EDITORIALE – MARILYN: DIETRO LE CURVE IL PENSIERO

EUSEBIO CICCOTTI
Il destino, per una misteriosa legge della compensazione, se ti toglie le felicità dell’infanzia (una famiglia inesistente, orfanotrofi, povertà, emarginazione) poi, in alcuni casi, da adulto, ti chiede per-dono e abbonda, appunto, in doni: successo, popolarità, apprezzamenti, perfino ricchezza. Nella finanza, nella politica e nell’arte. In quest’ultimo settore della vita sociale bastano alcuni nomi: Maxim Gorky, Albert Camus, Ella Fitzgerald, Viola Davis, Tom Cruise, Charlize Theron.
Anche Norma Jeane Mortenson, poi Marilyn Monroe, ha goduto in parte di questo destino prima duro, poi benevolo, sino al giorno in cui “ha deciso” di andarsene, a 36 anni. Senza un padre, abbandonata dalla madre, passa l’infanzia e l’adolescenza tra orfanotrofi e case-famiglia, subendo discriminazioni, violenze fisiche e abusi sessuali. Ma con una gran voglia dentro: «sin da bambina volevo fare l’attrice» (M. Monroe, Fragments, Feltrinelli, 2010, prefazione di Antonio Tabucchi, p. 75).
Poi all’età di 18 anni, nel 1944, finisce su una rivista mentre piega un paracadute: sta lavorando come commessa per il rifornimento delle truppe oltre oceano. La sua fotogenia le permette d’esser scelta successivamente come modella. Subito colpisce il suo saper guardare in macchina sorridendo con gli occhi ( «bucare lo schermo», dice Carlo Verdone nel suo intervento). La sua soffice bellezza fatta di sorriso solare, grandi occhi espressivi dal colore variabile – dal grigio perla all’azzurro scuro -, e i capelli biondo-californiano, saranno il passaporto per uscire dalla povertà.
Sin dall’esordio sul set come protagonista in Ladies of the Chorus lo spettatore non può non essere catturato dal suo sguardo innocente, dalle sue labbra educatamente sensuali. Il ruolo di giovane donna sessualmente desiderabile, per le sue delicate forme, in un abito nero aderente, in una breve scena, si deve a Giungla d’asfalto (Asphalt Jungle 1950), dell’esperto John Houston, regista enciclopedico per un quarantennio (dal noir, al religioso, al western, al gangster movie).
Questo piccola parte e quella poi da protagonista in Niagara (id. 1953, H. Hathaway), sono gli unici ruoli drammatici. Con Gentelmen Prefer Blondes (Gli uomini preferiscono le bionde, Howard Hawks, 1953) gli sceneggiatori capiscono che il genere in cui quella disinvolta ragazza sulla pellicola – che sovente, però, dimentica le battute sul set – eccelle, è la commedia: qui ella è irresistibile, anche grazie al suo bel corpo. Ossia alle “curve”.
Gentelmen Prefer Blondes, è per Marilyn, accanto a Jane Russel, la consacrazione di una stella che sa recitare, danzare e cantare. Nel western River of No Retrun (La magnifica preda, 1954, Otto Priminger), l’anno dopo, non solo sa cantare, incantando con le sue delicate mosse i grezzi cercatori d’oro, ma poi eccola anche drammaticamente tesa e brava nei momenti del pericolo.
La svolta verso la commedia assoluta arriva con The Seven Years Itch (Quando la moglie è in vacanza, 1954). Hollywood ha creato una “femmina” fisicamente desiderabile, timida, educata, ma proveniente dalla vita quotidiana; la ragazza della porta accanto: in altre parole, una antidiva. Per soddisfare un pubblico desideroso di tornare a sognare cose concrete dopo la guerra: Marilyn è, sullo schermo, la ragazza innocentemente sexy e poco intellettuale, che, in alcuni casi, non si vergogna di dichiarare la propria ignoranza, o non nasconde la difficoltà nel memorizzare semplici frasi (in The Misfits, Arthur Miller, suo marito, un po’ impietosamente, usa questo suo limite nel personaggio di Roslyn).
In Quando la moglie è in vacanza è una ragazza non cosciente della forza del proprio erotismo. Ella ignora come i suoi occhi curiosi e romantici ad un tempo, il suo sorriso fatto di bianchi denti circondati dal rossetto fuoco di carnose labbra, i capelli color grano alla Van Gogh, il suo muovere, quasi al rallenti, i fianchi su per una scala interna, o il non meravigliarsi del vestito bianco pronto a gonfiarsi come un paracadute al passaggio di una metonimica metropolitana, ignora, dicevano, come tutte queste naturali qualità possano turbare chi la osservi (molto si deve alla regia di Billy Wilder).
Ma Marilyn dà vita a personaggi fatti solo di curve, di sola forma senza contenuto? Grazie a sceneggiatori come George Axelrod e Billy Wilder, il personaggio “leggero” di The Seven Years Itch, gode di alcune battute di una inattesa e spiazzante profondità filosofica.: «Dove porta la scala?» (chiede la ingenua ragazza ospite). «Da nessuna parte», replica l’uomo (è Tom Ewell). «Una scala verso il nulla! (Ride) Sono estasiata!».
