KENNAN, KISSINGER E L’AMERICA DI OGGI

GIULIO DI DONATO

Continuità e discontinuità si intrecciano nella storia della politica estera americana, e la nuova amministrazione Trump non fa eccezione. Per comprenderla occorre sottrarsi a due tentazioni speculari. La prima è pensare che tutto si ripeta uguale, come se la politica estera americana rispondesse sempre alla medesima logica e l’establishment statunitense fosse un blocco monolitico, privo di contraddizioni e articolazioni interne: categorie troppo rigide che piegano la complessità a schemi precostituiti, impedendo di cogliere novità e ambivalenze. La seconda, opposta, è enfatizzare ogni mutamento fino a perdere di vista le costanti di lungo periodo della storia statunitense.

Alcune continuità si spiegano con ragioni strutturali e tratti durevoli della vicenda politica e sociale americana. Basti pensare a una società profondamente divisa e frammentata, percorsa da una violenza endemica periodicamente proiettata verso l’esterno anche attraverso l’individuazione di un nemico, esterno o interno, la cui rappresentazione svolge una funzione di coesione; al rapporto problematico con una storia nazionale relativamente recente, che si ancora a miti fondativi e narrazioni eccezionaliste, anche valorizzando il legame genealogico con l’Europa, di cui l’America tende a concepirsi come erede e insieme espressione più compiuta; al mito della frontiera, che ha accompagnato la proiezione di potenza statunitense e agisce ancora nell’immaginario; alla personalizzazione del potere accentuata dal presidenzialismo, cui si associa un bisogno di stabilità simbolica che ha favorito vere e proprie dinastie familiari, quasi attribuendo alla presidenza tratti della successione monarchica; agli imperativi della geoeconomia (dall’approvvigionamento energetico alle spinte extraterritoriali di tecno-scienza, finanzcapitalismo e industria dell’immaginario); infine, al richiamo a Dio e alla missione civilizzatrice degli Stati Uniti, che conferisce una peculiare coloritura religiosa alla cosiddetta civiltà del dollaro.

Su questo fondo relativamente stabile si innestano, tuttavia, mutamenti anche profondi. Alla stagione dell’«interventismo globale» affermatasi soprattutto dopo la fine della Guerra fredda sembra oggi subentrare una nuova forma di «isolazionismo imperiale»: una postura solo apparentemente contraddittoria, che combina un relativo arretramento rispetto alla pretesa di erigersi a gendarme del mondo con una rivendicazione più esplicita delle proprie aree di preminenza strategica. Torna così in primo piano la logica aspra delle sfere di influenza, il cui raggio si estende però ben oltre la dimensione più ristretta del tradizionale «cortile di casa», fino a intrecciarsi, in Medio Oriente, con le esigenze di sicurezza ed egemonia di Israele.

A questo mutamento concorre anche un universo ideologico in parte nuovo, che trova espressione in alcuni settori dell’oligarchia tecnologica americana. È il caso, tra gli altri, di Peter Thiel e di quell’area culturale variamente riconducibile al cosiddetto «illuminismo oscuro»: una visione di tipo aristocratico, nel senso però di un aristocraticismo scettico e malpensante (contrapposto a quello perbenista e moraleggiante del mondo liberal), allergica ai vincoli e alle procedure della liberal-democrazia. A ciò si accompagna una fiducia prometeica nelle nuove frontiere dello sviluppo tecnologico e nell’idea che coloro che ne sono i principali artefici debbano essere lasciati liberi di agire, senza essere ostacolati da una ragnatela vischiosa di regole e interventi burocratico-statali. Anche per questo, la definizione di «tecnofeudali» che viene spesso attribuita ai nuovi magnati dell’industria tecnologica appare molto convincente.

In questa prospettiva, la sfida per il primato statunitense si intreccia con il rilancio dell’identità nazionale — da rianimare attraverso una diversa consapevolezza di sé, della propria decadenza e delle insidie, anche metapolitiche, che pervadono la vita individuale e collettiva — e assume talvolta tonalità apocalittiche e un lessico di matrice teologico-politica. Entro questa cornice, l’impianto liberal-globalista e le istituzioni sovranazionali non sono più considerati strumenti dell’egemonia americana, ma fattori del suo declino. Dietro le parole d’ordine del mainstream neoprogressista, contestate perché presentate come espressione di un Bene astratto al quale sacrificare il benessere e i tratti distintivi della civiltà occidentale, si celerebbero, secondo questa diagnosi, forze che produrrebbero impoverimento, dissoluzione dei legami comunitari e fiacchezza dell’Occidente, finendo per avvantaggiarne i nemici. Ne deriverebbe una minaccia alla sicurezza economica ed esistenziale degli Stati Uniti: quasi una nuova incarnazione dell’Anticristo sotto sembianze «umane, troppo umane».

