QUESTA NON È MARILYN

 

FRANCESCO CARBONE

1. Questo dittico esiste solo qui; è un copia/incolla che ho fatto io. È un gesto dalla parte di Marylin Monroe e contro Andy Warhol. Il che potrebbe anche voler dire: un gesto contro il presente, un donchisciottismo senile. Ancora non lo so: non sono sempre capace di distinguere in me le opinioni che non condivido (Altan) dalle altre, posto che ne sappia avere altre.

Intanto: a sinistra c’è Shot Sage Blue Marilyn, 1964, di Andy Warhol. Marilyn Monroe era morta due anni prima, nella notte tra il 4 e 5 agosto del 1962. A destra, c’è una delle foto che Allan Grant realizzò il 7 luglio 1962 per LIFE. È l’ultimo servizio fotografico di Marilyn Monroe: le restano da vivere quattro settimane. Nelle foto di Grant la Monroe è palesemente mortale. Nella serigrafia di Warhol no: se non è mortale, cos’è? Immortale?

Mortale/Immortale: questione ardua, antica. A Palazzo Doria Pamphilj a Roma, su due pareti della stessa stanza, ci sono due ritratti di papa Innocenzo X: il busto senza tempo di Gian Lorenzo Bernini e il ritratto di Velázquez. «Troppo vero!» disse il papa del Velázquez. Cos’è vero? Cos’è «troppo vero»? – Il Velázquez è il quadro che ossessionò Francis Bacon (che non lo volle mai vedere dal vivo): «troppo vero» persino per Bacon?

2. Manhattan, 9 maggio 2022. Shot Sage Blue Marilyn fu venduto da Christie’s a 195 milioni di dollari: record mondiale per un’opera del XX secolo. Gli esperti (parola problematica), i professionisti del mercato, giubilarono. Su La Stampa, Achille Bonito Oliva dichiarò che Shot Sage Blue Marilyn era stato pagato «troppo poco»: quando poteva ricapitare di comperare «due icone immortali al prezzo di una»? La logica da Wanna Marchi, come vedremo, si addice a Warhol. A me colpiscono tre parole: icone, immortali e prezzo.

Cosa vuol dire icona? Icona è in pole position al concorso mondiale di parola più tradita del secolo. Jean Baudrillard: questa non è un’icona, è «un simulacro, che è il contrario di un’icona: è un’apparenza che non nasconde niente» (Simulacri e impostura, 2008). Troppo giusto. Ma ormai non usiamo così òa parola icona. Oggi icona è ciò che ha raggiunto il massimo di riconoscibilità nei media: è la Coca Cola, Trump, Taylor Swift, Warhol… Come cortigiana, icona ha finito col significare il contrario di quanto intendeva. Del resto, a proposito di cortigiane, mai dimenticare W. H. Auden: «le parole, queste puttane».

3. Sulle icone vere, si deve leggere Le porte regalidi Pavel Florenskij (titolo originale Ikonostàs). Scrivo si deve col cuore. Le porte regali è – anche – la storia del divorzio dell’arte occidentale dal sacro per amore dell’apparenza dei fenomeni. L’amore per l’apparenza ci ha dato grandi cose: la prospettiva, il Rinascimento, il realismo…Per un milione di motivi, viva l’apparenza! Però, il prezzo: la progressiva cecità di fronte al sacro…

Per vie sue, credo che Florenskij ci abbia dato lo stesso racconto di ciò che Heidegger e Severino hanno chiamato destino dell’Occidente.

Il record di Warhol era un evento annunciato: tutto il mondo del commercio artistico aspettava il momento messianico in cui sarebbe stato battuto il record di Les Femmes d’Alger (Version O) di Picasso: 160 milioni di dollari del 2015. I record sono fatti per essere battuti. Cosa batterà Warhol?

Come su molte altre cose, Warhol aveva capito tutto e prima di tutti: «ho letto che Picasso aveva fatto quattromila capolavori nella sua vita e ho pensato: “Gesù, potrei farli in un giorno!”».

4. La fabbrica di Warhol: la Factory, la più «ingente macchina» per il mercato della «grande arte contemporanea» (A. Del Lago e S. Giordano, Mercanti d’aura, 2006)! Warhol era un taylorista: alla Factory lavoravano operai che producevano in serie. La Factory è il modello di un modo di produzione (Marx!): Maurizio Cattelan, Damien Hirst e Jeff Koons… tutti sul solco della «tirannia di un vampiro guardone, spinto da un arrivismo e un’avidità divoranti» (M. Fumaroli, Parigi-New York e ritorno, 2011).

