LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI NORMA JEANE

LUCIA ESPOSITO
«Ti aspetto il 5 agosto del 2000, alle ore 10, dove il mio viaggio è finito». È l’estate del 1995 quando Ida riceve una busta senza mittente. Solo il suo nome, cognome e indirizzo scritto in stampatello. Pensa a uno scherzo e per un anno accantona in un angolo della memoria il misterioso invito. L’anno successivo, nella cassettina della posta, accanto al cancelletto di legno della sua graziosa casa, un’altra lettera identica, stesso messaggio, stesso appuntamento. Non racconta nulla, neanche alla sua migliore amica a cui pure confida ogni suo pensiero. Ma dentro di sé comincia a insinuarsi l’idea che le piacerebbe rispondere all’invito anche solo per colorare la sua vita ormai sbiadita. Con il marito consuma il tempo chiusa nella trappola di una grigia routine, i figli sono tutti fuori dalla California, le amiche piene di acciacchi, le letture sempre più noiose. Certe mattine si guarda allo specchio spaesata di fronte alla mappa delle rughe sul volto che si espande senza confini. In quei giorni sente addosso tutto il peso del passato e sprofonda nel buio dei suoi pensieri. Per due anni il messaggio non arriva. Ma poi nel 1999, esattamente il 5 agosto, quando il postino suona alla sua porta, una scarica di adrenalina la risveglia dal torpore di quella vita così banale. «Ti aspetto il 5 agosto del 2000 alle ore 10, dove il mio viaggio è finito».
Il 4 agosto del 2000 Ida si sveglia prima del solito. Beve il suo caffè, indossa i pantaloni di seta blu comprati per il matrimonio del figlio, prende le chiavi dell’auto, una Chevrolet Montecarlo 1975, bianca, e guida fino alla tomba di sua nonna Ida, al Cemetery Park di Inglewood, sulla 720 East Florence Avenue. La lapide è coperta dai fiori, ma riesce ancora a leggere la scritta che ricorda benissimo: «Alla nostra mamma speciale». Si reca lì spinta più che dal desiderio di pregare, dal bisogno di trovare indizi utili a dipanare la matassa del piccolo giallo. Del resto, la tomba di nonna Ida è sempre stata il suo oracolo di Delfi, il luogo e il punto in cui convergono le soluzioni ai suoi problemi e le risposte alle sue domande. Il giorno prima delle nozze con James, attanagliata dai dubbi e dalla paura, corse fin qui in lacrime con un mazzo di tulipani. Quando fece per cambiare l’acqua dei portafiori, vi trovò una collana di perle. Non si fece troppe domande, per lei fu un segno di buon auspicio l’indomani si sposò sfoggiando quel bellissimo collier. Ida, adesso, controlla la tomba e il terreno circostante, ma non nota nulla di strano. Rovista anche tra i rifiuti ammucchiati in un lato della lapide, ci sono solo fiori secchi. Attende più di un’ora convinta che arriverà qualcuno o anche solo un segno dall’aldilà, ma tutto è immobile, immerso in un silenzio abissale. Perfino gli uccelli smettono di cantare. Delusa, Ida s’incammina lungo il vialetto per raggiungere l’auto, apre la portiera e sta per salire quando si accorge di un foglio bianco ripiegato in quattro, come planato sui raggi dello sterzo. «Ida e Albert, grazie per l’amore e la cura. Solo l’amore di Dio è capace di tanto. Io non dimentico e restituisco il bene che ho ricevuto». Ida reclina il sedile, stringe al petto quel foglio, si guarda allo specchietto per assicurarsi di essere sveglia. Quel messaggio è per sua nonna di cui porta il nome, ma qualcuno lo ha messo lì perché lei lo leggesse il giorno prima dell’appuntamento misterioso. Ma chi? E soprattutto, come sapeva che sarebbe andata al cimitero? Improvvisamente si sente osservata, sistema il sedile, ingrana la marcia e si dirige verso casa.
