CUPIO DISSOLVI

pgdaniel

PEE GEE DANIEL

Furio Pellegatta era il più grande scrittore vivente.

O, per meglio dire, non esattamente Furio Pellegatta. Non Pellegatta in persona. Pelegatta spersonalizzato semmai era il più grande scrittore vivente.

Mi spiego ancora meglio: Pellegatta di per sé era un signore qualsiasi. Il Signor Grigiastro, qualunque dei qualunqui, come talora, per amore di una celiante disistima personale, amava autodefinirsi. Non che fosse precipuamente un mediocre, anzi. Rispetto alla stragrande maggioranza di chi conosceva, di quelli in mezzo a cui era cresciuto e con cui si spartì l’aria ambiente per gran parte della sua vita, svettava quanto a esperienze personali, intrepidezza, botte di vita, collezione di avventure o, se non altro, di peripezie al di fuori della norma. Tutti quanti, tra i suddetti conoscenti, glielo riconoscevano senza invidie. Ma non era questo a fare di lui un caso eccezionale. Nonostante tutto, infatti, rimaneva relegato alla statistica: tutto quello che aveva fatto e provato lo avevano già fatto e provato molti altri, lo avrebbero fatto e provato molti di più, in futuro. Che appartenesse a una minoranza rispetto alla media, che lui, alla stregua di una tale orda di sconosciuti, avesse avuto iniziative e fortune che i più neanche erano stati interessati a sognarsi, non lo rendeva comunque speciale, rara avis, più unico che raro: per buttarla sull’insiemistica, sempre in un gruppo piuttosto nutrito rientrava…

No, la cosa che lo rendeva una specie a sé, come gli angeli secondo l’Aquinate, era la sua scrittura, che tuttavia, come si diceva, non si poteva attribuire propriamente a lui, o alla sua attestazione anagrafica. Sì, perché il Pellegatta, sin dagli esordi, a partire da quando cioè aveva principiato a scribacchiare un checché e mostrarlo al mondo, ossia, letteralmente, pubblicarlo, su ciclostili, giornalini scolastici, pubblicazioncine adolescenziali, libricini stampati a coronamento di un concorso letterario ginnasiale, poi cittadino, poi provinciale e così via, aveva preferito trincerare la propria identità dietro un alter ego letterario. Il nome che si era scelto per firmare i propri scritti fu Jimbo Meyer. Da allora e per tutti i decenni a venire, attraverso un’infilata di riconoscimenti ed edizioni via via sempre pi prestigiose delle sue opere, non lo avrebbe mai cambiato.

Non che facesse mistero dei propri estremi: in altre parole non usava quell’alias come un pentito di mafia o un latitante, allo scopo di annullare i propri dati effettivi e farsi credere qualcun altro, nato dal niente, come Minerva dall’emicrania di Giove Padre. Specie nei primi periodi poi non era infrequente, era quasi automatico anzi, che il recensore o il segnalatore di turno, annunciando la sua più recente fatica letteraria, al genitivo dell’autore, “di Jimbo Meyer”, tenesse ad aggiungere “nome d’arte” o “pseudonimo” di Furio Pellegatta. “Nom de plume” se francofono, “nickname” nel caso di un aspirante anglista.

Questo fatto non disturbava più di tanto il Pellegatta, anche se non era mai riuscito a venire veramente a capo dei motivi che spingevano questi simpatici pennivendoli a strombazzare ogni volta il suo vero nome, quasi che la scelta di una diversa firma, eteronima, non fosse che un vezzo un po’ cretino, da sventare ogni qual volta se ne avesse l’occasione: come quando si fa “tana!” nel gioco del nascondino…

Allora, ci si domandava il perché di una tale scelta: in poche parole, come mai Jimbo Meyer?

Se il quesito avesse sottinteso la forma leggermente più estesa “come mai proprio Jimbo Meyer?” (sta a dire: perché quel nomignolo e non un altro?), la risposta si sarebbe offerta rapida e indolore: fondamentalmente perché gliene piaceva il suono: nomi occhieggiati o origliati qua e là, di sfuggita, in qualche film americano o su qualche insegna di un negozio di vernici, combinati quindi insieme, et voilà! Le jeu était  fait!