Warhol era il più intelligente: intelligente nel senso machiavelliano di un matrimonio perfetto tra i suoi talenti e la capacità di sfruttarli nell’America dei suoi anni. A sentirlo, fa illudere persino che essere intelligente come lui sia facile. E non è demistificabile, perché ha già detto di sé tutto da solo: «Comprare è molto più americano di pensare e io sono molto americano»; «Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante»; «Contare i soldi è il genere di lavoro che mi piace. È semplice e ripetitivo» (Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s, 1994). Un’auto esegesi che neppure Dante, o Trump.

5. Terrei fermo un presupposto meno semplice di quanto possa sembrare: prendere Warhol alla lettera. E restare per un po’ in questa epoké, senza andare a sbisigare cosa c’è dietro. Chi prende alla lettera qualcuno cos’è? Un pazzo, un carabiniere, un bambino ancora senza lobi frontali, lo scemo del villaggio?

Replico a me stesso con questo poco che ho imparato da Dante (e lui da Aristotele): il significato letterale di un discorso è sempre il più importante, che parli un profeta, un criminale o un baro. Quando ci diciamo che chi parla sta giocando con le metafore, perché il significato vero è sotto ed è un altro, è perché abbiamo paura.

6. E ricomincio: Shot Sage Blue Marilyn è del 1964. Marilyn Monroe era morta nel 1962. Warhol ricavò cinque serigrafie da una foto del suo volto a cadavere ancora caldo – oppure no? Il valore del tempo passato dipende da cosa? – Joe DiMaggio, l’ex marito che sempre l’amò, fece portare tre rose rosse sulla tomba di Marilyn tre volte alla settimana per vent’anni. Il dottor Freud uno così lo avrebbe curato? O avrebbe curato Warhol? Nelle poche pagine di Lutto e melanconia (1915), che trovo sempre bellissime, uno come DiMaggio sarebbe stato un tantino da curare, nel suo essere scivolato dal lutto lancinante all’incurabile malinconia. E l’anaffettiva «macchina» (sua autodefinizione) Warhol?

Per quanti la morte della Monroe era diventata già history? – Per di più, in mezzo, il 22 novembre 1963, a spaccare il tempo c’era stato l’assassinio di John Kennedy, con il quale la Monroe andava a letto e al quale aveva augurato Happy Birthday, Mister President! tre mesi prima di morire. –  Nel 1968, dunque cinque anni dopo Dallas, Warhol dalle foto dell’omicidio Kennedy ricavò undici serigrafie (Flash-November 22), stampate in 200 esemplari. Le ho trovate in vendita tra i 5 e i 7.000 dollari l’una. Kennedy morto vale così poco rispetto alla Marilyn eterna? In effetti, chi si attacca un cadavere in soggiorno? «Troppo vero» perfino appiattito e polarizzato da Warhol?

7. Cerco di essere almeno platonicamente esatto: quello che ha fatto Warhol non è un ritratto di Marilyn Monroe, è il coloramento serigrafico di una foto pubblicitaria del film Niagara (1953). In Parole semplici: Shot Sage Blue Marilyn è il ricalco colorato di una foto in bianco e nero: una cosa che abbiamo fatto più o meno tutti, in certi momenti di vuoto, ripassando con le matite o coi pennarelli le foto del giornale che avevamo per le mani. Scrivo questo non per dare un giudizio di valore: solo comunicare un fatto tecnico e quindi linguistico. Ci sono capolavori fatti persino più semplicemente.

Già un Platone da liceo direbbe: Shot Sage Blue Marilyn è la copia d’una copia d’una copia… – Se poi pensiamo al processo spietatamente industriale a cui Norma Jeane si era sottoposta, per diventare Marilyn Monroe, la sequenza di “copie di copie” che arriva all’empireo azzurro salvia di Warhol diventa infinita. Ergo, giù in fondo non c’è un fondo: l’originale, Norma/Marilyn/Norma, non esiste?

La Monroe, nella fabbrica di cinema della Twenty Century Fox ci mise sei anni per non essere più l’anatroccolo stuprato di Norma Jeane. Metamorfosi riuscitissima per tutti, tranne che per lei, per chi le volle bene e per la pletora di psicanalisti e di psichiatri a cui chiese aiuto. Tutti questi, per cercare di non farla impazzire, sempre al buco nero Norma dovevano tornare: anche cinque Norma/Marilyn ha avuto anche cinque strizzacervelli nello stesso tempo. Periodi in cui andava in analisi anche più di una volta a giorno: c’era chi l’ascoltava e chi le prescriveva psicofarmaci. Su come sia stata fatta e da chi Marilyn Monroe, gli storici partono ancora da La costruzione delle immagini popolari. Grace Kelly e Marilyn Monroe (breve saggio di Thomas Harrid del 1957).

