ODIARE L’AMERICA

ROBERTO FESTA

Con i loro 350 milioni di abitanti, gli Stati Uniti d’America sono di gran lunga il Paese più popoloso del continente americano. Quindi non sorprende che, con riferimento agli Stati Uniti, si possa parlare semplicemente di America. Mi occuperò qui della diffusa tendenza a odiare l’America, cioè dell’antiamericanismo, nel senso definito da Paul Hollander (Understanding Anti-Americanism, 2004).

«L’antiamericanismo è una predisposizione irrazionale e in gran parte infondata (simile al razzismo, al sessismo o all’antisemitismo), espressione di un impulso profondamente radicato a trovare un capro espiatorio, una disposizione più strettamente legata ai problemi, alle frustrazioni e alle carenze di coloro che la nutrono e la esprimono – siano essi individui, gruppi, nazioni, partiti politici o movimenti –, che ai reali attributi della politica estera, della società o della cultura americana.»

Nel seguito, dopo avere accennato alla nascita e alla natura degli Stati Uniti, parlerò dello sviluppo dell’antiamericanismo europeo, con il passaggio dall’iniziale simpatia per l’esperimento democratico americano a una forte avversione per l’America. Dedicherò poi qualche osservazione all’antiamericanismo italiano del Novecento.

La storia degli Stati Uniti d’America ha avuto ufficialmente inizio il 4 luglio 1776, quando il secondo congresso continentale delle tredici colonie britanniche del Nord America, tenutosi a Filadelfia, approvò la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, che segnò il loro distacco dalla Gran Bretagna. Successivamente, gli Stati Uniti, con l’aiuto della Francia, sconfissero la Gran Bretagna che, con il Trattato di Parigi del 1783, riconobbe l’indipendenza americana. Nel marzo 1789 entrò in vigore la Costituzione degli Stati Uniti, che comprendeva solo sette articoli: i primi tre stabiliscono il principio liberale della separazione dei poteri e i meccanismi della democrazia rappresentativa, mentre i tre successivi pongono le basi del federalismo. Finora la Costituzione è stata emendata 27 volte. I primi 10 emendamenti, approvati nel 1791, costituiscono il cosiddetto Bill of Rights, che pone restrizioni ai poteri del governo, definendo specifiche protezioni per le libertà individuali.

Il sistema istituzionale degli Stati Uniti, fondato sulla democrazia, la libertà individuale e il federalismo, ne favorì lo sviluppo economico e demografico. Tra gli inizi del Seicento e la fine dell’Ottocento, la loro popolazione si accrebbe con l’arrivo di immigrati provenienti da tutti gli stati europei. Diversamente da quanto comunemente si ritiene, le radici etniche degli Stati Uniti sono più tedesche che inglesi. Infatti, i 40 milioni americani di ascendenza tedesca sopravanzano i 31 milioni di ascendenza inglese e i 30 milioni di ascendenza irlandese. Gli Stati Uniti possono venire considerati più europei di qualunque stato europeo, poiché ospitano un variegato campionario di tutte le etnie europee.

Per alcuni decenni, le vicende politiche degli Stati Uniti suscitarono molto interesse tra gli intellettuali europei. Nell’aprile del 1831, il visconte Alexis de Tocqueville (1805-1859), uno dei più importanti esponenti del pensiero liberale, intraprese il suo famoso viaggio in America, rimanendovi fino al marzo dell’anno successivo. Anche se la motivazione ufficiale del viaggio era lo studio del sistema penitenziario statunitense, Tocqueville allargò lo sguardo all’intera realtà politica e sociale statunitense. La sua indagine sfocerà nel volume La democrazia in America, pubblicato in due volumi, tra il 1835 e il 1840. Tocqueville indagò, fra l’altro, le ragioni per cui la democrazia rappresentativa, che aveva miseramente fallito in Francia, era attecchita molto bene negli Stati Uniti.

