LA MODERNITÀ AMERICANA. DALLA FRONTIERA AL LABIRINTO

ANTONIO MARTONE

1. C’è una possibile metafora con la quale possiamo identificare la struttura simbolica che ha organizzato a lungo l’immaginazione politica dell’Occidente moderno. Mi riferisco alla linea mobile, tracciata sempre più a ovest, dietro la quale si apriva lo spazio del possibile. La frontiera americana rappresentò una vera e propria soglia ontologica. È il mito che l’individualismo americano ha trascritto in una metafisica dell’autofondazione: il soggetto come principio unico: una visione del mondo che non ha padri da onorare né debiti da saldare, perché è sempre pronto a ripartire da un “nuovo altrove”.

Un mito, per essere operante, ha bisogno di uno spazio reale in cui incarnarsi. L’intero ordine giuridico e simbolico della modernità occidentale ha avuto bisogno del simbolo mitico della frontiera per pensare sé stesso come ordine. Al di qua di una certa linea vigevano la legge, lo stato territoriale, la civiltà; al di là, c’era il futuro da colonizzare.  L’interno era pensabile solo in rapporto a un esterno assoluto in cui riversare l’eccedenza — di violenza, di popolazione, di desiderio, di capitale, persino di colpa. In questo senso, l’America fu la condizione stessa che rendeva sopportabile l’ordine europeo, la sua valvola di sfogo, il suo altrove necessario.

2. Quest’architettura simbolica entra in crisi quando la frontiera, esaurito lo spazio geografico che la sosteneva, comincia a tradursi da fatto storico a programma politico, dal piano dell’essere a quello del dover-essere. Comincia così la fase dell’esportazione dell’intero paradigma inteso questa volta come modello universale: “guerre umanitarie”, mercato senza confini e tecnica estesa su scala planetaria. Cessando di essere un mero luogo fisico, la frontiera diventa un imperativo — ed è proprio in questa metamorfosi che si annida il paradosso che oggi abitiamo. Se ogni angolo del pianeta diventa frontiera — mappato, connesso, mercificato, sorvegliato — allora non esiste più, in senso proprio, alcuna frontiera. È il rovescio esatto delle premesse iniziali: l’espansione planetaria di quel modello produce un mondo integralmente interno, senza più un fuori verso cui proiettare l’eccedenza. Non restano più un centro e una periferia distinti, ma un centro che si scopre, dall’interno, già periferia di sé stesso: anche chi occupa il punto più alto del sistema — il vincitore, il centro simbolico della competizione globale — vi trova la stessa esposizione, la stessa fragilità esistenziale che un tempo si credeva propria soltanto dell’“oltre”.

La città che non ha più un fuori non è semplicemente una città più grande o più connessa: è una città i cui abitanti hanno perduto l’accesso a una trascendenza intesa in senso strutturale. Se la frontiera era il luogo in cui l’individuo trascendeva la propria condizione — reinventandosi, produceva futuro — la saturazione planetaria coincide con la chiusura di ogni possibilità di trascendenza. Restiamo dentro. Non abbiamo più un altrove: le ultime metafore della frontiera differita — lo spazio, la rete, l’aumento del PIL, la promessa tecnica del sempre-nuovo — confermano per assurdo la regola, mostrando quanto disperatamente si cerchi un supplemento di spazio per un immaginario che non sa più abitare l’immanenza che esso stesso ha prodotto. Esaurita la terra, insomma, rimane ancora lo spazio orbitale, la biotecnica, l’intelligenza artificiali. Queste “frontiere”, tuttavia, non hanno più la consistenza di un luogo da raggiungere, sono già da sempre reticoli labirintici — piattaforme computazionali, spazi combinatori e architetture di dati — interamente percorribili e interamente mappati, prive di quella rozza esteriorità fisica tipica del vecchio mito.  

È qui che la metafora del labirinto, a mio parere, è preferibile rispetto a quella di rete o di villaggio globale. La rete suggerisce connessione senza gerarchia, il villaggio suggerisce prossimità comunitaria: entrambe conservano un residuo di direzione. Il labirinto, invece, è la figura di uno spazio interamente percorribile e tuttavia privo di direzione: non ha un dentro e un fuori distinguibili ma solo diramazioni, ripetizioni e false uscite.

Il labirinto si stende, invisibile, sulla superficie piatta di un deserto — uno spazio già tutto disponibile, già tutto percorso, e per questo senza vie di fuga reali. In fondo, è l’esatto contrario della frontiera: non un margine da oltrepassare per rifondarsi, ma un centro senza periferia in cui ogni movimento è già previsto e già amministrato.

