8 MAGGIO 1999

14Mullis2-jumboPIER MARRONE

Tutti vorremmo trovare una giustificazione a quello che facciamo,  che renda le nostre azioni espressione della nostra personalità. Questa ricerca può essere frustrante e non portare a nessun risultato. Quando Marx parlava dell’alienazione del lavoro salariato nell’economia capitalistica indicava la perdita di contatto del lavoratore con la propria opera, che finisce per non appartenergli più, rendendolo un’appendice della macchina.

Nella maggior parte dei lavori molti non trovano una giustificazione di quanto fanno. Certamente ci sono delle ragioni per continuare a lavorare: bisogna mettere insieme il pranzo con la cena, ci sono i figli da mantenere, il mutuo da pagare, ma questa è una giustificazione esterna del proprio lavoro, non una giustificazione interna. Una giusitificazione interna si ha quando si guarda al proprio lavoro come a un lavoro ben fatto, come a una realizzazione che dice qualcosa su di noi, che espone questo nostro significato nella sfera pubblica e lo apre al confronto con le altre persone.

Marx aveva colto il punto con questa idea dell’alienazione. La civiltà di massa, l’organizzazione del lavoro, la burocratizzazione delle nostre attività massifica anche le nostre vite, sottraendo loro significato. Questo significato non può più essere nemmeno attinto in quelle sfere che un tempo erano sorgenti di senso per le persone, come la religione, che si è ridotta a un aspetto residuale, che non ha più significato, se non per la sfera privata degli individui.

L’assenza di significato si esprime in una difficoltà a focalizzare le azioni che compiamo come delle attività che realmente ci appartengono e non come ciò che potrebbero essere compiuto da chiunque. La maggior parte delle cose che la maggior parte di noi fa durante la propria giornata lavorativa potrebbero essere fatte da qualcun altro.

È inevitabile che sia così. Se vogliamo merci, cibo, servizi a basso costo, il lavoro deve essere reso efficiente attraverso la divisione dei compiti, la loro semplicità, la loro ripetitività. In questo senso è vero che l’ideale del lavoro nell’economia capitalistica è la riduzione del lavoratore ad appendice della macchina e infine la sua sostituzione con le macchine.

Si dirà che non tutto nella vita è lavoro. È altrettanto chiaro che molta parte delle nostre esistenze, per lo meno dal punto di vista dell’impiego del tempo, al lavoro è dedicato direttamente o indirettamente.

Ci sono tuttavia delle professioni che all’alienazione almeno in parte si sottraggono. Si tratta di quelle professioni che hanno un elevato grado di creatività e un basso tasso di ripetitività e di impegno burocratico. Professioni come quelle artistiche o come quella del professore universitario dovrebbero incorporare questa dimensione creativa.

Se nel caso delle professioni e delle attività artistiche è abbastanza facile dire in che cosa questa dimensione consista (nell’opera d’arte stessa, che potrà essere più o meno riuscita), nel caso invece del professore universitario le cose sono più complicate e meno immediatamente ovvie. Le ragioni sono presto dette: per intraprendere con una qualche probabilità di successo questa carriera le tue doti intellettuali individuali di solito non sono sufficienti, sebbene dovrebbero essere per lo meno necessarie (ma nemmeno questo è sempre vero). Devi anche far parte di una rete di relazioni, che riguarda la possibilità di accedere a fondi, di pubblicare sulle riviste che contano, di ottenere un posto di ruolo, che ti liberi dalle preoccupazioni economiche.

Tutto questo si traduce spesso, anche se non sempre, in una serie di compromessi che riguardano non soltanto la propria disponibilità a ingoiare dei rospi ai fini della carriera, ma anche la capacità di proporre nella propria produzione culturale e scientifica delle idee innovative. Le due cose, del resto, vanno insieme: se non sostieni delle tesi controverse sarà molto più facile essere sostenuto da un gruppo maggioritario nel tuo settore.

Di tutto questo io non mi scandalizzo, perché mi è chiaro che l’università è una burocrazia, sebbene una burocrazia del sapere. Come tutte le burocrazie il suo scopo principale è sopravvivere e riprodursi. Di qui tutte le lotte tra cordate all’interno dei dipartimenti universitari, che non sono mai lotte tra idee, bensì piuttosto lotte di potere, alquanto miserevoli in un ambiente dove il potere vero è assente. Raffaele Simone parecchi anni fa aveva coniato una bella espressione per questa figura di intellettuale e burocrate, quella di “mandarino residuale”, una figura che ripete gli stessi riti in un mondo autoreferenziale, che ha scarso interesse per il resto della società ed è ampiamente ricambiata.

