RILEGGERE JOHN RAWLS AL TEMPO DI DONALD TRUMP

GIOVANNI GIORGINI

Gli Stati Uniti del 2026 sono un laboratorio filosofico-politico con un’effervescenza che non si vedeva dalla fine della guerra del Vietnam e le lotte per i diritti civili degli afroamericani. Nell’anno che celebra il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, gli ideali affermati in quel documento non sono mai apparsi così lontani e messi in discussione. Concetti fondamentali e fondazionali, come l’eguaglianza di tutti gli esseri umani, concepiti come portatori di diritti per natura, sono criticati in nome dell’indubbia superiorità delle grandi menti che hanno creato Palantir, Facebook, Amazon e così via: non si può negare l’esistenza di un’evidente aristocrazia naturale. Ideali sostenuti in contrapposizione alla tirannia di re Giorgio III appaiono oggi superati dall’apparente efficienza del governo monocratico delle grandi multinazionali tech. La democrazia, fino a pochi anni fa considerata senza dubbio la miglior forma di governo, viene criticata perché lenta nel prendere decisioni, peraltro raramente buone, inefficace, dispendiosa e aperta alla corruzione. Molto meglio un’oligarchia di tecnocrati, come quelli che ci hanno dato l’intelligenza artificiale, o addirittura una monarchia: alla fine dei conti, Steve Jobs non era forse un monarca all’interno di Apple? Solo così ha potuto dare corpo alle sue visioni. Qual è la ragione di questo cambiamento non solo radicale ma addirittura epocale?

Dare tutta la colpa a Donald Trump è semplicistico e gli attribuisce troppa importanza. Ma certamente Trump è stato il catalizzatore di questo rivolgimento, e la sua condotta immorale e illegale in qualità di presidente ha dato voce a risentimenti a lungo covati, ha fornito l’esempio più egregio e sfacciato a tutti coloro che pensano che lo Stato serva ad arricchirsi privatamente e, senza retorica, ha scatenato le pulsioni più basse degli esseri umani. Certo, l’amministrazione Trump non è la prima in cui si siano verificate azioni contro la Costituzione da parte del Presidente e una mescolanza tra interessi pubblici e privati. La mente corre subito a Richard “Tricky Dick” Nixon, ma allora il suo stesso partito e la Corte Suprema lo fermarono e lo costrinsero infine a dimettersi, cosa che non sta accadendo con l’attuale presidente. Un’interessante lezione per tutti i filosofi politici, e un potente contro-esempio all’irenico “approccio delle capacità” di Martha Nussbaum: le nefandezze di ICE mostrano di che cosa siano anche capaci gli esseri umani. L’autore a cui occorre piuttosto fare riferimento è Philip Zimbardo, lo psicologo che, con il suo celebre esperimento del 1971 all’Università di Stanford sull’“effetto Lucifero”, ha dimostrato come la deresponsabilizzazione delle persone che ricoprono ruoli istituzionali produca, anche in soggetti sani, comportamenti crudeli e tirannici. Un sinistro “effetto Lucifero” sembra essersi diffuso nel paese, impossessandosi di molti americani.

“Mistakes were made”, come si suole dire senza assumersi responsabilità; certamente, ma ciò che colpisce è la rapidità del mutamento. Un “liberi tutti” così repentino da sorprendere tutti gli osservatori. I più conservatori tra i miei lettori mi obietteranno che le élites progressiste americane avevano bisogno di un bagno di realtà dopo la sbornia woke, gli eccessi del movimento violento Black Lives Matter, i divisivi risultati dell’affirmative action e della politica di Diversity Equity Inclusion nelle università e nei posti di lavoro che davano la precedenza a specifiche minoranze invece di basarsi sul merito individuale; tutti fenomeni che hanno creato un grande risentimento sociale in coloro che non sono stati beneficiati. Ma penso che anch’essi siano sconcertati di fronte alla violenza con cui il pendolo ha oscillato nella direzione opposta, per cui discorsi prima impronunciabili e azioni prima impensabili sono stati sdoganati.

