolo XV il buon Renzo prende parte alle sommosse di Milano, evitando d’un soffio di essere arrestato come criminale. Un bel tipino anche lui, uno a cui, se non altro, piace scherzare col fuoco, e Manzoni (a onta del suo sguardo benevolo nei suoi confronti; ma, ricordiamoci, le parole del grande scrittore sono imbevute di ironia, e significati sicuri non ci sono quasi mai) lo punisce con un po’ di peste, anche se guarisce in fretta.

La peste non serve, insomma, solo a punire, provvidenzialmente, tutti i colpevoli, ma rappresenta la quantità di colpe di ognuno all’interno della vicenda. La colpa dei personaggi è aver dato luogo alla vicenda stessa: ed ecco perché Don Abbondio non viene punito, mentre Padre Cristoforo rimane appestato e ci lascia le penne: l’uno ha cercato in tutti i modi di far morire sul nascere il romanzo, l’altro, invece, lo ha ben ben alimentato!

3 thoughts on “IL RUOLO DELLA PESTE NEL ROMANZO DE “I PROMESSI SPOSI””

  1. La peste come mero meccanismo narrativo, come indicatore di sapidità dei meccanismi stessi e di chi li muove? Tesi affascinante, ma ci voglio pensar con calma. Certo la lezione classica della peste/provvidenza come allegoria del disegno imperscrutabile di Dio emana sempre il suo fascino, anche se…

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    1. Giacomo,
      mi è stato fatto notare che nell’ultimo capitolo de “I promessi sposi” c’è questo famoso passaggio:

      “Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
      Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
      Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.”

      Ora qui c’è scritto che i guai vengono per colpa o senza colpa e che la condotta più cauta e più innocente non basta tenerli lontani, ma chissà se il Manzoni si vuol riferire, implicitamente, anche alla “provvida sventura” della peste. In più c’è quella concessiva “Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di mtterla qui, come il sugo di tutta la storia”. Manzoni scrive: “benché trovata da povera gente”; il che rimarca la distanza dell’autore dai suoi personaggi, una misericordia che viene accordata, con un po’ di indulgenza.

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