Se invece si voleva sapere la ragione per cui Pellegatta aveva deciso, sin dall’inizio, di farsi chiamare, nella sua veste scrittoria, con un nome e un cognome fittizi, qualunque essi fossero, qui la spiegazione prendeva un po’ più di tempo e investiva tutte le sfere cui ineriva il rapporto del Pellegatta con quella che nel giro di non molti anni dagli albori sarebbe divenuta la sua professione esclusiva, interessando per certi versi l’etica, la morale e addirittura l’etologia della persona,  oltre a implicazioni squisitamente ontologiche,  giuridiche, antropologiche e psicanalitiche.

Per tagliar corto, quello che si preparava a essere il più grande scrittore vivente (ma che, in qualche maniera lo era già allora, in pectore o in nuce che dir si voglia, ossia in potenza, come il seme preso in sé è già la quercia centenaria che da lui germinerà, prorompendo infine, pian pianino, fase dopo fase, per ombreggiare le generazioni prossime venture) aveva voluto munirsi di un identità alternativa, spesa giusto per l’ambito letterario, mai altrimenti, mai altrove, per far comprendere sin da subito, prima di tutti a se stesso, la cesura che inevitabilmente avviene tra la persona e lo scrittore, tra l’uomo comune, tizio tra i tizi, umano tra gli umani, e quel grumo creativo che portava seppellito nel centro del centro della parte migliore di lui o, viceversa, la differenza che separava l’impalpabile natura autoriale che presiedeva alla creazione dei suoi libri da quell’involucro di ciccia, ossa, muscolatura, secrezioni, apparati percettivi, elaborazioni neuronali e connessioni sinaptiche che la prima si vedeva costretta a menarsi dietro, ovunque, per trarne spunti narrativi, oltre che per elicitare per mezzo di esso il testo finale, anche materialmente, attraverso l’impugnatura di una penna a sfera e il consequenziale scorrimento della sua punta sopra un foglio a quadretti, per i primi anni, quindi la trascrizione su una vecchia Olivetti dai tasti ingranchiti, per finire con l’attuale battitura sulla tastiera di un portatile.

Una cosa era il povero cristo che, al pari dei propri simili, si barcamenava ogni giorno che Dio mandasse in terra, dal risveglio al momento di tornare a coricarsi, dal canto dell’allodola a quello dell’usignolo, affogando in mezzo a sinecure prive di rilievo quali pagamenti delle bollette, spesa settimanale al minimarket sotto casa, conquiste amatorie da consumarsi in piedi e alla svelta, gara di bevute con gli amici del bar, scelta del miglior candidato alle elezioni di fine giugno e via discorrendo. Altra cosa, tutt’affatto differente, era il suo talento: era quello, in fin dei conti, ad aver voluto battezzare Jimbo Meyer. Quella corrusca pietra preziosa incastonata da qualche parte, al centro del petto, nascosta alla vista da due dita di grasso e tegumento, che si annunciava all’esterno grazie all’irradiazione delle sue formidabili gibigiane che, nel caso specifico, si traslitteravano in parole stampate, una in fila all’altra, come imenotteri in cammino.

Pensava – e lo aveva anche ripetutamente espresso nero su bianco, nel corso degli anni e degli interventi – che lo scrittore costituisse la quintessenza dell’essere umano che lo ospitava: ne rappresentava il distillato ultimo e più denso, il sugo che si ottiene all’estrema spremitura, quando ogni traccia di pericarpo è ormai scomparsa.

L’uno, il Pellegatta Furio fu Oreste, uomo tra gli uomini, l’altro, Jimbo Meyer, puro spirito che aleggiava sulla distesa di crani alla stregua della colomba pentecostale planante sopra gli oceani e le terre emerse dappoco separati.

Senza tuttavia svilire l’apporto necessario, ancor meglio: indispensabile, che Pellegatta riforniva a Meyer: a parte le mere considerazioni “esistentive”, legate alle funzioni vitali (o anima vegetativa, secondo la lezione dello Stagirita e di tutti i Peripatetici e gli Scolasti dietro a lui), che permettevano di far campare la vita all’individuo storico-empirico e, di conseguenza, a quel talento ch’era in lui – pari a quello sotterrato dal servo indolente della nota parabola -, era proprio attraverso le esperienze anche minime accumulate dal tizio qualunque, l’uomo in carne ossa, che il distillato ultimo, l’eccellenza in lui sepolta poteva guardare al mondo – a sua difesa la distanza di un occhio piazzato nel vivo di culatta di un binocolo -, giudicarlo, quindi narrarlo e reperiva gli argomenti, i caratteri e gli eventi per tessere le sue trame come tante ragnatele in cui invischiare il lettore, che, svolazzato fin lì per trovare nella lettura un’evasione, si scopriva al contrario, quasi inconsapevolmente, imbrigliato dalla bava argentea di una riflessione superiore.