D’altro canto, coloro che non hanno mai creduto nel post-modernismo, che non hanno mai pensato che “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” o che, se qualcuno ti aggredisce per strada, invece di farti male produce “una percezione di insicurezza”, sono stati vendicati. Già poco dopo la prima elezione di Trump, l’altissima percentuale di menzogne nei suoi discorsi ha portato alla ribalta l’espressione “fake news” e ha fatto parlare di un’era post-truth, incoronata parola dell’anno 2016 dall’Oxford Dictionary. Di fronte alla falsificazione deliberata della realtà, la verità ha rivendicato le proprie ragioni, “prendendo per i capelli” chi la negava, per parafrasare Aristotele. Sentire la deputata radicale Alexandria Ocasio-Cortez affermare “woke 1 was crazy” significa che un’era è finita, anche se questa affermazione va certamente ridimensionata perché ha un preciso scopo elettorale. È sufficiente confrontare l’attuale reazione di riposizionamento degli intellettuali di sinistra con le aspre critiche ricevute nel 2023 dalla filosofa morale americana Susan Neiman, che non poteva certo essere accusata di simpatie reazionarie, in occasione della pubblicazione del suo libro Left Is Not Woke.

Ma se il woke prima maniera era folle, le alternative che ci vengono presentate, e che attirano le masse, sono inquietanti. Vi è in loro del nuovo e dell’antico. Possiamo farci guidare dall’emblematico titolo del libro di successo di Hans-Hermann Hoppe: Democrazia: il dio che ha fallito. L’economia e la politica della monarchia, la democrazia e l’ordine naturale (2001). Il titolo allude, naturalmente, al celebre libro collettaneo del 1949 sull’altro dio che ha fallito, il comunismo; Hoppe individua molti punti deboli delle democrazie contemporanee e ha buon gioco, focalizzandosi solo sugli aspetti negativi di questa forma di governo, a mostrare la superiorità di quello che chiama “l’ordine naturale”, un opaco anarco-capitalismo nel quale le élites naturali si trovano a competere tra loro. Di fronte all’evidente crisi del modello democratico, nel recente passato scienziati politici liberali e radicali americani si erano trastullati con idee come l’‘epistocrazia’, la ‘democrazia aperta’ (Landemore), nella quale il governo popolare è sottratto al popolo, o la ‘democrazia deliberativa’, nella quale assemblee ristrette di cittadini rappresentativi decidono l’agenda politica. Ma nessuna di queste proposte metteva effettivamente in discussione i fondamenti della democrazia liberale; con Hoppe e altri autori come Curtis Yarvin ci troviamo invece di fronte all’immagine di una diseguaglianza così fondamentale tra gli uomini, tracciata dalla natura stessa, da rendere ovvia la preferenza per l’aristocrazia e per un’ammodernata versione della “grande catena dell’essere”, di una società feudale gerarchica.

Certo, sappiamo bene che fin dal suo apparire la forma di governo democratica ha dovuto fare i conti con detrattori e con almeno due formidabili contendenti. Già la prima discussione teorica di diverse forme di governo, il logos tripolitikos in Erodoto III, 80-82, nel quale tre persiani eminenti esaminavano meriti e demeriti del governo della massa, dell’aristocrazia e della monarchia, individuava i possibili punti critici della democrazia, con critiche che sarebbero state riprese nei secoli successivi. Il sostenitore dell’aristocrazia affermava che la massa è ignorante e stupida, priva di discernimento e non sa pertanto prendere buone decisioni neppure nel proprio interesse, muovendosi in tutto con l’accortezza di un fiume in piena; è molto più verosimile, sosteneva invece, che dagli uomini migliori vengano le decisioni migliori. D’altro canto, il sostenitore della monarchia concordava con queste critiche e aggiungeva che il governo di uno solo è superiore a tutti per la rapidità e la segretezza con cui prende decisioni, qualità molto utili in guerra e in pace. Fin qui, vi è pertanto poco di nuovo nelle critiche contemporanee alla democrazia.

Oggi, però, negli Stati Uniti è in atto un Kulturkampf reazionario che, muovendo da posizioni diverse, ha in comune il nemico: il liberalismo, spesso caricaturato in un’accozzaglia di wokismo, gender studies, relativismo culturale ed astratta eguaglianza sociale, unitamente alla forma politica liberal-democratica. Si tratta di una vera e propria guerra culturale all’immagine dell’individuo liberale e alle entità che lo promuovono, esemplificate dalle università di Harvard e Columbia e dal New York Times -la “Cattedrale”, nella definizione di Curtis Yarvin (che all’epoca scriveva sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug), l’unione di potere tra giornalismo e accademia che detta alla società americana la morale e la verità su ciò che è accettabile o meno; una guerra alla liberal-democrazia e allo Stato di diritto, esemplificate da giudici indipendenti, dalla Corte Suprema e da tutti i ‘lacciuoli’ giuridici della rule of law, che frenano l’efficienza del Trumpismo.