8. Così era la factory di Hollywood – gli Studios – per tutti i divi, tutti copie strenuamente clonate da archetipi appena un po’ meno irraggiungibili di quelli dell’Iperuranio: «Anch’io ogni tanto vorrei essere Cary Grant», diceva Cary Grant a un ammiratore. Quante volte Rita Hayworth si lamentò che gli uomini «vengono a letto con Gilda e si svegliano con Rita»? – Claudia Cardinale a Hollywood, trovò ad accoglierla uno staff di truccatori, chirurghi plastici, parrucchieri, sarti ecc., ognuno obbediente a un suo dipartimento, indipendente dagli altri, tutti già espertissimi del suo corpo. Quei super-professionisti (niente di simile al mondo) avevano già lavorato su un manichino della Cardinale che la riproduceva perfettamente: per cambiarla. Lei chiese: «Perché mi avete chiamata, se di me non va bene niente?».

Su tutto questo, a suo modo, e cioè facendone film di successo, anche la Hollywood dello star system e del codice Hays è sempre stata perfino sincera, a suo modo: vedi tutte le versioni di È nata una stella, Ballando sotto la pioggia, Il bruto e la bella… soprattutto Il bruto e la bella (Vincent Minnelli, 1952): il film «più onesto su Hollywood», dice ancora Martin Scorsese.

9. Vedi poi il caso: tra le infinite foto della Monroe, Warhol ne scelse una scattata per la pubblicità di Niagara. Niagara è l’unico film dove Marilyn fa la cattiva, la dark lady: ha un vestito rosso, è un’assassina, scopa e fa vedere che le piace, che le piace perversamente per il potere che le dà sugli uomini. Niagara è il suo primo successo, dopo sei anni in cui ha subito e provato di tutto. Allo stesso tempo, Niagara è l’ultimo dei vicoli ciechi della sua carriera: anno magico per lei il 1953, che la fa arrivare alla prima incarnazione del suo archetipo: «essere contemporaneamente la tentazione e il perdono» (Michael Wood, L’America e il cinema, Garzanti 1979). Qui fa la bionda finta scema che, a differenza della sua amica bruna sensuale e romantica, pensa solo ai soldi (Diamonds are a Girl’s Best Friend): una anticipazione di Warhol.

10. Per quanto a spizzico magnifico, sto provando a raccontare una storia. E faccio una domanda che so che è incongrua, illecita, stupida: che ne è di Marilyn in Shot Blue Sage Marylin? E quanto conta Marilyn oggi per chi guarda il ritratto, e persino per lo straricco che l’ha comprato?

Azzardo: qui il mezzo è il messaggio. Il mezzo è la colorazione pubblicitaria di una foto banalissima della Fox. Con cinque varianti di palettes di colori: sempre acidi, piatti, saturi, POP.

Nessun virtuosismo, ma pulp fiction: lo sfumarsi dell’attaccatura dei capelli dalla fronte è coperto da una spalmata di giallo uniforme che non va per il sottile, come una densa striscia di senape allegra; anche il rosso rubino saturo e sgargiante sulle labbra sborda oltre i contorni naturali. Ogni campitura è applicata come un timbro volutamente inesatto: si può anche dire che è il suo bello.

Allo stesso tempo, tutti i colori lasciano vedere in trasparenza la foto in bianco e nero. Se l’avessero coperta del tutto, avremmo una sagoma fauve, come un Matisse, persino più piatto: Marilyn affiora da sotto il colore, non guarda nulla di preciso, sorride. Lo sfondo dietro è tutto preso da un azzurro salvia (il Sage Blue) piatto come la fantasia di un soldato mentre sgancia una bomba su Hiroshima. La terza dimensione è abolita. Marilyn ora è in Flatlandia, o nel capolavoro di Marcuse: Marilyn a una dimensione Ma la profondità cos’è? E cosa accade abolendola? Quando siamo a «sotto il vestito niente»? – C’entra con la cancellazione del Tempo, della Storia, della Tragedia?

E cosa prende il posto del tempo? In che consiste, questa «vittoria senza storia, questa prodezza senza conseguenze» (Jean Baudrillard, Il sogno della merce, 2011)? Iosif Brodskij aveva scritto, molto prima dei cellulari, che già le foto dei turisti erano «una forma dell’oblio» (Fondamenta degli Incurabili, 1989). Warhol è stato una fabbrica di oblii? E cioè?

