MARILYN ERA UNA SPIA COMUNISTA?
ROBERTO FESTA
«La puttana bionda è comunista al 100 per cento!». A partire dal 1955, quando Marilyn Monroe richiese un visto per visitare l’URSS, Edgar Hoover, il leggendario direttore dell’FBI, cominciò a sospettare che l’attrice fosse comunista. Da quel momento, Hoover la fece sorvegliare incessantemente. Alla fine degli anni Cinquanta, quando Marilyn cominciò a frequentare il clan dei Kennedy, la sorveglianza si fece ancora più stretta. Nel 1960 John Kennedy fu eletto Presidente degli Stati Uniti e suo fratello Bob fu nominato Ministro della Giustizia. Tra il 1961 e il 1962, Marylin divenne l’amante di entrambi. Hoover era convinto che le relazioni erotiche di Marilyn con i vertici della Casa Biana fossero una seria minaccia per la sicurezza del paese.
Questa convinzione si trasformò in certezza quando scoprì che, nel febbraio 1962, durante un lungo viaggio in Messico, Marilyn si era incontrata con esponenti dell’American Communist Group in Mexico (ACGM), formato da comunisti rifugiatisi in Messico per sfuggire alla persecuzione delle autorità statunitensi. Come afferma Mario La Ferla (Compagna Marilyn, 2007), Hoover era giunto alla conclusione che «dopo aver trascorso ore di sesso e chiacchiere con John o Robert Kennedy, dopo essersi fatta raccontare segreti e retroscena su Cuba, Fidel Castro e le bombe atomiche, Marilyn raccontava tutto, per filo e per segno, ai suoi compañeros collegati, ogni giorno, con gli amici all’Avana e a Mosca». Il 27 febbraio 1962, l’ufficio di sicurezza dell’FBI aveva informato Hoover degli incontri di Marilyn con svariati membri dell’ACGM. Appena ricevuta l’informazione, Hoover telefonò al suo amico, la spia Guy Bannister, esclamando: «La puttana bionda è comunista al 100 per cento!».
Norma Jeane Baker, che diverrà famosa con il nome d’arte di Marilyn Monroe, nacque cent’anni fa, il 1° giugno 1926, a Los Angeles. Il centesimo anniversario della sua nascita è stato ricordato con parole di affettuosa ammirazione da alcuni gruppi dell’estrema sinistra comunista. Per esempio, la rivista Counterfire (2 giugno 2026), dell’omonima organizzazione rivoluzionaria del Regno Unito, non esita a proclamare che Marilyn è «un’eroina della classe lavoratrice». Con una singolare convergenza di opinioni, l’antico direttore dell’FBI e Counterfire ritengono che Marilyn sia stata una “compagna”. Per valutare la plausibilità di questa tesi conviene gettare uno sguardo sul comunismo in salsa hollywoodiana.
Comunismo in salsa hollywoodiana. Vladimir Il’ič Ul’janov, più noto come Lenin, affermava che, «fra tutte le arti il cinema è la più importante». Lenin fu il primo dittatore a comprendere l’importanza del cinema per la conquista e il mantenimento del potere. Lenin morì nel 1924 e, qualche anno dopo, Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, più noto come Stalin, prese il potere in Unione Sovietica. Stalin era affascinato dalle infinite possibilità del cinema. Come affermò nel suo discorso del 1936 al Commissariato per la Cinematografia, «il cinema non è solo un vitale strumento di agitazione e propaganda per l’educazione e l’indottrinamento politico dei lavoratori, ma anche un canale efficace per raggiungere le menti e plasmare i desideri delle persone ovunque». Secondo alcune fonti, Stalin avrebbe affermato di poter convertire facilmente il mondo al comunismo se avesse controllato l’industria cinematografica americana. Per un quarto di secolo Stalin diresse la politica del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA), guidandolo, mediante cospicui finanziamenti, alla conquista di Hollywood. Nel 1934 i sovietici aprirono un consolato a San Francisco, che fungeva da copertura per l’NKVD, la loro agenzia di spionaggio. Verso la metà degli anni Trenta Los Angeles vantava una delle organizzazioni del Partito più forti del paese. Le retrovie per la conquista di Hollywood erano pronte.
