DRAGHI NELLA MENTE

Mushkhusshu,_il_drago-serpente_raffigurato_sulla_porta_di_Ishtar_-_Pergamon_Museum,_BerlinPIERPAOLO MARRONE

Sulle mappe geografiche dove c’erano le terre incognite non ancora esplorate o al di là di qualsiasi esplorazione si indicava con una scritta generica e minacciosa che vi erano o mostri (magari ibridi animale-uomo) o belve feroci, che avrebbero messo in pericolo l’integrità dei viaggiatori. Questo non ha fermato gli esploratori, spesso avventurieri e persone ai margini della società, della quale mal tolleravano i confini.

Il filosofo della scienza Karl Popper ha sostenuto la tesi che la scoperta scientifica è resa possibile da ipotesi sempre in concorrenza tra di loro, che sono scientifiche perché possono essere eventualmente confutate in maniera chiara. Da questa epistemologia traeva la sua idea che la ricerca scientifica non ha mai fine, perché ogni asserto scientifico contiene in sé le condizioni della propria confutabilità. Però esistono dei settori dove la ricerca scientifica sembra essersi effettivamente esaurita. Uno di questi è la geografia, intesa come la scoperta di terre incognite. Una volta che una scoperta è stata fatta in questo campo è ben difficile dire quali sono le condizioni che la confutano. Non puoi scoprire le foci del Nilo due volte, insomma.

Questo sembra valere anche per l’anatomia umana macroscopica, un settore del sapere sostanzialmente esaurito nelle sue grandi linee. Credo che una delle ultime scoperte che vi sono state è quella che ha accertato che le dimensioni del clitoride femminile sono maggiori di quanto si pensava. Ma anche qui, se sei uno studioso di anatomia e non un adolescente in piena tempesta ormonale, come fai a scoprilo due volte?

Però è vero che la maggior parte delle conoscenze che si aggiungono al nostro patrimonio conoscitivo non è di questo genere, anche perché il sapere è generalmente poco rassicurante dal momento che non ha una dimensione dimostrativa. Popper stesso sosteneva che nulla si dimostra se non in logica o matematica e confondere questi due domini con quello molto più vasto della razionalità è l’occasione per i più grandi errori.

Non era quindi del tutto errato, almeno dal punto di vista di un eccessivo principio di prudenza e di una strategia assicurativa di minimizzazione dei rischi porre sulle carte geografiche quella scritta cautelativa ai confini del mondo conosciuto. Il confine nel senso di geograficamente sconosciuto non esiste più, almeno per le terre emerse, ma certo fa parte della nostra esperienza ogni giorno.

Ma non è di questo confine che intendo occuparmi, anche se coloro che premono ai nostri confini spesso sono concettualizzati come dracones e leones dalle propagande che si rivolgono alla parte più primitiva del nostro cervello, quella parte che ognuno di noi ha attiva, per ragioni evolutive, e che ci fa preferire il familiare allo sconosciuto. Questa parte della nostra costituzione biologica ci impedisce di affrontare in maniera razionale problemi che ci sono sempre stati, se non con uno sforzo della ragione, della quale, sebbene episodicamente, siamo tutti più o meno dotati.

Il confine che mi interessa particolarmente è quello che separa la ragione dalla follia, la normalità comportamentale dalla anormalità. I confini sono naturalmente dubbi, ma che la follia esista credo che pochi abbiano intenzione di negarlo. Io, come anche altri (che però trovano sconveniente dirlo), ho grandi difficoltà a stare fisicamente vicino a persone che hanno evidenti problemi di natura mentale. Non ne temo l’aggressività (di solito non sono affatto aggressivi), ma vedo le loro patologie e le loro sofferenze come una possibilità che mi riguarda per il fatto stesso di essere umano, ossia come una possibilità della mia stessa ragione. È il medesimo motivo che mi rende difficile stare accanto a persone obese. Entrambi i casi li vedo come la possibilità di precipitare nell’informe, che probabilmente un informe non è, ma è un territorio semplicemente per me troppo sconosciuto. Vedo gli ancoraggi che obesi e folli hanno nella realtà come poco solidi. Mi sembrano persone che vorrebbero fuggire costantemente da un’altra parte o in un altro corpo.