In altre parole, Pellegatta era per Jimbo Meyer il servo sciocco: dava l’impressione di vivere la propria vita, tra malefatte, insuccessi, gioie e feriali nonnulla, all’unico scopo di rifornire al suo occulto padrone materiale sufficiente per i suoi esercizi di stile. D’altra parte è la realtà il semilavorato da cui l’ingegno umano prende le mosse, senza vita non c’è arte, che, sotto tale luce, appare in fin dei conti come un continuo omaggio a essa, alla vita appunto. Per narrare perciò occorre viversela, e Pellagatta mai si era tirato indietro.

Proprio a tal fine aveva forzato la propria indole meditativa e scostante, che, se conciliata, lo avrebbe condotto a una letteratura intimista e introversa che non lo interessava, per darsi al mondo, per farsi risucchiare pienamente dal turbinio della grande commedia umana.

Piaceva naturalmente agli altri e ne approfittò. Un fisico prestante abbinato a una predisposizione all’ascolto e alla complicità coi propri simili mai gli negarono una profonda immersione negli eventi umani, scandagliando di conserva gli stati d’animo e i più segreti moventi di chi ne fosse coinvolto.

Aveva amato. Era stato amato e anche detestato, spesso parecchio, proprio a causa di certi suoi modi apparentemente spicci, persino anaffettivi agli occhi di chi non si sentisse corrisposta a sufficienza, senza capire che era un languore di novità il suo, il bisogno che ha il marinaio di scoprire nuovi porti, che ha il postiglione di scavalcare nuove valli. Aveva provato la femmina e, saltuariamente, il maschio, così, per completezza informativa. Si era tuffato nelle mischie, aveva fatto risse da cui era uscito talvolta malconcio, vincitore talaltra. Aveva riempito le notti di bevute colossali. Aveva ritinteggiato serrande, marciapiedi e aiuole delle città in cui aveva soggiornato dei propri succhi gastrici. Aveva provato ogni droga d’abuso senza però mai contrarne il vizio. Aveva affondato i denti in leccornie da cinque forchettine Michelin e in carne guasta, ingurgitata senza troppo pensarci sopra giusto per placare la fame del momento. Aveva letto tanto, di tutto, sebbene sempre meno di molti suoi colleghi comunque mediocri rispetto a lui. Aveva figliato. Aveva frequentato giri loschi e personcine rileccate. Aveva riso sino alle lacrime, rotolandosi a terra con la pancia tra le mani. Si era commosso sino a prosciugare i dotti lacrimali, e poi ne era uscito. Aveva visto gente transitare dalla sua vita senza neanche appendere il cappello, altri attardarsi per lungo tempo, aveva visto della gente morire e altra nascere. Aveva goduto e aveva patito.

Come già si diceva, non aveva compiuto alcunché capace di trascendere il bagaglio di esperienze collezionato dal resto dei viventi. C’è però da dire che tutto quello che Pellegatta aveva fatto e vissuto lo aveva fato e vissuto con un’intensità assai superiore alla media, come una candela che bruci a doppio stoppino, così da tesaurizzare ogni dettaglio, ogni sensazione, ogni aneddoto e ingigantirli nella sua mente come attraverso una lente deformante.

Talora poi arrestava il passo, si acquattava sulla prima seduta utile e si metteva ad annotare le sue impressioni, trasfigurandole ben presto in narrazioni che un osservatore esterno avrebbe creduto scaturite dalla pura immaginazione.

Questa in fondo in fondo era un po’ la prosecuzione adulta di ciò che aveva sempre fatto, da che ne avesse memoria, sin da quando, marmocchio, qualunque cosa gli accadesse la reduplicava, nelle sue sfrenate fantasie, come se fosse avvenuta a una sorta di alter ego potenziato o in una realtà parallela arricchita di particolari fantastici rispetto alla presente: così, se cadeva con la bici e si sbucciava un ginocchio, immaginava che l’incidente fosse occorso a un eroico cavaliere disarcionato dal proprio destriero sciolto in una corsa tumultuosa, se scorgeva la carcassa di un’automobile prelevata dal braccio meccanico di un carrozziere era l’astronave dei buoni appena acciuffata dalla controffensiva nemica che rivedeva in quel catorcio.

