NON LA STESSA COSA: ESTREMA DESTRA, DESTRARADICALE E IL RAPPORTO CON GLI STATI UNITI

MATTIA ZULIANELLO

Negli ultimi anni si è assistito a una crescita senza precedenti dei lavori dedicati alla cosiddetta «ultradestra» (far right), termine-ombrello che comprende sia l’estrema destra sia la destra radicale. Tuttavia, proprio mentre l’attenzione cresceva, si è ridotta l’abitudine a distinguere tra le due famiglie: nel dibattito pubblico, e sempre più anche in quello accademico, partiti piuttosto diversi come la Lega e Forza Nuova, Fratelli d’Italia e CasaPound finiscono nella stessa categoria analitica. L’etichetta generica coglie qualcosa di reale, ossia il nucleo condiviso da questi attori: nativismo e autoritarismo (Cas Mudde, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press, 2007). Il punto, però, è che tale nucleo non ci dice nulla su ciò che da esso non discende, e gli ambiti sono numerosissimi: la politica estera è uno di questi.

In questo pezzo sosterrò che una delle principali linee di divisione passa oggi per il rapporto con gli Stati Uniti: la destra radicale tende a collocare l’America dalla parte dei «nostri» perché crede nell’Occidente come civiltà, mentre l’estrema destra ne fa il nemico per eccellenza, per ragioni storiche, valoriali e di critica al capitalismo e alla globalizzazione. Procederò chiarendo su quali basi la distinzione possa essere rifondata, presentando le evidenze disponibili e mostrando, infine, perché il ritorno di Donald Trump non abbia sanato la divaricazione.

Per lungo tempo il criterio di separazione è stato il rapporto con la democrazia: come nota Mudde (op.cit.), la destra radicale è nominalmente democratica, pur opponendosi ad alcuni valori fondanti della democrazia liberale, mentre l’estrema destra ne rifiuta il principio stesso. Tuttavia, questo criterio ha perso capacità discriminante, per una ragione piuttosto banale: in una liberaldemocrazia gli attori di estrema destra hanno forti incentivi a occultare le proprie credenziali antidemocratiche, per motivi strategici o giudiziari. Se il criterio distintivo è proprio ciò che i partiti hanno interesse a nascondere, la sua utilità operativa si riduce drasticamente.

Per risolvere questo impasse, con i colleghi Daniele Albertazzi e Jakub Wondreys ho sostenuto in un lavoro in corso di stampa che non bisogna abbandonare la distinzione, ma rifondarla. Applicando l’approccio morfologico alle ideologie sosteniamo che il tratto discriminante si trovi nella palingenesi escatologica, che non è una caratteristica aggiuntiva, bensì un concetto del nucleo ideologico dell’estrema destra, accanto a nativismo e autoritarismo. Di conseguenza, antidemocrazia, elitismo, vocazione rivoluzionaria e violenza diventano corollari: il fatto che vengano taciuti non fa venire meno la classificazione, perché discendono comunque dal nucleo.

Chiarisco il punto. La destra radicale vuole proteggere la comunità nativa così com’è: il suo orizzonte è quello dell’etnocrazia fondata su una Leitkultur, per riprendere Mudde e Rovira Kaltwasser («Exclusionary vs. Inclusionary Populism: Comparing Contemporary Europe and Latin America», Government and Opposition, 48, 2, 2013, pp. 147-174), che parlano appunto di «un’etnocrazia, o democrazia etnica, fondata su una Leitkultur etnica» sottratta al dibattito politico. L’estrema destra, invece, ne vuole la ri-fondazione, la palingenesi in senso letterale, attraverso la creazione di un uomo nuovo: una rigenerazione che risponde a un ordine provvidenziale più che alla politica ordinaria e che è per definizione ineluttabile, dunque non può dipendere dalla legittimazione del voto. Usando una metafora, la destra radicale vuole ristrutturare la casa e sceglierne gli inquilini, mentre l’estrema destra vuole demolirla e ricostruirla, convinta che chi la abiterà sarà un uomo diverso.