Né pura ripetizione né cesura assoluta, insomma: continuità e discontinuità convivono, e la nuova presidenza Trump offre un osservatorio particolarmente interessante. È riconoscibile, anzitutto, una versione aggiornata della Dottrina Monroe, più assertiva e spregiudicata e meno rivestita di giustificazioni ideologiche, secondo una sorta di pragmatismo da gangster. A questa impostazione corrisponde un copione che la realtà può tuttavia scompaginare (basti pensare ai diversi esiti degli interventi in Venezuela e in Iran nel 2026): colpire selettivamente, con operazioni a bersaglio definito, evitando il pantano di una guerra dispendiosa e logorante; alla rimozione integrale di un regime si preferisce una pressione serrata sulle componenti più accondiscendenti degli apparati di governo del Paese aggredito, preservando una relativa continuità nella trasmissione del potere in cambio di una sovranità limitata, o meglio saccheggiata.

Su un piano più generale, a questa postura si accompagna una ridefinizione in senso competitivo di una condizione di equilibrio tra le potenze, sempre a partire dalla priorità assegnata all’interesse nazionale statunitense, secondo la logica dell’America First. Sullo sfondo sembra riaffacciarsi, sia pure in un contesto completamente diverso, anche la logica del containment: non più rivolta verso l’Unione Sovietica, ma verso la Cina, con il tentativo di separare Pechino da Mosca e di impedire il consolidamento di un blocco eurasiatico che potrebbe ulteriormente erodere una supremazia americana già in declino.

La politica trumpiana sembra così collocarsi, pur tra mille oscillazioni e contraddizioni, dovute anche agli evidenti contrasti interni tra le diverse anime dell’amministrazione – da quella neocon di Marco Rubio a quella MAGA di J.D. Vance –, più sul terreno di quello che abbiamo definito un isolazionismo imperiale che su quello dell’interventismo globale: tendenze che hanno lungamente convissuto nella politica estera americana e che, naturalmente, non si presentano mai allo stato puro.

Il riaffiorare di temi e categorie che sembravano consegnati alla Guerra fredda – deterrenza, equilibrio di potenza tra Stati-impero, sfere di influenza – suggerisce di tornare a due figure che continuano a costituire riferimenti imprescindibili per pensare la politica estera americana: George F. Kennan e Henry Kissinger, uomini entrambi di pensiero e di azione, riconducibili alla grande tradizione del realismo politico americano, ma profondamente diversi nel modo di tradurre nella realtà visioni non pienamente coincidenti.

Due recenti contributi offrono l’occasione per ripercorrerne il pensiero: il lavoro di Luisa Borghesi, Realismo politico e Guerra fredda: da G. Kennan a H. Kissinger, pubblicato sulla Rivista di Politica (n. 2/2025), e il saggio di Roberto Esposito, Geopolitica e metafisica, contenuto in Kaos, il volume scritto con Massimo Cacciari e pubblicato dal Mulino (2026). A questi lavori sono debitrici molte delle considerazioni che seguono.

Kennan e il realismo del limite

George Frost Kennan è passato alla storia soprattutto come il padre della teoria del contenimento, ma ridurre il suo pensiero alla formula del containment rischia di oscurarne proprio gli aspetti più originali.

Diplomatico, analista e stratega, Kennan non riduceva la politica internazionale ai rapporti di forza: il suo realismo conservava una tensione etico-politica e un profondo senso del limite, vicino in questo a Reinhold Niebuhr e Hans Morgenthau. Pur da prospettive differenti, comune era la critica a quella tendenza messianica americana a considerare le proprie forme di vita come universali e quindi da esportare ovunque nel tentativo di rendere il mondo a propria immagine e somiglianza.

Il realismo di Kennan nasce anche da una singolare capacità di utilizzare la conoscenza dell’avversario come strumento di comprensione di sé. Durante il periodo trascorso in Unione Sovietica maturò un giudizio severo sull’esperienza del socialismo reale, ma nello stesso tempo guardò con crescente inquietudine alla trasformazione della società americana. Tornato negli Stati Uniti alla fine degli anni Trenta, rimase colpito dall’individualismo consumista e dall’atomizzazione sociale, che gli sembravano erodere quei legami comunitari che considerava parte essenziale dell’ethos democratico americano.

