EROS, LIBERTÀ ED ETICA DELLA PHYSIS: MARILYN MONROE E LE TENSIONI DEL FEMMINISMO CONTEMPORANEO

 

GABRIELE DE FILIPPO

  1. Introduzione: Marilyn Monroe, tra icona e persona

Marilyn Monroe non è stata soltanto un’icona cinematografica o un simbolo sessuale: la sua vita e la sua immagine riflettono tensioni universali tra fascino e fragilità, libertà e vincoli sociali. Dietro la leggerezza apparente e il sorriso luminoso della sua proiezione mediatica si celava una complessità profonda, che continua a interrogare sulle condizioni esistenziali dell’individuo contemporaneo. La sua esperienza mostra quanto sia delicato e spesso incerto l’equilibrio tra autodeterminazione, riconoscimento sociale e relazioni sincere, soprattutto in una cultura che tende a misurare le vite umane attraverso visibilità, status e percezione esterna.

Marilyn diventa così uno specchio dei nostri tempi: pur incarnando emancipazione, desiderio di autonomia e fascino, la sua vicenda rivela le tensioni costanti tra indipendenza e bisogno di cura, tra potere simbolico e vulnerabilità reale. Non si tratta di giudicare, quanto piuttosto di osservare: il suo percorso invita a riflettere sulle sfide che accompagnano la libertà, sul delicato intreccio tra affermazione di sé e apertura all’altro, e sulle complessità insite nell’equilibrio tra visibilità pubblica e autenticità interiore.

Dalla vicenda di Marilyn emergono interrogativi più che risposte: come celebrare la libertà e il desiderio senza ridurre l’eros a strumento di affermazione o le relazioni a mero scambio di favori? Come coltivare legami che non siano condizionati in modo pervasivo dal potere, dalla performance sociale o dalla manipolazione emotiva? Come ripensare, in questo scenario, il significato stesso della libertà affettiva e relazionale? In questo senso, Marilyn, sospesa tra icona e persona, diventa un invito a esplorare la ricchezza e le contraddizioni dell’esistenza, dove eros, cura e responsabilità si intrecciano come elementi chiave per relazioni significative e durature.

Partendo dalla sua figura, questo contributo intende mettere a fuoco alcune dinamiche contemporanee del femminismo, del desiderio e dell’intimità. Si tratta di interrogarsi sulle possibilità di nuove forme di relazione, al tempo stesso profonde, etiche e capaci di arricchire la vita condivisa, in un contesto sempre più segnato dalla logica della rappresentazione e della performance. La storia e l’immagine di Marilyn Monroe offrono così uno specchio attraverso cui riconoscere le tensioni tra eros, autonomia e responsabilità, e invitano a una riflessione sul modo in cui coltivare relazioni che non si esauriscano nel tornaconto personale, ma che siano anche capaci di nutrire la vita degli individui e della comunità che li circonda.

In questa prospettiva, il presente contributo si concentra prevalentemente sulle relazioni tra donne e uomini, che la figura di Marilyn Monroe permette di mettere particolarmente a fuoco. Tale scelta metodologica non esclude che molte delle questioni affrontate — dal riconoscimento reciproco alla tensione tra autonomia e legame, fino al significato dell’eros — possano riguardare anche altre configurazioni relazionali, la cui specificità richiederebbe tuttavia una trattazione specifica.

  1. Femminismo contemporaneo, eros e trasformazione delle relazioni

Il femminismo contemporaneo ha compiuto conquiste straordinarie: emancipazione legale, autonomia economica, libertà di scelta e possibilità di affermarsi in ambiti prima riservati quasi esclusivamente agli uomini. Questi progressi hanno permesso a molte donne di affermare la propria individualità e di difendere la propria dignità. Marilyn Monroe, con la sua carriera e la sua lotta per essere riconosciuta come attrice e non solo come oggetto di desiderio, incarna la tensione tra libertà conquistata e riconoscimento sociale: la sua vicenda mostra quanto l’autonomia femminile sia preziosa, ma anche complessa da vivere pienamente, soprattutto quando l’immagine pubblica riduce la persona a un’icona erotica.

