IL MIO SOGNO AMERICANO

ALBERTO KOSTORIS

Cosa sono, ma prima ancora cosa sono stati per me, gli USA.

Da bambino erano i cowboy e le giubbe blu che combattevano contro i cattivi indiani: questo era ciò che passava il mainstream, cioè la TV. John Wayne, Gary Cooper, James Stewart: eroi senza macchia.

Poi arrivarono due capolavori: Soldato blu, che mostrò per la prima volta il massacro di Sand Creek con le truppe americane al comando di quel generale di vent’anni dagli occhi turchini e la giacca uguale, e Il piccolo grande uomo, con un giovane Dustin Hoffman. E la prospettiva cambiò radicalmente.

Ma avevo dieci, dodici anni ed ero troppo piccolo per percepire gli USA come responsabili del genocidio delle tante tribù aborigene di quelle terre.

Ripensandoci anni dopo, mi sono convinto che i film citati non vennero prodotti per caso, ma furono la conseguenza dei movimenti studenteschi e pacifisti del 1968 e del crescente dissenso per la guerra in Vietnam.

Passata la comprensibile esaltazione per la vittoria nella Seconda guerra mondiale, lentamente, ma con estrema forza, iniziò a montare il mito della pace, dei fiori nei cannoni.

E con il mito della pace montò di pari passo il dissenso e la protesta verso uno Stato che non ha mai nascosto le proprie mire imperialiste di controllo del mondo.

Questo dissenso ebbe molti leader e, tra questi, anche famosi musicisti come Bob Dylan, Joan Baez e Jimi Hendrix.

Il mito americano nato con John Wayne non venne quindi meno, ma si trasformò nel mito di Jimi che brucia la chitarra distorcendo l’inno nazionale.

E la morte di Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, avvenuta a poco tempo di distanza l’una dall’altra, ben lungi dallo spegnere il nostro ardore, ne fu invece linfa.

Ogni generazione ha bisogno dei propri eroi e loro furono, a quel tempo, i nostri eroi: maledetti, ma pur sempre eroi.

Furono anni fantastici, pieni di sogni e speranze, durati, per quanto mi riguarda, fino alla fine degli anni Settanta; anni in cui in tanti fummo convinti di poter avere la forza di costruire un mondo diverso, fatto di uguaglianza, di pace, di amore, di equità sociale, di giustizia.

Fu un sogno meraviglioso: la sensazione di avere in mano il potere per cambiare davvero la vita di tanti, di tutti, nata dalla falsa convinzione che la guerra in Vietnam fosse finita grazie a Woodstock.

Ma quel movimento, divenuto mondiale, si dimostrò un fuscello esposto a chi davvero deteneva il potere.

Un fuscello che, però, per un breve momento fece molta paura, e fu per questo che venne fottuto con l’eroina.

Perché fu proprio l’eroina a sconfiggerlo, insieme alla violenza terroristica che poi arrivò negli anni Settanta, specie in Europa — Italia, Spagna e Germania su tutte.

Mi piace pensare — senza con ciò giustificare nulla e senza nemmeno particolare convinzione — che quelli che scelsero la violenza terroristica lo fecero principalmente per l’acquisita consapevolezza del fallimento della rivoluzione Peace & Love.

La perdita della speranza.

Ma sto divagando. Torniamo quindi agli USA, che mi dicono essere l’oggetto di questo mio intervento.

Per quanto viviamo in un’epoca in cui tutto viene radicalizzato — bianco o nero, o di qua o di là — io resto disperatamente ancorato ai colori pastello, soffusi.

E allora, come non ricordare il tanto di buono che gli USA hanno prodotto e dato al mondo?

Una Costituzione che dovremmo tutti leggere e imparare bene, seconda, a mio avviso, solo alla nostra.

Una Costituzione, si badi, scritta nel 1787, ispirata al liberalismo di Locke e alla separazione dei poteri di Montesquieu, due giganti del pensiero filosofico illuminista.

La libertà, quella vera, come faro della convivenza civile.

E poi, come ricordo spesso, io agli americani che sono venuti a morire in Europa per sconfiggere il nazifascismo devo, da ebreo, la mia esistenza.

Se avessero vinto gli altri, io non sarei nemmeno nato.

Mi sento profondamente debitore, per questo, verso americani, inglesi, australiani, indiani ecc.: un debito che non sarò mai in grado di pagare, per quanto grande sia.

Gli USA, poi, restano il Paese della libertà e delle opportunità, anche se hanno perso la loro leadership mondiale.

Di economia non ne capisco nulla e quindi nulla dirò, ma è evidente che è ormai la vera leva del mondo: nulla è più importante dell’economia, tutto si regge sull’economia, mentre la politica ha perso il proprio primato.

Tutto vero, ma non basta a giustificare certe derive.

C’è un bellissimo video tratto da una serie televisiva che si chiama The Newsroom, dove l’attore protagonista, Jeff Daniels, interpreta Will McAvoy.

In questo video gli viene posta da una studentessa la seguente domanda: «Perché gli Stati Uniti sono il Paese più grande del mondo?».

