MANIFEST NOSTALGIA
PIER MARRONE
Il giorno 8 giugno 1867 Mark Twain salpava da New York per compiere un viaggio all’estero, verso l’Europa e la Terra Santa a bordo del piroscafo Quaker City. Il viaggio aveva richiesto molti mesi di preparazione. Infatti, Mark Twain non faceva questa esperienza da solo, ma faceva parte di un folto gruppo organizzato che si apprestava a compiere quella che viene considerata la prima crociera organizzata moderna. Mark Twain ne ricaverà un libro che avrebbe avuto un enorme successo, The Innocents Abroad. Nella mente di Twain l’idea dissacrante era quella di un enorme e smisuratamente prolungato picnic, una festa giornaliera di dimensioni gigantesche. Sarebbero stati evitati gli inconvenienti di escursioni dilettantesche e nulla sarebbe stato lasciato all’improvvisazione. Lo scopo era procurarsi un’iniezione di esotismo.
Già si pregustavano le ore passate a bordo a godersi un clima tiepido cullati dalle onde e contemplando il mare alla ricerca di squali o balene nell’Atlantico, in attesa di entrare nel Mediterraneo perennemente accarezzato dal sole. I partecipanti avrebbero visitato e conosciuto popoli a loro volta curiosi di vedere questi pellegrini, che ostentavano la medesima sicurezza nel conversare con chicchessia, gente comune, re, principi, mogul. L’idea aveva avuto il supporto di una vasta pubblicità, della quale, del resto, non ci sarebbe stato quasi bisogno. Chi non avrebbe voluto farne parte? “Avrebbero navigato per mesi sull’Atlantico ventilato e sul soleggiato Mediterraneo; avrebbero scorrazzato sui ponti di giorno, riempiendo la nave di grida e risate — oppure avrebbero letto romanzi e poesie all’ombra dei fumaioli, o avrebbero scrutato oltre la murata alla ricerca di meduse e nautilus, e di squali, balene e altri strani mostri degli abissi; e di notte avrebbero ballato all’aria aperta, sul ponte superiore, nel mezzo di una sala da ballo che si estendeva da un orizzonte all’altro, sovrastata dalla volta celeste e illuminata da lampade non meno maestose delle stelle e della magnifica luna — avrebbero ballato, passeggiato, fumato, cantato, fatto l’amore e scrutato i cieli alla ricerca di costellazioni che non avessero nulla a che fare con il ‘Grande Carro’, di cui erano ormai così stanchi; e avrebbero visto le navi di venti marine — i costumi e le usanze di venti popoli curiosi — le grandi città di mezzo mondo — avrebbero frequentato la nobiltà e intrattenuto conversazioni amichevoli con re e principi, grandi mogul e i signori consacrati di potenti imperi!” Era un’idea “di audace originalità, il carattere straordinario, la natura seducente e la vastità dell’impresa suscitarono commenti ovunque e la fecero conoscere in ogni famiglia del paese. Chi avrebbe potuto leggere il programma dell’escursione senza desiderare di far parte del gruppo?”, scrive Twain.
Erano passati più di 246 anni dall’arrivo dei Padri Pellegrini sulla nave Mayflower a Cape Cod in quello che sarà il Massachusetts. Era stata fondata una civiltà, ne erano state distrutte altre con la pretesa di essere approdati in una terra nullius. Di che cosa andavano esattamente in cerca coloro che avrebbero partecipato a questa spedizione en reverse? Attraverso l’Atlantico, dalle Azzorre a Gibilterra, e poi la Spagna, Marsiglia, con una puntata a Parigi, per visitare la grande esposizione universale che si teneva nella capitale francese, voluta come apogeo celebrativo dello splendore del Secondo Impero da Napoleone III: è molto difficile vedere nell’edonismo e nell’esotismo promesso dalla pubblicità una qualche prossimità ai dissidenti puritani che fondarono la colonia di Plymouth per sfuggire alla persecuzione di Giacomo I e della chiesa anglicana, che giudicavano deficitaria in materia di rettitudine morale, perché troppo vicina alla chiesa cattolica. Ma qualcosa in comune in effetti esiste. Sia i puritani sia gli edonisti andavano in cerca di un’esperienza che fosse un nuovo inizio.