Il proselitismo dei comunisti negli ambienti intellettuali americani, a partire dal mondo accademico, dal teatro di Broadway e dal cinema di Hollywood, fu agevolato dalla circostanza che, in generale, gli intellettuali non amano il liberalismo e tanto meno il capitalismo. Diversi studiosi si sono occupati di questo fenomeno; si veda, per esempio, Raymond Boudon (Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, 2004). Uno dei primi a studiare le motivazioni dell’avversione degli intellettuali per il capitalismo è stato l’economista austriaco Ludwig von Mises (La mentalità anticapitalista, 1956). In particolare, Mises fece alcune penetranti osservazioni sulle ragioni che spinsero molti attori e registi di Broadway e Hollywood a simpatizzare per il comunismo.
«Attori e drammaturghi popolari godono di un reddito a sei cifre. Vivono in case sontuose con maggiordomi e piscine. Eppure, Hollywood e Broadway sono focolai di comunismo. Occorre spiegare questo fenomeno.
Nel capitalismo, il successo materiale dipende dall’apprezzamento dei risultati di un uomo da parte dei consumatori. A questo proposito, non c’è differenza tra i servizi resi da un produttore di beni tangibili e quelli resi da un attore. Tuttavia, la consapevolezza di questa dipendenza preoccupa coloro che lavorano nel mondo dello spettacolo molto più di coloro che forniscono ai clienti servizi tangibili. I produttori di beni tangibili sanno che i loro prodotti vengono acquistati in base a determinate proprietà fisiche. Possono ragionevolmente aspettarsi che il pubblico continuerà a chiedere queste merci finché non verrà loro offerto nulla di meglio o più economico, perché è improbabile che le esigenze che questi beni soddisfano cambieranno nel prossimo futuro.
Nell’industria dell’intrattenimento la situazione è ben diversa. Le persone desiderano il divertimento perché si annoiano. E niente le annoia come i divertimenti con cui hanno già familiarità. I clienti applaudono di più ciò che è nuovo e quindi inaspettato e sorprendente. Disdegnano ciò che hanno amato ieri. Un magnate del palcoscenico o dello schermo deve sempre temere la volubilità del pubblico. Si sveglia ricco e famoso una mattina e potrebbe essere dimenticato il giorno dopo. Teme i nuovi arrivati, i giovani che lo soppianteranno nel favore del pubblico. Alcuni uomini di spettacolo pensano che il comunismo li libererà da queste preoccupazioni. […] Si può ragionevolmente supporre che nessuno dei comunisti di Hollywood e Broadway abbia mai studiato gli scritti di alcun autore socialista e ancora meno alcuna seria analisi dell’economia di mercato. Ma è proprio questo fatto che dà a queste ragazze glamour, a queste ballerine e cantanti, a questi autori e produttori di commedie, film e canzoni, la strana illusione che le loro preoccupazioni scompariranno non appena gli “espropriatori” saranno espropriati.»
Nel loro assalto a Hollywood, i comunisti americani diedero prova di grande intelligenza psicologica. Come osserva Lloyd Billingsley (Hollywood Party. Stalinist Adventures in the American Movie Industry, 2014),
«Hollywood era una città isolata e solitaria dove i nuovi arrivati tendevano a essere ignorati e persino evitati. I comunisti lo sapevano e reagivano di conseguenza. Ospitavano i nuovi arrivati, li portavano a cena e gli davano una vita sociale. In men che non si dica, li avevano in pugno. […] Quando Marc Lawrence si unì al Partito, il suo collega attore Lionel Stander gli disse: “Farai più colpo sulle ragazze”. Ring Lardner Jr. arrivò persino a proporre lo slogan “le più belle ragazze di Hollywood appartengono al Partito Comunista”. Oltre a migliorare le proprie prospettive sociali e sentimentali, l’adesione al Partito Comunista conferiva un certo status. In una città dove l’industria principale era rappresentata dal magico mondo degli studi cinematografici, il semplice fatto di appartenere alla sinistra politica o di essere membri del Partito equivaleva a essere un intellettuale.»