La comprensione che Kennan aveva della Russia, d’altra parte, non si limitava alla sua realtà politica. Ne conosceva profondamente la lingua, la storia e la cultura e seppe distinguere l’ostilità nei confronti del regime sovietico dalla capacità di penetrare la mentalità del popolo russo e le ragioni profonde che ne avevano plasmato l’identità e la percezione del mondo. Anche per questo la contrapposizione con l’Unione Sovietica non poteva trasformarsi in una rappresentazione manichea del Bene contro il Male. Comprendere l’avversario significava anche interrogarsi sulle proprie debolezze e, soprattutto, sottrarsi alla sua mostrificazione.

Questa impostazione emerge con chiarezza nel celebre Long Telegram, inviato da Mosca nel febbraio del 1946, e successivamente nell’articolo The Sources of Soviet Conduct, pubblicato nel 1947 su Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “X”.

Il punto di partenza di Kennan era una lettura della Russia che affondava le proprie radici nella lunga durata dei processi storici e culturali. La condotta sovietica non poteva essere spiegata soltanto alla luce della contrapposizione ideologica. Dietro di essa agiva un più antico sentimento di insicurezza, radicato nella storia russa, nella costante allerta di fronte al rischio di accerchiamento e nell’assenza di confini naturali sul versante occidentale. Tra il nazionalismo russo e il comunismo sovietico esisteva, sotto questo aspetto, una continuità profonda.

Come osserva Esposito, il Long Telegram, piuttosto che limitarsi a formulare indicazioni operative contro l’avversario, spiegava come «convivere con esso, pur senza cessare di avversarlo». L’URSS non era la Germania hitleriana: non cercava uno scontro militare immediato con l’Occidente, ma una competizione di lungo periodo. La risposta americana doveva quindi contenere la proiezione di potenza sovietica senza alimentare una dinamica che potesse condurre allo scontro diretto. È all’interno di questa impostazione che nasce il containment.

Contenere non significa accerchiare

Il realismo prudente e misurato di Kennan non comportava, peraltro, il rifiuto della logica delle sfere d’influenza. Già prima della fine della guerra considerava sostanzialmente acquisita la preminenza sovietica nell’Europa orientale e riteneva che gli Stati Uniti dovessero consolidare la propria posizione nell’Europa occidentale, lungo una linea di separazione destinata a passare attraverso la Germania. La moderazione non nasceva dunque dalla negazione dei rapporti di forza, ma dal loro riconoscimento e dalla consapevolezza dei limiti entro i quali la politica di potenza poteva essere esercitata.

La successiva storia della Guerra fredda avrebbe in parte deformato il significato originario della teoria kennaniana. Il contenimento venne progressivamente interpretato in senso militare, espansivo e globale, fino a identificarsi con un sistema di alleanze e di contrapposizione strategica molto più esteso di quello immaginato dal suo autore: alla logica del limite finiva così per sostituirsi quella dell’illimitatezza.

Kennan tornò più volte su questo equivoco. Come avrebbe ricordato successivamente, la strategia da lui prospettata «non era un contenimento con mezzi militari di una minaccia militare, ma il contenimento politico di una minaccia politica».

Questo implicava un altro elemento importante: la forza americana non dipendeva soltanto dalla capacità di esercitare pressione sull’avversario, ma dalla solidità interna degli stessi Stati Uniti. Nel Long Telegram e negli scritti successivi, politica interna e politica estera sono strettamente collegate: una società politicamente e spiritualmente vitale, coesa e consapevole di sé avrebbe avuto, nel lungo periodo, una capacità di attrazione e di resistenza superiore a quella garantita da una politica puramente aggressiva.

A ciò si accompagnava la necessità di educare l’opinione pubblica a una conoscenza lucida dell’avversario. Kennan riteneva essenziale evitare sia le reazioni emotive alimentate da una conoscenza superficiale della Russia sia le rappresentazioni caricaturali, perché una politica estera realistica imponeva di rifuggire dall’emotività e dalle semplificazioni manichee. La qualità della politica internazionale dipendeva così anche dal livello politico e culturale della società e dal buon funzionamento dei processi di formazione e selezione della classe dirigente.

Non era dunque necessario trasformare il contenimento in interventismo permanente. Occorreva impedire ulteriori avanzamenti sovietici, evitando un’escalation verso la collisione diretta e rinunciando a ipotesi di regime change impraticabili e rischiose, confidando che il tempo e le contraddizioni interne del sistema sovietico ne indebolissero progressivamente la forza. Diversamente dal roll-back, volto a ridimensionare attivamente la sfera d’influenza sovietica, il containment implicava senso della misura e pazienza.