«Dove sei stata?», le domanda il marito, sollevato perché finalmente si concretizza la possibilità di un pranzo decente. «Al cimitero, da mia nonna», risponde Ida senza aggiungere altro. James, del resto, non vuole sapere nulla di più, si accontenta di vederla avvicinarsi ai fornelli. Ida non chiude occhio.
Alle sei si alza dalla poltrona dove ha cercato di dormire e si prepara per uscire. Indossa gli stessi pantaloni del giorno precedente, la camicetta bianca e la collana di perle. Sale a bordo dell’auto e si dirige verso la casa di Marilyn. Non ha mai avuto dubbi sulla destinazione. Nella lettera non c’era scritto l’indirizzo ma la data del cinque agosto e la frase «Dove il mio viaggio è finito», sono per lei fin troppo chiari. Chi le ha dato l’appuntamento? E se fosse semplicemente vittima dello scherzo di qualcuno a cui ha raccontato la storia della sua famiglia? E se…
La luce feroce di certe mattine d’agosto illumina la facciata della casa adagiata su una stradina senza uscita di Brentwood, zona ovest di Los Angeles, lungo la Fifth Helena Drive. È tutto come allora. La facciata bianca stile hacienda, il giardino che la circonda, i tre bagni, il camino, i soffitti con le travi a vista e le piastrelle in terracotta. E oltre la porta c’è la camera da letto in cui Marilyn uscì di scena, ultimo atto di una vita che sembrava una sceneggiatura pronta per il set. In questa stanza il mito svelò la sua fragilità e si consacrò all’eternità. Un brivido corre lungo la schiena di Ida quando legge “Cursum perficio”, il mio viaggio finisce qui. Spalanca la porta e la tenda bianca d’organza svolazza sollevata da un vento sottile. Sul letto, c’è lei. Di spalle, coperta da un lenzuolo bianco, la cornetta del telefono, la boccetta con i barbiturici vuota. Ida vede tutto ma non sa se è la riproduzione di una scena che sin da bambina si è immaginata, se è un’allucinazione, oppure se Marilyn non è mai uscita da quella stanza.
«Sapevo che saresti venuta», una voce la sorprende alle spalle, rompendo il silenzio surreale e fermando il flusso dei suoi pensieri. Ida sobbalza e poi resta pietrificata. Non ha il coraggio di voltarsi. «Non mi conosci, ma so tutto di te. Sapevo che oggi saresti venuta», ripete la stessa voce, sempre alle sue spalle. Ma Ida adesso riesce a sentirla meglio e non ha più paura. La curiosità prevale sulla paura. Davanti a sé una donna piccola e vecchia le sorride. Indossa un abito bianco, una specie di tunica che le copre il corpo così esile che pare spezzarsi da un momento all’altro. Ha i capelli bianchi e sottili raccolti in uno chignon e il volto attraversato da una ragnatela di rughe.
Avrà ottant’anni o novanta, oppure cento. «Lei chi è?», le domanda. L’anziana avanza curva verso il letto, il passo lento ma deciso. È scalza, i piedi piccolissimi, consumati dal tempo. La donna non risponde alla domanda ma si distende sul letto, accanto al corpo della giovane Marilyn. Sposta il lenzuolo e mostra la nudità della diva. La pelle bianchissima, la carne viva e un profumo di gardenia che inonda la stanza, fino a stordirla. «Non importa chi sono, ma chi sono stata».
Ida crede di essere pazza o prigioniera di un incubo. Non ha la forza di parlare. Tace. Si siede sulla poltroncina ai piedi del letto. La vecchia ricopre il corpo di Marilyn per pudore o per proteggerlo, lasciarlo intatto nella sua eterna giovinezza. «Quando racconterai di questo incontro diranno che sei pazza, penseranno che ti ho contagiato per osmosi con questa follia che mi porto dietro come unica eredità. La tara genetica che mi impedisce di stare in equilibrio nel mondo è tutto quel che mi resta di mia madre Gladys, di mio padre – che si è tolto presto, prestissimo, dall’impiccio di avere a che fare con me – non mi resta proprio niente. Ma tocca a te, cara Ida, rivelare al mondo tutto su Norma Jeane Mortenson Baker».