L’idea del nuovo inizio, che talvolta si affaccia sia nella storia delle comunità e dei partiti politici riguarda anche la nostra vita individuale. Chi non ha mai pensato che alla propria vita mancasse una svolta che avrebbe capovolto tutto il grigiore nel quale spesso si è costretti a vivere, per procurarsi l’intensità di una esperienza finalmente autentica e realmente nostra? Talvolta, questa idea del nuovo inizio si affaccia anche nelle politiche delle nazioni, dove assume però più frequentemente la forma di un ritorno alle origini di quelli che si ritengono o propagandano come i propri principi fondativi, si tratti della razza, della civiltà cristiana, del califfato, dell’eccezionalità geopolitica del Russkij Mir, della “land of the free and the home of the brave”, come recita la parte finale dell’inno nazionale statunitense. Si potrebbe sintetizzare dicendo che puritani ed edonisti guardano avanti, e sono progressisti, mentre le nazioni e le comunità in cerca dell’innocenza di un nuovo inizio guardano invece indietro e sono reazionarie? Ovvio che no, perché l’innocenza è un mito e come tutti i miti ha qualcosa di reazionario, ossia la pretesa di sostituire l’argomento con l’emozione, un compito molto spesso destinato al successo, talvolta al di là di qualsiasi attesa, come avrebbero dovuto insegnarci molte tragedie del XX secolo.
Mark Twain acutamente intitolò il suo brillante reportage The Innocents Abroad. Ma il fatto stesso che qualcuno si metta a cercare l’innocenza, che si prefigga di costruire un ambiente dove la regressione all’innocenza (una sorta di regressione all’utero materno, in definitiva) possa svilupparsi, prima o poi dovrà imbattersi nell’argomentazione, ossia nella difesa della propria scelta, sia nei confronti degli antagonisti che non mancano mai, sia nella propria opera di propaganda politica o pubblicitaria. Insomma: dovrà proporsi un’opera di evangelizzazione per convincere gli altri di una buona novella, che di solito consiste nel tentativo di persuadere gli interlocutori che la loro esperienza è deficitaria e necessita di un surplus, di un supplément d’âme, secondo l’espressione coniata da Henri Bergson nel 1932 nella sua ultima grande opera, Le due fonti della morale e della religione. Bergson pensava che questo supplemento d’anima fosse necessario di fronte all’esplosione della tecnica, che proietta il nostro corpo fisico verso orizzonti indefiniti, se non infiniti, mentre la nostra spiritualità rimane ancora confinata dentro a schemi inadeguati. Va da sé, però, che questa considerazione di Bergson è inadeguata e facilmente rovesciabile. La crociera del Quaker City è quel supplemento d’anima del quale dobbiamo andare in cerca, come lo è internet, il cellulare, Starlink, e tutto quanto di eccezionale, magnifico, bello e anche terribile riusciamo a immaginarci realizzandolo, dalla bomba atomica ai droni russi che fanno i safari umani in cerca di civili ucraini da ammazzare.
E se ci si mette ad argomentare a favore dell’innocenza e del supplemento d’anima, che è necessario per affrontare la vita e tutto quanto è necessario a renderci sopportabile l’esistenza, ossia la tecnica, prima o poi potresti doverti chiedere che cosa c’è di innocente nell’innocenza. Naturalmente, l’innocenza è un mito fondativo di una comunità in cerca di qualcosa di puro, ossia proprio di quel supplemento d’anima, che a qualcuno parrebbe necessario al di là della tecnica, mentre è proprio la tecnica a essere quel supplemento d’anima del quale Bergson andava in cerca e invocava la necessità.