C’è una foto di Marilyn Monroe colta mentre legge Ulysses di James Joyce. Tiene il segno, verso le ultime pagine del consistente volume. Difficile dire se sia una foto “reale” o “recitata” (soprattutto per il “segno” della pagina). Testimoni affermano che ha sicuramente letto parte dell’opera di Joyce. Dunque, quella ragazza, cui la macchina hollywoodiana tendeva ad affidarle ruoli leggeri, naïve, da ragazzina seducente, tutta curve e sorrisi, ma sciocchina, era tutt’altro nella vita privata. E che, accanto alla commedia, desiderava anche ruoli più profondi, di riflessione, come quello di Roslyn in The Misfits (Gli sbandati).
Marilyn aveva un gran fame di cultura. Agli inizi della sua carriera, 1951-52, risulta iscritta a due corsi di letteratura presso la UCLA. Legge autori inglesi e americani, da Walt Withman, Mark Twain, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Jack Kerouac, sino a Samuel Beckett; ma è altresì è attratta dai francesi, da Balzac a Camus, e dai russi: Tolstoi, Dostojevskj e Čechov.
Tra i sui appunti leggiamo che amava ascoltare «Händel, Vivaldi, Goodman, Ravel, i quartetti di Bartok» (Fragments, cit., 49).
Marilyn sente il bisogno di mettere per iscritto, pensieri e riflessioni sulla vita, sul suo passato, sull’essere gettati nel mondo, ricorrendo a diversi generi: poesia, spezzoni di diario, aforismi indiretti, osservazioni. Una sorta di “zibaldone”, con delle correzioni, ma mai rivisto definitivamente. «Marilyn, ora lo sappiamo, era una persona di buona cultura, non ha scritto solo poesie, ha letto anche molta poesia» (Antonio Tabucchi, Fragments, cit., p. 15).
«Pietre sulla passeggiata/ di tutti i colori che esistono/ abbasso lo sguardo su di voi/ come su un orizzonte -/lo spazio/ l’aria tra noi chiama/ e io sono molti piani più in su/i miei piedi spaventati/ mentre mi muovo ad afferrarvi». [Poesia senza data, p. 43]
«Lascia andare/gli occhi/Così rilassata/Lascia solo/che il pensiero/Li attraversi/Senza/Farli niente» [poesia senza data, p. 51].
«Ho visto un sacco di giovani marinai soli che sembrano troppo giovani per essere così tristi. Mi ricordano giovani alberi snelli e tristi che stanno ancora crescendo» (p. 69). «Nel mio lavoro – non voglio più obbedire e posso fare solo il mio lavoro con la pienezza/ che voglio dato che sin da quando ero /bambina/ il primo intatto desiderio è stato fare l’attrice […]» (p. 75).
«Oh, be’, gli uomini vanno sulla luna ma quanto pare il loro cuore umano non gli interessa» (p. 239).
«Ho un forte senso di autocritica ma a questo riguardo sono convinta che sto diventando più ragionevole e tollerante, realistica» (p. 253).
Siamo nel giugno-luglio 1962. Sta girando Something’s Got to Give (incompleto, George Cukor). Da mesi è ricaduta in depressione, anche a causa della freddezza di John Kennedy, che sognava di sposare (egli le aveva promesso che avrebbe divorziato), e che da alcune settimane l’ha freddamente allontanata, su dura minaccia della moglie Jackie. Ora frequenta Bob Kennedy, il fratello minore. Si presenta sul set irregolarmente – persino Cukor non può contattarla se non passa per il tramite di Paula Strasberg, la docente-amica, che la “protegge” da tutti -. Infine, è licenziata dalla produzione.
Il 5 agosto viene trovata morta nella sua casa. Nuda, riversa sul letto, con un tubetto di barbiturici vuoto sul comodino (ma nell’autopsia non si trovò nulla nello stomaco), la cornetta del telefono in mano. Il “suicidio” rimane un mistero.
Se dopo aver letto i suoi testi letterari, i suoi pensieri, le note scritte di getto ma d’una densità inattesa, la lunga stratificata lettera (marzo 1961) al dr. Ralph Greenson, psicanalista, inviata dall’ospedale psichiatrico dove è stata sbadatamente ricoverata, rivedessimo i suoi personaggi capiremmo qualcosa di più del mondo che si portava dentro e che cercava, a fatica, di far emergere tra gli interstizi di ruoli confezionati dalla macchina dello spettacolo: ingenuità, voglia di vivere, accettazione della sofferenza.
Marilyn, nessuno lo ha notato, muore il giorno del compleanno di John Houston, colui a cui ella doveva il rilancio in Giungla d’asfalto, e poi regista del suo ultimo film, appunto The Misfits, uno dei più profondi della sua carriera di attrice. Houston era l’esempio vivente di un uomo di successo durato tutta una vita. Lei, in quei giorni, si sentiva una fallita. Se fosse suicidio, potrebbe esser stata una scelta per contrasto, quella di andarsene il 5 agosto.
Foto: (John Kobal Foundation/Getty Images)
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