Perché proprio io? chiede Ida. «Perché tu sei quel che resta dell’unica dose d’amore che ho ricevuto in questa vita. Tua nonna Ida mi ha accolto nella sua casa come fossi una figlia e gli anni più belli sono legati a lei. Sono nata da mia mamma ma lei mi ha rimesso al mondo con la sua dedizione e la cura. Mi ha raccolto come uno straccio dalla strada e mi ha amato per quello che ero, una bambina nata sotto una cattiva stella, la sua Norma Jeane. Dopo, quando sono diventata una stella del cinema, chi mi ha amato lo ha fatto solo perché ero Marilyn, nessuno si è mai preoccupato delle mie ferite. Molti non le hanno guardate perché il dolore fa paura. Ero un impasto spaventoso di bellezza e orrore, la pelle liscia, le crepe sull’anima. Attratti dal mio splendore, tutti scappavano dalle mie ombre».
«Ma come è possi…», Ida non riesce a terminare la domanda. La vecchia accarezza il lenzuolo che copre la giovane: «La bella bionda ha fregato tutto il mondo, incluso la Cia che mi dava la caccia. Ero diventata pericolosa per la nazione, la mia relazione con i Kennedy era uno scandalo da non far scoppiare e così hanno cercato di farmi fuori. Quella sera ho simulato un suicidio, ma non sono mai morta. Mi sono solo tolta di mezzo».
Un colpo di vento, stavolta forte, fa sbattere la porta-finestra del balcone e Ida sussulta. La vecchia sorride. È consumata dalla vita, il volto grigio, lo sguardo velato dagli anni, il tremolio della mano destra. «Ascoltami bene, Ida. Quando uscirai da questa stanza io potrò andarmene in pace, ma prima voglio che tu sappia cosa è successo in questi anni. Un giorno, mentre tua nonna mi accompagnava a scuola le chiesi di non lasciarmi mai. Lei mi accarezzò i capelli, mi prese tra le sue braccia e, guardandomi negli occhi, disse: “Baby, ti prometto che resteremo sempre insieme”. Le cose sono andate diversamente, come sai. La diva, il successo, i vestiti, i soldi. Tutta la vita ho desiderato avere dei figli per assomigliare a Ida. Ho riversato il mio amore nel cuore di uomini sbagliati. Di notte mi svegliavo, prendevo una delle tante bambole che nascondevo negli armadi e la cullavo, fingendo fosse la mia bambina. Sentivo pianti ma era solo l’eco del mio vuoto, intonavo le canzoni che mi cantava tua nonna immaginando bimbi da ninnare sul mio ventre infertile come terra bruciata.
I miei uomini, fidanzati, amanti, mi detestavano. Scoprivano che dietro lo sfavillio della mia vita c’erano le ali fragili di una farfalla che voleva essere altrove. Scappavano. Il mal di vivere si arrampicava sulla mia anima come una pianta velenosa. Mentre tutto il mondo inseguiva il mito di Marilyn io rincorrevo il sogno di diventare come Ida Bolender. Sono sprofondata in una depressione che mi ha trascinata nel baratro; via via, i pochi pensieri belli furono rosicchiati dai tarli maledetti che si moltiplicavano dentro di me come in un pezzo di legno vecchio. Ma non mi sono uccisa, ho usato il cinema. Ho fatto uscire di scena Marilyn. Era diventata insopportabile per Norma Jeane, ho voluto togliere la barriera che mi divideva dalla mia infanzia. Ero malata, ossessionata dal pensiero di stare sempre con Ida, a volte di essere proprio Ida Bolender. Volevo un bambino per tornare bambina».
