LA SFORTUNA DI VIVERE IN UN IMPERO MORENTE
FABIO CORIGLIANO
“Un tempo, l’autunno si annunciava con un fruscio corale delle cime degli alberi, dopodiché una profusione interminabile di foglie si staccava e calava verso terra fluttuando: giravano in tondo e tremolavano, sospinte verso l’alto dall’aria, come se il mondo stesse mutando pelle. Le guardavamo mentre si accumulavano: era una buona scusa per starcene con le mani in mano. Fra i rami, con il passare dei giorni, si allargavano squarci di cielo sempre più vasti”.
Un tempo elegiaco, in cui gli esseri umani, la natura e la temporalità storica vivevano un idillio: “il primo weekend successivo alla caduta delle foglie, un esercito armato di rastrelli invadeva ordinatamente la strada e cominciava a raccoglierle a mucchi”. Ogni famiglia aveva una sua propria regola che presiedeva alle manovre di pulizia, una precisa ricorrente organizzazione del lavoro, ma ciò che importava più di ogni altra cosa era il senso di comunità che veniva a crearsi, la solidarietà e la comunione di esseri umani che condividevano la stessa strada lo stesso scopo e lo stesso identico senso dell’esistenza. Il che includeva l’essere coscienti di appartenere ad un tempo, ad una storia, che non poteva che ripetersi nei suoi riti stagionali, procurando un effetto netto di godimento, e “alla fine della giornata, dal bordo del marciapiede, giravamo lo sguardo sui praticelli: avevamo appiattito ogni stelo, cancellato ogni cumulo di terra, e persino violato il sonno di alcuni bulbi di croco. In quei giorni, quando l’inquinamento universale era di là da venire, potevamo bruciare le foglie. La sera, celebrando uno degli ultimi riti della nostra tribù in disfacimento, i padri scendevano in strada per appiccare il fuoco al loro mucchio”.
Quando, nel 1993, Jeffrey Eugenides pubblicava The Virgin Suicides, da cui sono state tratte le precedenti citazioni, l’America uscita da poco dalla guerra fredda si trovava in realtà già da decenni in uno stato di avanzata decomposizione, di cui il romanzo non era che una cruda testimonianza — negli stessi brani selezionati, così come in tutto il libro, sin dalle prime righe, si avverte chiaramente l’odore e il gusto acre di decadenza, corruzione, rovina. La trama, resa universalmente celebre da Sofia Coppola nel 1999 con la sua riduzione cinematografica, ruota tutta intorno (e conduce diritti) alla caduta, gravitando, appunto intorno ad un sentore di calamità.
Ambientato a Grosse Pointe, un sobborgo benestante di Detroit, nel Michigan, tra gli anni Sessanta e Settanta, Le vergini suicide si interrogava, evidentemente, e in un modo nemmeno troppo nascosto, sulle condizioni di salute di un Paese che, nonostante si fosse incamminato lungo un percorso che Francis Fukuyama aveva già definito nei termini di end of history, conteneva al suo interno, sotto la sua confortevole corteccia, una malattia che, come capita agli alberi della narrazione, avrebbe intaccato tutto il tessuto sociale sino a distruggerlo.
È in fondo quanto ha osservato lo stesso Eugenides, in un’intervista successiva, a proposito della sua infanzia:
“The biggest thing I think about where I grew up and how it affected the book was that in Detroit, obviously going through the riots in 1967, I saw the city sort of be destroyed and my experience of growing up was with things coming apart and falling apart. And it imbued my childhood with a sense of elegy and a sense of entropy that I think is really the basic spirit of “The Virgin Suicides.” When I really think `Why did I write this book?’ I think it comes from growing up in a city and at a time, even in America, where things seemed to be getting worse and falling apart in society and the economy. And, you know, in my life, any time we would get in the car and drive, we would see burned-out houses and burned-out streets. The bar that my grandfather owned was burned down, and it was like–not exactly growing up in Beirut, but it had that kind of feeling. And I think those atmospherics are really central to the book, and actually central to my inspiration for writing it”. (Novelist Jeffrey Eugenides. | Fresh Air Archive: Interviews with Terry Gross)
Elegia ed entropia, dunque.
Malinconia e compianto, infelicità e disordine, frammentazione confusione e stravolgimento.
Non a caso, nello stesso anno della pubblicazione di The Virgin Suicides, Jacques Derrida, in Spettri di Marx, avrebbe parlato di un tempo out of joint, fuori dai cardini, sulla scorta di un passaggio dell’Amleto di William Shakespeare. Un tempo in cui tutto sembrava sprofondare verso il peggio, come si legge nel passaggio dell’intervista riportato poco sopra: things seemed to be getting worse and falling apart in society and the economy.
Il peggio.
Non a caso, solo un anno dopo i dEUS pubblicavano un album intitolato proprio Worst Case Scenario.
Lo scenario peggiore.