Così risponde:

«Non è il più grande Paese del mondo, Professore. Questa è la mia risposta.

E lei, signorina, nel caso in cui accidentalmente un giorno capitasse in un seggio elettorale, ci sono delle cose che dovrebbe sapere. Una di queste è che non c’è assolutamente nessuna prova a sostegno dell’affermazione che siamo il più grande Paese al mondo. Siamo settimi in alfabetizzazione. Ventisettesimi in matematica. Ventiduesimi in scienze. Quarantanovesimi nell’aspettativa di vita. Centosettantanovesimi in mortalità infantile. Terzi nel reddito familiare medio. Al numero quattro nella forza lavoro e al numero quattro nelle esportazioni. Siamo al primo posto al mondo solo in tre categorie: numero di cittadini incarcerati pro capite, numero di adulti che credono che gli angeli siano reali e spese per la difesa, dove spendiamo di più dei più vicini ventisei Paesi combinati, venticinque dei quali sono alleati.

Ora, niente di questo è colpa di uno studente di college di vent’anni, ma lei è nondimeno senza dubbio un membro della peggiore, punto, generazione, punto, di sempre, punto. Perciò, quando chiede che cosa ci rende il Paese più grande al mondo, non so di che cazzo stia parlando. Di Yosemite?»

[Silenzio]

«Certo, lo eravamo. Lottavamo per ciò che era giusto. Combattevamo per ragioni morali. Passavamo leggi, annullavamo leggi, per ragioni morali. Dichiaravamo guerra alla povertà, non ai poveri. Facevamo sacrifici. Ci importava dei nostri vicini. Sostenevamo con il denaro quello in cui dicevamo di credere. E non ci battevamo mai il petto.

Abbiamo costruito grandi cose, fatto avanzamenti tecnologici pazzeschi, esplorato l’universo, curato malattie e abbiamo coltivato i più grandi artisti al mondo e l’economia più grande al mondo. Siamo arrivati alle stelle. Abbiamo agito come uomini.

Aspiravamo all’intelligenza. Non la sminuivamo — non ci faceva sentire inferiori.

Non ci identificavamo sulla base di chi avevamo votato alle ultime elezioni e non ci, oh, non ci spaventavamo così facilmente.

Siamo stati in grado di essere tutte queste cose e di fare tutte queste cose perché eravamo informati. Da grandi uomini. Uomini che erano riveriti.

Il primo passo nel risolvere ogni problema è riconoscere che ce n’è uno. L’America non è più il più grande Paese al mondo.

È sufficiente?»

Molti storcono il naso sulla seconda parte del discorso, negando i meriti degli USA nella ricerca scientifica, ingegneristica, medica, farmacologica e aerospaziale, ma costoro negano un’evidenza.

Un’evidenza che, naturalmente, non cancella i tanti torti commessi dagli USA. Mentre scrivo queste righe ricorre l’anniversario del golpe in Cile ad opera del criminale Pinochet, appoggiato dagli USA, che depose Salvador Allende, liberamente eletto dal suo popolo.

Ma allora, di fronte a un Paese con tante contraddizioni, con tanti chiaroscuri — spesso più scuri che chiari — perché il mio sogno americano è ancora vivo e pulsante?

Perché nel 1982 ho fatto i salti mortali a casa per poter strappare un semestre alla University of California, Santa Cruz, non certo per studiare, ma per percorrere i luoghi che erano stati battuti da Jimi, Jim e Janis?

Perché da allora quel sogno, magari sopito, magari dimenticato, non è mai morto, mi è rimasto dentro e, anzi, ultimamente rivive più forte di prima?

Per Bruce.

Grazie a Bruce.

Springsteen, naturalmente.

Colui che è diventato la colonna sonora della mia vita; colui che ho seguito in Italia, in Europa e negli USA ormai più di una cinquantina di volte, l’ultima due mesi fa, in un Madison Square Garden pieno di persone come me.

Bruce, una persona normale, uno di noi, da anni sofferente di depressione nonostante il successo planetario che ha raggiunto partendo da un’anonima cittadina, Long Branch, nel New Jersey.

Ma cos’ha di così attraente Bruce Springsteen?

Jon Landau, che poi divenne produttore di Bruce, lo vide in concerto il 9 maggio 1974 all’Harvard Square Theatre di Cambridge, nel Massachusetts, dove il giovane artista semisconosciuto faceva da spalla a Bonnie Raitt, e pronunciò la frase poi divenuta famosa e commercialmente sfruttatissima: «Ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen».

Ma Bruce non è solo un mostro del rock ’n’ roll, non è solo uno che ancora oggi, a 76 anni, ai concerti sta tre ore sul palco a suonare anche con 35 gradi di temperatura, come accaduto a San Siro, a Milano, la scorsa estate.

No, Bruce è molto di più.

Bruce è il messaggio che trasmette, che è il messaggio, rivisto, del ’68; è la forza con cui lo fa.

Brotherhood, peace, freedom, equality, solidarity.