11. Successo planetario: essere ritratti tale e quale alla Marilyn dalla Factory, «con la concretezza sgargiante di una locandina cinematografica» (Alan Jones, Leo Castelli, Castelvecchi 2007), fu uno status symbol del XX secolo. I ritratti di Warhol sono una Walk of Fame fatta di serigrafie: Gianni Agnelli, Jacqueline Kennedy, Grace Kelly, Elisabeth Taylor, Mao Tze Tung, Elvis Presley, Che Guevara, la regina Elisabetta … Per la cronaca: a vedere i nomi dei divi nelle stelle a Los Angeles vanno dieci milioni di turisti all’anno. A Roma, a Piazza San Pietro, undici milioni.

12. Nella Factory, a capo della sua catena di montaggio, coi suoi operai pagati da operai, Warhol, ricolorando i volti dei famosi e dei paganti, sublimava le foto portandole allo «status di icone vuote, ripetendole all’infinito senza alcun commento». Di nuovo icone

Sto citando ancora da Jones – un laudator tempori acti – che però conclude: così l’autore (parola complicata) si esponeva al rischio di fare «serigrafie del nulla». Autore? Era una definizione che a Warhol neppure interessava; piuttosto: «I want to be a machine» (a money machine).

La riduzione a nulla persino nella fisica dei quanti è irraggiungibile: fluttuano fantasmatici ineliminabili campi energetici in ogni possibile vuoto. E tanto più nel caso di Marilyn questa riduzione a nulla, lascia comunque – prendo da Lacan – un Resto e questo Resto rimanda al Reale (che è sempre terribile).

E cioè: qualunque redutctio a una dimensione Wharol abbia realizzato, di Marilyn resta comunque la foto che affiora da sotto i colori e resta il nome. – Il nome: quel non suo nome che il cinema aveva deciso fosse più suo del nome che le aveva dato sua madre.

13. Avrebbe raggiunto i 195 milioni di dollari la serigrafia se nel titolo non ci fosse stata Marilyn? Se si fosse intitolata Shot Sage Blue Warhol? – Al Louvre, c’è il ritratto di Baldassar Castiglione di Raffaello: sarebbe lo stesso se non sapessimo più chi è? Che poi è il modo in cui quasi tutti effettivamente lo guardano, così come ormai tanto guardano Marilyn… Ma, per quelli che sanno – happy few? -, che sanno che Castiglione è stato l’italiano più famoso e più studiato d’Europa, che hanno letto il Libro del Cortegiano meravigliosissimo e hanno imparato cos’è la «sprezzatura»? Saper collegare il nome scritto sull’etichetta del quadro alla persona che realmente è stata, cambia l’esperienza di chi guarda? Federico Zeri non avrebbe dubbi: meno sai, meno vedi: meno vedi, meno godi, meno godi meno indaghi, ecc. Non è questo lo thauma di Aristotele che accende il desiderio di sapere.

Qualcuno vede thauma in Warhol? Il giorno in cui nessuno riconoscerà nella sua Marilyn nessuno, resterà sempre bello il quadro di Warhol? «L’ultima cosa a morire è il significante (Jacques Lacan). I significanti che non significano più niente, restano come ornamenti: arte astratta una volta concreta. Arte morta?

14. Questo ridursi a significante vuoto, come una conchiglia prosciugata di vita dal sole, a me non pare un rischio: piuttosto lo scopo. – Essere ritratto come una copia piatta che ha perduto il suo originale, tale e quale alle copie di tanti altri, è quanto Warhol, baro onestissimo, ha offerto a tutti quelli che gliel’hanno chiesto. L’irreparabile consolazione che ci dà è che non c’impone niente da capire: e a me pare chiaro che per essere padroni di questo mondo bisogna diventare lei, e come lui: una Marilyn Warhol.

Sto scoprendo l’acqua calda. Su Warhol, in un saggio recentissimo – ma non furioso come sono io – leggo (le maiuscole sono mie): « Il maestro ASSOLUTO della pop art SVUOTA l’eredità concettuale duchampiana per tradurre l’arte in un dispositivo seriale, PRIVO DI PROFONDITÀ e interamente consacrato all’estetica delle SUPERFICI (…) la NOIA è ANESTETIZZATA dal consumo (…) L’arte si beve come una COCA COLA»; e così Marilyn diventa «la METONIMIA di tutte le merci» (Vincenzo Susca, Bello da morire, 2026).