Sono decenni particolarmente decisivi, quelli che separano gli eventi narrati dall’anno di pubblicazione del romanzo di Eugenides, e che andrebbero studiati con estrema cura anche per inoltrarsi con più attenzione nell’attualità, ed evitare l’autoinganno con il quale abbiamo costruito l’immagine di un Occidente vincente (l’incisiva raffigurazione si trova ne Il suicidio della pace di Alessandro Colombo, dell’anno scorso), il cui cuore pulsante era costituito da un’America culla delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo e della democrazia liberale — mercato e politica al centro di un impressionante processo di espansione globale e il cui nucleo propulsivo, in realtà, stava disfacendosi dall’interno, in assenza, quindi, di competitors in grado di attentare realmente al suo primato esterno.
La fine era nelle cose stesse.
Lo scenario peggiore possibile.
Basti pensare in questo senso alla traiettoria proposta da alcuni libri usciti proprio in quegli anni, o anche solamente ai loro evocativi titoli, che sembrano certificare la putrefazione, The Culture of Narcissism: American Life in an Age of Diminishing Expectations, del 1979, e The Minimal Self: Psychic Survival in Troubled Times, del 1984 entrambi di Christopher Lasch; ma anche The Closing of the American Mind: How Higher Education Has Failed Democracy and Impoverished the Souls of Today’s Students di Allan Bloom, del 1987.
Si potrebbe proporre, invero, una lunga lista di titoli che vanno dalla sociologia alla filosofia, senza dimenticare l’innumerevole quantità di romanzi, film e dischi, opere d’arte. Decenni fuori dai cardini, out of joint, che tuttavia sembravano far emergere dalle loro viscere una figura della storia e una conseguente immagine dell’umanità costrette entro principi e presupposti che non stavano soltanto alla loro origine, ma ne costituivano la fine e il fine.
Forse la fine della storia e il fine della storia dovevano coincidere? (Devo ringraziare Elia Zaru e la sua Crisi della modernità per avermi fatto riflettere su questa assonanza interna al concetto di end of history).
Il fine, dunque: l’assenza di thymos cui si riferiva Fukuyama nel libro del ’92, come perdita di interesse per il tema della dignità e della propria identità — grande questione irrisolta della nostra contemporaneità, su cui si stanno svolgendo oggi molte campagne elettorali in quasi tutte le ‘democrazie liberali’ —, sanciva allo stesso tempo la fine dell’ardore, della passione, dell’ira e della forza vitale che ‘normalmente’ spinge all’azione o a prendere decisioni e quindi, in definitiva, il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica della specie umana.
Ma una volta raggiunto il fine, che senso aveva lottare (per il riconoscimento, ad esempio)? Tanto valeva disporsi supinamente ad attendere ed accettare la fine della storia-processo dal quale dispiegamento erano del tutto esclusi gli eventi, e infatti non a caso, nello stesso 1992 Jean Baudrillard aveva pubblicato un libro dal titolo L’illusion de la fin ou la Grève des événements.
Insomma, nel suo libro d’esordio, Eugenides non si era limitato a descrivere l’infanzia passata a Grosse Pointe, ma aveva offerto al pubblico un efficace tableu vivant dell’elegia ed entropia del mito americano, una corale biopsia del disagio, una rappresentazione spietata di un secolo che si stava avviando alla conclusione, cullandosi nell’autoinganno della sua eternità — del resto Hobsbawn ha utilizzato l’aggettivo short per descrivere il Ventesimo secolo un anno dopo Le vergini suicide, nel 1994, e si potrebbe azzardare che esso sia entrato nel discorso comune in un modo così distratto che anche pronunciandone il nome (il secolo breve) non era comunque possibile comprendere anche il fatto che esso presupponesse, appunto, un’idea di fine diversa da quella di Fukuyama: se infatti il secolo Ventesimo era stato breve, terminando sostanzialmente nel 1991, che cosa sarebbe accaduto dopo?
È la domanda che aleggia in molte opere degli anni Novanta: che cosa potrebbe accadere dopo il Novecento, dopo due guerre mondiali, una lunga fase di ‘guerra fredda’, i totalitarismi, la deterrenza nucleare, e quindi dopo la fine della storia?
Che cosa potrebbe appassionare, impressionare, coinvolgere?
Non la violenza.
Non di certo la guerra.
Non la bomba atomica, di cui oramai si parla, oggi, come se si trattasse di un normale ordigno esplosivo.
Ma nemmeno il suicidio, lo stillicidio di malessere, l’autoconsunzione della società.