A partire dalla seconda la metà dell’Ottocento, le riflessioni degli studiosi europei sull’America furono spesso caratterizzate da un forte antiamericanismo di orientamento reazionario. Questi studiosi erano ispirati dall’idea che l’America dovesse essere disprezzata per motivi filosofici. Come osserva Hollander (Understanding Anti-Americanism),

«dopo il fallimento della Rivoluzione francese, gli Stati Uniti erano l’unica società basata su una concezione illuminista della natura e divennero, quindi, il bersaglio principale di molti pensatori romantici. Sopravvivendo e prosperando, gli Stati Uniti avevano confutato le accuse di intrinseca fragilità delle società fondate con l’ausilio della ragione. I romantici cambiarono, quindi, tattica e iniziarono a sottolineare che l’esistenza duratura dell’America avveniva a costo di tutto ciò che era profondo.»

Gli antiamericani europei ritenevano che la società americana fosse intimamente corrotta. A loro giudizio, la libertà americana era un’illusione che mascherava un soffocante conformismo. Pensavano, inoltre, che qualunque aspetto della società e della politica americane fosse sbagliato ed esercitasse una perniciosa influenza sul resto del mondo. La polemica antiamericana non era diretta contro questa o quella iniziativa della politica estera statunitense, ma investiva la civiltà americana in quanto tale. In definitiva, la colpa dell’America era semplicemente quella di esistere e di essere ciò che era.

Un atteggiamento di questo genere veniva nutrito, per esempio, dal poeta tedesco Heinrich Heine (1797-1856) che esprime così il suo scetticismo verso i miti americani della libertà e dell’uguaglianza:

«A volte mi viene in mente/di salpare per l’America/in quel porcile della libertà/abitato da bifolchi che vivono in uguaglianza.» (Heinrich Heine, Romanzero, 1851)

A più di un secolo di distanza dai versi di Heine, lo scrittore francese Henry de Montherlant (1895-1972) mette in bocca a uno dei suoi personaggi questa affermazione:

«Una nazione che riesce ad abbassare l’intelligenza, la moralità, la qualità umana su quasi tutta la superficie terrestre, una cosa del genere non si era mai vista prima nell’esistenza del pianeta. Accuso gli Stati Uniti di essere in uno stato permanente di crimine contro l’umanità.» (Henry de Montherlant, Le Chaos et la Nuit,1963)

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’industrializzazione dell’America ispirò una nuova ondata di antiamericanismo in Europa. La fonte più profonda e diffusa di questo rinnovato antiamericanismo era l’avversione verso civiltà industriale e la modernità, che gli Stati Uniti rappresentano in modo eclatante.

La punta di diamante del nuovo antiamericanismo europeo è costituita dall’opera di alcuni pensatori tedeschi, a partire da Friedrich Nietzsche (1844-1900), il quale sosteneva che, nella sua ricerca del dominio e della ricchezza, l’America riduceva ogni cosa al calcolabile. I seguaci di Nietzsche trasformarono l’idea di America in un concetto astratto. In particolare, Arthur Moeller van den Bruck (1876-1925), uno dei principali esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca, introdusse il concetto di Amerikanertum (americanità), intesa come una categoria spirituale e tecnologica, caratterizzata dalla meccanizzazione della vita e dallo sfruttamento intensivo della natura attraverso la tecnologia.

Nello stesso periodo, lo scrittore Ernst Jünger (1895-1998) e il filosofo Martin Heidegger (1889-1976) proposero una visione dell’antiamericanismo ancora oggi molto influente. Secondo Jünger, l’America ​​è il simbolo di un tecnologismo totalmente incontrollato. I saggi di Jünger, a partire da Mobilitazione totale (1930) e L’operaio (1932), sono stati la fonte delle riflessioni di Heidegger su americanismo e tecnologismo.

Heidegger sviluppa la propria versione dell’antiamericanismo in stretta connessione con l’esaltazione del popolo tedesco e del nazismo. A suo giudizio, Russia e America sono due facce della stessa medaglia.

«Questa Europa […] si trova oggi nella grande morsa fra la Russia, da un lato, e l’America dall’altro. Russia e America rappresentano entrambe, da un punto di vista metafisico, la stessa cosa: la medesima desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo massificato.» (Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, 1935)

L’antiamericanismo e l’antibolscevismo di Heidegger sono accompagnati da abbondanti dosi di antisemitismo.

«L’idea di un’intesa con l’Inghilterra […] non coglie l’essenza del processo storico che oggi l’Inghilterra sta portando a termine nell’ambito dell’americanismo e del bolscevismo e cioè al tempo stesso anche dell’ebraismo mondiale.» (Martin Heidegger, Quaderni neri 1931–1938, 2015).