La tattica fondamentale adottata dal CPUSA nella conquista di Hollywood era costituita dai fronti popolari. I fronti erano “gruppi di facciata” ispirati e controllati dal Partito, che si avvaleva di membri segreti, affiliati al Partito, senza essere ufficialmente iscritti. I membri segreti non rivelavano mai la loro appartenenza al Partito e, all’occorrenza, la negavano decisamente. I gruppi di facciata si concentravano su nobili cause che facevano presa sui liberal-progressisti di Hollywood. Attraverso questi gruppi, i comunisti ottennero un’influenza che superava di gran lunga il loro numero.
Tra il 1936 e il 1939 si sviluppò una crescente unità tra comunisti e liberal-progressisti su questioni come l’opposizione a Franco in Spagna. Nel 1936 lo scrittore Victor J. Jerome, presidente della Commissione Culturale del Partito, fondò la Hollywood Anti-Nazi League, il cui comitato direttivo comprendeva diverse celebrità, come Spencer Tracy, John Ford, Joan Crawford, James Cagney, Henry Fonda, Jack Warner e Groucho Marx. Un ruolo decisivo nell’organizzazione della League fu svolto da Otto Katz, figlio di un industriale tedesco ebreo originario di Praga. Katz era il più importante agente del Comintern di Stalin negli Stati Uniti. Poliglotta, scrittore e playboy, Katz – l’«uomo dalla nove vite», come lo definisce Jonathan Miles nella sua biografia (The Nine Lives of Otto Katz, 2010) –, esercitò uno straordinario fascino sulla comunità di Hollywood.
I liberal-progressisti di Hollywood non riuscirono mai a organizzare un’opposizione efficace ai comunisti. Fu anche grazie alla loro ingenuità e inettitudine che il CPUSA riuscì a stringere la sua presa su Hollywood. Tuttavia, tra il 1939 e il 1941, l’influenza comunista subì una battuta d’arresto. Infatti, il 23 agosto 1939, Hitler e Stalin firmarono il Patto nazi-sovietico, che divideva la Polonia tra l’URSS e la Germania. Il giorno dopo la firma, il segretario del CPUSA dichiarò al New York Times che il nuovo patto era «un meraviglioso contributo alla pace». Da un giorno all’altro, la Hollywood Anti-Nazi League si trasformò nella Hollywood League for Democratic Action, dominata dal Partito Comunista, improvvisamente diventato pacifista. Quando, nel giugno del 1941, Hitler aggredì proditoriamente l’Unione Sovietica, i comunisti tornarono a perorare l’immediata entrata in guerra degli USA contro la Germania nazista e, con questa mossa, riconquistarono la loro supremazia sul Hollywood, che mantennero fino alla seconda metà degli anni Quaranta.
Poiché l’Unione Sovietica era un prezioso alleato nella guerra comune contro i nazisti, non destò alcuno scandalo la produzione di alcune pellicole hollywoodiane che offrivano una rappresentazione positiva di quel paese. Alcuni film si spingevano fino alla glorificazione dell’Unione Sovietica e di Stalin. Uno di questi era Song of Russia, che raccontava la storia di un direttore d’orchestra americano che, alla vigilia della guerra, durante la sua tournée in Unione Sovietica, incontrava molti cittadini sovietici felici e soddisfatti e si innamorava di una bella pianista russa. Il film più filosovietico fu Mission to Moscow, realizzato su richiesta del presidente Franklin D. Roosevelt. Il film era basato su un libro di Joseph E. Davies, ambasciatore degli Stati Uniti in Unione Sovietica. Nel film, Davies sostiene che i processi farsa di Mosca che, negli anni Trenta, portarono all’esecuzione di molti membri dell’élite del Partito Comunista, erano del tutto regolari: i condannati avevano confessato i loro tentati complotti contro lo Stato sovietico.
Uno dei più fanatici ammiratori di Stalin fu Charlie Chaplin. Quando Stalin affamava i kulaki e massacrava gli oppositori, Chaplin si rifiutò di definirlo un dittatore. affermando che «non è ancora stato stabilito cosa significhi quella parola». Ne Il grande dittatore (1940) offrì una spietata satira di Hitler e di Mussolini, ma non fece alcuna menzione dell’alleanza militare tra Hitler e Stalin, che si erano appena spartiti la Polonia. Pur non essendo formalmente iscritto al Partito, il sostegno di Charlie Chaplin all’Unione Sovietica non venne mai meno. «Grazie a Dio per il comunismo», disse al Daily Worker nel 1942.
