LE ORIGINI EUROPEE DELL’IMPERO AMERICANO

MARCO BASSANI

Gli Stati Uniti sono un impero? La risposta sembra scontata: basi militari su ogni continente, flotte in ogni oceano, una moneta che regge il commercio mondiale, una capacità di proiezione di forza senza rivali nel mondo contemporaneo o nella storia umana. Difficile chiamare diversamente una costellazione di tale portata geopolitica. Lo spazio vitale americano a tratti sembra essere così dilatato da inglobare quasi l’intero globo terraqueo.  Ma questa risposta, così ovvia se si guarda al presente è un tradimento del passato. Perché l’America non nacque affatto come la culla di un impero, ma al contrario, proprio dalla volontà di restare fuori da un mondo a costante vocazione espansionista e imperiale: l’Europa. Se oggi la repubblica americana somiglia proprio a ciò da cui i padri fondatori volevano fuggire, la domanda interessante non è se sia davvero un impero (lo è), ma chi porta la responsabilità ultima, politica e morale, di aver reso tale la terra di Thomas Jefferson.

La generazione che fece la Rivoluzione temeva soprattutto una cosa: diventare una seconda Europa. Per i padri fondatori l’Atlantico non era solo un oceano, ma una benedizione geopolitica: separava il Nuovo Mondo dalle monarchie, dagli eserciti permanenti, dalle diplomazie segrete, dalle guerre interminabili del Vecchio Continente. Thomas Jefferson la riassunse in una formula che restò per decenni il manifesto della politica estera americana: pace, commercio e onesta amicizia con tutte le nazioni, alleanze permanenti in tempo di pace con nessuna.

Non era pacifismo nel senso moderno del termine: gli americani delle origini non avevano alcun orrore per la forza e anzi vivevano in una società che considerava le armi una garanzia di libertà. Temevano piuttosto la guerra perché sapevano che la guerra è la vera manna dal cielo per la costruzione dello Stato: eserciti, tasse, debito, burocrazie, segreti, accentramento politico. Che preservi o meno “la salute etica dei popoli”, la guerra è stata la più grande levatrice della storia e i padri fondatori erano contenti di restare nella periferia della storia.

Per gran parte dell’Ottocento gli Stati Uniti non conobbero affatto lo Stato moderno nelle forme europee. Mentre il continente si affannava intorno alla costruzione di Machiavelli, Bodin e Hobbes, in America prevaleva una visione molto diversa: il potere era diviso fra molti Stati gelosi delle proprie prerogative, che coltivavano una diffidenza teorica prima ancora che pratica nei confronti del vocabolario politico europeo, tutto fondato sul concetto di sovranità. L’Europa aveva costruito lo Stato, l’America tentava faticosamente di edificare una repubblica federale che doveva essere un vero contraltare nei confronti dello “Stato (moderno)”.

Naturalmente, la storia americana fu tutt’altro che un idillio antistatalista: dalle guerre indiane, all’espansione continentale, fino alla guerra col Messico e alla Guerra Civile (il dramma cruciale di tutta la storia americana) il potere federale approfittò di ogni crisi per aumentare il proprio potere. Abraham Lincoln importò nella vita politica americana categorie (unità, nazione, sovranità indivisibile) che appartenevano alla storia europea e nei confronti delle quali la giovane repubblica si era dimostrata totalmente inospitale.

Nel messaggio al Congresso del primo dicembre 1862, Lincoln formula per la prima volta l’idea che l’America possa soppiantare l’Europa alla guida del mondo. Il ragionamento parte da un dato demografico-territoriale: gli Stati Uniti dispongono di un’estensione paragonabile a quella europea, e se l’Unione resta unita la popolazione crescerà, entro il 1900, fino a superare i cento milioni di abitanti, eguagliando la densità del Vecchio Continente. Nulla impedisce all’America di raggiungere e superare l’Europa in potenza, a patto di non disperdere questa forza nella follia della disunione. La ragione profonda non è però solo aritmetica: l’Unione per Lincoln è un organismo vivente che “esige l’unità e non tollera la separazione” e solo restando compatta può accumulare la massa critica necessaria a competere e poi sostituire un’Europa già percepita in declino. È il primo momento in cui la difesa dell’Unione si salda esplicitamente a un progetto di grandezza mondiale, trasformando una guerra combattuta per la sopravvivenza nazionale nella premessa di un futuro imperiale. In ogni caso, il risultato della guerra e della presidenza del “grande emancipatore” fu un governo federale più forte, una moneta nazionale, un debito pubblico permanente, persino la coscrizione obbligatoria. Vuoi le radici di uno Stato americano, vuoi il primo vagito di una visione imperiale per gli Stati Uniti erano stati innestati da Lincoln, ma, nemmeno dopo la conquista militare degli Stati del Sud, l’America diventò una potenza imperiale in senso europeo: l’esercito venne smobilitato quasi subito, e per trent’anni il paese tornò a guardare il proprio ombelico.

