WRAPPED AROUND YOUR FINGER

R-1578062-1247355585.jpegPIER MARRONE

Il nostro tempo  e il mondo della nostra esperienza sono limitati dalla nostra natura finita, almeno per ora. Per questo siamo costretti a fissare dei confini, anche dove non vorremmo, selezionando ciò che desideriamo fare e escludendo ciò che ci sembra andare nella direzione di esperienze che non desideriamo fare. Escludere non è che l’altra faccia dell’inclusione. L’inclusione, allora, che cosa è? Significa includere ciò che è estraneo? Non può trattarsi solo di questo, poiché l’estraneo dovrebbe rimanerci tale, altrimenti non sarebbe estraneo sotto tutti gli aspetti, ma ci assomiglierebbe.

C’è un gesto quotidiano, continuamente ripetuto attraverso il quale noi letteralmente incorporiamo quello che noi non siamo, ma che in una certa misura deve anche essere prossimo a noi, ossia nutrirci. Se ci pensate bene è il tipico gesto dell’assimilazione e dell’esclusione. Assimiliamo quanto ci è utile per tenerci in vita o per procurarci piacere, eliminiamo nei processi digestivi quanto non possiamo essere (però anche quanto eliminiamo è stato per del tempo parte di noi).

Quando abbiamo una relazione intima con un’altra persona, anche di quell’intimità superficiale che solo il sesso consente, la baciamo, che è un retaggio evolutivo dello scambio di cibo, quando i nostri cugini primati (e molto probabilmente anche noi nella nostra preistoria) sminuzzavano nella bocca il cibo per passarlo alla prole, un comportamento che possiamo osservare ad esempio negli uccelli e che ci conferma, ancora una volta, su quella prossimità di tutti i viventi genialmente descritta da Darwin e confermata dalla morfologia, dalla biologia molecolare, dalla mappatura del Dna.

Però quando baciamo qualcuno e entriamo dentro di lei o di lui e cosa vogliamo fare precisamente? Molte cose, è ovvio, ma potremmo descrivere questo desiderio quasi universale di intimità (anche se esistono persone che sono asessuali, come Kant e forse Borges, anche se essere asessuali non esclude una capacità di intesa emotiva su un terreno diverso), come un bisogno di nutrimento emotivo. Vogliamo ricevere emozioni dal contatto con la nostra/il nostro partner. La/o baciamo, lecchiamo, odoriamo, mordiamo con un evidente brama di incorporarla/o in noi, mentre nello stesso tempo il nostro desiderio è proprio suscitato dal fatto che lei/lui non è noi. Che questo poi susciti un potente cortocircuito mentale è noto a tutti. Vogliamo incorporare l’altro, ma questo non ci basta: vogliamo essere desiderati per quello che noi siamo, e allo stesso tempo vorremmo nutrirci del desiderio che l’altro prova per noi. È questo il motivo per cui i rapporti sessuali a pagamento per molti non sono fonte di eguale soddisfazione di quelli che si hanno con un partner dove questo scambio economico non c’è (ma dove, naturalmente, si instaura uno scambio di utilità di altro tipo). Ed è questo il motivo per cui anche quando il rapporto è di natura economica, chi lo compra preferisce avere qualcosa di più, si tratti di una conversazione o di una cena o di una qualche altra forma di condivisione che susciti il desiderio in una maniera più complessa di un corpo nudo, che del resto è spesso non molto attraente, se non nella breve stagione della gioventù.

Vorremo avere l’altra/l’altro a nostra disposizione, invasa/o cioè dal desiderio che vorremmo provasse per noi, e nel medesimo tempo vorremmo dominare il suo desiderio, in maniera tale che non sfugga alla nostra presa. Vorremmo incorporarlo per essere noi stessi, ma è chiaro che questa è un’istanza contraddittoria, perché qualsiasi inclusione non ci lascia immodificati e non sappiamo quale relazione ne sorgerà. Anche per questo il più delle volte siamo sorpresi quando la persona che amavamo si allontana da noi e di noi non ne vuole più sapere. Non capiamo il problema e costruiamo ricordi dove indulgiamo a sentimenti che non ci sono probabilmente mai stati, ricostruendo un passato del quale abbiamo inevitabilmente imprecisi ricordi.