Tuttavia, ogni trasformazione porta con sé tensioni interne. Un possibile limite di alcune correnti e interpretazioni del femminismo contemporaneo consiste nella tendenza a spingere il concetto di autonomia verso una forma di autosufficienza, nella quale l’emancipazione rischia di essere pensata soprattutto come separazione e protezione dall’altro. In questa prospettiva, il rapporto con l’uomo può progressivamente perdere la dimensione del riconoscimento reciproco e venire interpretato prevalentemente attraverso le categorie del potere, del conflitto o della vulnerabilità. Quando tale impostazione si radicalizza, l’uomo rischia di non essere più percepito innanzitutto come individuo concreto, con cui costruire una relazione, ma come rappresentante di una categoria storicamente associata al dominio o alla minaccia. Ne può derivare un clima culturale di diffidenza crescente che rende più difficile la costruzione di relazioni fondate sulla fiducia.

È importante precisare che questa dinamica non coincide con il femminismo nel suo complesso, che comprende tradizioni molto diverse e che in molte delle sue espressioni valorizza anche la reciprocità, la cooperazione e la trasformazione condivisa dei rapporti tra i sessi. Tuttavia, alcune sue declinazioni più conflittuali hanno contribuito a diffondere una lettura della relazione uomo-donna nella quale l’uomo viene talvolta collocato prevalentemente nella posizione di possibile oppressore anziché di interlocutore. Tale impostazione non nasce esclusivamente dal femminismo, ma si inserisce in un contesto culturale più ampio, segnato dalla fragilità dei legami, dalla difficoltà del dialogo e dalla crescente tendenza a interpretare la relazione attraverso la gestione del rischio.

Questa impostazione può alimentare una crescente distanza simbolica tra uomini e donne: non perché l’autonomia femminile rappresenti di per sé una minaccia, ma perché, quando viene interpretata attraverso una lente prevalentemente conflittuale, può contribuire a rappresentare la relazione con l’uomo come uno spazio segnato dal sospetto anziché dalla possibilità di cooperazione. Quando il rapporto tra i sessi assume una logica preventiva e difensiva, entrambi rischiano di percepirsi come potenziali avversari invece che come soggetti capaci di confronto e costruzione comune. Paradossalmente, una simile dinamica può indebolire anche gli stessi obiettivi emancipativi perseguiti dal femminismo, poiché una libertà separata dalla dimensione della reciprocità rischia di impoverire la qualità dei legami e della vita collettiva.

Questa fragilità si manifesta in modo particolare nella sfera della sessualità. Il femminismo ha sottratto finalmente il corpo femminile a una visione puramente funzionale o riproduttiva, rivendicando il diritto al piacere e all’autodeterminazione. Ma quando la sessualità viene letta prevalentemente come strumento di affermazione, negoziazione o potere, si rischia di perdere ciò che rende l’eros qualitativamente distinto: la capacità di creare connessione e di trasformare il desiderio in intesa reciproca. L’incontro rischia così di ridursi a uno scambio condizionato e la cura a una disponibilità regolata da aspettative implicite di ritorno. Anche in assenza di intenzioni manipolative esplicite, la relazione diventa fragile ed esposta a dinamiche di strumentalizzazione emotiva.

La biografia di Marilyn Monroe offre un esempio emblematico di queste problematiche: il suo successo e il suo potere simbolico non riuscirono a integrarsi con il desiderio di un autentico riconoscimento reciproco. Nei matrimoni con Joe DiMaggio e Arthur Miller emerge una tensione costante tra esposizione pubblica e bisogno di autenticità, tra immagine desiderata e desiderio di essere realmente compresa. La riduzione della sua identità a icona erotica, pur garantendole visibilità, ostacolò relazioni fondate sul rispetto e sulla cura.

