MARILYN MONROE: UNA FRAGILE DEA BIONDA IN UNA FAVOLA CRUDELE

GIANCARLO CHIARIGLIONE
Marilyn Monroe se ne andò per sempre nella notte fra sabato 4 e domenica 5 agosto del 1962. La notizia, ovviamente, venne ripresa da tutti i mass media della Terra. La fata, la dea bionda del “villaggio globale”, aveva solo 36 anni e quella morte giovane, misteriosa e inaspettata, la consegnò subito a quell’unico, grande sistema mitologico che il nostro tempo ha saputo offrirci. Tanto che il caso Marilyn continua a sollevare un interesse spasmodico, come conferma la recente pellicola Blonde (2022) di Andrew Dominik, tratta dall’omonimo libro di Joyce Carol Oates: una rivisitazione drammatica e controversa della vita dell’attrice (interpretata da Ana de Armas), nella Hollywood Babilonia di allora, di oggi, di sempre. Come confermano libri quali Dea – Le vite segrete di Marilyn Monroe di Anthony Summers, pubblicato dalla Nave di Teseo nel 2022. Come conferma un vivace mercato dei cimeli costituito, ad esempio, dagli abiti di scena di Marilyn; da fotografie con le sue pose audaci o disilluse; da ritratti come Shot sage blue Marilyn (1964) firmato da Andy Warhol (che la immortalò nei celebri multipli), battuto all’asta da Christies a New York per 195 milioni di dollari…
Insomma, vola la leggenda di Norma Jeane Baker (poi Mortenson), il nome anagrafico della diva, nata a Los Angeles martedì 1° giugno 1926. E vola grazie anche ad un’aura tragica degna dell’Olimpo di quelle star “maledette” spesso consumate da eccessi, perversioni, droghe e vite tumultuose (si legga a questo proposito Kenneth Anger, Hollywood Babilonia, Adelphi, 1996). La Monroe, infatti, era una creatura magnifica ma anche molto fragile; psicopatologicamente segnata dal corredo genetico e dalla vita. Gli psicoanalisti l’hanno spesso definita un soggetto “borderline”, con un’infanzia piuttosto difficile: il padre, di cui non si conosce a fondo l’identità, probabilmente Charles Stanley Gifford Sr., un impiegato alle vendite della Consolidated Film Industries, si rifiutò sempre di riconoscerla, mentre la madre, Gladys Pearl Baker, che le sopravviverà fino al 1984, oltre a trovarsi sovente in gravi situazioni finanziarie, è passata alle cronache come una donna con particolari disturbi psichici (soffriva di schizofrenia paranoide), non di rado ospite di istituti manicomiali (anche Della, la nonna materna di Marilyn, era morta in un istituto per malattie mentali).
Norma Jeane, dopo un’infanzia instabile, inquieta, tormentata e dopo aver trascorso lunghi anni in orfanotrofio, in case-famiglia e in affido (a ben undici famiglie), che la segnarono profondamente, a 16 anni, si sposò con il ventunenne operaio James Edward Dougherty. In realtà, per la futura celebrità che lavorava in una fabbrica di paracaduti, tale matrimonio rappresentò più una via di fuga dalla solitudine, dal dolore, che una scelta consapevole. Tanto che in quegli stessi anni non esitò a posare come modella per il fotografo e scrittore David Conover, il quale stava preparando un servizio fotografico per documentare il contributo delle donne all’economia americana in periodo di guerra e per il fotografo André de Dienes, il quale le consentì di ottenere le prime copertine su alcune riviste. Dopo il divorzio da Dougherty, nel 1946, grazie alla firma di un contratto con la 20th Century Fox, che le consentì di ottenere dei piccoli ruoli, la giovane donna si tinse i capelli biondo platino, si sottopose ad alcuni interventi di mentoplastica e di rinoplastica e cambiò il suo nome in Marilyn Monroe, cognome da ragazza di sua madre; si preparò cioè a diventare la Venere d’America (Merica era il nome che i Mesopotamici davano al pianeta Venere, la stella più lucente nel cielo, tanto che la studiosa Bruna Rossi ricorda come il Nuovo Mondo potrebbe essere stato chiamato America, anche pensando a tale stella, B. Rossi, A-Merica: il regno di Venere, Youcanprint, 2015). La partecipazione a corsi di recitazione che si pagò attraverso grandi sacrifici (anche posando nuda), le consentì infine di sviluppare una certa crescita professionale, a fronte comunque di una crescente fragilità emotiva; di evidenti difficoltà psicologiche, con episodi di depressione e di ansia.