Nell’epoca del dominio comunista su Hollywood, il Partito riusciva a controllare e influenzare le sceneggiature dei film. Lo sceneggiatore comunista Paul Jarrico si vantava che il Partito avesse introdotto clandestinamente la sua ideologia in ogni genere di film. Lo sceneggiatore e insegnante di comunismo John Howard Lawson diceva ai suoi studenti di non cercare di scrivere un intero film comunista, ma di inserire cinque minuti di dottrina comunista o della linea del Partito in ogni sceneggiatura. Quando il produttore William Alland mostrava le sceneggiature ai pesi massimi del Partito, questi ordinavano delle modifiche. Gli uomini d’affari non potevano essere rappresentati sotto una buona luce. Qualsiasi approccio con un’angolazione psicologica, nello stile di Alfred Hitchcock, era proibito, poiché trasmetteva il messaggio che la malattia non risiede nel sistema sociale, ma è dentro di te.
La vita era dura per gli sceneggiatori che mantenevano le distanze dal Partito. Gli analisti di sceneggiature, organizzati dal funzionario comunista John Weber, leggevano i copioni in arrivo e sfruttavano la loro posizione strategica per respingere il materiale anticomunista. Gli agenti comunisti sabotavano la carriera dei propri clienti se questi si rivelavano anticomunisti. Si può quindi affermare che la prima “lista nera” di Hollywood fu quella degli anticomunisti.
A partire dal 1946, il dominio comunista su Hollywood cominciò a indebolirsi. Le prime incrinature si devono alle iniziative di alcuni protagonisti della scena hollywoodiana – come gli attori Olivia de Havilland e Ronald Reagan e la sceneggiatrice russo-americana Ayn Rand –, e all’attività della House Un-American Activities Committee (HUAC).
Olivia de Havilland (1916- 2020), diventata molto famosa per il suo ruolo di Melanie in Via col vento (1939), era una liberal-progressista che, nel 1944, fece campagna elettorale per la rielezione del presidente democratico Franklin D. Roosevelt. Dopo la guerra, entrò a far parte della sezione di Hollywood dell’Independent Citizens Committee of the Arts, Sciences and Professions (ICCASP), un’organizzazione progressista per la difesa delle politiche rooseveltiane. Nel giugno del 1946, le fu chiesto di tenere dei discorsi per l’ICCASP. Poiché riteneva che questi discorsi riflettessero la linea del Partito Comunista, de Havilland li riscrisse ispirandosi al programma anticomunista del presidente democratico Harry S. Truman. In quella circostanza, si rese conto che la sezione hollywoodiana dell’ICCASP si stava trasformando in un’organizzazione di facciata comunista. Le sue dimissioni dal comitato esecutivo della sezione innescarono un’ondata di dimissioni, incluse quelle del futuro Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan (1911-2004). Reagan fu invitato a una riunione a casa di de Havilland, dove gli fu detto che i comunisti di Hollywood stavano cercando di prendere il controllo dell’ICCASP. Durante la riunione, si rivolse a de Havilland e sussurrò: «Sai, Olivia, ho sempre pensato che tu potessi essere una di loro.» Ridendo, lei rispose: «È divertente. Pensavo che tu fossi uno di loro.»
Nel 1944, alcuni esponenti conservatori dell’industria cinematografica di Hollywood fondarono la Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals (MPA), che si proponeva di difendere l’industria dello spettacolo dalle infiltrazioni comuniste. Fin dall’inizio, fecero parte dell’MPA alcuni celebri attori come Clark Gable, Charles Coburn, Cary Cooper e John Wayne, che ne fu presidente per quattro anni. Le basi teoriche della MPA vennero esposte da Ayn Rand (1905-1982), sceneggiatrice e scrittrice americana di origini russe, nota per la sua veemente ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica. Sconvolta dalla crescente popolarità del comunismo nel suo paese d’adozione, Rand scrisse per la MPA un opuscolo intitolato Guida cinematografica per gli americani, nel quale si afferma che «lo scopo dei comunisti a Hollywood non è la produzione di film politici che promuovano apertamente il comunismo. Il loro scopo è corrompere i nostri principi morali corrompendo film non politici, introducendo piccoli e casuali frammenti di propaganda in storie innocenti, in modo da far sì che le persone assimilino i principi fondamentali del collettivismo in modo indiretto e implicito.»