Gli esempi italiani che proponiamo in quel lavoro sono particolarmente efficaci. Fratelli d’Italia, nelle Tesi di Trieste approvate al congresso fondativo del dicembre 2017, invoca la rigenerazione del valore della patria, ma pensa a un patrimonio che permane cambiando. Forza Nuova, al contrario, descrive una nazione «scelta dal Cielo» posta davanti a una soglia oltre la quale c’è il caos, e CasaPound dichiara di voler educare l’uomo «totale», parte di una comunità di destino.

Le evidenze disponibili sono piuttosto nette. In un articolo pubblicato nel 2024 sulla Swiss Political Science Review assieme a Jakub Wondreys («Choosing who to hate? The Extreme and Radical Right’s Foreign Policy between Anti-Semitism, Islamophobia, and Russophilia», Swiss Political Science Review, 30, 4, 2024, pp. 486-499), ho classificato le posizioni di quarantadue partiti (sedici di estrema destra e ventisei di destra radicale) in ventuno paesi dell’Unione su due conflitti: quello israelo-palestinese dopo il 7 ottobre 2023 e quello russo-ucraino dopo il febbraio 2022. Nessuno dei sedici partiti di estrema destra ha assunto una posizione favorevole a Israele; oltre la metà è risultata apertamente ostile, e una maggioranza analoga si è collocata su posizioni amichevoli verso la Russia. Specularmente, quasi il novanta per cento dei partiti di destra radicale si è schierato con Israele, nessuno contro, e la maggioranza relativa ha adottato una linea ostile a Mosca. In quell’articolo bbiamo sostenuto che questi partiti non scelgono tanto chi amare, quanto chi odiare di più. Dietro i diversi posizionamenti della destra radicale e dell’estrema destra c’è però un asse raramente esplicitato: il rapporto con gli Stati Uniti.

Sostenere che la destra radicale sia strutturalmente atlantista sarebbe eccessivo, perché la storia dei suoi rapporti con Washington è fatta di oscillazioni. Tuttavia, esiste una ragione ideologica per cui, nell’ultimo quindicennio, essa ha collocato gli Stati Uniti dalla parte “giusta” della frontiera: il passaggio dal nazionalismo a quello che Rogers Brubaker ha definito civilizationism («Between Nationalism and Civilizationism: The European Populist Moment in Comparative Perspective», Ethnic and Racial Studies, 40, 8, 2017, pp. 1191-1226), ossia la ridefinizione della comunità di appartenenza in chiave civilizzatrice. Il soggetto da difendere non è più soltanto l’Italia, il Regno Unito o la Spagna, ma l’Occidente giudaico-cristiano minacciato dall’islam: non a caso Farid Hafez ha individuato nell’islamofobia il collante paneuropeo di una famiglia divisa da rivalità nazionali («Shifting Borders: Islamophobia as Common Ground for Building Pan-European Right-Wing Unity», Patterns of Prejudice, 48, 5, 2014, pp. 479-499).

Se il soggetto da difendere è la civiltà occidentale, allora gli Stati Uniti, e con essi Israele, presentato come suo avamposto e fortezza in Medio Oriente, smettono di essere l’egemone da contestare e diventano parte del «noi». È la logica che Christina Schori Liang coglieva già nel 2007, quando osservava che molti partiti radicali avevano cominciato a vedere nell’«ebreo militarizzato» un potenziale alleato nella loro lotta contro l’islam in Europa (Europe for the Europeans: The Foreign and Security Policy of the Populist Radical Right, a cura di C. Schori Liang, Aldershot, Ashgate, 2007, p. 26). Chiaramente gioca la sua parte anche l’opportunismo reputazionale: non a caso Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg individuano nella sostituzione dell’antisemitismo con l’islamofobia il vero spartiacque della destra radicale contemporanea (Far-Right Politics in Europe, Cambridge, MA, Harvard University Press, 2017; ed. orig. Les droites extrêmes en Europe, Paris, Seuil, 2015).

