FATTOIDI, AUTOBIOGRAFIA, IDENTITÀ PERSONALE

PIER MARRONE

“De te fabula narratur”, “Qui si sta parlando di te”: questo il monito che Orazio rivolge al lettore rivolge al lettore (“Quid rides? Mutato nomine, de te fabula narratur” “Di che cosa ridi? Basta cambiare il nome, si sta parlando di te” nella citazione completa) Questo espediente retorico aveva l’intenzione di indurre una identificazione del lettore con quanto si narrava nella satira di Orazio, permettendo quella sospensione condizionata della realtà che è alla base delle arti narrative e anche di quelle arti, che hanno l’intenzionalità implicita di proporre un’idea, ossia ancora una volta, un racconto. Se l’opera riesce a produrre un’emozione che sia persistente nel tempo, che magari ci faccia ritornare con la fantasia alla nostra esperienza dell’opera, allora si potrà dire che si è venuti a contatto con un’opera in qualche modo autentica.

Naturalmente, qui stiamo navigando in un oceano di vaghezza, poiché in teoria qualsiasi cosa può essere un’opera, anche un orinatoio rovesciato, come sappiamo, ma altri strumenti che caratterizzino in una maniera persuasiva la nostra esperienza estetica nei suoi termini generali e, tuttavia, non generici, io non ne intravedo. È quanto Benedetto Croce chiamava intuizione lirica e che con il dilatarsi incredibile dell’esperienza estetica, che ritroviamo oramai in tutti gli oggetti della nostra vita quotidiana, dagli orinatoi non rovesciati alle forchette, dai cellulari alle sedie a qualsiasi cosa che deve essere potenzialmente investita dall’afflato dell’esperienza estetica.

Senonché questa esperienza è appunto nostra e non di qualcun altro. È nostra in un senso personale, forse intimo, ma non al punto tale da non essere trasmissibile agli altri che stanno attorno a noi. Forse non a tutti, perché ci sono culture iconoclaste, e ci sono culture che eliminano la bellezza, almeno in certe circostanze, perché la ritengono l’incunabolo della tentazione e dell’allontanamento dal divino. È difficile immaginare che un talebano si emozioni per gli abiti di Renato Balestra immersi nella sua indimenticabile tinta blu. Al massimo potrà immaginare di utilizzare una pezza di quel tessuto per coprire totalmente il corpo di qualche povera donna. Ma anche i talebani avranno le loro esperienze estetiche, limitate alle arti ritenute in accordo con la loro idea di legge islamica, come la calligrafia, la tessitura dei tappeti e altre ancora: è inevitabile sia così.

L’esperienza estetica è connessa all’immaginazione personale e quindi alla fine quanto diceva Orazio, si ripropone con continuità nelle nostre vite. Non si tratta solo del fatto che vediamo tutto con i nostri occhi. Fosse solo questo, saremmo solo degli apparati di registrazione. Ma la registrazione non ci basta. Vogliamo anche utilizzarla. E qui entra in gioco l’immaginazione. Esiste però una maniera particolare di accedere al nostro racconto personale e si tratta del genere biografico. Leggiamo le biografie dei personaggi che ci interessano per un qualche motivo, perché li amiamo (che cosa amiamo esattamente di loro, che di solito non abbiamo mai conosciuto?), li detestiamo, vogliamo comprendere il loro contesto storico, per quanto è possibile ricostruirlo.

Il caso limite della biografia è la scrittura autobiografica, un genere inaugurato da Agostino, nelle sue Confessioni. L’autobiografia ci porta direttamente a contatto con la verità dell’autore, ma non nel senso che prendiamo per oro colato quanto ci dice. Sarà stato vero che Monica, la madre di Agostino, era continuamente afflitta dalle preoccupazioni per l’anima di suo figlio, al punto che Agostino ce la rappresenta quasi costantemente in lacrime? E poi l’autobiografia si scrive quando si pensa che le cose più importanti siano state compiute. “Dammi la castità e la continenza, ma non subito” scrive Agostino nel libro VIII delle Confessioni, dedicato alla fase delicata della conversione. Agostino non si sente ancora pronto e cerca ispirazione in altre conversioni famose, ossia in altri racconti biografici. E nei gorghi del conflitto interiore ci viene narrato il celebre episodio della voce infantile che ripete in una cantilena, possiamo immaginare quasi ipnotica, “tolle, lege; tolle; lege” (“prendi e leggi; prendi e leggi”). Agostino prende allora le lettere di san Paolo e le apre a caso e trova il passo che lo esorta a rinunciare ai piaceri carnali per rivestirsi di Cristo. Per sua fortuna doveva avere a disposizione un codice di pergamena che ricorda il formato moderno dei libri e non un papiro a rotolo. La sua conversione sarebbe stata più macchinosa. Come avrebbe fatto a scegliere a caso il passo ispiratore?