Questi principi universali Bruce li canta con forza e convinzione e li trasmette a noi che lo ascoltiamo, piangendo e ballando, direttamente in endovena.

Sono parte di noi.

Ma Bruce non è un sognatore, non vive in un suo limbo: ha i piedi ben piantati per terra ed è ben consapevole di quanto la terra sia dura.

E per questo ha la capacità di mescolare sconforto e speranza.

E questo lo rende immensamente vero.

Matamoros Banks, una struggente canzone composta nel 2005 per l’album Devils & Dust, racconta la storia della tragedia del Rio Grande.

È un’immagine choc, che ha scosso il mondo, quella dei salvadoregni Óscar Alberto Martínez, di 25 anni, e di sua figlia Angie Valeria, di 2 anni, riversi sulla riva del Rio Grande. Abbracciati. Riversi a faccia in giù tra le acque limacciose. Annegati mentre tentavano di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Una foto drammatica, scattata dalla giornalista Julia Le Duc e pubblicata sul quotidiano messicano La Jornada, che è subito diventata simbolo dell’immensa tragedia dell’immigrazione tra Messico e Stati Uniti.

Lui è un combattente e trasmette a noi la sua forza.

Nella primavera scorsa ha fatto un tour solo negli USA, che ha chiamato “No Kings Tour”, iniziato non casualmente a Minneapolis, balzata alle cronache per imprese non proprio meritevoli di alcuni sgherri di Trump.

Ebbene, questo tour — io sono andato a vederlo a Brooklyn e, come ho detto sopra, a New York — è stato un tour di protesta contro Trump e le sue follie.

Mettersi così smaccatamente contro Trump non è proprio da tutti, senza aggiungere troppo altro.

Sto forse dilungandomi troppo e allora vi lascio con un pezzo che Alessandro Baricco, scrittore e critico musicale, ha scritto nel 1998 su una canzone di Bruce, This Hard Land, una canzone di speranza.

«Si intitola This Hard Land: e qui già è intraducibile perché l’inglese è una lingua meravigliosa e l’italiano meno: così bisognerebbe tradurre “Questa terra dura”, ma capite bene che è tutta un’altra cosa: e allora per me, in italiano, si intitola “Questo cazzo di terra qui”. Dunque, inizia col Boss che ci dà dentro con l’armonica, niente batteria, niente tastiere, solo una chitarra suonata in modo un po’ sgangherato. Poi lui solleva la testa dall’armonica e inizia a cantare con quella sua voce da andate tutti a quel paese. E quel che canta è più o meno: Ehi, mister, sai mica dirmi che cavolo è successo ai semi che avevo seminato, mister, dico a te, tu lo sai perché non è cresciuto un bel niente? Si son messi a volare di città in città e alla fine se ne son tornati qui, mi son cascati di nuovo in mano, se ne sono tornati nella merda di questa cazzo di terra qui. A questo punto, mentre la chitarra continua a sgangherare, il Boss dice piano “come on”, mi immagino che si giri un po’, per dirlo, verso gli altri, “come on”, e quel che succede è che partono batteria e tastiere, tutto: tu senti un piccolo idiota brivido sulla schiena, e quello che ti parte sotto il sedere è il rock, il caro e vecchio rock, del migliore, se ci credete, a tutta velocità, finestrini abbassati, non una curva, e intorno chilometri di hard land.

La melodia, quella non posso scriverla, e quindi bisogna sentirla, o immaginarla: ma comunque è di quelle da ballata rock, un po’ di malinconia e tanta forza, tutto mescolato insieme su un giro armonico da nulla. Springsteen ci canta su mozziconi di storie che non sto a tradurre, ma sempre sono un’unica storia, ed è quella di chi se ne viaggia tutto dove può per cercare un posto suo, in questa hard land, e cose così. Ogni tanto ci dà con l’armonica, giusto per strizzare un po’ i cuori, lui che sa. A bassa voce, alla fine, attacca l’ultima strofa. Nell’ultima strofa, quelle ballate lì tirano sempre in ballo un amico, vigliacche, un vecchio amico, quello con cui ti ubriacavi da giovane, quello che ti ha fregato la ragazza, quello che tutti i mercoledì comprava il giornale per leggerti, quel genere di amici lì. E infatti anche qui arriva l’amico: Frank. Bisogna immaginarsela con la sua voce, la voce del Boss: Ehi Frank, perché non metti tutto nella valigia e vieni da me, questa sera al Liberty Hall? Giusto per darsi un bacio, fratello, e poi magari ce ne andiamo in giro fino a che non ne possiamo più e ci lasciamo cadere per terra. Possiamo dormire nei campi, o in riva al fiume, e poi al mattino ci inventiamo qualcosa… comunque, se non puoi, non importa: stay hard, stay hungry, stay alive, if you can, resta forte, e affamato, e vivo, se puoi, e vedrai che un giorno ci incontreremo, in un sogno di questa cazzo di terra qui».

Stay hard, stay hungry, stay alive, if you can, and meet me in the dream of this hard land.

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