Che ci sia un’epidemia di obesità nel ricco mondo occidentale è cosa nota da tempo. Certamente i disturbi alimentari hanno a che fare con forme serie di disagio mentale. Ma l’obesità in questa forma così diffusa non è mai esistita. E allora vale la pena di interrogarsi su quali potrebbero essere le variabili sociali che innescano comportamenti patologici. Se queste variabili esistono, non è un’ipotesi azzardata pensare che alcuni disturbi si manifestino in determinati epoche e magari scompaiano in altre. A partire da questa ipotesi, il filosofo della scienza Ian Hacking ha ricostruito lo strano caso di un’epidemia che rientra in quell’insieme di sindromi psichiatriche difficili da definire e da decifrare, se non con una paziente contestualizzazione delle coordinate sociali e culturali dove queste patologie si manifestano.

Questa epidemia venne identificata da una tesi di dottorato in medicina di Philippe Tissié pubblicata nel 1887, il cui titolo è per lo meno curioso: Les aliénés voyageurs. La malattia individuata è quella che verrà chiamata sindrome dei viaggiatori folli. Identificata la prima volta in un addetto alla manutenzione del gas non ancora trentenne, Albert Dadas, si diffuse da Bourdeaux in tutta la Francia, in Italia, e da quanto ne sappiamo anche in Germania e in Russia. Questa sindrome era caratterizzata dall’incapacità dei soggetti di fermarsi in un unico luogo, mentre erano preda di una compulsione che li costringeva costantemente a mettersi in viaggio. Ricoverato in ospedale a Bordeaux “Piangeva perché non poteva fare a meno di partire quando il bisogno lo attanagliava; allora posseduto e sottomesso da un desiderio imperioso, abbandonava la famiglia, il lavoro, la vita di tutti i giorni per camminare il più veloce possibile, sempre dritto, a volte percorrendo a piedi 70 chilometri al giorno, finché alla fine non lo arrestavano per vagabondaggio e lo mettevano in prigione”.

Eravamo ben lontani dalla moda odierna del Cammino di Santiago, che ha contagiato persone insospettabili, ma che ha reso l’attività di camminare per lunghi tratti durante le proprie vacanze un’attività accettata. Non molti anni fa, tuttavia, Noam Chomsky raccontò che era stato fermato dalla polizia perché camminava in strada, atteggiamento che era ritenuto sospetto. Forse i poliziotti se avessero saputo che avevano di fronte lo studioso che aveva scritto Linguistica cartesiana si sarebbero comportati in altro modo, chi lo sa.

L’epidemia dei viaggiatori folli fu piuttosto piccola, ma è oramai ben documentata e aveva le sue etichette linguistiche, che volevano anche essere diagnostiche. Ad esempio, in Germania era conosciuta come Wandertrieb, istinto errante, oppure in Francia e in Belgio come automatisme deambulatoire, mentre naturalmente venne nobilitata da grecismi, come dromomania e poriomania, ossessione per la corsa o mania per il viaggio. Queste fughe compulsive spesso avvenivano in stati di consapevolezza diminuita.

Ma esiste realmente una sindrome specifica come la dromomania alla quale dare un nome che la incasella, la qualifica, la distingue, la rende riconoscibile? In fin dei conti, quella che era una piccola e interessante epidemia europea non ha avuto ulteriori manifestazioni. Forse sono le condizioni socio-culturali della diagnostica medica, del controllo sociale, delle strutture familiari ed educative e chissà quanti altri fattori a forzare quell’identificazione univoca. Ad esempio, esiste realmente la SPM, la sindrome pre-mestruale oppure una categoria professionale, gli psichiatri, a larga prevalenza maschile non ha fatto altro che categorizzare in questa maniera persone semplicemente irritabili? E il deficit di attenzione causato da bambini iperattivi ai quali viene prescritto uno steroide, il Ritalin, è realmente un disturbo psichiatrico oppure è il sistema attraverso il quale insegnanti, genitori, educatori, psicologi e psichiatri tengono a bada bambini che sono difficili da controllare? Non è però forse vero che un bambino è spesso molto attivo, e anzi se non fosse attivo noi cominceremmo a preoccuparci? E che cosa dire di disturbi alimentari come la bulimia e l’anoressia? Sono realmente delle patologie mentali o non piuttosto dei comportamenti indotti da una patologica adesione a schemi di bellezza femminile difficilmente raggiungibili? E cosa dire dell’epidemia del disturbo da personalità multipla che si diffuse a partire dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso?