I termini “americanismo”, “bolscevismo” ed “l’ebraismo mondiale” vengono qui intesi in senso filosofico. D’altra parte, Heidegger non nasconde la sua ostilità verso le concrete entità storiche dell’America, dell’Unione Sovietica e degli ebrei, viste come gli agenti della “macchinazione”, cioè del processo in cui ogni ente viene ridotto a risorsa da calcolare, manipolare e sfruttare all’infinito. Nonostante i ripetuti inviti da parte di istituzioni accademiche americane, Heidegger non mise mai piede negli Stati Uniti e non diede mai segno di curiosità per la storia e la società americana. Il suo antiamericanismo non fu certo suscitato dalla conoscenza dell’America, ma calava in terra dal cielo della filosofia e dell’ideologia.

Il sostegno di Heidegger al nazismo non distolse gli intellettuali di sinistra dall’accogliere favorevolmente il suo pensiero e, in particolare, il suo antiamericanismo. Diversi autori, da Jean-Paul Sartre (1905-1980) a Herbert Marcuse (1898-1979), combinarono heideggerismo e marxismo, dando vita a un’eterogenea corrente filosofica, che va talvolta sotto il nome sinistra heideggeriana.

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta si comincia a parlare di pensiero postmoderno, con riferimento agli scritti di Jacques Lacan (1901-1981), Michel Foucault (1926-1984), Jacques Derrida (1930-2004) e altri pensatori attivi sulla scena intellettuale francese. Assieme alla filosofia neomarxista, capeggiata da Louis Althusser (1918-1990), il pensiero postmoderno è stata la corrente più importante della filosofia francese degli anni Sessanta, che si è sviluppata in prossimità temporale con i movimenti di rivolta del 1968. Radicalizzando alcuni temi presi a prestito da Nietzsche e Heidegger, i filosofi postmoderni denunciano ogni forma di pensiero basata sul concetto di natura umana e sulle connesse nozioni di diritti umani e morale universale.

Alcuni tratti distintivi dell’antiamericanismo di sinistra di questi ultimi decenni appaiono nitidamente negli scritti sull’America del teorico postmoderno Jean Baudrillard (1929-2007). Negli anni Settanta e Ottanta, Baudrillard attraversò l’America da costa a costa diverse volte, visitando città, praterie e deserti. Il volumetto America, pubblicato nel 1986, è una sorta di diario di viaggio di quell’esperienza. Tuttavia, i lettori che affrontano la turgida scrittura di America, nella speranza di imparare qualcosa sulla realtà sociale americana, resteranno delusi, poiché l’America di Baudrillard è un’entità astratta, una collezione di metafore.

«L’America è la versione originale della modernità, noi ne siamo la versione doppiata o dotata di sottotitoli.»

Secondo Baudrillard la modernità americana dipende solo dalla quasi illimitata abbondanza di spazio. Forse per questa ragione, Baudrillard si dilunga sui deserti americani, visti come immagini metaforiche della cultura americana.

«La cultura americana è l’erede dei deserti. E questi non sono natura, in contrapposizione alle città: raffigurano il vuoto, la radicale nudità che è al fondo di ogni insediamento umano.”””

Baudrillard non ci risparmia quasi nessuno dei suoi neologismi, a partire da “iperrealtà” e “utopia realizzata”. Veniamo così ad apprendere che

«l’America non è né un sogno né una realtà, è una iperrealtà. Ed è una iperrealtà in quanto utopia vissuta fin dall’inizio come realizzata.»

D’altra parte, la pretenziosa scrittura di Baudrillard non riesce a nascondere la sua adesione allo stereotipo del brutto americano – ricco, stupido e immorale –, che si è saldamente radicato in Europa a partire dalla fine dell’Ottocento.

«Il confronto tra America ed Europa rivela […] una frattura incolmabile. […] Siamo disperatamente lontani dalla stupidità e dal carattere mutante, dalla stravaganza ingenua e dall’eccentricità sociale, razziale, morale, morfologica e architettonica della loro società. […] L’America è un mondo completamente marcio di ricchezza, potere, senilità, indifferenza, puritanesimo e igiene mentale, povertà e spreco, futilità tecnologica e violenza senza scopo.»