La House Un-American Activities Committee (HUAC) fu fondata nel 1938, per indagare su varie attività antiamericane, come quelle dei nazisti tedesco-americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine della guerra, la commissione si concentrò sulle attività comuniste, raggiungendo la sua massima notorietà con l’indagine sull’industria cinematografica di Hollywood. Davanti all’HUAC testimoniò anche Ayn Rand. La sua testimonianza si concentrò su un film del 1944 intitolato Song of Russia. Secondo Rand il film non era altro che propaganda comunista. «Qualsiasi cosa che venda alla gente l’idea che la vita in Russia sia bella e che le persone siano libere e felici sarebbe propaganda comunista», disse, osservando che Song of Russia ritraeva uno stato idealizzato in cui i contadini possedevano la propria terra e i sacerdoti operavano liberamente, senza vessazioni da parte della polizia segreta.
Nell’ottobre del 1947, la commissione iniziò a citare in giudizio sceneggiatori, registi e altri professionisti dell’industria cinematografica affinché testimoniassero sulla loro nota o sospetta appartenenza al Partito Comunista e sui loro legami con i suoi membri. Tra i primi testimoni dell’industria cinematografica citati dalla commissione, dieci decisero di non collaborare. Questi uomini, che divennero noti come i “Dieci di Hollywood”, invocarono la garanzia di libertà di parola e di riunione sancita dal Primo Emendamento, che a loro avviso li proteggeva legalmente dall’obbligo di rispondere alle domande della commissione. Questa tattica fallì e i dieci furono condannati al carcere per oltraggio al Congresso.
La beatificazione dei Dieci di Hollywood, operata a partire dagli anni Sessanta in molti libri e film, non deve farci dimenticare che le preoccupazioni dell’HUAC, dell’FBI di Edgar Hoover e, più tardi, della commissione senatoriale presieduta da Joseph McCarthy (1908-1957), sull’infiltrazione comunista nel governo e nella società statunitense erano ben fondate. Infatti, rivelazioni successive, basate su documenti scoperti negli archivi sovietici e su messaggi decifrati da e verso Mosca, spediti negli anni Quaranta, dimostrano la vastità della rete di spionaggio e propaganda sovietica negli USA; si veda Nigel West, Venona: The Greatest Secret of the Cold War, 1999.
Marilyn Monroe, compagna di strada dei comunisti o spia comunista? Nei dossier dell’FBI su Marilyn Monroe, pubblicati integralmente nel 2013, si trovano molte informazioni sulle relazioni amicali, le simpatie politiche e la vita amorosa di Marilyn. Queste informazioni lasciano aperta la possibilità che Marilyn sia stata una compagna di strada dei comunisti, ma non danno la certezza che Marilyn sia stata una spia comunista.
Marilyn era molto diversa dallo stereotipo della bionda svampita diffuso da Hollywood. Cresciuta in assenza del padre, con una madre afflitta da gravi disturbi mentali, Marilyn diede prova fin dall’adolescenza di una straordinaria tenacia nell’affrontare le durezze della vita. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, lavorò come operaia, addetta alla verniciatura delle fusoliere degli aeroplani, in una fabbrica della California. Nel 1945, fu notata dal fotografo militare David Conover, che la incoraggiò a iscriversi a un’agenzia di modelle, dando così inizio alla sua carriera nel mondo dello spettacolo.
Marilyn non ebbe la possibilità di fare studi regolari, ma era una formidabile autodidatta e una lettrice vorace. Le sue letture spaziavano dalla politica alla filosofia, dalla psicoanalisi alla poesia. Marilyn frequentava assiduamente poeti, scrittori, artisti, politici e psicoanalisti. Coloro che la conobbero concordavano nel ritenerla una donna dotata di grande intelligenza, ironia e generosità. Marilyn era attratta dalla politica. Ammirava Mao e Castro e si espresse pubblicamente per la sospensione dei test nucleari. Si impegnò a favore degli operai, della gente di colore e degli omosessuali. Le idee e le relazioni di Marilyn lasciano intravvedere la figura di una liberal-progressista molto radicale, che simpatizzava per molte battaglie dei comunisti americani.