Come spesso accade nella classificazione di queste patologie non è affatto chiaro chi sia stato identificato come “paziente zero”. Forse si trattava di Kenneth Bianchi, una persona sospettata di essere un serial killer, che veniva chiamato dai media e dagli investigatori lo strangolatore di Hillside, l’area della California dove erano stati rinvenuti i cadaveri. Bianchi venne sottoposto ad ipnosi da uno specialista dell’università del Montana, John Watkins. Durante il trattamento sembrò emergere un’altra personalità, che si qualificò come Steve, la quale odiava Kenneth, perché questi si ostinava a fare il bravo ragazzo. Durante una seduta, sotto ipnosi, Steve confessò di essere l’autore dei delitti, che aveva commesso, così disse, “per sistemare Ken”. Dopo che riemerse dall’ipnosi, Watkins suggerì a Kenneth che certamente doveva aver conosciuto Steve durante la sua infanzia, ma Kenneth rigettò questa ipotesi. Alla fine Kenneth venne dichiarato non colpevole per infermità mentale, mentre lui stesso addossò tutte le colpe a quel cattivo ragazzo che non era lui, ma con il quale in certi momenti condivideva lo stesso corpo.

Si apriva a quel punto un campo di battaglia legale che avrebbe assorbito i tribunali americani per quasi vent’anni e avrebbe appassionato il pubblico delle radio, delle televisioni, dei giornali, ma anche le comunità di psicologi, psichiatri, filosofi. Questi ultimi erano forse particolarmente propensi ad interessarsi del problema, perché il disturbo da personalità multipla mette in questione una delle convinzioni più tenaci del senso comune (e uno degli atti fondativi dell’atteggiamento filosofico è proprio la messa in discussione del senso comune), ossia la permanenza di una cosa chiamata “io” e “personalità”. È chiaro a tutti che la nostra personalità cambia nel corso del tempo, ma questo non impedisce di considerare le esperienze passate come delle esperienze nostre, ossia fatte proprio da noi e non da qualcun altro, anche se si tratta di esperienze realmente lontane.

Un dirigente di polizia mi raccontò che anni addietro era riuscito a individuare un killer mafioso rifugiato in un paese del Sud America e a farlo estradare. Questa persona però nel frattempo non era più quel killer inseguito dalle polizie di mezzo mondo, ma era divenuto un pilastro della comunità dove oramai si era fatto un’altra vita, stimato e apprezzato da tutti. Così era percepito dai suoi concittadini, da lui stesso, dai poliziotti stessi che avevano scoperto dove si era rifugiato e la nuova vita che stava conducendo, una vita di riscatto sotto ogni apparenza. Eppure non poteva certo sottrarsi alla pena per efferati crimini passati anche se non era più quella persona.

Poco dopo il caso di Kenneth Bianchi ottenne risonanza il caso di una cameriera d’albergo accusata di aver ucciso un’anziana. La donna dichiarò che la colpevole era una personalità che era insediata nella sua mente nella forma di una bambina di nove anni. Venne assolta e trascorse sei anni in un ospedale psichiatrico. Una volta di nuovo in libertà si rese colpevole di due rapine a banche. Sostenne anche questa volta che la colpevole non era lei, ma venne condannata a tre anni di carcere.

Il caso che, tuttavia, si impose con una enorme risonanza mediatica fu quello descritto nel romanzo Sybil, che descriveva il disturbo da personalità multipla di una donna, Shirley Mason. Il libro venne pubblicato nel 1973 e vendette più di sei milioni di copie. Tre anni dopo ne venne tratto un film, che fu visto da un quinto della popolazione americana. Il disturbo da personalità multipla si era oramai imposto come un vero e proprio fenomeno pop. Sybil e la sua terapeuta, Cornelia Wilbur, grazie anche alle interpretazioni di Sally Field e Joanne Woodward divennero personaggi familiari per decine di milioni di americani. Il film venne premiato con quattro Emmy Award. Sally Field ne ottenne uno per la sua impressionante interpretazione delle numerose personalità ospitate da Sally: una bambina di nome Peggy Lou e poi Veronica, Ruthie; almeno due personalità maschili, due falegnami; una personalità ossessionata dalla religione, Mary e poi una pittrice, una scrittrice e altre ancora. Queste personalità presunte emergevano quando a Sybil venivano iniettati dei barbiturici mentre era sotto ipnosi.