Ne attribuiva l’origine a quell’accesso febbrile nella primissima infanzia – come si era anche precipitato a scrivere da qualche parte – quando la temperatura del suo corpo era salita sino alla sommità della colonnina di mercurio e, sull’orlo della meningite o di una rapida consunzione, si era ormai inoltrato in un delirio che, tra sghignazzi e parole sconnesse, giurava gli facesse vedere un andirivieni di buffi omini verdi che passeggiavano lungo il muro di fronte al letto, e lo acclamavano a gran voce perché il piccolo Furio li seguisse, per destinazione ignota, subito prima che la madre lo gettasse in una vasca di acqua ghiacciata, in pieno inverno, con la finestra della stanza da bagno spalancata, nel disperato tentativo, poi coronato da successo, di fargli calare di colpo il febbrone.

Quel drammatico episodio, le allucinazioni che aveva suscitato gli avevano aperto qualche passaggio nella mente – ipotizzava Pellegatta, a firma Meyer – da cui era sgorgata una facoltà immaginativa  da allora in poi incontenibile, che nel corso degli anni il suo fortunato detentore avrebbe poi professionalizzato, scovandone quale preferenziale valvola di sfogo il mezzo narrativo.

Anche se, presa da sola, tutta quella capacità inventiva sempre ribollente non sarebbe bastata a fare di lui, o chi per lui, il più grande scrittore vivente. O perlomeno il più grande scrittore vivente nel suo idioma, che padroneggiava con la maestria del demiurgo che forgia mondi, fischiettando con una mano legata dietro la schiena. All’immaginazione e alla bravura tecnica si univa infatti una fenomenale lettura dell’animo umano, che ne costituiva il vero e proprio salto di qualità rispetto al panorama letterario contemporaneo.

Lui stesso, specialmente quand’era ancora alle prime armi, si stupiva, nel rileggersi, della potenza delle pagine appena redatte.

E che non consista proprio in questo il genio? – si era chiesto più di una volta: allorché ci si stupisce noi per primi di quel che si è prodotto e vien da domandarsi: possibile che io sia stato capace di tanto? Proprio io, che fatico a farmi rispettare nelle file alla posta, che per la mia innata goffaggine inciampo in un ostacolo ogni tre passi e metto a serio rischio qualunque oggetto fragile che si trovi sulla mia dirittura, che mi ubriaco con gli amici e va a finire che mi devono tirare giù dal tettuccio di una berlina parcheggiata mentre, mezzo denudato, bercio con voce sguaiata le parole di una vecchia canzone di Celentano, ebbene sono stato davvero io… io ad aver scritto questo?

La critica come il pubblico più coltivato veneravano in lui, sopra ogni altro aspetto, una precisa visione del mondo, cinica eppure aperta a improvvisi squarci di entusiasmo primigenio, che traspariva dai suoi scritti, prepotente, palpitante, giocandosela alla pari coi più lambiccati sistemi filosofici. Con questa piccola ma non trascurabile comodità in più nei confronti di un testo di filosofia: a lui, in quanto autore di narrativa, non era richiesta alcuna cogenza. La possibilità concessagli di contraddire se stesso a poche righe di distanza gli permetteva di cogliere con ancora maggiore incisività i tratti salienti di quel guazzabuglio con cui già il Manzoni identificava il cuore umano, e da lì, di conseguenza, quel composto pluricellulare di guazzabugli che è il consorzio umano, caos mascherato da ordine apparente.

Al lettore meno avveduto restavano pur sempre da godersi le trame serrate, gli snodi narrativi, le descrizioni a tutto tondo dei personaggi, l’immancabile humour, che sapeva risalire verso le più alte vette dell’ironia per poi precipitare sino al triviale, a seconda delle necessità.