La perdita di prestigio sociale del professore universitario è un fatto ovvio, che non credo abbia nemmeno bisogno di essere sottolineato. Ma questa perdita di prestigio non ha tra le sue uniche cause quell’ingabbiamento burocratico che la maggior parte dei professori volentieri accettano, ed è dovuta anche a una sorta di tradimento della propria missione intellettuale. Qui si entra in un terreno delicato, perché ha a che fare con ciò che dovrebbe essere la figura ideale del professore universitario e riguarda delle opzioni di valore, sulle quali spesso l’accordo è vacillante.

Vorrei, tuttavia, fare egualmente un tentativo e dire quale per me dovrebbe essere questo ideale. È ovvio che a un ideale non si riesce mai ad essere sempre adeguati, proprio perché si tratta di un modello. Un modello però deve anche proporre delle mete raggiungibili, altrimenti è di scarsa utilità proprio per quella dimensione normativa che incorpora, e che deve essere, almeno in linea di principio, accessibile a chiunque. E allora? Questa è la dimensione normativa che associo alla mia professiore: essere stati capaci di dire qualche volta qualcosa di controverso e averlo sottoposto alla discussione pubblica.

Il primo aprile del 1998 diventai ricercatore nella mia università, dopo aver concluso il dottorato e munito di un posto di ruolo nelle scuole superiori da più di un decennio. Fino allora avevo pensato che la professione semplicemente non avesse bisogno di essere giustificata pubblicamente. Se c’era anche solo l’inerzia sociale a farlo, questo era sufficiente assieme al fatto che si facesse quello che si doveva fare con onestà e con una certa passione, ossia l’insegnamento e le proprie ricerche specialistiche, lette inevitabilmente da poche persone. La mia visione iniziale della professione cambiò, tuttavia, rapidamente nel giro di poco più di un anno.

Devo però fare un passo indietro agli inizi degli anni Ottanta. Negli Stati Uniti viene individuata una sindrome sino ad allora sconosciuta che provoca un collasso del sistema immunitario e per la quale non ci sono cure. La sindrome sembra riguardare inizialmente alcuni specifici sottogruppi della popolazione, soprattutto gli omosessuali maschi molto promiscui (alcuni la chiamano “peste dei gay”, suscitando le giuste preoccupazioni della comunità omosessuale). Con grande rapidità e in una conferenza stampa viene annunciata la causa di questa sindrome: si tratta di un retrovirus, chiamato Hiv e la sindrome prende un nome a tutti oggi noto, Aids.

Ben presto l’allarme investe la popolazione generale. Il fatto che sembra si propaghi per via sessuale e attraverso i fluidi corporei rende l’allarme molto intenso. Si cominciano a vedere continuamente alla televisione delle pubblicità che vorrebbero educare a mantenere il distanziamento sessuale: una persona infetta nella penombra con un’aura viola abbraccia un’altra persona e così adesso l’aura viola dell’infezione ce l’hanno in due. Siamo tutti a rischio, ci viene detto, ma a rischio è soprattutto chi ha comportamenti sessualmente promiscui. Cosa significa essere promiscui, mi chiedo preoccupato? Leggo un report di un’organizzazione governativa svedese dove c’è una risposta: avere avuto più di 5 partner nella propria vita (sono sempre più preoccupato: chi non li ha avuti?). Se questo è il report che diffonde un’istituzione della permissiva Svezia, c’è da prenderlo sul serio, penso. Ma poi sono invaso da un altro pensiero: io sono morto, i miei amici moriranno, moriranno le mie partner.

Le notizie allarmanti assieme anche alle leggende metropolitane si susseguivano inquietanti negli anni Ottanta. Un ragazzo incontra una ragazza in discotesa. Vanno a casa di lui, fanno sesso. La mattina dopo lei se n’è andata. Lui va in bagno e trova scritto sullo specchio con il rossetto “Benvenuto nel mondo dell’Aids!”. E poi il film Philadelphia nel 1993, inevitabile blockbuster, con Tom Hanks pieno delle macchie del sarcoma di Kaposi sul viso, un posto dove non lo si aveva riscontrato precedentemente.