Piuttosto sorprendentemente, l’antiamericanismo si è accentuato dopo l’attacco contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Jean Baudrillard non esitò a unirsi alla nuova ondata di ardente antiamericanismo e così pontificò:

«Il terrorismo è l’atto che restituisce una singolarità irriducibile al cuore di un sistema di scambio generalizzato. […] L’orrore per le 4.000 vittime che morirono in quelle torri [le 4000 vittime si trovano solo nella fervida fantasia di Baudrillard; in realtà, le vittime nelle Twin Towers furono 2.753] era inseparabile dall’orrore di viverci dentro, l’orrore di vivere e lavorare in sarcofagi di cemento e acciaio.» (Jean Baudrillard, The Spirit of Terrorism and Requiem for the Twin Towers, 2002)

L’accostamento tra l’orrore di morire nelle Twin Towers e il presunto orrore di viverci è sconcertante. Tra le molte perle che brillano negli scritti di Baudrillard, ci limitiamo a ricordare la sua esilarante spiegazione estetico-politica della scelta delle Twin Towers come obiettivo dell’attacco terroristico.

«Perché proprio le Twin Towers del World Trade Center? Per quanto alte siano, le Twin Towers significano una pausa della verticalità. Non appartengono alla stessa categoria degli altri grattacieli. Culminano nell’esatto riflesso l’una dell’altra. Questi mostri architettonici hanno generato un ambiguo incanto, una forma contraddittoria di attrazione e di repulsione, e quindi, da qualche parte, la segreta brama di vederle scomparire. […] Il crollo delle Twin Towers è l’evento simbolico massimo. Se non fossero crollate, o se ne fosse crollata una sola, pensate: l’effetto non sarebbe stato per nulla lo stesso.» (Jean Baudrillard, Power inferno, 2002)

L’Italia non è sfuggita all’ondata americana che, a partire dalla fine dell’Ottocento, si è diffusa in ogni parte d’Europa. Al contrario, l’antiamericanismo ha investito tutte le principali culture politiche del nostro paese. Dapprima si è diffuso nell’ambito della Chiesa cattolica, poi è stato entusiasticamente abbracciato dai fascisti e, infine, in una sorta di staffetta, è passato nelle mani dei comunisti.

Secondo Massimo Teodori (Maledetti americani. Destra, sinistra e cattolici: storia del pregiudizio antiamericano, 2002), l’avversione agli Stati Uniti di tanta parte della cattolicità italiana era determinata, specie nella prima metà del Novecento, da una forte ostilità nei confronti della modernità, del liberalismo e del protestantesimo. L’antiamericanismo cattolico, propagandato con grande forza da La Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, divenne ben presto la posizione ufficiale della Chiesa.

«Il pontefice Leone XIII, attento a che le teorie liberali, considerate dai gesuiti “il morbo americano”, non dilagassero, emanò nel 1895 l’enciclica Longinqua oceani per bloccare qualsiasi infiltrazione democratica e liberale nell’ordinamento della Chiesa, sull’esempio americano. L’antiamericanismo […] de La Civiltà Cattolica diveniva così un importante riferimento nella Chiesa e poneva le basi di quell’avversione nei confronti degli Stati Uniti che sarebbe stata viva per oltre un secolo.» (Massimo Teodori, Maledetti americani)

Diversi autori cattolici attribuivano alla società protestante americana la responsabilità della modernità sessuale e inveivano, in particolare, contro la depravazione che si manifestava nei rapporti sessuali prematrimoniali, nella pornografia e nelle musiche immorali. Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, fu uno dei pochi cattolici di grande levatura politica a sottrarsi all’ondata antiamericana della Chiesa. Fino al 1947, Sturzo rimase in America dove era giunto come esule antifascista. Fortunatamente, la sua visione filoamericana fu adottata, nel secondo dopoguerra, da Alcide De Gasperi, che portò l’Italia nella NATO, vincendo la resistenza delle forti correnti antiamericane della Democrazia Cristiana, erede del Partito Popolare di Sturzo.

L’antiamericanismo fascista condivideva gran parte dei suoi bersagli polemici con l’antiamericanismo cattolico. Come mostra Michela Nacci (L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta, 1989), l’antiamericanismo fascista rifletteva posizioni diffuse in tutta Europa e si allineava a un comune sentire negativo nei confronti della società americana.