Qui emerge uno dei tratti più attuali del pensiero di Kennan: il riconoscimento dell’esistenza dell’avversario e delle sue pretese geopolitiche e geoeconomiche come dato permanente della politica internazionale e, dunque, del carattere pluralistico dell’universo politico e della sua strutturale refrattarietà a ogni pretesa di reductio ad unum. Per il diplomatico statunitense, la Russia costituiva una presenza inaggirabile per l’Europa e un attore ineliminabile nello scacchiere internazionale. Inoltre, egli riteneva che l’Unione Sovietica non avrebbe mai attaccato per prima, anche perché convinta che il capitalismo si sarebbe prima o poi autodistrutto, e che non bisognasse pertanto offrirle alcun pretesto per farlo. Occorreva piuttosto confidare nel fatto che il sistema sovietico sarebbe inevitabilmente entrato in conflitto con le proprie contraddizioni e fragilità interne.

Bisognava allora affidarsi, come ricorda Esposito, a una strategia «armata ma non aggressiva, vigile ma non provocatoria, elastica ma non rinunciataria», fondata su un’intelligenza profonda dell’avversario: delle sue motivazioni e intenzioni, dei suoi punti di forza e delle sue debolezze. Occorreva perciò evitare tutto ciò che potesse esasperarlo, minacciandone i confini o insidiandone direttamente il tradizionale spazio di sicurezza ed egemonia. La risposta alla politica sovietica doveva essere pertanto misurata e proporzionale: occorreva tenere conto dei limiti dell’avversario, ma anche dei propri.

La comprensione dell’altro assumeva così un significato politico. Conoscere paure, percezioni e interessi vitali dell’avversario non significava condividerli o giustificarli, ma evitare che la propria azione producesse la reazione che si intendeva scongiurare. La sicurezza diventava necessariamente relazionale: proteggere sé stessi significava anche non spingere l’avversario verso comportamenti capaci di esporre entrambi a un pericolo estremo. Come sintetizza Esposito, nella concezione kennaniana la propria «protezione coincide con quella dell’altro, dell’avversario». Ne consegue che i «nemici non vanno indotti all’errore, ma, al contrario, aiutati a non sbagliare», costruendo «l’argine in cui incanalare la loro possibile azione, ma anche la propria». Il limite imposto alla potenza dell’avversario implica dunque anche un limite alla propria.

La risposta americana doveva, in sostanza, dispiegarsi tanto sul terreno della forza – fortificando le aree più esposte dello scacchiere occidentale, a partire da Berlino Ovest – quanto, e soprattutto, attraverso un’azione volta a rafforzare la tenuta e la capacità di attrazione dell’Occidente. Da qui il convinto sostegno di Kennan al Piano Marshall, del quale intuì immediatamente il rilievo geopolitico. Nell’articolo firmato “X”, parlava dell’«abile e vigile attivazione di una contro-forza» nei punti nevralgici di volta in volta interessati dalle mosse di Mosca.

Non sorprende, allora, che Kennan guardasse in seguito con crescente preoccupazione alla militarizzazione del contenimento, si opponesse alla corsa agli armamenti nucleari e, negli ultimi decenni della sua vita, assumesse posizioni fortemente critiche nei confronti degli interventi militari americani. Negli anni Sessanta fu tra gli oppositori della guerra in Vietnam; nel 2002, ormai quasi centenario, si pronunciò contro l’intervento in Iraq. Alla fine degli anni Ottanta arrivò persino a rovesciare simbolicamente il significato della propria formula: il contenimento di cui l’America aveva bisogno era anche un autocontenimento, di fronte a una società sempre più attraversata dal nichilismo narcisista e dalla perdita del senso del limite e della misura.

Kissinger: ordine e caos

Henry Kissinger appartiene alla stessa famiglia realista, ma ne rappresenta una variante diversa.

Anche per Kissinger la storia possiede una struttura tragica. Come nota Esposito, pur senza dipingerla a tinte soltanto fosche, egli «non ravvisa nella storia alcuna potenza salvifica. La storia non è che il tentativo, sempre frustrato e sempre rinnovato, di estrarre un ordine dal chaos che ci opprime. Dobbiamo sapere che, per quanto possa essere contenuto nella durata o nell’intensità, prima o poi il chaos tornerà a prevalere, fino a quando non riusciremo di nuovo ad arginarlo». Di conseguenza, «l’ordine non è mai dato e neanche definitivo». Diversamente, dunque, «dal motto virgiliano ab integro nascitur ordo, l’ordine possibile nasce sempre da una precedente disgregazione, che non può mai superare del tutto».