Naturalmente ne parlo con il mio medico, che mi pare un incosciente, perché mi dice che, se sono in buone condizioni generali, la probabilità che io contragga l’Aids è prossima allo zero. La Chiesa sostiene che il preservativo non è affatto un presidio contro questa malattia mortale. Incosciente anche lei, perché, così ci dicono, in Africa, dove la Chiesa è molto presente, è già un massacro, a causa della promiscuità sessuale degli africani, che scopano con chiunque. L’Uganda scomparirà tra breve. Dicono.

Passa qualche anno. Io nel frattempo non sono morto. Nella primavera del 1999  sono in libreria a fare un giro tra le novità. Vedo due volumi, uno è scritto da un virologo e biologo molecolare tedesco, naturalizzato americano. Si chiama Peter Duesberg, è stato il primo a sequenziare un gene del cancro e per questo è stato candidato al Nobel, che mai vincerà. Il titolo è una provocazione: Aids, il virus inventato. Il secondo è frutto della collaborazione tra uno psicologo, Luigi De Marchi, e uno specialista in malattie infettive, Fabio Franchi e si intitola Aids: la grande truffa. Entrambi, così mi pare di capire, sostengono che ci sono molte cose che non vanno in tutto quello che ci è stato detto in quasi vent’anni. Ci sono difetti nella raccolta dei dati, nelle previsioni, nell’eziologia. Li sfoglio infastidito, scorro l’indice, guardo le biografie degli autori, penso: “il mondo è pieno di matti”. Me ne esco per tornare a casa. Faccio qualche metro e mi sorge un pensiero, in maniera involontaria: “e se avessero ragione?”. Ritorno in libreria. Li acquisto. Li leggo. Apprendo che un giornalista italiano ha pubblicato da poco un libro controverso sull’Aids, nella forma di un compte philosophique, una forma letteraria del tutto inusale per l’Italia. Lui è Luca Rossi e il suo libro è Sex virus, pubblicato da uno dei più rispettabili editori italiani.

Inizio a documentarmi. Scopro che gli abitanti dell’Africa sono raddoppiati dagli anni Ottanta e che l’Uganda esiste ancora. Scopro che non sono morto e nessuno dei miei amici è deceduto. Scopro che in Occidente l’epidemia non ha mai varcato in maniera significativa i confini di quattro gruppi a rischio: omosessuali maschi molto promiscui, tossicodipendenti, emofiliaci, politrasfusi. Scopro che numerosi e qualificati esponenti dell’establishment scientifico sono molto scettici sulla portata dell’epidemia e sulle sue cause. Scopro che non è mai avvenuto nessun collasso dei sistemi sanitari pubblici, come si prevedeva. La vendita dei preservativi in Italia è rimasta costante, ma siamo ancora tutti qua. Scopro che in Africa fanno pochissimi test per individuare l’Hiv e la maggior parte delle diagnosi di Aids è presuntiva. A un certo punto leggo un report dell’OMS che definisce cosa sia una malattia rara e spiega che l’Aids vi rientra.

Mi ritrovo a fare il test, perché una neofidanzata me lo richiede. Chiedo alla dottoressa quale è l’affidabilità di quello che mi verrà somministrato (il test si chiama “Elisa” e individua gli anticorpi all’Hiv). Lei: “il 100%”. Il problema è che non esistono test clinici affidabili al 100%. Il problema è che ci sono molte condizioni (circa 70) che possono generare falsi positivi in questo test, tra le quali un’influenza in corso e una gravidanza. Perché la dottoressa non sa queste cose? Perché ci sono state così tante informazioni incomplete? Perché la gente non muore per strada a New York, ritenuto uno dei centri di questa pandemia? E mano a mano che vado avanti, scopro altre anomalie. Le prostitute non si ammalano, a meno che non rientrino in uno dei gruppi a rischio, I chirurghi non si ammalano, sebbene si taglino con il bisturi. Non si ammalano i dentisti.

Non c’è nessun complotto, è chiaro. L’Aids esiste, ma non esistono le dimensioni invocate di questa epidemia tra la popolazione generale, dove la sindrome non si è mai diffusa. Perché c’è stato questo allarme? Le cause sono molte e complesse: competizioni spietate tra scienziati, esigenza di pubblicare per assicurarsi finanziamenti per la ricerca o per ottenere un posto di ruolo, articoli dove i dati non vengono controllati e gli esperimenti non vengono ripetuti (perché tutto questo costerebbe troppo), gli annunci periodici della scoperta di un vaccino, che in 40 anni non è mai arrivato, allo scopo di ottenere nuovi finanziamenti, le pressioni delle lobby gay, che non vogliono rischiare di essere ancora una volta marginalizzate.