Questo, in parole povere, il segreto del suo successo da centinaia di migliaia di copie vendute, con picchi a volte persino superiori, irripetibile a tavolino, per quanto frotte di editor assoldati all’uopo dalle case editrici concorrenti si fossero sforzati di imitarne, sino a rasentare il plagio, peculiarità, forme e contenuti, senza tener in conto  che, come già insegna la psicologia della Gestalt, il risultato finale di un’opera mai deriva dalla semplice addizione delle parti. Era proprio quel sovrappiù a sfuggire ai mezzemaniche redazionali, sfuggendo prima di tutto allo stesso Pellegatta, canale semi-incosciente di funzioni superne. Era quello il miracolo.

Lo pseudonimo più tardi gli era tornato utile anche per un ulteriore motivo: quando la fama lo travolse la vita privata fu in qualche misura salvata da quella seconda identità, malgrado riviste, siti internet, programmi televisivi specializzati o meno sembrassero fare a gara per chi mostrasse per primo il suo bel volto regolare a ogni nuova uscita editoriale. Se nessuno lo riconosceva, poteva essere ancora uomo tra gli uomini, ridiscendendo nella realtà contingente anche più greve e succhiandola avido come sempre: così come fa l’ape quando bottina il polline per farne miele e pappa reale. Gli bastava calarsi un po’ di più il cappello sugli occhi, tagliarsi i baffi, cambiare drasticamente taglio di capelli. Accanto all’ordinario trantran per anni non disdegnò poi un’assidua partecipazione ai ritrovi letterari, ai salotti bene, a premi e manifestazioni. Lo faceva anzi volentieri. Gradiva i plausi, l’adorazione plateale, i bagni di folla.

Sino a un certo punto però. Sino al momento in cui, dopo una ventina abbondante d’anni, le presenze presero a diradarsi, sempre di più, sempre di più, a rarefarsi poi, fino a venire del tutto meno.

Il punto di rottura avvenne forse quella volta, una delle tante, in cui era stato avvicinato dalla solita signora ben tenuta, con un drink analcolico in mano, la copia del suo ultimo libro da autografare nell’altra. Furio aveva iniziato ad ascoltarla sciorinare i consueti complimenti, a guardarla spendersi nelle dozzinali moine viste le mille volte, da principio con rodata condiscendenza, già prefigurandosi dove sarebbero finiti lui e la fan appena conosciuta di lì a un paio d’ore massimo, come da norma, poi però, a metà degli incessanti coccodè della bella signora, qualcosa aveva iniziato a disturbarlo, come un conato, un malessere che si andava sempre più accentuando. Anche l’insorgente libido di poco prima scemò rapidamente. Gli era venuta a noia la signora, tutto d’un colpo, e con lei quel mondo, quei battimani, quei discorsi vuoti, quel tanfo di ascelle che riaffiorava sotto gli strati di deodorante, quegli aliti corrotti dalle tartine al salmone e dalle cremine al tartufo.

Fu da lì, da allora, che forse procedette a fare il suo lento, ma inesorabile e, alla lunga, definitivo autodafé, che prima interessò le uscite pubbliche, a breve giro anche quelle quotidiane.

Jimbo Meyer avrebbe finito per fare una cenere di Pellegatta, ma, a differenza degli antichi inquisitori, anziché svolgersi in una cerimonia pubblica, coram populo, con una liturgia affrettata, la vampata conclusiva e l’odore dolciastro di carne umana abbrustolita a seguire, il tutto sarebbe stato officiato nella esclusivissima privacy del suo animo, gradualmente.

Più il tempo trascorreva, più lui maturava e più quell’esigenza di chiamarsi fuori dal mondo sembrava farsi impellente. Si era accorto che le persone, le loro storie, le strutture in cui erano organizzate non lo interessavano più, e neppure gli servivano. Le storie, le osservazioni, i pensieri che al riguardo aveva immagazzinato in tanti anni di vita sociale, anche grazie alle sue abnormi capacità ricettive, gli erano fin d’avanzo per tutto quello che avrebbe potuto scrivere da lì alla fine dei suoi giorni.

Ecco che quelle che erano state sino a quel momento delle fonti di ispirazione si tramutavano mano a mano ai suoi occhi in una fatua distrazione, che ormai rischiava solo più di togliere tempo prezioso all’atto devozionale della scrittura.