Faremmo meglio a capire che se un problema dura troppo a lungo, allora significa che noi – noi individui, noi specie umana – siamo parte di quel problema. È una regola che è bene non sottovalutare e che penso si applica bene anche in altri casi, che sollevano dilemmi e problemi delicati e che indicano come noi siamo ben radicati nella natura. L’animale attualmente più pericoloso per la vita umana è la zanzara del genere Anofele che trasmette il parassita che causa la malaria, ma al secondo posto troviamo la stessa scimmia umana. Per questo la natura supportata dalla cultura ci ha fornito di strumenti di riconoscimento per tentare di comprendere di chi possiamo fidarci e chi dobbiamo evitare. Cerchiamo di frequentare persone che hanno il nostro stesso aspetto, che vestono in maniera simile a noi, parlano come noi, ci ricordano i nostri familiari nei loro comportamenti. Non sempre tutto questo funziona, come è noto, ma si tratta di meccanismi forniti di un alto tasso di automatismo. Se incontro di sera due uomini con le facce tatuate e la scritta MS-13 (il simbolo della gang latina Mara Salvatrucha) non mi sento perfettamente a mio agio (anche se non è che mi senta meglio in presenza di alcuni colleghi all’università). Eppure forse dovrei essere più razionale ed inclusivo. Che prove ho che questi due individui dall’apparenza losca non si siano  nel frattempo ravveduti e riciclati nel business della ristorazione fighetta all organic? Ovviamente nessuna, ma l’automatismo dell’esclusione scatta inevitabilmente (mentre per attivarsi con persone che potenzialmente fanno parte della nostra cerchia, ma che magari sono altrettanto pericolose, fatica ad attivarsi e deve essere indotto volontariamente). Eppure anche loro hanno dato prova di inclusione. Mara Salvtrucha, inizialmente nata per proteggere i salvadoregni residenti negli Stati Uniti dalle gang messicane e afroamericane, una volta ottenuto il successo commerciale con lo spaccio di droga, il commercio di armi, i sequestri di persona e gli omicidi è divenuta una specie di holding criminale che si estesa a quasi tutto il Centro America ed è penetrata anche nelle città europee.

La psicologia sociale ha oramai prodotto una serie di studi molto convincenti che mostrano come la propensione a distinguere tra chi fa parte del mio gruppo e chi non ne fa parte si ritrova anche nei neonati dei quali sono stati analizzati i piccoli movimenti oculari in presenza di familiari e i presenza di estranei. Tutte queste ricerche indicherebbero che la nostra propensione alla discriminazione e all’inclusione è di natura innata. Un ulteriore indice è fornito dalla nostra espressione spontanea dei nostri stati emotivi tramite gli indici corporei. Questo campo è il tema del terzo capolavoro di Charles Darwin (dopo l’Origine delle specie e l’Origine dell’uomo): L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali. Darwin pensava che le nostre emozioni si fossero evolute per essereal servizio della nostra vita sociale, perché mediante queste noi trasmettiamo informazioni importanti ai nostri simili sulla nostra propensione a collaborare, oppure sulla nostra ostilità, sul nostro stato di salute e sulle nostre malattie. Era un progetto che lo interessava da molto tempo e inizialmente la massa di osservazioni sulle emozioni gli sembrava dovesse essere inserita nell’Origine dell’uomo. In realtà, il materiale aveva assunto una tale proporzione da dover essere pubblicato come volume autonomo.

Darwin raccolse, direttamente o attraverso numerosi corrispondenti, osservazioni su cani corrucciati, colibrì che si fanno ingannare da carte da parati floreali, scimmie che fanno le bizze e i capricci. Il suo ambiente familiare gli offriva materiale da studiare. “Dispongo di informazioni in quantità sul broncio dei bambini dei selvaggi, cosa che mi induce a desiderare di averne di più sul broncio dei bambini inglesi”. Da un medico francese di nome Guillaume-Benjamin Armand Duchenne, Darwin ricevette immagini fotografiche, nel tipico color seppia dell’epoca, che ritraevano volti stimolati da scosse elettriche di debole entità. Queste immagini, le cui espressioni erano indotte artificialmente, riproducevano il consueto aspetto delle emozioni alle quali siamo abituati. Armand Duchenne ne ricavava l’esistenza di sessanta stati emotivi differenti che si manifestavano con la contrazione di muscoli specifici. Darwin sottopose le stesse immagini a un gruppo di amici e conoscenti riuniti a casa sua, che le raggrupparono in un numero molto esiguo di emozioni, la paura, la gioia, la rabbia e poche altre. Le intuizioni darwiniane rimasero del tutto sottovalutate per più di un secolo sino a che nel 1969 Paul Ekman e Wallace Friesen pubblicarono un articolo rivoluzionario, che argomentava sulla base di una massa impressionante di dati raccolti in tutto il mondo due cose:

(1) le emozioni fondamentali sono le stesse per tutti gli esseri umani;

(2) le manifestazioni di queste emozioni sono identiche, attivano gli stessi muscoli facciali, generano le stesse espressioni del volto.