Il punto di partenza di questa visione, prosegue Esposito, è la consapevolezza che «non siamo soli al mondo, il mondo non è nostro, non tutto è possibile». Lo stesso «universale ha sempre dovuto fare i conti col particolare» e la «serietà del male», se ignorata, espone al pericolo di precipitare nel suo vortice senza volerlo. L’universo politico è, insomma, un pluriverso: l’altro esiste e non cesserà di esistere, con una visuale che, come la nostra, è «parziale e provvisoria». Ciascuno costituisce, con la propria presenza, un limite per l’altro, in un rapporto che oscilla continuamente tra contrapposizione e negoziazione.

Si tratta, allora, di «stabilire un contatto tra i diversi punti di vista» e bilanciarli tenendo conto dei limiti reciproci, consapevoli che «la debolezza dell’avversario conta più della nostra forza». L’equilibrio assume così quel significato di misura che, già per i Greci, costituiva un argine alla potenza distruttiva della hybris. È lo stesso equilibrio che l’Europa, dopo essere stata squassata dalle guerre di religione, cercò di costruire attraverso lo ius publicum e che, dopo il fiume di sangue delle guerre napoleoniche, tentò per alcuni decenni di restaurare.

È questa la grande lezione che Kissinger ricava dalla pace di Westfalia e, soprattutto, dal Congresso di Vienna, studiato in A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812–1822. Prima a Westfalia e poi a Vienna, «ordine e conflitto hanno trovato un punto d’incrocio che ha consentito all’Europa di sopravvivere e prosperare, prima che il nuovo, e ancora più devastante, cataclisma novecentesco si abbattesse su di essa».

Ne deriva che necessità e contingenza, equilibrio e caos, diritto e potenza, ragion di Stato e garanzie minime di ordine globale non possono essere definitivamente separati e devono trovare un punto e uno spazio di mediazione praticabile, con l’obiettivo di tenere «a freno i mastini della guerra». Quanto al rapporto tra necessità e libertà, osserva ancora Esposito a proposito di Kissinger, è «la consapevolezza della necessità, non il suo rifiuto, a consentire alla libertà di spingersi fino al limite estremo cui può arrivare, definendosi rispetto a essa». Contrapporre libertà e necessità significa invece rischiare di «approdare ai poli opposti dell’utopismo e del nichilismo»; interpretare la storia in una prospettiva tragica significa quindi «cogliere la tensione che le congiunge, facendo dell’una lo sfondo ineluttabile dell’altra».

In un simile quadro, l’ordine non costituisce la condizione naturale della politica internazionale: sullo sfondo incombe, al contrario, il caos. L’ordine deve perciò essere continuamente costruito e preservato attraverso un equilibrio sempre precario tra proiezioni di potenza, interessi divergenti da comporre e tendenze conflittuali.

Anche qui la distanza dalle concezioni messianiche della politica estera americana è evidente. Non esiste un ordine perfetto da realizzare una volta per tutte: ogni ordine storico è provvisorio e ogni risultato politico costituisce necessariamente un’approssimazione problematica. È però proprio su quest’ultimo aspetto che emerge la differenza con Kennan.

Due realismi

Kissinger nutrì sempre una profonda ammirazione per Kennan e considerava la teoria del contenimento di eccezionale lucidità e lungimiranza. Gli rimproverava però di non essersi confrontato pienamente con lo scarto, anche tragico, che la traduzione della sua concezione sul piano della decisione concreta inevitabilmente comporta.

Seguendo Luisa Borghesi, per Kissinger Kennan era troppo «rigoroso» per accettare fino in fondo compromessi, variabili e conseguenze imprevedibili che la realtà impone a ogni disegno ideale. L’iniziativa politica, a differenza dell’analisi, è segnata da rischio, calcolo, scelta contingente e approssimazione. È nel diverso modo di misurarsi con questa refrattarietà del reale, con le sue zone d’ombra, che la distanza tra i due diventa più significativa.

Come abbiamo visto, in Kennan il realismo resta attraversato da una tensione etica, ma il suo è un realismo tragico, consapevole non solo dell’impossibilità di perseguire un optimum ideale, ma anche dei vincoli e dei limiti che gravano sull’esercizio del potere. È proprio questa consapevolezza del limite a preservare l’equilibrio e la pace come orizzonti regolativi, mai interamente sacrificabili alle esigenze immediate dell’interesse nazionale.

In Kissinger il realismo tragico assume invece una declinazione diversa, nella quale acquista maggiore rilievo il lato decisionista, anche spregiudicato e meno vincolato dall’adesione a un disegno predeterminato. Anche il suo è un realismo tragico, ma con una componente più spiccatamente volontaristica: maggiore è la fiducia nella capacità dell’uomo politico di intervenire nella storia e di modificarne il corso attraverso decisioni inevitabilmente imperfette; più marcato, al tempo stesso, lo scetticismo circa la possibilità di approssimarsi a un ideale regolativo di giustizia.