A ciò si aggiunge il vincolo competitivo che discende dalla scelta dell’arena elettorale: chi punta a governare deve costruire e mantenere una credibilità, il che impone un compromesso permanente tra coerenza ideologica e pragmatismo. Basti pensare a quanto accaduto dopo l’invasione dell’Ucraina, quando il «matrimonio di convenienza» con Mosca è divenuto insostenibile per la Lega e imbarazzante per il Rassemblement National di Marine Le Pen, tanto che Benedetta Carlotti ha parlato efficacemente di «divorzio di convenienza» («A Divorce of Convenience: Exploring Radical Right Populist Parties’ Position on Putin’s Russia within the Context of the Ukrainian War. A Social Media Perspective», Journal of Contemporary European Studies, 31, 4, 2023, pp. 1452-1468). Il punto cruciale è che l’atlantismo della destra radicale non è mai stato incondizionato: essa sostiene l’America in quanto pilastro dell’Occidente, non in quanto potenza egemone.

Per l’estrema destra la questione si pone in termini radicalmente diversi, perché l’antiamericanismo non è una posizione di politica estera. Esso è piuttosto, esattamente come l’antidemocrazia, un corollario del nucleo palingenetico: se il fine ultimo è la rinascita di una comunità di destino attraverso un uomo nuovo, la potenza che incarna il mercato mondiale e l’omologazione dei costumi non è un avversario contingente, ma l’agente della decadenza da cui si deve rinascere. Questo antiamericanismo si deposita in tre strati successivi.

Il primo è storico. Gli Stati Uniti sono la potenza che ha sconfitto militarmente il fascismo e il nazionalsocialismo, occupato l’Europa e celebrato Norimberga. Basti pensare che già in Gli uomini e le rovine (Roma, Edizioni dell’Ascia, 1953) e in Cavalcare la tigre (Milano, Vanni Scheiwiller, 1961) Julius Evola liquidava americanismo e comunismo come due volti dello stesso materialismo. Da questa matrice nasce il progetto nazional-europeo di Jean Thiriart, concepito negli anni Sessanta come terza forza contro Washington e Mosca (Un empire de 400 millions d’hommes: l’Europe, Bruxelles, Imprimerie Sineco, 1964) e riformulato nel decennio successivo, quando Thiriart passò a immaginare un blocco euro-sovietico «da Vladivostok a Dublino» in funzione dichiaratamente antiamericana (L’Impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, Parma, All’insegna del Veltro, 2018).

Il secondo strato è metapolitico e passa per la Nouvelle Droite. Quest’ultima ha compiuto un’operazione esattamente inversa a quella del civilizationism radicale: ha scisso l’Europa dall’Occidente. Nel lessico di Alain de Benoist, infatti, l’Occidente non è una civiltà da difendere ma un dispositivo da smantellare, fatto di universalismo, individualismo e mercato eretto a religione; di qui la torsione terzomondista di Europe, Tiers monde, même combat (Paris, Robert Laffont, 1986) e la difesa del «diritto alla differenza». Faye, dal canto suo, in Le Système à tuer les peuples (Paris, Copernic, 1981) aveva dato al bersaglio il nome più fortunato: il «Sistema», ossia il complesso mercantile-mediatico che dissolve le identità nel consumo. Ne consegue che l’anticapitalismo dell’estrema destra non è un prestito dalla sinistra, ma la conseguenza logica di un’ontologia comunitaria per la quale il mercato mondiale è l’agente principale dell’estinzione dei popoli.