Più andava avanti e più l’urgenza di scrivere aumentava, sino a farsi preponderante. Fu quando l’esigenza di comunicare al mondo le storie che aveva in serbo si gonfiò, assumendo i contorni di una sorta di missione superiore, almeno per come dava l’idea di percepirla lui. Sinché non divenne infine una vera e propria coazione a esternare tutto ciò che il suo immaginario partoriva: una nevrosi bell’e buona, che avrebbe anche potuto farsi tranquillamente diagnosticare da un qualunque psichiatra, se non fosse stato così assorbito dal suo lavoro, giorno e notte, feste comandate e anniversari personali.

Lui oramai doveva scrivere. Senza staccare mai. Quello che gli congestionava la testa doveva per forza  esistere, nel senso letterale del termine: stare al di fuori di lui, vergato, attraverso il codice binario, in pixel neri addensati sul bianco avorio di uno schermo a bassa risoluzione, e da quello riempire da ultimo la carta porosa dei libri stampati, come le tante abitanti di un intero formicaio spiaccicate contro le pagine rilegate.

Era come una liberazione cui si sentiva obbligato la sua, una catarsi (che tra i vari significanti, in greco ha anche quello di purga…).

Questo lo spinse a sacrificare tutto il resto, in maniera del tutto simile a una vestale che si dedichi soltanto più ad alimentare il suo fuoco sacro, avulsa e solitaria, raccolta in un sancta sanctorum inaccessibile agli intrusi, disinteressandosi al destino finale delle proprie fatiche.

Se fino a non molto tempo prima aveva strappato ogni attimo possibile al flusso torrentizio della vita per appuntarsi ogni tot pensieri o fatti che reputasse degni di rientrare in una delle sue opere-mondo, se non in un’opera minore, e si accosciava il più delle volte a mo’ di grossa gru, una gamba rialzata usata come appoggio di fortuna su cui scrivere, facendo leva col piede contro la parete retrostante, le cose alla fine si erano completamente ribaltate: ormai rubava giusto qualche fugace istante al tempo dedicato a riempire pagine Word giusto per svolgere, con la massima fretta e incuria, quelle minime funzioni che ancora lo mantenevano zavorrato a una parvenza di vita reale.

Tutto ciò era forse equiparabile a una sorta di abiura? Al pentimento per aver preferito per tutti quegli anni il culto della vita, che ora sembrava giudicare una sinecura da perdigiorno, al rito quotidiano e certosino della concezione di libri sempre nuovi?

Si adora solo Dio, ammonisce la catechesi, e il suo dio personale era la musa della scrittura.

Dopo aver rinunciato alle uscite mondane, si ritirò anche da quelle dettate dalla normale amministrazione di tutti i giorni. Presto inoltre si stancò delle donne che gli gravitavano attorno. Bandì definitivamente il sesso dalle proprie giornate, ed ebbe modo di compiacersene sin quasi da subito, da che gli apparve chiaro che le energie risparmiate in quel senso si stavano riversando nella sua attività, imprimendo alla sua produzione più recente una foga se possibile ancor più efficace del solito, nella quale intravedeva una specie di polluzione sublimata.

Come ultima abdicazione, si allontanò addirittura dai figli, che fino ad allora avevano rappresentato per lui l’unico aspetto dell’esistenza che valesse più del suo lavoro: coloro attraverso i cui geni avrebbe trasmesso se stesso al mondo, almeno in parte, in maniera non poi così diversa dalla letteratura che avrebbe lasciato ai posteri. Qui però tramite la concretezza della carne anziché attraverso l’astrazione del pensiero. Anche da loro si sganciò, facendosi vedere molto di meno, chiamandoli sempre più raramente e finendo per non rispondere più alle loro telefonate.

Il colpo di spugna decisivo fu quello di abbandonare casa, un domicilio familiare a troppi conoscenti, che non smettevano di tempestarlo di telefonate, missive o che, nei casi più molesti, andavano direttamente sotto casa, a citofonargli col pollice che premeva a intermittenza contro il campanello, in modo da improvvisare perentori motivetti dal suono metallico, fastidiosissimi alle sue orecchie.

Nessuno sapeva dove si fosse cacciato. Che si stesse metamorfizzando in una perfetta macchina da scrivere umana era l’unica cosa che tutti ribadivano.