Il successo mediatico del libro e del film scatenò un’epidemia di diagnosi di disturbo da personalità multipla. Prima del 1973 se ne contavano pochi, ma successivamente, nel corso di un decennio, ne vennero documentati diverse decine di migliaia. I talk show si scatenarono alla ricerca di persone che potevano vantare qualche personalità multipla. Un’attrice, Roseanne Barr, sostenne di possederne almeno trenta. Avere più personalità divenne qualcosa di glamour. Ma queste personalità non erano necessariamente degli avatar umani. Articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche documentavano casi di alter (così si cominciò a chiamarli, forse perché si rischiava di perderne il conto) in forma di animali e di demoni. Non c’era da stupirsene viste le dimensioni di questa epidemia.

Cominciarono anche a essere resi pubblici i primi dubbi. Venne alla luce che Kenneth Bianchi aveva incontrato Sybil in carcere prima di affrontare una perizia psichiatrica decisiva. Una ricerca successiva documentò che quasi il 20% di psichiatri e psicologi che avevano in cura pazienti con una diagnosi di disturbo da personalità multipla, a loro volta avevano sofferto o di questa patologia o di una patologia dissociativa. Lo psicologo Nicholas Peter Spanos gettò tutto il peso del suo prestigioso scetticismo su questa epidemia diagnostica, paragonando i terapeuti a quelle personalità che nelle culture tradizionali, dopo aver vissuto episodi di possessione, arruolano adepti per quello che nelle nostre società secolarizzate non è più un fenomeno religioso esteso, ma una sorta di culto privato.

Spanos si era già formato una convinzione scettica sulla reale natura dell’ipnosi, che lui mostrò essere non una distinta forma di coscienza, ma una forma cooperativa tra paziente e terapeuta, una tecnica al quale il paziente aderiva coscientemente e non uno stato mentale alterato che poneva in contatto con altre personalità. Quanto valeva per l’ipnosi non poteva valere quindi anche per il disturbo da personalità multipla? Per quale motivo non era stato riscontrato antecedentemente? Come si spiega l’esplosione di un’epidemia con decine migliaia di casi?

Qui non si tratta di un virus che fa il cosiddetto spillover, ovvero il salto da un animale all’uomo. Ma forse uno spillover invece c’è stato, a meno di ammettere che tutti i casi diagnosticati siano falsi, sebbene possano forse riferirsi a una patologia descritta male o a patologie tra di loro distinte. E lo spillover è quello tra menti diverse, tra i pensieri ossessivi di persone che si accostano, forse, come suggerisce Spanos, tra le menti di terapeuti a loro volta ossessionati e pazienti che desiderano dare un nome alla propria condizione di dolore. Perché anche se queste patologie fossero inventate dalla scienza psichiatrica e non esistessero nella realtà, ovvero se la loro identificazione, come nel caso dei bambini considerati iperattivi, fosse dovuta a esigenze di controllo sociale estranee a patologie, rimane il fatto che quando noi andiamo da uno specialista della salute perché ci troviamo in una qualche condizione di disagio e sofferenza, quello che vogliamo sapere è che cosa ci sta succedendo. E quale risposta migliore che dare un nome a una cosa? Un nome che è un’etichetta, una categoria, una sorta di cassetto dove ci sono altri casi come i nostri. Qualcosa che rassicura tanto noi quanto i terapeuti, che fa apparire la terra incognita della nostra mente meno sconosciuta e promette di addomesticare i draghi che in ognuno di noi vi abitano.

Immagine: “Mushkhusshu, il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar – Pergamon Museum, Berlin.jpg” by Raffaele pagani is licensed with CC BY-SA 4.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0

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