Questo attacco al liberalismo si unisce a un attacco all’Illuminismo e, più in generale, alla modernità, che vengono accusati di aver attribuito un’eccessiva importanza alla ragione umana, a scapito delle passioni e del lato oscuro dell’essere umano. Quel lato oscuro che costituisce il cuore dell’“Illuminismo Oscuro”, la teoria filosofico-politica reazionaria che rifiuta l’idea di progresso, vede la liberal-democrazia come un sistema decadente e mira a sostituirla con il “neo-cameralismo”, la visione dello Stato come una società per azioni che dovrebbe essere governata monarchicamente da un amministratore delegato con pieni poteri. È interessante e significativo il fatto che i due principali teorici dell’Illuminismo Oscuro siano un reazionario come Yarvin e il filosofo accelerazionista britannico Nick Land, che ha invece un background marxista e post-strutturalista e che, negli anni Novanta del secolo scorso, teorizzava l’accelerazione della caduta del capitalismo attraverso i suoi stessi strumenti. Mescolando Deleuze e Guattari al cyberpunk e al marxismo, già trent’anni fa Land prospettava un futuro nel quale i risultati tecnologici del capitalismo avrebbero creato una società neo-feudale nella quale l’intelligenza artificiale avrebbe dominato gli umani. Un futuro post-umano, o trans-umano. Molte di queste idee si ritrovano nel manifesto dell’Illuminismo Oscuro, le cui lacune e omissioni lo rendono ancora più oscuro. Come pure nella visione filosofico-politica del venture capitalist di Silicon Valley Peter Thiel, che evoca la figura dell’Anticristo e il katechon paolino, e utilizza le teorie di René Girard sulla violenza e il sacro per dipingere un futuro di conflitto esiziale tra fazioni dell’umanità. Ciò che unisce tutti questi autori, nella loro diversità, è la critica alla ragione illuministica e alla sua insufficienza per comprendere la complessità della storia e le motivazioni degli esseri umani. E, in maniera più sotterranea, li unisce la critica all’idea liberale che la razionalità sia ciò che accomuna gli esseri umani e a cui occorre fare appello per pacificare il conflitto e trovare un accordo; vi è in loro un chiaro elitismo e una visione degli eventi storici come prodotto di pochi uomini eccezionali.

Queste idee hanno ricevuto impulso dagli eventi storici degli ultimi trent’anni, e segnatamente da due. L’attacco alle Torri Gemelle di New York da parte di terroristi islamici l’11 settembre 2001 ha posto fine al sogno di una progressiva espansione della liberal-democrazia nel mondo, sogno seguito alla fine del comunismo sovietico. Esso ha posto gli Americani, e non solo, di fronte all’esistenza di esseri umani incomprensibili con le categorie razionali del liberalismo occidentale; e ha generato paura. L’epidemia da Covid-19 e la risposta atavistica e iper-securitaria degli Stati, anche liberal-democratici, hanno portato alla proliferazione di teorie complottiste e a una minore fiducia nella scienza, inizialmente in difficoltà nel contrastare il nuovo virus. Si è trascurata la lezione di Karl Popper sulla fallibilità e sul metodo di tentativo ed errore come fondamento della scienza; si è prima eretta una divinità, la Scienza, dalle sentenze oracolari affidate agli specialisti (“la scienza non è democratica” ci è stato urlato), e la si è abbattuta quando non ha fornito risposte immediate. Paura e sfiducia nella scienza e nelle istituzioni liberali hanno portato a guardare a esperienze politiche differenti, alla pretesa superiore efficienza di Hong Kong e alla sicurezza di El Salvador, ottenute a spese dell’abolizione di fatto dello Stato di diritto e dei diritti umani.