Nel giro si diceva che il Pellegatta, ormai quasi totalmente trasfuso in Jimbo Meyer, si fosse relegato in una stanzetta irraggiungibile, a stendere ininterrottamente i suoi testi, trascurando per questo i tre pasti canonici come la più basilare igiene personale. Si sentiva dire che si cibasse della muffa sui muri e si dissetasse con la condensa che leccava via dai vetri delle finestre, che facesse i suoi bisogni dentro un piccolo cesso chimico che scaricava nel lavandino di quando in quando, che se ne stesse nudo, seduto alla scrivania, senza più panni decenti da tirarsi addosso, le unghie di mani e piedi rese lunghe come artigli da una negligenza ormai cronica, i capelli e la barba ridotti a prolissi cespugli inestricabili e impiastricciati. Ma poteva anche darsi che fossero solo le illazioni di qualche burlone che amasse riempire con la fantasia i buchi lasciati da una cronaca affidabile…

Che fosse tuttora in vita era accertato dai periodici invii cui provvedeva, diretti all’indirizzo elettronico personale dell’editore col quale, parecchi anni prima, aveva stipulato un contratto vincolante. Ogni nuova pubblicazione era un successo ancor più clamoroso di quello che lo aveva preceduto.

Le bizzarrie dell’autore non disturbavano minimamente il suo editore di riferimento, che anzi rintracciava nel mito che se ne faceva intorno una pubblicità efficacissima e, per giunta, del tutto gratuita, ma quando l’ultimo suo romanzo, un libro-evento intitolato Carne da macello che contava più di un migliaio di pagine, tutto incentrato sui flussi migratori africani che da qualche anno interessavano il sud-Europa, arrivò in finale al più prestigioso premio letterario nazionale, in odore di eclatante vittoria, l’uomo pensò fosse giunto il momento di stanare la sua gallinella dalle uova d’oro dal suo penoso nascondiglio: sarebbe stato bello farla razzolare per l’aia a pochi giorni dalla proclamazione del vincitore. Lo scombussolamento che nel mondo delle lettere avrebbe suscitato il ritorno alla luce diurna di Jimbo Meyer avrebbe influito pesantemente sull’assegnazione finale, anche qualora ci fosse mai stato qualche giurato ancora incerto, oltreché sulle vendite estere dei diritti, che comunque già stavano macinando più che bene…

Lui sapeva dove il tapino si fosse eclissato: gli era bastato far rilevare dai propri tecnici l’IP del computer da cui le mail gli venivano regolarmente spedite…

La provenienza era stata circoscritta alla periferia più malfamata della metropoli nella quale entrambi da sempre risiedevano. A una villetta a due piani vecchia come il cucco e incrostata come un bastardino col cimurro. L’editore bussò alla porta una sera, dopo l’ora di cena.

Gli aprì la padrona di casa, una donnina consunta da chissà quali brutte abitudini del passato o attualmente in corso, che la dovevano farla apparire assai più vecchia dell’età effettiva. L’editore ne vinse le iniziali ritrosie grazie a una banconota da duecento arrotolata e spinta tra le dita artritiche della donna. Fu così che lei gli spifferò tutto con la rapidità con cui si svuota una damigiana a testa ingiù, quando la stappi: spiegò che qualche mese prima aveva messo l’annuncio per affittare una stanzetta al piano sopra, gli aveva risposto questo Pellegatta, che lei non conosceva, aveva pagato dieci mesi di cauzione anticipati, si era rinchiuso là dentro con un computer e un sistema wi-fi e non ne era più uscito, come da accordi due volte al giorno lei gli posava un vassoio con un pasto caldo davanti alla porta, ma da almeno un paio di giorni l’ultimo vassoio era rimasto lì fuori intatto. Aveva anche provato a chiamarlo, a bussare, ma niente. Siccome non aveva un buon rapporto con le forze dell’ordine alla fine aveva deciso di non chiamare nessuno: «Ho pensato che se ancora non mi risponde, entro domattina chiamo mio cognato e faccio forzare la porta per dare un’occhiata…»

A quelle ultime notizie l’espressione dell’editore cambiò di colpo. Si mostrava preoccupato. «Facciamolo subito!» la esortò, dopo di che si lanciò in corsa su per la scaletta che portava al piano superiore. Quando l’ospite gli indicò quale fosse la porta dietro cui si nascondeva il suo autore di punta, l’editore ci si precipitò davanti, cominciò a percuoterla con le sue manone: «Furio! Furio! Aprimi, sono io!»

Niente.