Il Quaker City prometteva di trasportare i suoi innocents per incontrare un’esperienza unica, che li avrebbe riconnessi al luogo dal quale provenivano, l’Europa prima delle sue rovine, vista attraverso le testimonianze dell’arte e anche dell’archeologia, ossia proprio delle stesse rovine. Ma l’innocenza è spesso predatoria, perché vuole autoalimentarsi e il suo circolo può essere spezzato solo dalla delusione, ossia dalla riflessione. I passeggeri del piroscafo erano tutte persone e personalità di rilievo e di grande disponibilità economica. Infatti il biglietto per questa crociera di 5 mesi costava l’equivalente di 30mila dollari odierni. E cosa poteva testimoniare meglio l’incontro con il passato e la legittimità della propria ricerca se non acquisire souvenir da esibire al proprio ritorno? Ecco allora questa orda di turisti facoltosi appropriarsi di pezzi della Sfinge in Egitto, frantumando la pietra con martelli. Ecco Mark Twain mimare l’innocenza dei suoi compagni di viaggio fingendo un pianto dirotto sulla presunta tomba di Adamo nel Santo Sepolcro a Gerusalemme.
L’atteggiamento di Mark Twain ridicolizzava l’insicurezza non tanto degli americani, quanto di chi pensava che gli americani dovessero essere una popolazione ricca quanto si vuole, ma culturalmente arretrata, mentre ovviamente non era così. È un atteggiamento che si ritrova anche in una estesa riflessione del futuro premio Nobel per la letteratura, il norvegese Knut Hamsun, nel volume La vita culturale dell’America moderna, che nasce dalla sua esperienza durante due lunghi soggiorni negli Stati Uniti, nei periodi 1882–1884 e 1886–1888. Inizialmente mosso dalle sue simpatie repubblicane e dal desiderio di migliorare la propria condizione economica, Knut Hamsun sedimentò negli anni una fortissima delusione e risentimento per quello che lui riteneva lo stile di vita americano e le opportunità che a lui sembravano essere negate e alle quali pensava di essere destinato. Gli americani sono orgogliosamente ignoranti, sciovinisti, esageratamente patriottici, incapaci di immaginarsi la vita di altre nazioni, se non pensando che siano inferiori alla loro. “La conoscenza di altre nazioni e popoli è così limitata che, ovunque abbia viaggiato in America, la maggior parte degli yankee ha chiamato svedesi tutti gli scandinavi. Se si vive tra loro per un po’, si scopre facilmente, inoltre, che non appena si viene chiamati svedesi, lo si fa in senso dispregiativo, come se si dovesse davvero chiedere loro scusa per essere svedesi. Raramente serve a qualcosa cercare di dimostrare di non essere affatto svedesi, ma piuttosto norvegesi o danesi. Di norma è del tutto inutile; se sei scandinavo, sei svedese. Tuttavia, se è solo con indulgenza, con una sorta di pietà, che si chiama svedese un uomo della Scandinavia, è con assoluto disprezzo che si chiama francese un uomo della Francia.” Tutte osservazioni che potrebbero adattarsi altrettanto bene a tutti gli atteggiamenti culturali dove si manifesta sciovinismo, settarismo identitario, paura del diverso. In altre parole, non si tratta certo di manifestazioni che erano aliene alla Norvegia dove viveva Knut Hamsun, né a qualsiasi altro paese. Ma dopo le invettive sulla qualità, ovviamente bassissima, dei giornali americani, che hanno il demerito di dedicare anche sezioni alle vicende banali di persone del tutto comuni, Knut Hamsun pianta il chiodo sulla bara della cultura americana lamentandone la scarsa qualità della sua letteratura. “La letteratura americana è irrimediabilmente irreale e scarsamente dotata. Ha romanticismo e slancio, ma non ha la vitalità dinamica della vita. È priva dell’abbondanza smagliante della vita; non suscita emozioni.” Eppure almeno l’emozione all’origine della sua censura doveva pur averla suscitata, ma naturalmente questo non basta a renderla meritevole di attenzione, perché è lontana dalla vita. Certo, ci sono poi i racconti delle riviste, che hanno per lo meno il pregio di avere delle illustrazioni di eccellente qualità, ma queste illustrazioni suppliscono a un difetto di immaginazione dell’uomo americano che ha bisogno di essere guidato perfino nella produzione delle immagini.