Marilyn si espresse pubblicamente a favore della libertà sessuale, che praticava assiduamente senza preoccuparsi delle malelingue. Ebbe sempre molti amanti in ogni categoria sociale, non disdegnava le orge con gangster e prostitute e intrattenne svariati rapporti saffici con donne di varia età e condizione. Anche negli ultimi mesi di vita, la cocente delusione per la fine delle relazioni con i fratelli Kennedy non le impedì di praticare un’intensa attività erotica. Sulla scorta dei dossier dell’FBI, La Ferla (Compagna Marilyn), così descrive le attività sessuali di Marilyn nei mesi prima della sua tragica morte.
«La sua lista di amanti era ricchissima, e si allungava continuamente. A parte il successo clamoroso ottenuto con l’inquilino numero uno della Casa Bianca e con suo fratello ministro, c’era ancora l’amico carissimo Frank Sinatra, e tanti altri personaggi di Hollywood. C’erano i fotografi che facevano la fila dietro la sua porta in attesa di una posa e anche quelle canaglie dei boss mafiosi di Cosa Nostra, ai quali aveva concesso molte notti di sesso, un po’ perché amici potenti degli amici ancor più importanti, e un po’ perché provava brividi di particolare piacere a spassarsela con gente che avrebbe fatto bene a evitare.
Il boss di Los Angeles presentava i suoi scagnozzi a Marilyn, con la preghiera di essere ‘carina’ anche con loro. Una sera, Marilyn Monroe passò la notte in un motel con due uomini e una squillo. In un’altra occasione, si era accompagnata con due gangster con i quali aveva passato la notte in un motel. Tutto questo accadeva durante le relazioni ‘stabili’ con John Kennedy e Frank Sinatra.
Sulla frenetica attività sessuale di Marilyn, Hoover aveva collezionato informazioni sempre più sconcertanti. “Si procede a elencare le scopate relative alle ultime sei settimane della signora Monroe: Louis Prima, due marines fuori servizio, Spade Cooley, Franchot Tone, Yves Montand, Stan Jenton, David Seville del gruppo Seville & The Chipmunks, quattro fattorini di pizzeria, il peso gallo Fighting Harada e un disc-jockey di una stazione radio di musica nera”. […] [Un altro] rapporto era stato inviato da Los Angeles: “Nel corso delle ultime due settimane, la Monroe ha scopato con il disc-jockey Allan Freed, Billy Eckstine, Freddy Otashs, Joe Hall detto ‘Ramar della giungla’, l’addetto alla pulizia della sua piscina, il conduttore di talk-show Tom Duggan, il marito della sua domestica e un uomo nella penombra di un corridoio di un cinema.”
Marilyn raccontava [al suo psichiatra Greenson] tutto quello che le accadeva durante la giornata, e faceva anche i nomi delle persone, incontrate in un caffè o per strada con cui si accompagnava, senza dimenticare i minimi dettagli. Una volta gli aveva riferito di aver abbordato uno sconosciuto per strada. Truccata con una parrucca nera per non essere riconosciuta, lo aveva invitato ad accompagnarla in un posto qualsiasi, perché aveva voglia di fare l’amore. In un capanno in riva al mare, aveva spinto lo sconosciuto, sorpreso e intimorito, a prenderla con particolare brutalità.
Durante il party organizzato dalla Metro Goldwin Mayer a Hollywood, Joan Crawford […] aveva tirato in ballo Marilyn Monroe, definita “un’amante perfetta”. “Peccato”, aveva aggiunto “che frequenti troppe donne, un vero peccato”. […]. Tra le confessioni di Marilyn al suo psichiatra Greenson, ce n’è una che si riferisce alla relazione con Joan Crawford: “Ah, sì, la Crawford! Una volta, una sola. A un cocktail a casa sua, ci sentivamo bene. Nella sua camera ci siamo gettate l’una sull’altra. La Crawford ha avuto un orgasmo incredibile. Ha urlato come una pazza.»