Di fronte a questo attacco, che è sia culturale sia politico, cosa occorre invece riproporre oggi, in America e in tutte le nazioni liberal-democratiche? Io ritengo che il punto di partenza debba essere la rilettura di John Rawls, un autore così onnipresente negli ultimi trent’anni del Novecento da avere ingenerato poi sazietà –familiarity breeds contempt, come dicono gli Inglesi. Rileggere Rawls all’epoca di Donald Trump aiuta a ristabilire una corretta prospettiva sulle cose, perché ci ricorda che è possibile concepire l’essere umano in una luce positiva e non hobbesiana, è possibile immaginare un’America differente e una politica diversa; e, soprattutto, perché la visione di Rawls è l’antitesi di tutto ciò che Trump è e fa. Se c’è una cosa che caratterizza Trump, nelle relazioni interpersonali, negli affari, in politica e in economia, è l’assenza di fairness, di equità, di correttezza e di rispetto per l’altro. Un tratto, peraltro, così non-americano. Rawls ricorda agli Americani, ma anche a tutti noi in generale, che “ogni essere umano è un centro assoluto di valore” e che “la società è un’impresa cooperativa”, alla quale ognuno di noi contribuisce non perché è buono o generoso, ma perché è razionale fare così. Così come è semplicemente razionale sia chiedere la più ampia libertà possibile per raggiungere i propri fini e perseguire la propria immagine del bene sia, nel contempo, non accettare che le diseguaglianze naturali si traducano automaticamente in diseguaglianze sociali. Non siamo naufraghi su un’isola deserta né individui separati, senza nulla in comune, impegnati in una guerra di tutti contro tutti. L’universalismo di Rawls non è naif e la sua fiducia nella ragione umana non è ingiustificata.

L’umanità e ogni singolo essere umano hanno certamente un lato oscuro, ma millenni di storia e generazioni di teorici politici ci hanno mostrato che è possibile creare società basate sulla risoluzione del conflitto attraverso il dibattito anziché la violenza. Il primo documento scritto della civiltà occidentale, l’Iliade, è lì a dimostrarci che quando Achille e Agamennone si scontrano verbalmente, viene convocata l’assemblea dei re che funge da arbitro del conflitto. Sempre l’Iliade ci mostra che esiste un’alternativa perenne al dialogo e all’arbitrato, cioè al diritto, ossia la violenza, la legge del più forte. Ma il più forte di oggi soccomberà di fronte al nuovo, più forte di domani.

A Rawls va quindi affiancata una rilettura di Tucidide, magari abbinata alla visione dell’Odissea di Christopher Nolan. Perché Nolan, oltre a offrirci un grande spettacolo come i kolossal cinematografici di una volta, ci riporta alla prima tragedia collettiva della civiltà occidentale, la guerra di Troia; e coglie un punto essenziale di Omero: come osserva con dolorosa consapevolezza il suo Ulisse, di fronte alla paura che Itaca venga invasa da predoni stranieri: “i popoli del mare siamo noi”. Per qualcuno, l’altro, il nemico, lo straniero, siamo noi; come lui lo è per noi. Questa reciprocità, che ci unisce nell’assoluta diversità, ci rammenta che abbiamo un destino comune. Ettore e Achille, uniti da un destino di morte violenta, ci ricordano che nessuno vince e rimane sempre vincitore: nel tempo, siamo tutti destinati a essere sconfitti.

Una lezione pienamente appresa e fatta propria da Tucidide, che vi aggiunge due corollari. Innanzitutto, che la politica e il diritto sono due fragili costruzioni umane ideate per contenere quella “natura umana necessaria” che ci spinge a volere sempre di più e ci pone inevitabilmente in conflitto con gli altri. Alla democrazia, basata sulla rivoluzionaria idea che tutti gli uomini siano uguali dal punto di vista politico — l’isonomia —, alla diplomazia, alla moderazione all’interno e all’esterno dello Stato, si può sempre contrapporre il diritto del più forte, quel nomos tes physeos che gli Ateniesi rivendicano contro le pretese di giustizia dei Melii. Hanno ragione: il diritto del più forte è un’alternativa perenne alla giustizia come equità. Vi sarà sempre qualcuno che sosterrà che di giustizia si parla solamente quando si è in condizione di parità di potenza; altrimenti, il forte fa quello che vuole e il debole cede. Ma Tucidide, che sapeva che la guerra del Peloponneso si era conclusa con la catastrofica sconfitta di Atene, che avrebbe aperto la strada ai Trenta Tiranni, ci insegna anche un’altra cosa: il vincitore di oggi è lo sconfitto di domani, e la hybris prelude alla catastrofe. L’arché ateniese, l’impero achemenide, quello romano, quello mongolo, quello britannico, hanno tutti avuto fine nel tempo. Occorre ricordarlo a Donald Trump, prima che ci pensi qualcuno più forte di lui.

 

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