Tuttavia, l’immaginazione è la capacità di riprodurre nella mente un oggetto anche se non lo abbiamo presente. Senza l’immaginazione non sarebbe semplicemente possibile vivere perché poi l’immaginazione è la base della produzione dei concetti, quello strumento incredibile che ci permette di raggruppare il molteplice in una unità. Naturalmente ci può essere un uso disinvolto e equivoco di questa capacità, quando si confonde la propria esperienza personale con l’esperienza che chiunque dovrebbe avere del mondo, ad esempio quando si crede che sia la letteratura la cifra distintiva di una cultura. Knut Hamsun non fornisce mai nessuna definizione di cultura nella sua invettiva, avendo deciso che la poca vita culturale che c’era, secondo lui, negli Stati Uniti d’America fosse definitivamente non degna di considerazione, almeno per il momento nel quale scriveva. Questa ultima sembrerebbe una clausola dettata da prudenza. Però, è anche chiaro che c’è qualcosa che impedisce alla cultura di fiorire in America. Di che cosa si tratta? Del materialismo, del culto del denaro, dell’abbandono delle proprie tradizioni nazionali da parte di chi cerca di integrarsi nel nuovo paese. In realtà, la maggior parte di coloro i quali cercavano di integrarsi nel nuovo paese non aveva tanto la preoccupazione di salvaguardare le proprie radici culturali, quanto di mettere assieme il pranzo con la cena. E il mosaico culturale americano una certa salvaguardia di queste tradizioni lo permetteva per la sua stessa storia.
Di che cosa, allora, lamentava l’assenza allora Knut Hamsun? Io credo fosse un’assenza di spiritualità, ma si trattava del medesimo equivoco che provocò l’antiamericanismo di Martin Heidegger. Heidegger equiparava il regime sovietico a quello americano, perché entrambi erano ignari dell’essenza più profonda della tecnica. Quale sarebbe poi questa essenza profonda non sono mai riuscito a comprenderlo bene. Sembrerebbe si tratti di ridurre il mondo a calcolo, a misura, a procedura e da qui l’ulteriore passo di ridurlo a qualcosa che si può comprare. Messa così, potrebbe essere la geremiade di qualsiasi curato di campagna o di qualsiasi professore universitario che si era immaginato per sé stesso una rilevanza sociale di maggiore rilievo di quella che è mai riuscito a ottenere. Tuttavia, ridurre i fenomeni a calcolo permette il progresso scientifico, che è anche qualcosa che può essere condiviso in una proprietà collettiva ed è anche qualcosa che può liberare dalle preoccupazioni quotidiane per dedicarsi a qualcosa che calcolo non è, ad esempio la poesia. Anche Heidegger era preda di una nostalgia per un mondo che non aveva mai vissuto, nel quale gli dei erano presenti nelle vicende umane e tutto aveva un senso. Crogiolandosi in questo nostalgismo ipocrita, com’era possibile non gli venisse mai in mente che “il tempo della miseria” e quello della “povertà del mondo” fosse invece quello dove l’aspettativa di vita alla nascita fosse inferiore ai trenta anni?
Anche per Knut Hamsun quello che la vita americana annuncia è un tempo di miseria, dove tutto è ridotto a denaro e a merce di scambio e la vita culturale è poverissima. Knut Hamsun lo poteva dire perché forgiato dalla superficialità del letterato, che fatica a comprendere come nel mondo non gli venga riservato un posto degno del suo valore. E penso che qui ci soccorra un saggio che scrisse Robert Nozick nel 1998: Why Do Intellectuals Oppose Capitalism? L’idea di Nozick è che quella parte degli intellettuali che eccellono nell’uso delle parole (i letterati, i filosofi, i critici letterari, i filologi, gli storici) sono anche quelli che hanno molto spesso ottenuto voti alti a scuola e all’università e che sono stati abituati a essere premiati. Quando entrano in un mondo diverso, nel mondo degli interessi umani e delle preferenze individuali, dove si deve riconoscere che ognuno persegue il massimo profitto per sé, ossia nel mondo del mercato, allora perdono i propri punti di riferimento e non comprendono perché mai i voti alti e i premi non continuino a arrivare.