La prima svolta arrivò nel 1898. La guerra contro la Spagna fu brevissima: cominciò a Cuba e finì dall’altra parte del pianeta, con Puerto Rico, Guam e le Filippine in mano americana, Cuba fuori dall’impero spagnolo e le Hawaii annesse nello stesso anno. Per la prima volta l’aquila americana attraversava stabilmente il mare: non a caso il Dipartimento di Stato indica proprio il 1898 come l’anno in cui gli Stati Uniti diventano una grande potenza.

Eppure il 1898 non basta a spiegare il secolo americano che si stava per aprire. Le Filippine non spiegano la NATO, Cuba non spiega lo sbarco in Normandia, Theodore Roosevelt non spiega il Pentagono. La tentazione imperiale esisteva (seppur in una tensione continua con i ricorrenti sogni popolari jeffersoniani) e una parte delle élite americane aveva cominciato a parlare il linguaggio delle grandi potenze. Ma la società americana continuava a opporre una resistenza formidabile alla trasformazione degli Stati Uniti in un attore permanente dell’equilibrio mondiale. Per capire allora quel che accadde davvero bisogna rovesciare la prospettiva abituale: l’America non conquistò semplicemente il mondo, in virtù di una propria irresistibile quota di potenza planetaria. Fu l’implosione del mondo europeo a trascinare l’America in un gioco di specchi e luci imperiali rifratte.

Soccorre quasi naturalmente un parallelo storico. Annibale produsse in Roma qualcosa di molto più importante del terrore per le battaglie perse: costrinse la repubblica romana a trasformarsi profondamente. Attraversò le Alpi, vinse a Canne, costrinse i Romani ad allargare il proprio orizzonte strategico fino a formare comandanti (Scipione su tutti) capaci di portare la guerra fino in Africa. Cartagine, sfidando Roma, la trasformò per sempre.

Qualcosa di simile, su scala planetaria e non mediterranea, accadde fra Europa e Stati Uniti. L’Europa fu l’Annibale dell’America, anche se forse nessuna singola potenza ha giocato il ruolo di Cartagine (il tutto va ben oltre l’assalto al potere mondiale della Germania dal 1914 al 1945, e la la cristallizzazione del conflitto con il mondo comunista per oltre quarant’anni), ma l’intero sistema politico continentale spinse l’America su di una strada ineluttabile. L’idea di potenza, le rivalità, i nazionalismi, e financo i totalitarismi entrano stabilmente in un percorso americano che non si riesce a chiudere. Ogni volta che gli americani tornano a casa convinti di aver chiuso la partita (1918, 1945, 1989) questa viene riaperta.

La Grande Guerra fu innanzitutto una guerra europea, il punto di arrivo di venticinque secoli in cui il continente aveva riconosciuto nella forza il fondamento dell’ordine politico e di quattro secoli di formazione dello Stato. Da Machiavelli a Jean Bodin, che scrive il suo formidabile trattato in una Francia dilaniata dalle guerre di religione, fino a Hobbes, la riflessione politica nasce dentro la violenza e vede una via di uscita dalla crisi della modernità nelle paci territoriali, ossia nella creazione di un monopolio della forza. E nel 1914 quella formidabile macchina per l’obbedienza raggiunse una potenza che nessun secolo precedente avrebbe potuto immaginare. L’America tentò in ogni modo di restarne fuori: Wilson fu rieletto nel 1916 proprio su un programma di non intervento. La storiografia ufficiale, quella di corte, ci narra che fu la Germania a rendere progressivamente insostenibile quella posizione, con la guerra sottomarina indiscriminata contro il traffico atlantico e con il telegramma Zimmermann, che arrivò a prospettare un’alleanza con il Messico in cambio del recupero di Texas, New Mexico e Arizona.