La distanza tra pensiero e azione assume dunque forme diverse in Kennan e in Kissinger. Nel primo l’analista e l’uomo d’azione non sempre coincidono, ma la distanza si manifesta anche su un altro piano: il realismo dell’analisi può lasciare spazio, sul terreno dell’iniziativa politica, a una significativa esigenza normativa e a una sostanziale diffidenza verso l’uso della forza. In Kissinger, invece, teoria e prassi risultano, sotto questo profilo, maggiormente integrate: il riconoscimento della necessità, della contingenza e dell’imperfezione costituisce la premessa di una decisione più duttile e disincantata.

In questo senso, l’approccio di Kennan può essere ricondotto a quello che Borghesi definisce un «ideal-realismo», nel quale l’idealismo e il realismo, così come l’intellettuale e lo stratega, non trovano sempre una sintesi compiuta, ma restano in una tensione costante, senza mai separarsi del tutto. Kissinger riconosceva tuttavia il proprio debito nei suoi confronti e ne condivideva la visione di lungo periodo, pur distanziandosi sul terreno degli obiettivi immediati e delle modalità concrete della loro realizzazione.

La differenza emerge anche rispetto all’estensione dell’interesse americano. Kennan e Morgenthau diffidavano della tendenza degli Stati Uniti a trasformare ogni crisi locale in una questione riguardante la propria sicurezza. In Kissinger, invece, l’interesse nazionale tendeva ad assumere una dimensione assai più vasta, fino a sovrapporsi, almeno in parte, alla costruzione e alla conservazione di un ordo americano nel quale non vi era area geografica o scenario globale del tutto estraneo all’orizzonte strategico statunitense. Una simile sovraestensione era invece lontana dalle prospettive di Kennan e Morgenthau. Non è casuale che questa distanza sia emersa con particolare evidenza durante la guerra del Vietnam e, molti anni dopo, di fronte alla guerra in Iraq.

La divergenza si manifesta anche rispetto al nucleare. Mentre la politica della détente aveva nella deterrenza una delle proprie premesse e attribuiva quindi anche all’equilibrio nucleare una funzione di stabilizzazione internazionale, Kennan se ne allontanò progressivamente. Arrivò persino a sostenere un impegno americano al «non primo uso» (no-first-use) delle armi nucleari e a interrogarsi pubblicamente se il dominio sovietico sull’Europa occidentale non fosse preferibile a una situazione pericolosamente sospesa sull’orlo di una guerra nucleare.

Kissinger si poneva dunque, per alcuni aspetti, sulla scia del contenimento, ma le due prospettive non coincidevano. A suo giudizio, la teoria kennaniana era un’intuizione strategica di grande portata che lasciava in ombra il lato operativo: spettava all’uomo politico tradurla in pratica, accettando una concretizzazione storica inevitabilmente imperfetta, incompleta e contraddittoria, che Kennan faticava maggiormente ad assumere.

Tutto questo aiuta a comprendere la distanza tra l’ideal-realismo di Kennan, segnato da una maggiore disponibilità a riconoscere le ragioni e gli interessi dell’avversario, e il realismo kissingeriano, più decisamente orientato alla costruzione di un ordine compatibile con l’interesse nazionale americano e, in ultima istanza, sacrificabile alle sue priorità. Una differenza che non cancella, tuttavia, una comune presa d’atto dell’elemento tragico della politica e una condivisa diffidenza verso la tendenza messianica e civilizzatrice degli Stati Uniti a proiettare sull’intero pianeta l’American way of life.

Il ritorno del contenimento?

È significativo che, dopo la lunga stagione unipolare seguita al crollo dell’Unione Sovietica, il linguaggio del contenimento sia tornato nel dibattito strategico americano.

Nel gennaio 2021 l’Atlantic Council pubblicò anonimamente il cosiddetto Longer Telegram, con l’esplicita ambizione di ripensare per il XXI secolo la grande intuizione kennaniana. Questa volta, però, l’avversario da contenere era la Cina. Il documento proponeva una strategia americana di lungo periodo, concentrata in particolare su Xi Jinping, sulla sua cerchia dirigente e sulle fratture interne all’élite del Partito comunista cinese, con l’obiettivo di modificarne il corso strategico e ricondurre la Cina entro i limiti di un ordine internazionale a guida statunitense. Non si trattava, tuttavia, di una semplice trasposizione del modello kennaniano: lo stesso documento escludeva che si potesse fare affidamento, come nel caso sovietico, sul progressivo logoramento del sistema per effetto delle sue contraddizioni interne.