Ora Ida è in piedi davanti a lei. Prova a dire qualcosa ma non trova le parole. Ci pensa l’anziana a rispondere alle domande che le si affollano in testa: «In questi trentotto anni mi sono nascosta in un orfanotrofio». «Ma come è possibile?», è l’unica cosa che Ida riesce a dire. La donna ha voglia di parlare, e parla senza sosta, senza pensarci, come se non aspettasse altro da anni. «Sono stata la mamma di tutti i bambini che nessuno voleva per ritrovare la parte più bella di me nei loro pianti, nei loro pugni chiusi, nei loro sguardi imploranti. Un giorno, la direttrice dell’orfanotrofio ha portato una neonata che era stata trovata per caso nella spazzatura, chiusa in un sacchetto. Per mesi ho voluto dormire con quella piccola sul mio cuore. La adagiavo con il suo orecchio sul mio petto perché sentisse il battito e conservasse il ricordo di un amore, esattamente come io conservo il ricordo di tua nonna. Ho cercato di riparare il danno, di curare la ferita dell’abbandono da cui io non sono mai guarita. Dopo quattro anni, me l’hanno portata via. Una coppia di New York l’aveva adottata. Un altro graffio sulla mia anima. Per mesi ho sentito un dolore fisico. E non sai cosa darei adesso per sentire il profumo della sua pelle». «Ma…», Ida prova a interromperla. Norma Jeane parla come se non ci fosse più nessuno ad ascoltarla. «Nell’orfanotrofio mi facevo chiamare Ida, nessuno sapeva di Norma Jeane e nemmeno di Marilyn. All’inizio indossavo una parrucca scura per non farmi riconoscere. Nessuno ha mai sospettato, non facevo nulla per farmi notare. Ho vissuto come un fantasma, poi i capelli sono diventati bianchi e tutto quel che ero stata non c’era più. Ogni tanto la televisione passava qualche mio film e mi proiettava il passato da cui sono scappata. Ho sepolto prima Marilyn e poi Norma Jeane per diventare solo Ida. Spesso sono andata al cimitero da tua nonna. Ho riempito la sua tomba di messaggi, ti ho vista diventare donna da lontano, spesso ti ho pedinato, ti ho invidiato quando sei diventata mamma, ti ho odiato mentre giocavi coi tuoi figli al parco e poi ti ho amato ogni volta che sovrapponevo il tuo volto a quello di tua nonna».
«Perché hai scelto di parlarmi?» Ida finalmente trova la forza di dire qualcosa. L’anziana non le risponde, parla senza più ascoltarla. «Il mio tempo è finito e voglio che tu racconti al mondo la verità anche se sembra una follia. Diranno che sei pazza. Non ti crederanno, ma a me basta che ci creda tu». La vecchia signora che era stata tutto il tempo con la schiena appoggiata al cuscino accanto a Marilyn, si distende nel letto. Resta in silenzio qualche istante, poi chiude gli occhi per sempre.
Ida esce dalla casa di corsa. Ha di nuovo paura. Si guarda attorno, sale in macchina. Si dirige verso il cimitero. Da sua nonna. Mentre guida, le scorrono davanti come i titoli di coda tutte le parole di quella signora. Sulla tomba le lettere dorate della scritta «Alla nostra mamma speciale», splendono sotto un sole violento. Accanto alla lapide, Ida vede un foglio bianco ripiegato in quattro: «Posso riposare in pace accanto a te». Ida resta su quella tomba per almeno tre ore. Forse è finita in un sogno, forse è davvero pazza, non sa che dire, non sa che fare. Magari chiamerà i giornalisti e racconterà tutto, oppure cercherà quella piccolina che per Norma Jeane era una figlia, proprio come Norma Jeane lo era stata per sua nonna. Non confesserà a nessuno questo suo segreto e lo conserverà come un’eredità inattesa, l’ultimo dono di sua nonna arrivato dall’aldilà. Mentre torna a casa e la Fifth Helena Drive si allontana, si vede riflessa nello specchietto retrovisore con il filo di perle al collo. Sorride, pigia il piede sull’acceleratore mentre il rumore del motore della Chevrolet Montecarlo 1970 la riporta in un lontanissimo giorno d’estate, quando trovò quell’auto parcheggiata davanti casa sua, con le chiavi chiuse in una busta indirizzata a lei. Era il 5 agosto del 1988…
Foto: (Keystone/Getty Images)
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