Scosse la testa perplesso, trattenendo il mento tra le dita, infine si decise: dopo un cenno di accordo con la donna, partì a dare spallate contro la porta al termine di una breve rincorsa, scagliandovisi contro con tutto il peso del suo fisico massiccio. Una, due, tre volte. Alla fine la serratura cedette. La porta si aprì di schianto e nell’impatto, senza più un appoggio contro cui sbattere, l’editore rotolò sulla moquette lercia interna alla stanza.

Si rialzò con qualche goffaggine e si guardò interno. L’aria era stagnante, chissà da quanto tempo non veniva fatta circolare un po’ d’aria fresca, si domandò, l’aliquota di ossigeno ormai era ai minimi lì dentro. Un fioca luce rischiarava a stento il piccolo vano, occupato esclusivamente da una scrivania in formica e una sedia girevole, fatta eccezione per tre pile di libri addossate alla parete in fondo. Sulla scrivania giaceva un vecchio modello di computer da tavolo. Il baluginio verde del suo schermo era l’unica fonte di luce. Nella stanza non c’era anima viva.

L’editore afferrò lo schienale della vecchia sedia dalla pelle grinzosa e bucata come il braccio di un tossico. La rivoltò. Vuota! Guardò il sedile: un paio di slip strausati afflosciatici sopra. Erano disposti come se qualcuno li avesse indossati fino a poco tempo prima e poi fosse sparito, così, di colpo, senza nemmeno sfilarseli, ma lasciandoli orfani dei glutei, dell’inguine e dell’attaccatura delle cosce a cui l’elastico s’era aggrappato sino ad allora.

Appariva come il classico “delitto della stanza chiusa dall’interno”. A Jimbo Meyer poteva altresì essere ascritto un riuscito tentativo in tal senso, tra le sue innumerevoli incursioni nella letteratura di genere, con il racconto intitolato Vecchie ruggini. Lì alla fine si veniva a scoprire che l’assassino era entrato dalla finestra, per rivendicare un torbido passato di soprusi usati ai suoi danni dalla vittima. Qua invece il caso era ben più intricato: mancava il cadavere innanzitutto e, oltre a questo, l’unica finestrella presente non avrebbe permesso a nessuno di entrare o uscirne, visto che era sbarrata all’esterno da una copertura in ferro battuto: «Sa, questo è un pessimo quartiere, si sa mai chi ti si voglia introdurre in casa…» fu come giustificò quelle misure  di sicurezza la padrona di casa.

L’editore, sempre più perplesso, le fece sgarbatamente cenno di tacere. Gli sembrava di udire un sommesso ticchettio. Si avvicinò di più al computer. Si piegò verso lo schermo. Righe su righe vi comparivano sopra, a ciclo continuo, una parola dietro l’altra, una lettera dietro l’altra, senza che nessuno fosse lì alla tastiera a buttarle giù. Combattuto tra angoscia e curiosità, l’editore carpì qualche frase, qua e là. Da quello che riuscì a intuire, si trattava di una storia di pirati. Il linguaggio era crudo, le immagini vivaci ed esplicite. Lo stile, inconfondibile, era quello di Jimbo Meyer.

Si risollevò passandosi la grossa mano sulla testa calva, che scoprì interamente ricoperta da un sottile strato di sudore.

Dopo pochi attimi di smarrimento, un caparbio spirito imprenditoriale tornò a dominarne i gesti: prese la sua accompagnatrice sotto braccio e la riportò al pian terreno, nel frattempo aveva contattato operai di sua fiducia che, nonostante l’ora, sarebbero accorsi a sigillare nuovamente la porta d’entrata della stanza. Si premurò di comprare il silenzio della donna con grande generosità, in più le pagò in anticipo un affitto triplicato della stanzetta di sopra per i prossimi cinque anni, con un assegnò che le firmò e le staccò direttamente sul tavolo del cucinino, con la sola insindacabile raccomandazione di non andare mai più a bussare a quella porta.

Fatto questo tornò a casa propria, il mattino dopo in ufficio, e attese.

Tempo una settimana e gli arrivò la mail che aspettava: era stata inviata dal solito indirizzo. L’editore, mentre la apriva con un semplice clic, già si sfregava le manone. La mail aveva come allegato l’ultimo romanzo di Jimbo Meyer: Il corsaro Barbagialla e le sue cinque morti.

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