Finita la guerra, gli Stati Uniti cercarono subito di tornare in sé: il Senato bocciò l’ingresso nella Società delle Nazioni e l’America tentò per due decenni disperatamente di rientrare nel proprio continente. Un dato militare basta a misurare quanto: alla vigilia della Seconda guerra mondiale l’esercito americano contava meno di duecentomila uomini, diciassettesimo o diciannovesimo al mondo per dimensione, dietro al Portogallo, e forse appena davanti alla Bulgaria. La maggiore potenza industriale del pianeta (nel 1913 aveva già un quarto della ricchezza mondiale) non si era affatto dotata di uno strumento militare corrispondente. È una stranezza enorme se osservata con categorie europee: per la mentalità continentale, ben sintetizzata dalla famosa definizione di Stato di Treitschke, “Macht, Macht und Wieder Macht!” la cosa sarebbe stata incomprensibile. Una nazione dispone di ricchezza, popolazione, tecnologia, risorse naturali e capacità industriale gigantesche: perché non trasformarle in divisioni, cannoni e flotte? La spiegazione è semplice: l’America restava, almeno in parte, prigioniera della propria storia. E l’Europa ha voluto a tutti i costi da un lato svegliare il gigante, e dall’altro renderlo dimentico delle sue origini. L’europeizzazione dell’America è in effetti il capitolo più triste della storia del Novecento.

Quando l’Europa decise scientemente di dar luogo al proprio harakiri finale, fu di nuovo la Germania a trascinare l’America. Infatti, fu il collasso dell’Europa occidentale nella primavera del 1940, assai più che Pearl Harbor, a rendere non più eludibile la minaccia. Se il Giappone attaccò, Hitler avrebbe potuto lasciare separati i due conflitti, ma non lo fece: l’11 dicembre 1941 fu la Germania a dichiarare guerra agli Stati Uniti.

Per la seconda volta in venticinque anni la repubblica che aveva cercato di restare fuori dalle guerre europee si trovò in guerra con la maggiore potenza del continente. Ma questa volta non sarebbe più stato possibile un ritorno fra i due oceani. La vera rivoluzione geopolitica del secolo avviene qui: l’America entrò nella guerra come potenza riluttantemente imperialista e ne uscì come perno del potere mondiale. In pochi anni il minuscolo esercito del 1939 diventò una macchina militare di milioni di uomini. L’industria americana divenne l’arsenale dell’Occidente. E naturalmente il complesso militare-industriale, come avvertì anni dopo Eisenhower, incominciò a influenzare in modo decisivo la vita politica americana.  Il paese che per centocinquant’anni aveva guardato con enorme sospetto gli eserciti permanenti e le alleanze militari in tempo di pace costruì il più formidabile apparato militare che il mondo avesse mai conosciuto e un’alleanza che seppur oggi appare scricchiolante domina ancora il mondo. Ma deve essere chiaro: l’innocenza imperiale americana aveva avuto molti momenti in cui aveva vacillato, ma è stata alla fine distrutta dall’Europa.

Come Annibale aveva insegnato a Roma che non poteva più difendersi restando semplicemente Roma, l’Europa ha impartito una lezione simile all’America. Ma qui la storia si biforca in modo decisivo: Roma, dopo Annibale, distrusse Cartagine. L’America, dopo la Seconda guerra mondiale, salvò, e poi salvò di nuovo, l’Europa legandola per sempre a se stessa.

Per venticinque secoli la forza era stata per la civiltà europea una virtù pubblica: l’areté dei Greci, la virtus dei Romani, la spada come presidio della cristianità. Poi l’Europa ne abusò fino a distruggersi. Il trentennio 1914-1945 fu il suo harakiri: due guerre mondiali, rivoluzioni, nazionalsocialismo, fascismi, comunismo, sterminî, decine di milioni di morti. Il continente che aveva conquistato il pianeta grazie alla propria superiorità tecnologica e organizzativa rivolse quella potenza contro se stesso. Si dissanguò, e oggi forse stiamo vivendo l’ultimo capitolo dell’harakiri.

Nel 1945 l’Europa c’era ancora, ma solo come entità geografica. Politicamente il destino del mondo aveva ben altri centri nevralgici. L’Europa aveva lasciato il trono vacante e gli Stati Uniti furono obbligati a occuparlo. La politica estera americana non ha avuto nulla di difensivo dal 1945: le avventure militari, gli interessi economici e le tentazioni imperiali sono rintracciabili in ogni decennio. L’America ha combattuto guerre folli, sostenuto governi criminali, confuso il proprio interesse con quello dell’umanità. L’apparato della potenza ha creato i propri interessi e le burocrazie sono sopravvissute al mutamento dei nemici (dall’URSS, al mondo arabo, alla Cina). Ma la sequenza storica rimane un dato incontrovertibile: l’America non costruì un esercito gigantesco per poi lanciarsi alla conquista del mondo. Fu il mondo europeo a bussare costantemente alle sue porte, finché la più grande concentrazione di potere militare accompagnò la massima concentrazione di potere economico e politico della storia umana.