Questa dinamica non appartiene soltanto al passato. Anche nel panorama contemporaneo, figure come Dua Lipa, Chiara Ferragni o Elodie incarnano una nuova forma di equilibrio tra autonomia, esposizione del corpo e controllo della propria immagine. A differenza di Marilyn, queste artiste dispongono di strumenti maggiori per autodeterminarsi — gestione diretta della comunicazione, maggiore libertà espressiva e ridefinizione dei codici estetici — e ciò rappresenta una conquista reale del femminismo contemporaneo. Tuttavia, questa maggiore autonomia non elimina del tutto la tensione tra soggettività e rappresentazione. L’iper-esposizione del corpo e della sessualità, anche quando è scelta e consapevole, rimane inserita in un sistema culturale che tende a trasformarla in linguaggio pubblico, in immagine da interpretare, valutare e consumare. Il rischio non è quindi la libertà in sé, ma la difficoltà di preservare, all’interno di questa visibilità, uno spazio relazionale autentico che non sia continuamente mediato da aspettative, ruoli o stereotipi di genere.

In questo senso, la distanza tra Marilyn Monroe e le icone contemporanee non rappresenta una rottura netta, bensì una trasformazione. Se nel suo caso il problema era l’assenza di controllo sulla propria immagine, oggi la sfida consiste nel governare un’esposizione costante senza che si svuoti lo spessore della relazione con l’altro. La questione decisiva non è dunque se la donna sia più libera — conquista ormai irrinunciabile — ma se tale libertà riesca ancora a favorire forme autentiche di incontro e reciprocità tra soggetti diversi. Quando la libertà viene vissuta o percepita come reciproca ostilità, infatti, l’eros perde la sua funzione di mediazione tra due soggettività e rischia di trasformarsi in uno spazio di difesa, di sospetto o di conflitto. La domanda rimane allora la stessa: come integrare desiderio, riconoscimento e autenticità senza ridurre la relazione a una forma di scambio, di contrapposizione o di costruzione dell’immagine sociale?

  1. Libertà, eros e physis: ripensare la soggettività e le relazioni

A questo punto, diventa necessario chiarire quale spazio possa ancora avere l’eros all’interno di relazioni così esposte alla logica della rappresentazione e della negoziazione. Se il desiderio viene progressivamente assorbito da dinamiche di affermazione o da meccanismi di difesa dell’autonomia, esso rischia di perdere la propria funzione originaria: quella di apertura all’altro e all’imprevedibile. L’eros, infatti, non è semplicemente un’intensificazione del desiderio, ma una modalità relazionale specifica: implica vulnerabilità, disponibilità all’incontro e una sospensione, almeno parziale, della logica del controllo. In questo senso, esso entra inevitabilmente in tensione con una cultura che valorizza la gestione strategica di sé, la protezione costante dei propri confini e la riduzione del rischio emotivo.

Si genera così una contraddizione difficilmente risolvibile: da un lato si rivendica giustamente autonomia, libertà e autodeterminazione; dall’altro, si riducono le condizioni che rendono possibile una relazione pienamente soddisfacente. Più la relazione deve essere sicura, controllabile e priva di asimmetrie, meno risulterà in grado di sostenere quella dimensione di apertura e imprevedibilità che caratterizza l’esperienza erotica e, più in generale, il legame profondo. Questa tensione non implica un ritorno a modelli relazionali passati, né una rinuncia alle conquiste emancipative del presente. Piuttosto, invita a una riformulazione più esigente della libertà: non come semplice indipendenza dall’altro, ma come capacità di esporsi alla relazione senza ridurla a strumento o a rischio da neutralizzare.

In questo senso, la questione dell’eros diventa anche una questione etica. Non si tratta solo di come desideriamo, ma di come riconosciamo l’altro all’interno del nostro desiderio. Se l’altro viene percepito come funzione, come conferma o come elemento sostituibile, la relazione perde rilevanza; se invece viene riconosciuto nella sua irriducibile unicità, allora il desiderio può trasformarsi in uno spazio di incontro reale, capace di integrare libertà, responsabilità e avventura.