Non sfugge a nessuno, anche senza essere seguaci di una qualche scuola del sospetto, che ogni ricostruzione autobiografica è ammantata da una irrimediabile ambiguità. Dobbiamo credere a tutto quanto è scritto nelle migliaia di pagine della biografia di Giacomo Casanova, Storia della mia vita? Possibile che non abbia abbellito o occultato episodi troppo sgradevoli per meritare l’umiliazione dell’esibizione pubblica? E che pensare di Phil Knight, il fondatore dell’azienda Nike, che scrive una biografia intitolata L’arte della vittoria, che riesce a evocare la Nike di Samotracia, almeno per chi sa che lo swoosh grafico rievoca l’ala della celebre scultura conservata al Louvre? Che la vittoria sia un’arte che si apprende dalla propria esperienza è possibile (in fin dei conti, gli ucraini hanno inventato la guerra con i droni), ma questo titolo non è anche una evocazione autoreferenziale sin troppo banale per essere credibile? Anche Donald Trump ha scritto (o chi per lui: mi è difficile vederlo affaticarsi sulla tasteria) dei volumi autobiografici, tra i quali uno che si intitola Think Like a Billionaire. A vedere quanto non è stato in grado di combinare tra dazi, promesse di Make America Great Again, vincere guerre, cocludere paci, ottenere premi Nobel verrebbe da pensare che il titolo adatto sarebbe stato Think Like a Bullonaire.

L’autobiografia, insomma, è una pratica di manipolazione. Rimane da capire esercitata nei confronti di chi. Di sé stessi, degli altri, addirittura nei confronti di Dio, come accade nella lunghissima confessione che Agostino dirige a un Dio, che per noi è sempre silente? Questo per quanto riguarda gli equivoci dell’autobiografia, che sono poi largamente sovrapponibili agli equivoci del dialogo con sé stessi o della voce della coscienza, o del demone di Socrate, tutte forme di interazione che partono con l’idea di chiarificare, come se mai potessimo essere adeguati al demone della completezza, e finiscono poi per dirci al massimo quanto sapevamo già da soli. Siamo soli con noi stessi, ma anche lì riusciamo nell’impresa di profittare dei nostri inganni.

Raccontare di sé stessi è difficile, se non trascendentalmente impossibile, ma raccontare degli altri? Si potrebbe dire che qui le cose dovrebbero essere più semplici, perché raccontando la vita di qualcun altro che non siamo noi e che magari non abbiamo mai conosciuto, saremo capaci di mantenere quella distanza che per ovvie ragioni di prossimità non ci è possibile esercitare su noi stessi. È la distanza che crea l’oggettività e l’oggettività che crea l’imparzialità? Sono due quesiti che meritano di essere indagati, almeno per cercare di comprendere quanto prossimi o estranei possiamo essere a noi stessi e quale vicinanza mai possiamo pretendere con gli altri. E soprattutto c’è il problema di cercare di comprendere quanta distanza occorra tenere per cercare di afferrare la verità della vita di un’altra persona. C’è qualcosa di titanico o di supremamente ingenuo forse in una considerazione di questo genere, ma questo varrebbe soprattutto per le nostre vite, che hanno uno scarso interesse, anche se appena appresi a scrivere a sei anni progettavo di scrivere una mia biografia, ma forse perché mi ero innamorato della penna stilografica, della carta e del gesto stesso dello scrivere, ossia del fatto di aver appreso a padroneggiare una tecnologia. Vale molto di meno per quelle vite che sono pubbliche e che vale ancora meno per quelle che vite che si sono affermate come esemplari e capaci di riempire l’immaginario collettivo, vite, come talvolta si dice, che sono diventate iconiche, ossia che sono divenute portatrici di verità e più vere di un enunciato analitico, nel quale il predicato è contenuto nel soggetto.