È questo il punto che costantemente sfugge quando si racconta il Novecento come il secolo dell’“imperialismo americano”: espressione che coglie il risultato, ma cancella il processo che l’ha prodotto. È come raccontare Roma partendo da Augusto e dimenticando Canne. L’Europa, patria dello Stato, costrinse il paese che più a lungo aveva resistito alle lusinghe della sintesi politica della modernità a costruire un apparato di potenza capace di sovrastare tutti gli Stati del mondo. L’Europa finì per consegnare all’America la propria sovranità strategica.

Dopo il 1945 accadde qualcosa di ancora più sorprendente: l’Europa cominciò a provare orrore per la stessa forza che aveva venerato per millenni. La violenza del 1914-1945 lasciò una traccia così profonda che il continente si riorganizzò, politicamente e culturalmente, attorno alla necessità di impedire che si ripetesse: costituzioni che limitano il comando, istituzioni che moltiplicano contrappesi, una politica ridotta all’arte della mediazione. L’Europa che aveva prodotto Cesare, Carlo Magno, Napoleone, Bismarck, Hitler e Stalin, cominciò a considerare patologica ogni manifestazione di potenza.

Ma qualcuno doveva continuare a sorvegliare il castello. L’Europa ha potuto permettersi di dimenticare la forza solo perché un’altra potenza continuava a esercitarla al posto suo. L’America diventò così non semplicemente la potenza egemone dell’Occidente, ma la custode di una funzione che l’Europa ripudiava. Il rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si rovesciò completamente: se nell’Ottocento l’America temeva di diventare un’appendice dell’Europa, nel Novecento, attraverso un processo di osmosi straordinario, fu proprio l’Europa a diventare un’appendice dell’America.

Hegel guardava ai nuovi Stati liberi del Nord America e liquidava la questione con una delle sue profezie involontarie: l’America era il paese del divenire e del futuro, e dunque, diceva ai suoi studenti, ancora non ci riguardava. Aveva ragione solo sull’avverbio. Pochi decenni dopo avrebbe cominciato a riguardare l’Europa. Un secolo più tardi ne avrebbe deciso i destini e financo la sopravvivenza.

Forse è qui il senso più profondo di una storia che ha reso gli Stati Uniti l’Occidente tout court. L’America è qualcosa che l’Europa ha generato e poi non ha saputo custodire, né replicare. Cristianesimo, capitalismo, idee di libertà, scienza e tecnica sono eredità comuni. Ma l’indottrinamento alla politica di potenza è stato impartito nel modo più brutale possibile: nel 1917 dimostrandole che l’Atlantico non bastava più, nel 1940 che una grande civiltà può crollare in poche settimane, nel 1941 dichiarando guerra all’America e nel 1945 costringendola a scegliere fra tornare a casa e lasciare l’intera Europa in mano all’impero comunista.

A quel punto Jefferson rimaneva il custode dell’anima americana e rappresentava certamente una visione della legittimità politica, ma non poteva più dettare la strategia americana. La repubblica era diventata impero, non perché desiderosa di conquistare il pianeta, ma perché per due volte il pianeta era venuto a cercarla e perché l’Europa, incapace di governare la propria smisurata voglia di potenza, aveva prima incendiato il mondo e poi costretto gli americani a fare i pompieri.

La storia non è un tribunale e l’America non ne esce assolta, né l’Europa condannata per sempre. Ma se si vuole stabilire dove la civiltà occidentale ha toccato, nel Novecento, i propri abissi, la geografia conserva una sua elementare testardaggine. L’impero americano è anche, e soprattutto, una creatura europea: il prodotto remoto della lunga tradizione politica dell’Occidente e quello immediato del suicidio europeo. Senza il 1914 è difficile immaginare Wilson in Europa; senza Hitler, milioni di soldati americani sul continente; senza il 1945, la NATO e una presenza militare permanente oltreoceano che avrebbe governato la seconda metà del secolo. L’Europa fu per l’America ciò che Annibale era stato per Roma: il grande nemico pedagogico, quello che attraverso la minaccia costringe l’avversario a scoprire possibilità che non pensava di possedere. Annibale insegnò a Roma a diventare una potenza mediterranea. L’Europa costrinse l’America a diventare una potenza mondiale.

Con una differenza finale, quasi crudele. Dopo averle insegnato e praticato la forza, gli europei decisero che la violenza era immorale. Dopo averla trascinata per due volte a solcare l’Atlantico, gli europei cominciarono a rimproverare agli americani di non voler più tornare a casa, salvo costantemente sperare che non li ascoltassero. Dopo aver prodotto lo Stato sovrano, la guerra totale e infine i totalitarismi, gli europei oggi scoprono da un lato la virtù della debolezza e dall’altro si crogiolano nella loro impotenza militare, accusando costantemente l’America di bullismo. Spesso dimenticano che né Auschwitz, né Kolyma sono in Wyoming.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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