Che cosa sia il mondo spirituale, ossia il mondo della nostra realizzazione culturale, è ovviamente cosa diversa per ognuno di noi. Per Heidegger credo lo si comprende bene dai Quaderni neri, i suoi diari privati, dove risulta chiara la sua adesione profonda, chiara e duratura al nazionalsocialismo e il suo antisemitismo, dove Hitler è visto come il rinnovatore dello spirito germanico. Per Knut Hamsun lo si vede in misura addirittura più chiara, dal momento che, in odio alle democrazie rette dal profitto e corrotte dal consumo, sostenne il regime collaborazionista di Vidkun Quisling, incontrò Hitler e donò la medaglia ricevuta per il premio Nobel a Joseph Goebbels. Di quale mondo avevano nostalgia Heidegger e Knut Hamsun? Di un mondo tripartito dove ci sono i molti che lavorano, i pochi che combattono e i pochi che pregano, ossia che utilizzano le parole per le loro magie verbali. Non a caso Heidegger venne soprannominato il mago di Messkirch, per il suo incredibile carisma esercitato sugli allievi e per sedurre allieve. Questo mondo è radicalmente distrutto dal capitalismo, che è un mondo dove non conta che tu sia stato bravo a scuola, o che tu sia capace di pensieri e pensierini profondissimi, ma le cose che fai e che i tuoi simili sono disposti a riconoscere e a acquisire, dando a te qualcosa che era loro, magari del denaro. I voti a scuola invece non costano nulla e possono essere dispensati in maniera munifica.
Tuttavia, anche gli statunitensi hanno coltivato spesso forme di nostalgia, fin da subito verrebbe da dire. Sia l’epopea dei Padri Pellegrini, sia anche l’idea del Manifest Destiny, espressione creata dal giornalista John O’Sullivan nel 1845, direttore della Democratic Review, mentre enfatizzavano l’idea di un mondo nuovo e gli ideali di una missione degli Stati Uniti d’America si rendevano anche complici tanto nell’immediato futuro quanto nel secolo successivo di una costante produzione di nostalgia per quanto gli Stati Uniti d’America non erano riusciti a produrre secondo quella che avrebbe dovuto essere la loro missione. Anni fa un collega americano mi disse che gli Stati Uniti erano la nazione più religiosa del mondo assieme all’Iran. Non so se sia così, perché bisognerebbe interrogare i sociologi della religione per capirne di più, però è sorprendente il numero di millenarismi religiosi che si sono riusciti a produrre in quella nazione, talvolta con esiti tragici e molto più spesso con esiti grotteschi, legati all’utilizzo disinvolto delle donazioni e agli scandali sessuali. Anche il millenarismo religioso si nutre ovviamente di nostalgia. È il suo destino manifesto.
Nel 1941, Henry Luce, il magnate della carta stampata, marito di Claire Boothe, che sarà ambasciatrice a Roma, pubblicò un editoriale sulla rivista Life, il cui titolo fece epoca: The American Century. “Noi americani siamo insoddisfatti. Non siamo contenti dell’America. Non siamo contenti di noi stessi in relazione all’America. Siamo nervosi — o cupi — o apatici. Quando guardiamo al resto del mondo siamo confusi; non sappiamo cosa fare. ‘Aiuti alla Gran Bretagna a un passo dalla guerra’ è un esempio tipico di speranze a metà e misure a metà. Quando guardiamo al futuro — il nostro futuro e quello delle altre nazioni — siamo pieni di presagi. Il futuro non sembra riservarci altro che conflitti, disordini, guerra.” Gli americani godono di una straordinaria fortuna. La grande maggioranza della sua popolazione, se comparata con il resto del mondo, è semplicemente ricca non solo per la quantità di beni disponibili che sono alla portata di quasi tutti, ma anche per la quantità d tempo libero da impiegare in divertimenti, nella propria formazione personale, per godersi la vita. Proprio questa abbondanza mostra come gli americani abbiano fallito “miseramente”. La missione di una nazione così potente non può limitarsi al “cortile di casa”, l’America’s backyard, che costituiva il fondamento della politica estera americana enunciata dal presidente Monroe nel 1823. Lo slogan di Monroe “l’America agli americani” non significava che gli statunitensi dovessero nutrire l’imperativo di restare a casa propria, cosa che mai hanno fatto, ma implicava un disinteresse per le faccende del Vecchio Mondo europeo, che doveva essere lasciato alla deriva dei suoi disastri incancreniti. Tutto questo usando pure il cosiddetto “corollario Roosevelt”, dal nome del presidente Theodore, ossia la volontà di usare un “big stick” se qualcuno nei continenti americani, nel cortile di casa, avesse mai pensato di andare per conto proprio. Questo atteggiamento, che talvolta impropriamente si chiama “isolazionismo”, deve cessare di fronte alle responsabilità che gli Stati Uniti hanno nei riguardi del mondo.