Hegel nel 1806 a Jena, una piccola cittadina universitaria di poche migliaia di abitanti distribuiti in qualche centinaio di case, si affretta per consegnare il manoscritto della sua Fenomenologia dello spirito all’ultima diligenza in partenza dalla città per spedirlo al suo editore Joseph Anton Goebhardt. La città è occupata dai francesi che si preparano allo scontro con le truppe prussiane, che sbaraglieranno il 14 ottobre 1806. E nella confusione dei preparativi della battaglia, Hegel ha la sua epifania, perché vede Napoleone impegnato negli ultimi preparativi. “Ho visto l’Imperatore – quest’anima del mondo – attraversare a cavallo la città in perlustrazione”, così si esprime Hegel in una lettera divenuta celeberrima, ossia iconica, al filosofo Friederich Immanuel Niethammer, aggiungendo che “è davvero una sensazione meravigliosa vedere un siffatto individuo, che, concentrato qui, in un singolo posto, seduto a cavallo, abbraccia tutto il mondo e lo domina”. Goethe nutriva anche lui ammirazione per Napoleone, ma mentre Hegel vi vedeva il dramma del divenire nella storia, Goethe lo considerava una individualità analoga a quella di un artista, che si esprime nell’azione, anziché nell’opera. Beata ingenuità, verrebbe da dire, quella di Goethe. E quanta consapevolezza ci doveva essere della macelleria della storia quando Hegel attribuiva a Napoleone l’incarnazione della ragione in quel preciso momento storico, concettualizzandolo come individuo storico-universale, che incarna il destino dell’umanità.

Ma potrebbe essere che la ragione non c’entri molto per diventare iconici, altrimenti, sarebbe difficile comprendere la parabola di Greta Thunberg, o le esternazioni politiche di vallette e presentatori televisivi, ma forse occorre avere solo fiuto per intercettare lo spirito del tempo, ammesso che sia lo stesso da noi e in Iran, in Corea del Nord e a Rio de Janeiro. Forse lo spirito del tempo è solo un grappolo di emozioni alimentate più che da fatti, da quelli che potremmo chiamare fattoidi. E ai fattoidi si richiama spesso la biografia di Norman Mailer, Marilyn, da poco ripubblicata in italiano. Uscita nel 1973 e subito tradotta l’anno dopo in italiano, era stata pubblicata undici anni dopo la morte dell’attrice. Mailer non pensava a una biografia nel senso usuale, quelle già non mancavano: Fred Lawrence Guiles (Norma Jean), Sidney Skolsky (Marilyn), e altri ne avevano già dettagliato la vita privata e le vicende pubbliche. È necessaria la conoscenza della vita di una persona per scriverne una biografia, ma è anche sufficiente conoscerla e descriverla per annunciare al mondo quale persona quella persona è stata? Le cose non possono stare in maniera così semplice, innanzitutto per una questione di conoscenza del contesto nel quale quella persona ha vissuto.

Il contesto è stato per lei come il mare per il pesce. Naturalmente il pesce sa molto del contesto nel quale vive, di solito, per quello che riusciamo a capire della mente dei pesci, ossia quanto gli è necessario alla sua sopravvivenza e alla sua riproduzione. Forse alcune specie acquatiche ne sanno molto di più, ma il loro contesto non può essere paragonabile al nostro. Del nostro contesto fa parte la dimensione temporale, che certamente non possiamo assumere sia assente nei delfini, negli squali e nelle tartarughe marine, ma non fa parte l’accumulo delle conoscenze che questa dimensione ha assunto per noi, che si possono sedimentare oramai in mille modi: contratti, messaggi su WhatsApp, post sui social, e quando non c’erano tutte queste cose, nel periodo breve della vita di Marilyn, nei quotidiani, nelle riviste dedicate a quello che era divenuto il suo mondo, Hollywood, come “Variety” e “The Hollywood Reporter” e anche il sottobosco del gossip, rappresentato dal National Inquirer, descritto magistralmente da Ellmore Leonard nei suoi romanzi (specialmente in Get Shorty e Be Cool). Se il tuo mare diviene quello, allora il National Inquirer diverrà il tuo nutrimento.