Negli anni Quaranta, Marilyn era troppo giovane per partecipare attivamente alla lotta tra filocomunisti e anticomunisti che agitava Hollywood. I suoi primi successi di pubblico vennero nel 1950, con i film Giungla d’asfalto ed Eva contro Eva. In seguito, le sue frequentazioni furono costituite, in gran parte, da comunisti o filocomunisti. Per esempio, Marilyn era una diligente allieva dell’Actor’s Studio, diretto da Lee Strasberg, molto vicino al Partito Comunista. La moglie di Lee, Paula Strasberg, che era iscritta al Partito, divenne l’insegnante personale di recitazione e la confidente di Marilyn. Nel 1956, Marylin sposò lo scrittore Arthur Miller, noto per le sue simpatie comuniste. Nel 1961, Marilyn divorziò da Miller, ma continuò a incontrarsi con scrittori e intellettuali di sinistra. Era stato iscritto al Partito anche Ralph Greenson, il controverso psicoanalista che Marilyn, nei suoi ultimi anni di vita, vedeva quasi ogni giorno. Infine, era simpatizzante comunista, in gioventù iscritta al Partito, anche Eunice Murray, la governante di Marylin, che la seguiva ovunque.
Nel suo viaggio in Messico del febbraio 1962, Marilyn aveva intessuto relazioni con diversi membri dell’American Communist Group in Mexico. Fra questi, il più importante era Frederick Vanderbilt Field (1905-2000), pronipote del magnate delle ferrovie Cornelius “Commodore” Vanderbilt. In From Right to Left: An Autobiography (1983), Field confessa che negli anni Trenta era convinto che Stalin fosse infallibile e che i processi di Mosca fossero giusti perché lo diceva il compagno Stalin. Field dedica alcune pagine a Marilyn, che viene descritta come «una persona straordinaria. […]. Era calorosa, attraente, brillante e spiritosa. Aveva ottime idee politiche. Era curiosa di cose, persone e idee. Era aperta, schietta e amichevole».
L’infatuazione tra Marilyn e Field preoccupò il direttore dell’FBI, Edgar Hoover, poiché Field era in contatto con Fidel Castro e con il Cremlino. Sulla scorta dei dossier dell’FBI, La Ferla (Compagna Marilyn) afferma che “«Marilyn aveva raccontato [a Field] quello che avrebbe dovuto tenere nel segreto più assoluto. L’FBI aveva saputo tutto, registrato ogni parola e ogni sospiro; quindi, Marilyn era stata considerata non solo comunista, ma anche una spia pericolosa, una cospiratrice ai danni del suo Paese». Tornata dal viaggio in Messico – scrive ancora La Ferla –, «Monroe aveva offerto a Field il suo appartamento di New York […]. L’FBI lo aveva tenuto sotto controllo, scoprendo che, in quel breve soggiorno a New York, Field si era incontrato con alcuni vecchi compagni di partito per mettere a punto nuovi piani di spionaggio».
Dai dossier dell’FBI non emergono dati certi sulle attività spionistiche di Marylin a favore dei comunisti. In particolare, non si comprende quali fossero i segreti che Marilyn avrebbe potuto rivelare ai comunisti. In ogni caso, Edgar Hoover e i comunisti americani, che da molti anni tenevano d’occhio l’attrice, condividevano la convinzione che Marilyn fosse a conoscenza di importanti segreti. Forse questa convinzione ha qualcosa a che fare con la tragica morte dell’attrice. Infatti, la tesi ufficiale, secondo la quale Marilyn si suicidò con una massiccia dose di barbiturici, è subito apparsa problematica. I dossier dell’FBI indicano che, nei suoi ultimi mesi di vita, Marilyn era molto presa dalle sue attività erotiche e politiche. Questo attivismo non si accorda con i suoi presunti propositi suicidari.
La morte di Marilyn fece tirare un sospiro di sollievo a molte persone e organizzazioni, compresi i fratelli Kennedy, Edgar Hoover, la mafia di Los Angeles e i comunisti americani. Si può quindi ipotizzare che alcuni fra costoro diedero ordine di uccidere Marilyn, ricorrendo a sicari che le avrebbero somministrato con la forza la dose letale di barbiturici.
CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE POLITICA Endoxa luglio 2026 Marilyn Monroe Roberto Festa