Su questo sfondo, la filosofia classica tedesca offre strumenti concettuali preziosi per ripensare le tensioni tra autonomia, desiderio e relazioni autentiche che emergono sia dalla vita di Marilyn Monroe sia dalle sfide del femminismo contemporaneo. In questa prospettiva, l’eros non è solo un problema relazionale umano, ma rimanda a una dimensione ontologica più originaria della soggettività. Per pensatori come Hegel, Schelling e Hölderlin, l’essere umano non è anzitutto un’entità isolata definita da categorie sociali, morali o politiche, ma una manifestazione del divenire della physis, espressione di una totalità vivente e profondamente interconnessa, alla quale appartiene strutturalmente. In quest’ottica, la “coscienza felice” non si afferma separando sé dall’altro, ma emerge attraverso la relazione e il riconoscimento reciproco all’interno di una rete di rapporti in costante divenire, che costituisce il tessuto stesso dell’essere. Il soggetto, quindi, non precede la relazione, ma prende forma al suo interno: la sua identità si costituisce attraverso la coappartenenza al vivente e al mondo.

Questo discorso ha una portata ontologica e politica straordinaria. Riconoscersi come physis prima che come uomini o donne può ridurre molte polarizzazioni e conflittualità: l’altro non è più immediatamente un nemico da sconfiggere né un alleato definito da ruoli sociali o identitari, ma un nodo costitutivo dello stesso intreccio di relazioni che ci qualifica come soggetti viventi. Analogamente, riconoscerci come physis prima ancora che come esseri umani potrebbe aiutarci a superare l’antropocentrismo, fondamentale in un’epoca come l’Antropocene, dove il riconoscimento della vita non umana e la responsabilità verso l’ambiente diventano condizioni essenziali per la nostra stessa libertà.

In questa prospettiva, l’eros assume una dimensione ontologica, etica e politica profonda: non si riduce a semplice espansione del desiderio o a strumento di affermazione individuale, ma si configura come forza universale orientata all’amore verso tutto ciò che vive, capace di promuovere cura, gioia e condivisione oltre sé stessi. Il riconoscimento dell’altro, in questa prospettiva, non riguarda soltanto le relazioni umane, ma ogni forma del vivente, poiché tutto partecipa della medesima physis. Nietzsche fornisce una chiave interpretativa cruciale in questo senso: l’eros può essere compreso come una volontà di intensificazione della vita, una tensione sovraindividuale in cui il godimento sensibile non si arresta al sé né si esaurisce nell’altro, ma si trasfigura in gioia di vivere e nell’affermazione della vita nella sua interezza. Per questo non si riduce a strumento umano di dominio o controllo, ma si configura come slancio che favorisce la fioritura dei possibili, l’apertura all’altro e la partecipazione attiva al caos generativo della natura.

La vicenda di Marilyn Monroe, riletta in questa chiave, diventa paradigmatica: la riduzione della sua soggettività a immagine o simbolo ostacolava l’esperienza di un eros capace di generare relazioni autentiche e amore incondizionato per l’esistente. Il desiderio centrato su affermazione, potere o visibilità individuali perde la sua dimensione ontologica, trasformandosi in mera strumentalizzazione. Se orientato nella direzione della physis, invece, l’eros si manifesta come forza connettiva, cura e dono: non solo piacere o intimità, ma coinvolgimento sensibile alle trasformazioni della realtà circostante, promozione del benessere collettivo e capacità di donare senso e attenzione all’altro e al mondo. Integra libertà, responsabilità e apertura verso tutto l’essere: la soggettività si realizza non nell’isolamento, ma nella relazione, nell’incontro, nella reciprocità e nella crescita della vita propria e altrui.

Così concepito, l’eros diventa criterio di libertà ontologica e misura della qualità del riconoscimento reciproco: un orientamento etico ed emancipativo, che permetterebbe al femminismo contemporaneo di ripensare la libertà non soltanto come rivendicazione individuale, ma anche come forma di partecipazione alla vita comunitaria  e a una dimensione persino cosmica del vivente. In questa chiave, desiderio, autonomia e responsabilità non si contrappongono, ma si intrecciano, e la soggettività può manifestarsi come esperienza al contempo profondamente umana e naturale, in cui amare, prendersi cura e donare trovano concrete possibilità d’espressione al di là dei limiti del sé.

Foto: (Earl Theisen Collection/Getty Images)

 

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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