LA VERITÀ È CHE CI NUTRIAMO DI SPECCHI
CRISTINA RIZZI GUELFI
Da piccola ho acceso la televisione e vi ho visti. Non capivo nemmeno una parola, quei suoni di acca aspirata mi si sbriciolano in bocca e mi saltano in aria come biscotti lanciati contro il muro. Ma adoravo quelle parole. Ero invidiosa dei vostri divani dei vostri giocattoli di plastica dalle linee arrotondate, dei vostri scaldavivande con i topi e i paperi rosa come le vostre caramelle americane. Quelle che si sono mangiati sulla luna, mentre fingevano di piantare bandiere mosse da una macchina che serve ad asciugare i capelli. Ma io non ho detto niente a nessuno. Potevo fantasticare sui vulcani incendiati di rosa come farfalle immaginari e seduttive solo per me, attratta da sempre dai giardini con case di cartone costruite con le squadre da geometra e i quadretti colorati, paesaggi di robot sintetici e vasi pieni di luce, o cervi in ceramica bianca. Era sempre tutto così perfetto, con surfisti in cappello di piume da indiani in riserva posati davanti a case bianche in betulla. Ho sempre adorato la vostra America di provincia, ma da grande ho capito che le donnine con le pose da madonne, le lolite alle spalle dei vecchi signori e le mamme magrissime davanti a un grosso tacchino, mettono addosso un’angoscia divertita e attonita o meravigliata o intorpidita come quella che si prova la prima volta che si va al circo, o ci si droga.
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