Il terzo strato collega antiamericanismo e antisemitismo. Quanto più ci si sposta verso la frangia neonazista e nazional-rivoluzionaria, tanto più si trovano formazioni impegnate sul terreno antisemita e disposte a vedere nell’islam militante un alleato contro l’imperialismo statunitense, Israele e il sionismo. Che non si tratti di un semplice calcolo del tipo «il nemico del mio nemico è mio amico» lo dimostra il caso di Faye, che negli anni Duemila ruppe con de Benoist proprio su questo punto, approdando a posizioni filo-israeliane e antislamiche: una traiettoria che lo espulse di fatto dall’area.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, e con la radicalizzazione del Partito Repubblicano lungo linee che a un osservatore europeo risultano familiari, ci si poteva ragionevolmente attendere che la divaricazione si attenuasse. È accaduto il contrario, e in modo istruttivo. Gabriela Greilinger e Jakub Wondreys, in un lavoro in corso dedicato al rapporto tra destre europee e Trump 2.0, individuano il meccanismo: la retorica che mette in discussione la sovranità di territori europei attiva nella destra radicale il registro nativista, ossia l’idea che nessuna potenza esterna, inclusi gli Stati Uniti, abbia titolo su ciò che è «nostro».

Nella crisi groenlandese del gennaio 2026 quel meccanismo è scattato quasi ovunque. Il 17 gennaio Trump ha annunciato dazi aggiuntivi su tutte le merci provenienti dei paesi europei che avevano inviato contingenti sull’isola  e da mantenere fino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto della Groenlandia. Le reazioni nella destra radicale sono state immediate. Jordan Bardella del Rassemblement National ha parlato di una «prova di potenza e di verità» in cui la sottomissione europea sarebbe «un errore storico», chiedendo la sospensione immediata dell’accordo commerciale UE-Stati Uniti e l’attivazione senza indugio degli strumenti anti-coercizione. Alice Weidel, leader di AfD, il 13 gennaio ha accusato Trump di aver violato «una promessa elettorale elementare, cioè quella di non immischiarsi negli affari di altri Stati». Giorgia Meloni, dopo aver sottoscritto la dichiarazione congiunta a sostegno della sovranità danese, ha definito i dazi un errore in una telefonata con il presidente americano, pur mantenendo la linea di mediazione e il vincolo NATO.

Il dato di fondo è che Trump risulta impopolare in Europa anche tra gli elettori della destra radicale populista. Un sondaggio Politico realizzato con l’istituto Public First su oltre diecimila intervistati in cinque paesi mostra che, mentre nel Regno Unito circa metà degli elettori vicini a Reform UK ne ha un’opinione positiva, in Francia e in Germania si ferma a circa un terzo. L’aggressività americana, del resto, produce un effetto di consolidamento europeo già osservato dopo il 2016: Lara Minkus, Emanuel Deutschmann e Jan Delhey hanno mostrato che l’elezione di Trump fece crescere il gradimento dell’Unione europea, e che l’incremento fu concentrato proprio fra gli elettori collocati a destra («A Trump Effect on the EU’s Popularity? The U.S. Presidential Election as a Natural Experiment», Perspectives on Politics, 17, 2, 2019, pp. 399-416).

Sarebbe però un errore leggere questo raffreddamento come una convergenza tra le due destre, perché i due antiamericanismi restano incommensurabili. Quello della destra radicale è condizionale e reversibile: non contesta l’Occidente, ma il fatto che l’America si comporti “male” con gli altri paesi occidentali. Si tratta di un antiamericanismo di dignità nazionale, non di civiltà, che si accende su temi come la Groenlandia e i dazi e si spegne su immigrazione e ordine pubblico, dove il modello americano resta un’esportazione ricercata. In altre parole, è la logica del divorzio da Mosca applicata a Washington: cambia il partner, non il calcolo.

Quello dell’estrema destra è invece costitutivo: non chiede all’America di comportarsi meglio, ma le nega legittimità in quanto tale. Un’America nazionalista e protezionista non lo attenua, perché il bersaglio non era il liberalismo di Washington bensì la sua funzione storica di dissolvente e omologante delle identità nazionali: nessuna politica commerciale, per quanto sovranista, rigenera un uomo nuovo. Finché l’Occidente resterà il baluardo da salvare per la destra radicale e il nemico esistenziale da abbattere per l’estrema destra, chiamarli con la stessa parola nasconderà più di quanto riveli.

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