Il parallelismo è quindi suggestivo, ma rischia di essere fuorviante. La Cina contemporanea non è l’Unione Sovietica del secondo dopoguerra e il sistema internazionale odierno è profondamente diverso da quello bipolare della Guerra fredda.

Soprattutto, la strategia delineata nel Longer Telegram sembra richiamare, per alcuni aspetti, più Kissinger che Kennan. Uno dei suoi punti centrali consiste infatti nella necessità di impedire una saldatura strategica permanente tra Russia e Cina: una sorta di rovesciamento della manovra compiuta da Nixon e Kissinger negli anni Settanta, quando Washington aprì alla Cina di Mao per modificare a proprio vantaggio l’equilibrio triangolare con l’Unione Sovietica. Allora si trattava di avvicinare Pechino per contenere Mosca; oggi l’obiettivo sarebbe, specularmente, recuperare margini di interlocuzione con Mosca per contenere Pechino.

È difficile non riconoscere qualcosa di questa logica nella politica dell’attuale amministrazione americana. Ma è proprio qui che occorre guardarsi dagli automatismi interpretativi da cui abbiamo preso le distanze in apertura.

Tra continuità e discontinuità

Trump non è il ritorno di Kissinger, così come il confronto con la Cina non costituisce una nuova Guerra fredda perfettamente sovrapponibile a quella con l’Unione Sovietica. Alcune categorie elaborate nel secolo scorso, tuttavia, sembrano riemergere sotto nuove forme.

Tornano la questione della definizione e ridefinizione delle sfere d’influenza e quella della competizione tra grandi potenze, in un contesto nel quale sono riemersi attori in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo atlantista della stagione post-1989. Torna l’idea che il primato dell’interesse nazionale non coincida con l’ambizione di costruire un ordine universalistico fondato sulla progressiva omogeneizzazione politica e culturale del mondo, ma vada riaffermato all’interno di un quadro delle relazioni internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e disarmonico, senza che ciò implichi l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra i grandi Stati continentali. Si riaffaccia, inoltre, la ricerca di una geometria triangolare tra Washington, Mosca e Pechino, che deve però fare i conti con una redistribuzione del potere più articolata e con un insieme di medie potenze intenzionate a esercitare un crescente protagonismo negli equilibri internazionali.

Sono tuttavia mutati il contesto, il linguaggio e gli strumenti. L’America First trumpiano appare assai meno interessato di quanto lo fosse l’establishment liberal-globalista a rivestire la logica di potenza di una missione universalistica. La politica di potenza tende ora a manifestarsi più apertamente come tale; l’interesse nazionale viene cioè rivendicato senza la necessità di ricorrere a giustificazioni ideologiche o umanitarie; la pressione economica e politica viene esercitata come parte di una negoziazione diretta e bilaterale, modellata di volta in volta dalle circostanze e dai rapporti di forza. Anche la riproposizione di una Dottrina Monroe aggiornata sembra rispondere a questa dinamica: delimitare con maggiore nettezza ciò che Washington considera il proprio spazio strategico prioritario e rivendicarvi una posizione di preminenza che non deve essere messa in discussione.

Il confronto tra Kennan e Kissinger consente di leggere questa trasformazione senza confondere il ritorno di alcuni problemi con la semplice ripetizione del passato. Alla tradizione kissingeriana rinviano la politica dell’equilibrio, la flessibilità delle alleanze, lo sfruttamento delle divergenze tra le altre grandi potenze e la subordinazione delle affinità ideologiche alla ragion di Stato. Al pensiero di Kennan rimanda invece la categoria del contenimento di un grande competitore strategico, oggi identificato nella Cina. Ma le due lezioni vanno oltre queste formule.

Come è emerso, Kissinger muove dalla consapevolezza che nessun ordine internazionale è naturale o definitivo. Ogni assetto è il risultato provvisorio di determinati rapporti di forza, di precarie mediazioni e di specifici meccanismi di deterrenza. Quando gli equilibri cambiano, pretendere di conservare indefinitamente l’assetto precedente può diventare esso stesso un fattore di disordine. Il realismo richiede allora la capacità di riconoscere il mutamento e di costruire un nuovo equilibrio prima che sia la guerra a imporlo.

Kennan richiama l’attenzione su un altro aspetto, tanto importante quanto spesso trascurato. Anche l’avversario ha interessi, paure ed esigenze di sicurezza di cui occorre tenere conto. Riconoscerli non significa legittimarne ogni comportamento. Significa comprendere che la sicurezza dell’uno non può essere perseguita indefinitamente attraverso la crescente insicurezza dell’altro senza produrre conseguenze. Il contenimento, nella sua concezione originaria, non era tentativo di annientamento, accerchiamento permanente o premessa al regime change: era il tentativo di governare una rivalità sistemica che non poteva essere eliminata senza rischiare di precipitare nella catastrofe.