Quello che per me è stato importante, dal punto di vista professionale, è che mi sono imbattuto in un problema che aveva rilevanza per alcuni aspetti della mia specializzazione, che è la filosofia morale. Tra questi: i comportamenti individuali, l’etica della ricerca scientifica, le politiche sanitarie, il controllo dei corpi delle persone, il legame tra sesso e morte. Su questi temi a un certo punto ho sentito di dover dire la mia (in un articolo che scrissi assieme a Fabio Franchi, che è una nota critica al notevole libro di Luca Rossi).

Non era ancora il tempo dei social, ma esistevano numerosi gruppi di discussione su questi temi. Cominciai a intervenire. Le discussioni in italiano e in inglese coinvolgevano decine di persone. Venni invitato in alcuni dipartimenti a esprimere i miei dubbi. Mi ricordo una di queste occasioni all’Università di Bologna. In una pausa del mio intervento un collega mi disse che le cose che dicevo ero pericolose, perché era inopportuno sollevare dei dubbi. Ripetei le mie osservazioni a un convegno di medici. Nessuna obiezione dall’uditorio. Delle centinaia di persone con le quali parlai in quegli anni nessuna aveva mai conosciuto una persona al di fuori dei gruppi a rischio che si fosse ammalata. Eppure tutti noi avremmo dovuto conoscere qualcuno che di Aids era crepato.

Progressivamente l’allarme per l’Aids è rientrato e oramai nessuno quasi ne parla più, se non in occasione della giornata mondiale, che cade uno dei primi giorni di dicembre, quando stancamente qualcuno, sempre di meno, reitera un avvertimento terroristico. Tuttavia, se gridi al lupo troppe volte, è ovvio che nessuno ti crede, in assenza di solide evidenze empiriche. Ma quello che per me è stato sorprendente è che nessuno tra i miei colleghi ha preso la parola sulla questione, almeno in Italia, nemmeno tra coloro che si occupano di bioetica, con la sola eccezione di Roberto Festa, un filosofo della scienza.

Parlare avrebbe significato prendere posizione. È più semplice non farlo. Kary Mullis, che ha ricevuto il premio Nobel per aver inventato la PCR (polymerase chain reaction) una tecnica di amplificazione del Dna con enormi applicazioni (ad esempio per la diagnostica del Covid19) all’osservazione di Luca Rossi, il quale obiettava che sulle cause dell’Aids c’era un consenso quasi univoco, così rispose: “Pecore. E nemmeno più tanto pecore, adesso: sono diventati pecore aggressive. Si sono fatti far fessi per così tanto tempo che per loro è diventato difficile ammetterlo. Non c’è da stupirsi, del resto. Non è l’Aids in sé, è la scienza in questa fine secolo; non è più questione di qualche aristocratico che studia per divertimento, è un’altra cosa, che deve continuare a funzionare, a girare e girare non importa come, perché troppa gente deve pagare l’affitto e non può permettersi di perdere il lavoro, e direbbe qualsiasi cosa per ottenere un finanziamento.”

A un convegno dove conobbi Peter Duesberg, esposi la mia idea che le controversie sull’Aids non si sarebbero risolte sin tanto che i potragonisti di questa querelle erano ancora in vita. Duesberg mi replicò ricordando che la stessa cosa era successa con Galileo. Quello che suggeriva era quanto pensavo anche io: questo non può essere un motivo per non alzare la propria voce.

Descartes, il padre della filosofia moderna, sosteneva che almeno una volta nella propria vita bisogna dubitare di tutto. A me è sempre parsa una posizione eroica che riassume lo spirito della filosofia: la capacità di rovesciare le prospettive, di interrogarsi su tutto, di non farsi intimorire dal conformismo, di dire la propria. Senza questo atteggiamento la professione del professore universitario è semplicemente una carriera, una scalata burocratica alienata che non trova le proprie ragioni dentro di sé, ma se le fa imporre dall’esterno. Questa è la lezione che cominciai ad apprendere quel giorno, quando ritornai sui miei passi in libreria. Era l’8 maggio 1999.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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