Si trattava evidentemente di un tema troppo insulso. Il discorso pubblico poteva anche esaurirsi nella semplice constatazione di una sofferenza ormai considerata ordinaria. Eugenides lo spiega molto bene in una pagina del romanzo, dopo la morte della prima sorella Lisbon, Cecilia: la stampa cittadina non se ne era occupata molto “per il semplice fatto che si trattava di un evento assolutamente banale”, nonostante le statistiche ufficiali sui suicidi dicessero tutt’altro, e parlassero in realtà di un’America assai fragile, di una gioventù estremamente vulnerabile. E tuttavia il corpo gracile e malaticcio della società era dotato di un’autocoscienza della sua delicatezza che i sondaggi non possedevano, e le istituzioni stesse non comprendevano. Ecco perché parlarne apertamente poteva risultare inutile. La società possedeva oramai un’ampia capacità di rassegnazione, dettata da un’abitudine collettiva al malessere che somigliava sempre più ad una predisposizione (indotta) al rammarico, all’afflizione, tramutatasi nel corso dei decenni sino a farsi risentimento, malanimo, livore, sentimenti politici molto diffusi oggi, che derivano da quella prima sopportazione del male profondo non curabile in quanto invisibile allo sguardo della politica. La rassegnazione riguardava la possibilità di cambiare la propria condizione; il risentimento conservava invece la percezione di una sofferenza rimasta priva di risposta.
Negli Stati Uniti, così come nel sobborgo-laboratorio di Grosse Pointe, il ‘pericolo’ — nota l’autore a proposito dell’atteggiamento di chiusura con il quale il sig. Lisbon aveva voluto rinchiudere tutte le sue figlie in casa, per evitare che avessero contatti con l’esterno — proveniva proprio dall’interno, “sepolto in una casa che stava diventando un’enorme bara”. L’America stessa si stava trasformando in un’enorme bara, capace di fagocitare le sue migliori energie, dacché il pericolo di disfacimento era già dentro la società, dentro la democrazia liberale, dentro l’economia di mercato, e ne stava corrodendo il senso.
E infatti, l’unico comunista che abitava nell’isolato (uno spettro di Marx?), dopo il suicidio riuscito di altre tre sorelle Lisbon, e quello tentato dell’ultima, Mary, viva ancora per poco, aveva osservato che il capitalismo produce tanto benessere materiale quanto malessere spirituale (una ‘bancarotta’, con le sue parole). Questo ha permesso all’autore di avanzare che
“nel cuore del nostro paese c’era un nucleo malsano che aveva infettato le ragazze. I nostri genitori lo collegavano alla musica che ascoltavamo, al fatto che non credevamo in Dio o a un permessivismo in materia di sesso di cui non avevamo neanche mai approfittato. Hedlie osservò che nella Vienna fin de siècle si era assistito a un’analoga epidemia di suicidi giovanili, e attribuì il fenomeno alla sfortuna di vivere in un impero morente. Tutto ciò aveva a che fare con i ritardi nella consegna della posta, con le buche dell’asfalto che non venivano riparate, con i furti al municipio, con i disordini razziali, con gli ottocentouno falò accesi in giro per la città la notte del diavolo. Le sorelle Lisbon divennero il simbolo dei mali della nazione, della sofferenza inflitta persino ai cittadini più innocenti”.
In vari punti del libro il suicidio delle cinque sorelle Lisbon viene imputato a ragioni storiche, culturali, economiche, e viene forse a tratti equiparato ad un suicidio metafisico.
Baudrillard, in un volume del 1986 intitolato proprio America, osservava — tre anni prima di Fukuyama, dunque — come il tentativo di combattere la fame, le guerre, l’aver liberato gli schiavi, diffuso i diritti e decolonizzato il Terzo Mondo, avesse prodotto una situazione nella quale non c’era più nulla per cui battersi realmente. Cionondimeno, quasi in una sorta di contrappasso, tale evoluzione aveva prodotto una desertificazione dall’interno, tale per cui gli individui venivano dimenticati, essendo vittime di un disinteresse politico. Il Quarto Mondo, nuova piaga, si trovava all’interno di ogni società, anche quelle più ‘avanzate’, e le statistiche, le istituzioni, se ne erano completamente distaccate, come aveva visto anche Lasch in The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy, pubblicato postumo nel 1995.
La desertificazione aveva provocato il venir meno di anticorpi e resistenze e la stabilizzazione era avvenuta per inerzia, su un corpo debole e flaccido.
E in questo, le persone somigliavano agli alberi.
L’infezione di uno o più soggetti poteva diramarsi ed espandersi senza fine, fino alla caduta totale. Le istituzioni dovevano vegliare affinché non vi fosse nemmeno un elemento in stato di pericolo, ma la situazione non poteva comunque cambiare. Lo stato di sospensione che aleggia nel romanzo, rappresentato dal lungo sciopero dei necrofori — anch’esso dotato di un profondo valore simbolico all’interno della trama — trova un suo esito solamente nella morte e nella disgregazione del tessuto sociale.
Le persone somigliavano agli alberi.
Gli olmi, malati, erano stati eliminati, e al loro posto erano stati piantati degli altri arbusti che d’autunno non perdevano le foglie, rendendo impossibile l’incontro delle famiglie che inconsapevolmente contribuivano alla proroga dei miti e dei riti di comunione.
La desertificazione dall’interno aveva vinto, alla fine della storia.
La lotta non aveva più alcun significato.
Tanto valeva stare a guardare il malessere dilagare.
ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA POLITICA Senza categoria AMERICA ENDOXA SETTEMBRE 2026 Fabio Corigliano