A parte la tabe di usare metonimia per indicare una sineddoche (parte per il tutto), non è proprio così?

15. Per un istante, precipitiamoci agli antipodi. Su cosa potrebbe essere un ritratto: cos’è un ritratto di Francis Bacon, di Lucian Freud, di Alberto Giacometti? – Ma avremmo tollerato un ritratto della nostra Marilyn deformata da Bacon? O strafatta per il troppo Nembutal, su un letto unto e puzzolente (Marilyn era anche questo) di Lucian Freud? E lei avrebbe sopportato di farsi vedere così? E noi di noi stessi? Anche il «Troppo vero!» di Innocenzo X va preso alla lettera: e quindi quando è troppo è troppo, almeno fin quando siamo vivi. È questo che aveva capito Warhol?

16. No. Se quanto ho scritto dice qualcosa, non è comunque abbastanza, e neppure l’essenziale: Bacon e Warhol, per il mercato che (quasi) tutto decide, «pari sono». Il feticismo delle merci artistiche abolisce le differenze: Shot Blue Sage Marylin VALE Three Studies of Lucian Freud (142 milioni di dollari del 1969) che VALGONO una ventina di Comedian di Maurizio Cattelan (6,2 milioni di dollari). Comedian è la banana tenuta al muro con lo scotch, comprata da un imprenditore cinese specializzato in spaccio di criptovalute. Il che mi illumina: che differenza c’è tra una criptovaluta e una banana? – Warhol, Bacon e la banana, stanno benissimo nelle stesse aste, negli stessi cataloghi, nelle stesse collezioni, sulle stesse pareti. Ma non tutti sono rimasti ugualissimi: anche restando nella Pop Art, uno che aveva provato a essere drastico contro Warhol, fu Jaspers Johns (basta guardare per capire): «O LUI, O IO». E ha stravinto lui: adesso, come sopra: Johns è negli stessi musei, negli stessi manuali, comprato a prezzi simili.

Su questo c’è da leggere quanto si vuole: Quello che io trovo ancora il più lucido è Jean Clair, per esempio in Critica della modernità (2011).

17. E tutti citiamo Walter Benjamin (1936), che aveva tenuto sotto gli occhi un saggio di Paul Valéry (La conquete de l’ubiquité, in Pièce sur l’art, 1931), il primo che ragiona sulla «conquista dell’ubiquità» dell’opera d’arte contemporanea. Discorso lungo e complicato.

Certo, l’essere nata per essere moltiplicata all’infinito è l’essenza della bellezza di questa Marilyn azzurro salvia: icona dall’insignificanza paradisiaca. Qui l’inflazione – vero nome dell’attuale iconicità – è la cosa. Inflazione di una Marilyn senza Marilyn, nell’«assenza di un contenuto esistenziale o di un qualsiasi dramma umano» (Jean Clair, 2011); una Marilyn senza più neppure un film, senza voce, senza musica, senza tempo, senza morte.

Un titolo meno da gelido anatomista di Shot Sage Blue Marylin avrebbe potuto essere quello strafilosofico inventato da Magritte per la sua pipa, e dunque: Questa non è Marylin. Warhol avrebbe cassato sarcastico tanta Europa per la sua America: avrebbe potuto mai strappare 195 milioni di dollari un quadro che dice di non essere quello che sembra?

Europa/America: provate a leggere la descrizione che fece il giovane Arbasino nella prima edizione di Fratelli d’Italia degli omosessuali americani degli anni ’60… Puro Warhol: anche da un millimetro di profondità angosciato. E mi scappa: giusto perché sto finendo: secondo me, il migliore lettore della Marilyn sarebbe stato Kierkegaard.

18. Infine: noi altri, il pubblico? «Il pubblico? Il pubblico non ha nessuna parte in questa fase del processo. Il pubblico non è invitato. I giochi sono fatti e le coppe sono distribuite ai vincitori molto prima che il pubblico sappia cosa succede» (Tom Wolfe, Il successo nell’arte, 1975). Il pubblico, immagino, ammirerà il prezzo: 195 milioni di dollari!… Non molto di più per gli artisti, che Francesco Poli (Il sistema dell’arte contemporanea, 2011) lascia all’ultimo capitolo: «Non è certo un caso che, in questo studio, gli artisti vengano per ultimi», essendo tenuti a un ruolo «tendenzialmente subordinato a quello del mercato»: tendenzialmente…

 

CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE ESTETICA

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