Se sei arrabbiato serri i denti. Non solo: sai che se lo fa qualcun altro, che magari appartiene a un gruppo culturale molto diverso dal tuo, intende esprimere la medesima emozione. Considerazioni analoghe valgono per la gioia. Tutto questo si svolge per lo più in maniera involontaria e se questi comportamenti si sono conservati nel processo della selezione naturale, allora significa che hanno una qualche funzione, che è appunto quella della coesione sociale, spesso lo strumento più prezioso per il compito al quale la selezione naturale ci ha conservato, ossia la trasmissione del nostro patrimonio genetico.

Questa propensione finalizzata alla trasmissione del nostro patrimonio genetico emerge in contesti sorprendenti. Gli ambienti in cui viviamo non hanno affatto il tasso di violenza e di omicidi che avevano le società umane sino a non molti secoli fa. Le nostre società hanno conosciuto un declino impressionante della violenza in particolar modo dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma si tratta di una tendenza che è iniziata ben prima. La gara per la trasmissione dei propri geni, tuttavia, non ha certo smesso di continuare. Uno degli esempi più notevoli è contenuto in uno studio italiano che è stato fatto nel corso di un anno, tra il 2011 e il 2012 per valutare l’attrazione sessuale sulla selezione del personale. La cosa notevole dello studio è che non comportava l’osservazione dei soggetti in un laboratorio. Si trattava di rispondere a 1500 offerte di lavoro. Per farlo sono stati inviati 11000 curriculum. Per ogni offerta di lavoro, quindi, è stato offerta la consultazione di più di un profilo professionale. Questi profili professionali offrivano per ciascun impiego qualificazioni professionali identiche. Ad alcuni curriculum si accompagnavano le foto dei candidati o della candidate, ad altri no; alcuni presentavano foto di candidati/candidate ritenuti attraenti o poco attraenti, secondo una scala stabilita da un precedente gruppo.

Se la persona che invia il proprio curriculum allega la foto ed è di aspetto gradevole le sue probabilità di essere chiamata per un colloquio aumentano? La risposta è un sì forte e chiaro. Non solo: a parità di curriculum, donne attraenti hanno molte più probabilità di essere chiamate al colloquio di lavoro rispetto a donne poco attraenti. I dati parlano chiaro: 57% contro un 7%. Questo vale anche per uomini considerati attraenti rispetto a uomini non attraenti, anche se in percentuali minori: 47% di contro a un 26%. I dati dicono anche che piuttosto che mandare una foto impietosa è meglio non mandare nessuna foto: se la natura ti ha punito o hai un herpes labiale in corso o un’eruzione di brufoli, lascia perdere e non farti un selfie da allegare. Pensa a beccarti il posto di lavoro, ai selfie penserai in un altro momento. Questo fenomeno che getta una seria ombra sulla volontà di perseguire le pari opportunità si chiama beauty premium.

Ma perché le pari opportunità dovrebbero essere sempre perseguite? Questa è una cosa che non risulta affatto ovvia. Anni addietro, in un’era oscura che, temo, non mancherà di ripresentarsi, nella mia città una giunta comunale aveva varato un regolamento che vietava i concorsi di bellezza nella nostra piazza principale (una piazza spettacolare che si affaccia sul mare, che sembrerebbe essere la più grande piazza d’Europa con queste caratteristiche), concorsi che erano sponsorizzati dalla giunta precedente di diverso colore politico. Eppure queste manifestazioni avevano un grandissimo successo e gli spettatori e le spettatrici non erano certo tutti congruenti a canoni di bellezza accertabili da un gruppo di controllo di cui facessero parte Fidia, Prassitele e Canova. Si badi che il regolamento, in maniera equanime, aveva bandito i concorsi di bellezza di qualsiasi genere dalla piazza, non solo quelli umani ma potenzialmente anche quelli animali. La mia splendida gatta persiana avrebbe potuto avanzare tramite il suo schiavo umano (cioè io) una denuncia per doppia discriminazione di genere, in quanto animale e in quanto esemplare femminile della quale non veniva riconosciuta la sua bellezza naturale.