E quello che c’era prima? Un prima c’era anche per la tartaruga marina e per la mia gatta persiana, ma io scommetterei che né l’una né l’altra sono in grado di concettualizzarlo nel modo in cui noi utilizziamo il nostro passato, quando pensiamo sia importante, anche se è totalmente irrilevante per gli altri, per dire qualcosa di noi stessi. Solo che anche in questo ultimo dire potrà sempre celarsi l’ipocrisia, la distorsione, la menzogna che tutte le autobiografie ci riservano e non possono fare a meno di riservarci. Manipoliamo le nostre stesse narrazioni e figuriamoci se non possano esserci manipolazioni o anche semplici errori nella narrazione delle vite di altri, specie se queste hanno un significato anche per noi. Non mancano biografie su Mussolini, Stalin che li difendono a partire dal fatto che “hanno fatto cose buone”. Magari ci sarà anche qualcuno che ha scritto che Pol Pot in fondo amava i gattini. Tutto questo per altro può essere pure vero, ma il giudizio su un personaggio politico non può essere il dettaglio di un ospedale inaugurato, della partecipazione al taglio del grano, della nuotata nel Fiume Giallo. E per i personaggi che politici non sono, ma per i quali il mare è la notorietà e la continua esposizione pubblica? A pochi sarebbe importato leggere in tempo reale le oltre 1200 lettere che François Mitterrand scrisse a Anne Pingeot nel corso di una relazione clandestina durata oltre 30 anni. Ma il messaggio che Marilyn Monroe scrisse a Joe Di Maggio sul retro di una ricevuta di una lavanderia sarebbe stato uno scoop clamoroso per qualsiasi rivista, se fosse riuscita a pubblicarlo nelle prossimità delle scuse e delle rassicurazioni sul futuro del loro amore.

A Norman Mailer si deve il conio del termine fattoide. Il fattoide nelle sue intenzioni era una notizia falsa che ripetuta continuamente assumeva lo statuto di verità. È un termine che Norman Mailer usa talvolta nella sua novel biography su Marilyn. Ad esempio, quando Marilyn è ancora soltanto Norma Jean, aveva acquisito una buona notorietà come fotomodella apparendo sulle pagine di riviste di immagini prestigiose all’epoca dove Instagram era ancora inimmaginabile. Troppo poco per iniziare una carriera nel mondo del cinema. Come fare per farla emergere dal dignitoso anonimato delle immagini su carta? Nulla di meglio che associare la sua immagine a un nome famoso, quello del magnate Howard Hughes, al tempo convalescente da uno dei suoi numerosi incidenti aerei. Ecco allora che vien pubblicato un trafiletto che recita “Howard Hughes dev’essere sulla via della guarigione. Si è rivoltato nel suo polmone d’acciaio e ha voluto saperne di più circa Jean Norman, la ragazza di copertina di questo mese della rivista “Laff””. E poco dopo si produce una delle più intense metamorfosi, almeno sul piano dell’immagine di Marylin e dell’immaginario nostro, poiché i capelli da “biondi sporchi”, come vennero definiti divengono biondi, abbaglianti, adatti a modulare la luce durante le sessioni fotografiche e, più tardi, durante i ciack cinematografici. Era falso che Howard Hughes avesse visto la copertina di “Laff”, ma che importa? Avrebbe potuto vederla. Più tardi quando Marilyn sarebbe divenuta un fenomeno globale occidentale, nessuno avrebbe dovuto dubitarne.

Il fattoide è l’imposizione di un paradigma, che deve poter sembrare sensato, perché va incontro allo spirito dei tempi. Un po’ come dire che “la difesa è sempre legittima” e poi voler far passare per difesa una vendetta, dove la difesa diviene un fattoide che nasconde il fatto vero del cedere da parte della vittima ai propri impulsi vendicativi. A tutto c’è un limite, ovviamente, e Marilyn quando adottò il nome del nonno non pretese a quanto sappiamo di adottarne anche il racconto che lui faceva sulle proprie origini, fatte risalire al presidente americano James Monroe. Il nonno, del resto, concluse la sua vita in manicomio e la malattia mentale e/o il disagio psicologico è in effetti una cifra della storia familiare di Marilyn e anche della sua vicenda personale. Un fattoide può essere smascherato? Sì, certamente, ma riflettete su quanto sia difficile farlo in un’epoca, la nostra, che produce continuamente teorie complottistiche. Ma tutto era già difficile negli anni sessanta del secolo scorso, quando Marilyn è morta. Marilyn è stata avvelenata? Era una spia comunista? Ha scoperto dei segreti compromettenti sugli ufo? È stata assassinata dall’FBi per proteggere i fratelli Kennedy? Oppure è stata la mafia per poter ricattare i fratelli Kennedy?