«La contrapposizione storica che viene prospettata è tra un vecchio mondo con le sue tradizioni che affondano le radici nella cristianità e una modernità sradicata da qualunque contesto in cui la ragione economica e il profitto prevalgono su qualsiasi altro elemento di coesione sociale. In America è il «dio denaro» che regna su una società individualistica senza valori spirituali.» (Michela Nacci, L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta)

Nel saggio Americanismo e bolscevismo (1929), Il filosofo fascista Julius Evola (1898-1974) sostiene che vi è una convergenza tra il comunismo «dispotico» e l’americanismo «democratico». Qui il pensiero corre alle posizioni sostenute da Heidegger. La vicinanza tra Heidegger ed Evola è tutt’altro che casuale, poiché Heidegger conosceva e ammirava alcuni testi fondamentali di Evola.

L’antiamericanismo degli intellettuali fascisti ottenne l’imprimatur di Benito Mussolini che così si espresse nei riguardi della «plutocrazia» statunitense.

«La Costituzione americana porta al potere, sotto il falso segno della democrazia, vere e proprie oligarchie capitalistiche, che io chiamo «plutocrazie». È innegabile che fra gli italiani si vanno estendendo certi gusti e certi atteggiamenti degli statunitensi, tutt’altro che consoni al nostro modo di pensare: musiche negriere o troppo yankee, orribili cocktail, i piedi sui tavolini, la gomma da masticare. Sembrano sciocchezze trascurabili, ma incidono nei caratteri e nei gusti.» (Michele Campana, Un colloquio con Mussolini, «Meridiano d’Italia», 1951.)

Parlando di demoplutocrazia la pubblicistica fascista si riferiva ai regimi, come quello degli Stati Uniti, in cui, anche se i processi democratici erano formalmente attivi, il potere politico effettivo era saldamente nelle mani delle classi più ricche. La democrazia americana era una mera facciata che serviva a nascondere il potere reale dei ricchi capitalisti che, di fatto, governavano il paese. Sotto le spoglie della democrazia si celava una dittatura di fatto, esercitata dall’industria e dal capitale.

Nel secondo dopoguerra, i neofascisti vicini all’MSI ripresero i loro attacchi alla società americana, insistendo sulla sua corruzione morale. Per esempio, Emilio Canevari, seguace di Evola, parlava in questi termini delle ragazze americane.

«Specialmente fra le studentesse l’immoralità è estrema, cagionata non solo dall’indifferenza dei genitori, […] ma dagli spacciatori di stupefacenti, onde un’enorme percentuale di tali ragazze si prostituisce al solo scopo di trovare soldi per la droga. Questa è la realtà americana.» (Emilio Canevari, Ragazze americane, «Meridiano d’Italia», 1952.)

Nel secondo dopoguerra, il Partito Comunista Italiano, massicciamente finanziato dall’Unione Sovietica, ottenne un seguito notevole, diventando il più grande partito comunista occidentale. I comunisti condussero una tenace campagna di denuncia della politica americana. I bersagli dell’antiamericanismo comunista erano più o meno identici a quelli degli antiamericani cattolici e fascisti. In particolare, la denuncia del carattere illusorio della democrazia americana – che, nel gergo comunista, veniva qualificata come democrazia formale, o borghese –, era identico a quello della propaganda fascista.

L’unico aspetto davvero originale dell’antiamericanismo comunista era l’idea che gli Stati Uniti fossero un paese intrinsecamente guerrafondaio, desideroso di dominare il mondo, anche mediante il ricorso alla guerra nucleare. La sola via per fermare questo tentativo consisteva nel fornire il massimo appoggio al fronte della pace, guidato dall’Unione Sovietica. Questa visione manichea venne propagandata dai Partigiani della Pace e da molte altre organizzazioni ispirate dai comunisti. Il pacifismo comunista conquistò l’adesione della maggioranza degli intellettuali italiani. Gran parte di loro, tuttavia, se ne pentirono amaramente quando, alla fine del 1956, i carri armati sovietici entrarono a Budapest e schiacciarono nel sangue la Rivoluzione Ungherese.

download FESTA

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

Lascia un commento