3. Il paradosso si chiude su se stesso quando si osserva che il primo luogo in cui il labirinto planetario si manifesta con la massima evidenza è proprio l’America. Il paese che ha fondato la propria identità sulla certezza di un altrove sempre disponibile scopre oggi, meglio di chiunque altro, che cosa significhi vivere senza altrove: città interminabili senza centro né margine, arterie e reti che si estendono senza condurre in nessun luogo preciso, un’interiorità collettiva percorsa da un’inquietudine che non trova più, come un tempo, un “ovest” su cui scaricarsi. Non a caso l’immaginario americano più recente ha sostituito la strada aperta con il non-luogo del centro commerciale e della piattaforma digitale: spazi tecnicamente illimitati, eppure privi di qualunque promessa di rinnovamento, perché già monetizzati e sorvegliati. La frontiera si è ripiegata su sé stessa fino a diventare interfaccia: uno schermo che promette un mondo nuovo ma restituisce sempre lo stesso spazio. È un’ironia della storia: il paese della frontiera è anche il primo a sperimentarne l’estinzione, ed è per questo che tanta parte dell’inquietudine occidentale contemporanea — politica, esistenziale, persino clinica — porta l’impronta e perfino il linguaggio di una terra che non riesce più a rinnovarsi.

Occorre non lasciarsi ingannare dall’ossessiva reiterazione dei muri, delle sanzioni o delle posture di forza geopolitica a cui assistiamo. Quando una potenza riattiva retoriche d’aggressione o perimetrazioni difensive — si pensi alla ciclica designazione di un nemico esterno o al riarmo dei confini — non assistiamo al ritorno della frontiera originaria, ma al suo fantasma difensivo. La vecchia frontiera era una soglia generativa, una promessa di spazio e di rifondazione; il confine contemporaneo è soltanto un dispositivo di contenimento, una polizia del margine. L’esterno che si pretende di combattere o di recintare non è più un «fuori» reale da colonizzare, ma un’esternalità negativa prodotta dal sistema stesso e reintroiettata sotto forma di minaccia. Il muro, insomma, non smentisce la saturazione del mondo: è la reazione nevrotica di un ordine che, non sapendo più dove scaricare la propria eccedenza, fabbrica simulacri di esteriorità per nascondere a sé stesso l’impossibilità di qualsiasi fuga.

4. La transizione dal simbolo della frontiera a quello del labirinto corrisponde a una mutazione precisa nella forma stessa del potere. Il potere contemporaneo gestisce flussi e popolazioni. Tutto ciò che accade nello spazio politico — anche la devianza, la crisi, e persino la rivolta — resta interno al dispositivo che lo assorbe. Non si passa più da un territorio all’altro, da una soglia disciplinare alla successiva, si resta immersi in una modulazione continua, senza ingressi né uscite nette.

In questa diagnosi, tuttavia, c’è un rischio da scongiurare, ossia quello di trasformare la constatazione della chiusura in un nuovo mito, rovesciato ma speculare a quello della frontiera — il mito della cattura totale che finisce per assolvere il soggetto da ogni responsabilità. Se ogni diramazione fosse equivalente a ogni altra, se nessun percorso si distinguesse da un altro se non per l’arbitrio di chi lo percorre, il labirinto cesserebbe di essere una figura per diventare puro caos — ma il labirinto, a differenza del caos, ha una proprio struttura. È in questa differenza — fra ciò che ripete e ciò che inventa dentro la ripetizione — che il limite torna pensabile nella forma del discernimento da esercitare a ogni bivio. Non tutte le diramazioni sono uguali: alcune riportano sempre allo stesso punto travestito da novità, altre — pur non conducendo fuori, perché un fuori non c’è — aprono uno spazio interno che prima non c’era. È questa differenza, interamente immanente al labirinto, a fondare la possibilità di un’etica senza esterno. Quando non c’è più un fuori da conquistare, il limite non può più essere proiettato all’esterno — su una linea da tracciare, su un territorio da sottomettere — ma deve essere riassunto all’interno del soggetto stesso, nella forma della soglia che resiste al potere. In questo senso, quest’ultima è una risposta post-frontaliera, poiché ridisegna una dignità del limite che non ha più bisogno di uno spazio per essere reale.

Forse è questo il compito che un pensiero mediterraneo, e cioè mai totalmente costruito sul mito della frontiera, può oggi restituire alla riflessione sul presente: non la nostalgia di un fuori perduto, né l’euforia tecnica di frontiere virtuali sempre nuove — digitali, biotecnologiche, cosmiche — che ripetono lo stesso gesto di rinvio all’infinito ma un’arte di vivere il labirinto. Un pensiero che non cerchi la via d’uscita ma che impari a distinguere, dentro l’immanenza totale, i percorsi che aprono spazi esistenziali umani da quelli che si limitano a ridistribuire la medesima entropia. L’atopia, la soglia, costituisce la condizione di chi è in grado di vedere i limiti interni del labirinto planetario, sapendo che la trascendenza va ora cercata nella qualità dell’atto e nella tenuta dello sguardo.

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