La medesima giunta aveva poi varato un regolamento che vietava l’esposizione in spazi di proprietà comunale di immagini che offendessero il corpo delle donne, come ad esempio immagini di modelle in intimo, come comunemente si vedono esposte nelle catene di Calzedonia, Intimissimi, Tezenis (una delle eccellenze italiane anche all’estero). Per fortuna, questo regolamento non poteva inibire l’esibizione di materiale pubblicitario nei negozi di queste catene, che hanno continuato a mostrare come sempre immagini non certo volgari, e per il quale sembrerebbe che nessuna donna abbia protestato. Non sarebbe stato giusto invocare una maggiore inclusione per le donne marginalizzate e esteticamente invisibili? Non hanno diritto anche loro alla loro quota di inclusione? Eppure nessuna cicciona ha alzato la voce, dicendo che anche le ciccione, non modelle semplicemente curvy, hanno diritto all’inclusione estetica? E poi ci sono le vecchie. Anche loro hanno diritto ad essere incluse. O no? Ciccione e vecchie non comprano forse intimo pure loro? Perché non hanno organizzato un boicottaggio, almeno nella mia città, la cui amministrazione si era prodigata in questo intervento certamente censorio, ma il cui fine era antidiscriminatorio? Be’, la ragione mi pare evidente. Se non ci fossero delle belle ragazze a pubblicizzare quei prodotti tipicamente femminili, almeno in senso culturale, nessuna donna, nemmeno le ciccione, nemmeno le vecchie, nemmeno le brutte li comprerebbe. Per quale motivo se non perché quei prodotti e quelle pubblicità non sarebbero comprati se non venissero associati a delle belle ragazze? Anche le ciccione, le brutte, le vecchie e le brufolose anelano a un’inclusione, l’inclusione nella bellezza, nell’adesione a canoni che non le faccia sentire fatalmente escluse dall’attenzione e dallo sguardo e dalla cura di un’altra persona.

E con questo io credo di aver delineato un’altra modalità di inclusione. La prima, quella che sperimentiamo nelle relazioni amorose e nelle relazioni di lavoro, quella che si instaura quando i migranti arrivano da noi è ben descritta da Hegel nella Fenomenologia dello spirito, come dialettica di servo e signore. Il linguaggio di Hegel è ostico, ma la sua intuizione è genialmente semplice e potente. L’oggetto di quel capolavoro io credo sia una critica del senso comune e dei suoi pregiudizi, in particolare di quel pregiudizio che ripetutamente ci seduce nella nostra vita, ossia l’idea che il mondo che ci circonda, che comprende anche tutta la rete delle relazioni umane nelle quali siamo immersi, sia un dato naturale, un po’ come l’aria che respiriamo. Sappiamo bene che la maggior parte degli oggetti che ci circondano naturali non sono, ossia sono dei prodotti artificiali, eppure non ci pensiamo mai e li diamo per scontati. Allo stesso modo, le relazioni con le altre persone sono dei prodotti umani e non sono dei dati naturali immodificabili. Non esistono relazioni immodificabili e noi non siamo al centro del mondo: più facile a dirsi che a comprenderlo sul serio, del resto.

Quando noi pensiamo di essere il centro della vita di qualcun altro compiamo un errore clamoroso; quando pensiamo che gli altri ci siano inutili, mentre noi siamo utili a loro, ci avviamo a una semplificazione penosa che confonde una realtà complessa con una nostra infantile volontà di potenza. Pensare che noi siamo il mondo è pensare se stessi come un “signore” per il quale le esperienze degli altri sono funzionali alle sue, per il quale cioè l’altro è un “servo”. Io credo che Hegel colga profondamente un punto cruciale della nostra esperienza quando scrive che si tratta di “due figure opposte della coscienza: l’una è la coscienza autonoma, la cui essenza è l’essere-per-sé; l’altra la coscienza non-autonoma, la cui essenza è la vita, ossia l’essere per un altro. L’uno è il signore, l’altro è il servo”. Tuttavia, spiega subito dopo Hegel, nel suo linguaggio, che va certamente decrittato ma che è molto più comprensibile di quanto comunemente si crede, questa coscienza autonoma in realtà si crede autonoma, perché tratta le esperienze degli altri come se fossero cose, oggetti naturali che semplicemente le stanno di fronte e che non hanno nessun significato fino a che non entrano nel campo di esperienza della sua coscienza, la coscienza del signore. Ma che cosa fa di un signore un signore, si interroga Hegel? Il fatto di avere un servo che lo riconosce come tale. È il servo perché è servo? Perché un padrone lo ha ridotto a cosa, in una lotta in cui la posta in gioco era la vita. Però il risultato di questa lotta non può annullare che anche il servo ha una coscienza, ossia non è una cosa. Al padrone il servo è necessario. È la loro relazione (ciò che Hegel chiama dialettica) che li costituisce in quella finzione per la quale uno è una coscienza autonoma e l’altro è una sorta di cosa sempre disponibile. In realtà, la loro relazione è un reciproco riconoscimento.