Come scrive Norman Mailer: “la menzogna, quando è bene incarnata, sembra avere una maggior presa sull’esistenza che la verità. Il fattoide ha radici più profonde del fatto.”.  La diffusione epidemica dei fattoidi è ricondotta da Mailer alla possibilità della promiscuità sessuale, ma per esercitare la promiscuità sessuale, che non abbiamo certo inventato noi, non c’è stato mai bisogno né dei divi di Hollywood per imporsi né di Tinder e delle app di dating. Ci sono ricerche che documentato come fosse diffusa nelle civiltà contadine, dove non c’erano grandi occasioni, a parte l’alcol, il cibo e le feste patronali, di spassarsela. Ma il sesso è spesso un fattoide che ci fa credere esistano cose che non ci sono, la prima delle quali, di cui faremmo bene a sbarazzarci il prima possibile, è di poter essere al centro delle attenzioni di una persona, riempiendone il suo immaginario.

Eppure gli attori si candidano a questo ruolo, quando fanno anche della loro vita una sospensione condizionata della realtà, che è poi una delle caratteristiche delle opere riuscite, come si diceva. Norman Mailer suggerisce che Marilyn avesse un’identità personale debole, come accade per tutti gli attori, che devono essere pronti a interpretare qualsiasi ruolo, Amleto come Spider Man, Toro Scatenato come San Francesco, Anna Karenina e Wonder Woman. Per questo anche Marilyn poteva essere di chiunque, o per lo meno di chiunque fosse americano. Del resto, il presidente Monroe aveva elaborato la celebre dottrina dell’“America agli americani” e quando Marilyn si era esibita per le truppe americane in Corea del Sud (un po’ troppo lontano dal “cortile di casa” a dire il vero), interrompendo la sua luna di miele con Joe DiMaggio, non lo aveva  forse affermato? Ma Mailer cosa ne sa della fragilità dell’identità personale di Mariliyn, quando non hai mai conosciuto Marilyn Monroe? Ma anche l’avesse conosciuta avrebbe potuto dirlo sulla base di questo presupposto: che gli attori hanno un’identità personale debole e proprio questa è la loro forza? E quando noi parliamo di noi stessi agli altri, non usiamo dei fattoidi per dire qualcosa di noi sulla base di menzogne, mezze verità, mezze falsità, omissioni circostanziate: tutte forme di manipolazione dell’interlocutore. Spesso finisce che crediamo a qualcuna delle nostre stesse menzogne, soprattutto quando ci elevano o, ancora meglio, quando ci elevano affondando qualcun altro. E poi, ancora: cosa sarebbe un’identità personale forte e non debole? Quella che si propaga attraverso gli anni? Ma chi di noi può davvero crederlo, quando di alcune azioni del passato non riusciamo più a comprendere come abbiamo potuto farle?

Forse la biografia di Norman Mailer, una biografia romanzata, è l’unica accessibile a noi, dal momento che le biografie dettagliate, secondo i canoni della ricerca storiografica e documentaria, non colgono, sembrerebbe credere Mailer, quella fragilità necessaria dell’identità personale, almeno degli attori, ma se non vogliamo cadere nell’errore di identificare la finzione con la ricerca della verità e con l’accertamento storico dei fatti, allora penso che dobbiamo semplicemente dire che quanto Mailer crede è vero a patto di sovrapporre, forse non in tutto certamente, la narrazione con il modo al quale noi guardiamo a noi stessi e dialoghiamo con noi, con l’equivoco di quella voce che talvolta chiamiamo voce della coscienza, e che forse sarebbe meglio concettualizzare come una voce utilizzata per dare spazio alle nostre giustificazioni, a giustificare una coerenza nella nostra esistenza e un filo narrativo che in effetti è dubbio ci sia. De te fabula narratur, appunto.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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