Chi ha assegnato queste responsabilità agli Stati Uniti? Come si sarà capito c’è un’enorme quantità di teologia politica in questa storia del destino manifesto, una storia tragica, dove a farne le spese sono stati indigeni americani, messicani e poi, interpretato il cortile di casa in senso coestensivo con il mondo, vari popoli e regimi politici in giro per il mondo, che con tutta probabilità non erano certo migliori degli statunitensi, solo più deboli, e ovviamente in alcuni casi, ben peggiori, come pur sempre occorre ricordare. La particolarità di questa tragedia, continuamente reiterata, è che può essere intesa come la smentita della celebre affermazione di Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte che la storia si ripete due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Questa fortunatissima battuta, che era in realtà una chiosa a un passo di Hegel, dovrebbe essere anch’essa integrata, osservando che la tragedia si accompagna il più delle volte alla commedia. Così, anche tutta questa storia del destino manifesto, delle irrimediabili mancanze culturali degli americani (Knut Hamsun), della miseria dell’epoca moderna traviata dalla tecnica e dal calcolo (Heidegger), che pure può salvarci la vita in sala operatoria, permettendoci di chiedere Perché i poeti? una volta tornati a casa dall’ospedale, è sempre stata costantemente inadeguata a sé stessa. Il destino manifesto divenne subito moneta di scambio per manovre speculative sui nuovi territori acquisiti (Texas, Oregon, New Mexico, California), per la costruzione di carriere politiche sia a Capitol Hill sia alla White House sia nella stampa e nelle confessioni religiose; le geremiadi sulla mancanza di cultura degli americani può provocare la reazione di credere che lo spirito si incarni nel Reich millenario esteso a tutta l’Europa; la nostalgia per l’abbandono degli dei, indubbiamente una forma di teologia politica, infine si radica nell’idea che sia necessaria una nuova religione. “Ormai solo un Dio ci può salvare”, afferma Heidegger in una celebre intervista a “Der Spiegel”, pubblicata postuma, per volere di Heidegger medesimo, nel 1976. Questo è equivalente a dire che solo una religione può ricondurci sulla retta via dello spirito dove abitavano gli dei e i poeti erano importanti. Questo è il nostro destino metafisico, che magari potrebbe non realizzarsi, se il Dio invocato non si manifesterà, e se il Dio è quello di Aristotele, si può stare certi che non lo farà.
Alla fine questa è una curiosa convergenza teologica con il destino manifesto americano, che è sempre stata anche e forse principalmente una teologia politica. Una teologia politica che è anche un millenarismo, non estraneo al dominio politico, militare, alla fine anche finanziario del “secolo americano”. Sul retro della banconota da un dollaro si può leggere il motto latino: Annuit coeptis. Novus ordoseclorum. “Dio ha approvato le nostre decisioni. Ecco aprirsi il nuovo ordine dei tempi”. Una nostalgia millenaristica che è sempre disattesa, equivoca e reazionaria come tutte le nostalgie per un tempo che non è mai esistito.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA AMERICA ENDOXA SETTEMBRE 2026 Pier Marrone