Queste celebri pagine di Hegel hanno ispirato più una produzione artistica(ad esempio The Dresser, il film di Peter Yates tratto dalla commedia di Ronald Harwood), ma una che trovo particolarmente significativa perché espressa nella potenza espressiva e sintetica  della poesia e della musica è la canzone dei Police Wrapped Around Your Finger. Gordon Mattew Sumner – in arte Sting –, che ha composto i versi, vi si parla della relazione tra un maestro e un allievo. Il primo lo considera un apprendista la cui funzione è di essere catturato dal suo carisma (“You consider me the young apprentice /[…] / Staring at the ring around your finger”). Per il maestro è semplicemente naturale che l’uno (lui stesso ovviamente) abbia carisma (che è una forma di potere) e l’altro ne abbia riempita la sua coscienza. Non c’è nulla su cui interrogarsi. Le cose stanno in questa maniera. È una relazione asimmetrica che l’allievo paga cara (“I will listen hard to your tuition / You will see it come to its fruition”). Ognuno di noi si è trovato in una situazione in cui solo un’altra persona sembra darci un senso, ma questa è unicamente una distorsione e una asimmetria. Questa asimmetria non può che rovesciarsi a un certo punto, quando il servo si rende autonomo (questo il senso dei versi “Devil and the deep blue sea behind me / Vanish in the air you’ll never find me / I will turn your face to alabaster / When you’ll find your servant is your master”) e il signore fa la dolorosa scoperta di essere una costruzione umana. Il servo si è lasciato alle spalle la dolorosa situazione di chi è fra l’incudine e il martello (questo significa “between the devil and the deep blue sea”) ed è il signore ad essere legato a doppio filo a lui.

Quella tra servo e signore è una relazione di riconoscimento attraverso il conflitto. Tuttavia, tutte le relazioni sono relazioni di riconoscimento reciproco, anche se questo riconoscimento non giunge mai alla consapevolezza. Quando escludiamo, non facciamo altro che includere negativamente, ma prima o poi chi è escluso sarà parte di noi. Questa idea sembra non funzionare altrettanto bene quando noi guardiamo a modelli irraggiungibili che guidano tuttavia importanti comportamenti che riguardano un numero indefinito di altre persone, ossia i modelli di consumo. La cicciona non sarà mai la modella di Calzedonia, ma può pur sempre comprarne i prodotti. Io non sarò mai il modello glabro di Dolce & Gabbana che si approccia a una splendida donna, ma posso acquistare compulsivamente i prodotti del loro brand.

Dove sta la differenza tra questi due modelli? Io credo che stia in questo. Il modello della relazione tra servo e signore ci promette una liberazione, attraverso la sofferenza e la lotta, per Hegel, come per i Police. Ma il modello dialettico è progressivo: è infatti quello della coscienza che si rende autonoma, anche se questa dialettica è infinita e il suo risultato è in definitiva solo un’utopia.  Il modello del godimento attraverso il consumo è regressivo e promette non la liberazione, ma la soddisfazione del desiderio attraverso il possesso della merce. Quel desiderio che vediamo soddisfatto nelle pubblicità è un appagamento definitivo? No, è chiaro, perché la sostanza del desiderio è di ripresentarsi e risorgere. Più tentiamo di essere inclusi in quel modello impossibile più ne veniamo esclusi. Per questo il modello è così potente, perché promette una soddisfazione che non può mantenere e non può mantenerla non per un suo difetto, ma perché quel desiderio appagato deve per forza risorgere proprio perché è un desiderio. Per questo forse il capitalismo di consumo è così inesauribile: perché ci promette una cosa irraggiungibile, ma che seduce nella sua semplicità trascendente. Consuma e sarai salvato. Ci vuole una fede immensa per crederlo, eppure è una fede che ognuno di noi ha quando consuma le cose che pensa lo renderanno felice perché appagano il suo desiderio di essere felice, un desiderio che non mancherà mai di ripresentarsi, producendo continuamente l’infelicità come sua condizione necessaria.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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