Forse è proprio questo l’elemento più difficile da ritrovare nell’attuale politica internazionale: il limite e la misura, la visione d’insieme, la piena cognizione dei rischi e delle reazioni che ogni iniziativa può innescare e, soprattutto, quel respiro storico-dialettico che sembrano largamente assenti nelle attuali classi dirigenti euro-occidentali, prigioniere di una visione non di rado fanatica e riduzionistica. Sullo sfondo, un Occidente transatlantico nel quale prevale un misto di umori cupi, attese fallaci di salvezza, ripiegamento sfiduciato nel proprio particulare e angosce apocalittiche.

Conclusioni

Kennan e Kissinger, in modi differenti, si formarono entro un orizzonte politico e culturale segnato dalla consapevolezza del carattere tragico della storia e da una concezione antiperfettista della realtà come dimensione instabile e conflittuale, mai del tutto riconciliata e pacificata. Proprio per questo, la politica estera non poteva ridursi alla contrapposizione tra amici e nemici assoluti, anche perché il nemico restava, in senso schmittiano, un «nemico pubblico»: non «l’inimicus, ma l’hostis; non l’echthrós, ma il polémios». Kennan ne traeva soprattutto un’esigenza di moderazione e autolimitazione; Kissinger una teoria della decisione (scandita, nei fatti, da episodi ben noti di freddo cinismo) e dell’equilibrio. Il primo ricordava che anche la potenza deve sapersi contenere; il secondo che l’ordine deve essere continuamente ricostruito alla luce dei rapporti di forza effettivi.

È nella tensione tra queste due lezioni che emerge la loro persistente attualità. In un pianeta nuovamente organizzato intorno alla sfida tra grandi potenze, il realismo non consiste soltanto nel riconoscere il lato duro della politica internazionale. Richiede anche la consapevolezza che la forza non è onnipotenza e che nessuna potenza, neppure la più grande, può agire senza tenere conto degli interessi e delle esigenze vitali di sicurezza delle altre. Significa, inoltre, riconoscere l’inaggirabile «disunità del mondo», sottraendosi tanto all’illusione di ricondurlo a un unico principio ordinatore quanto alla rappresentazione manichea della contesa geopolitica.

Ma il realismo, almeno quello che qui vogliamo definire «critico», non può arrestarsi alla semplice registrazione degli attuali rapporti di forza, né confondere ciò che esiste con ciò che necessariamente deve esistere. Se è vero che la storia non realizza un processo lineare e che non si dà mai piena redenzione o compimento nel teatro di questo mondo, è altrettanto vero che rimane sempre aperta la possibilità di intervenire sulla realtà, introducendo, all’interno di una condizione di equilibrio di potenza, elementi crescenti di pace, giustizia, progresso, lavorando affinché tale equilibrio, per quanto instabile e imperfetto, assuma un carattere sempre più duttile, aperto e cooperativo e sempre meno chiuso, rigido e competitivo. L’alternativa, del resto, non è certo migliore (Montesquieu docet): è la subordinazione a un unico «signore della terra», sulla base di un paradigma omologante di idee, costumi e interessi.

Il realismo critico richiede quindi di sospendere il «dover essere» nel momento dell’analisi, per condurla con la necessaria profondità e radicalità, senza sovraccaricare il livello descrittivo di implicazioni normative, ma senza che da ciò debba derivare una cinica e rassegnata difesa dell’esistente. Di qui un passaggio ulteriore: non fuggire davanti al negativo, ma esporsi al suo urto, con l’obiettivo di addomesticarlo e contenerlo il più possibile. Se chi agisce sul terreno dell’iniziativa politica non può evitare di costeggiare il negativo, la sfida è quella di misurarsi produttivamente con esso, di trattenerlo entro certi confini e attutirne gli effetti più nefasti, lavorando sulle contraddizioni e sulle opacità del reale nel tentativo di volgerle in senso progressivo. In sintesi, per citare Robert Kaplan: «pensare tragicamente per evitare la tragedia».

Come conclude Esposito, la storia umana è attraversata dall’immane potenza del negativo – disordine, pulsione di morte, insocievolezza, aggressività –, ma anche dal tentativo, più o meno riuscito, di sfuggire alla sua presa. E allora, se il confine tra possibile e impossibile non può essere arbitrariamente cancellato, non possiamo neppure rinunciare a battere contro quel confine nel mai definitivo tentativo di passare dall’altra parte. È, in fondo, questo il senso del realismo tragico: «oltre la tragedia e l’utopia», per dirla con Reinhold Niebuhr.

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ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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