Dopo aver ottenuto una piccola parte in Una notte sui tetti (Love Happy, 1949) di David Miller, tredicesimo e ultimo film interpretato insieme dai fratelli Marx (Groucho, Harpo e Chico), Marilyn venne scritturata da John Huston per un piccolo ma significativo ruolo nel thriller Giungla d’asfalto (Asphalt Jungle, 1950) e con Eva contro Eva (All about Eve, 1950) diretto da Joseph Mankiewicz, l’attrice, a 24 anni, raggiunse finalmente la notorietà. Tra il 1950 e il 1954, la Monroe consolidò il suo status di icona hollywoodiana grazie a pellicole come La tua bocca brucia (Don’t Bother to Knock, 1952) di Roy Ward Baker, in cui ottenne il suo primo ruolo da protagonista; Niagara (1953) di Henry Hathaway; Gli uomini preferiscono le bionde (Gentlemen Prefer Blondes, 1953) di Howard Hawks e Come sposare un milionario (How to Marry a Millionaire, 1953) di Jean Negulesco.
L’attrice, anche in virtù della crescente instabilità; dello stress lavorativo (nel 1953 firma un articolo su «Motion Picture and Television Magazine» intitolato Wolves I Have known in cui racconta con disprezzo misto a ironia i ricatti e le numerose molestie sessuali subite) e delle crisi nervose avute durante la relazione con il campione di baseball Joe Di Maggio, sposato il 14 gennaio 1954 e lasciato il 27 ottobre dello stesso anno (la famosa scena della gonna sollevata dal vento in Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder portò il grande giocatore a scatenare liti furibonde e presunti abusi fisici, tanto che l’attrice chiese il divorzio citando la «crudeltà mentale»), a partire dal 1955, seguendo l’esempio di altre stelle quali Montgomery Clift, Marlon Brando, James Dean, Eli Wallach, Jane Fonda, iniziò a frequentare l’Actors Studio di Lee Strasberg, allo scopo di studiare in modo approfondito il cosiddetto “Sistema” di Konstantin Stanislavskij (1863 – 1938). L’ attore, regista e insegnante del Teatro d’Arte di Mosca, infatti, veniva considerato da molti critici e studiosi come il supervisore di una terapia di gruppo: nel suo “Sistema”, quello che veniva indicato come naturalismo psicologico, in realtà, altro non era che una tecnica mentale di stimolazione della psiche, un raffinato lavoro di introspezione, di richiami associativi e di riflessioni personali sui traumi subiti in precedenza (il cosiddetto lavoro dell’attore su sé stesso). Un procedimento associabile alla psicoanalisi (fatte le debite proporzioni), come dimostrerà più tardi il saggio di Pavel Simonov Il metodo di K.S. Stanislavskij e la fisiologia delle emozioni (Metod K.S. Stanislavskogo i fisiologija emocij, 1962), che si proponeva, appunto, di verificare, fino in che misura il lavoro di Stanislavskij potesse essere utilizzato in protocolli terapeutici di alcune patologie psichiche.
Proprio negli anni della persecuzione maccartista, nel 1956, Marilyn, fresca del divorzio da Di Maggio, ma non ancora devastata dalla propria insicurezza, da un esagerato perfezionismo (la diva si truccava quasi sempre da sola), dall’alcol e dalle pillole, sposò il commediografo “comunista” Arthur Miller. L’attrice cercava nel dinoccolato scrittore newyorkese quel “passepartout” per evadere dalla gabbia delle bamboccerie sexy, delle mutandine esposte da sbuffi di aria, della stupidità bionda da script che i vari studios le imponevano, mentre Miller chiedeva alla giovane donna corpo, materialità, energia, per un’esistenza che rischiava di dissolversi nell’intellettualismo. Lo scrittore, che non reputava Marilyn molto intelligente, e che per lei scrisse la sceneggiatura del mediocre western crepuscolare Misfits (Gli spostati, 1961), diretto da John Huston (oltre alla Monroe nel ruolo di Roslyn, il film vedeva la partecipazione di Clark Gable, di Monty Clift e di Eli Wallach, rispettivamente nei ruoli di Gay, Perce e Guido), era comunque attratto dall’idea di salvare la donna profondamente segnata da episodi depressivi caratterizzati da sintomi come tristezza profonda, apatia, insonnia e un crescente senso di inutilità. Una depressione aggravata anche dai vari aborti spontanei e da una gravidanza ectopica che la giovane attrice, sofferente di endometriosi (una condizione dolorosa che aumenta il rischio di aborto), subì proprio in quegli anni.
Negli stessi anni del divorzio traumatico da Miller, (1961), e sull’onda del successo come sensualissima interprete comica nel wilderiano A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959) al fianco dell’irresistibile coppia en travesti Lemmon-Curtis, l’attrice fondò insieme al noto fotografo Milton H. Greene una sua casa di produzione cinematografica, la Marilyn Monroe Productions (MMP), allo scopo di ottenere una certa indipendenza rispetto al soffocante studio system di Hollywood (soprattutto rispetto alla 20th Century Fox), ma le sole due opere prodotte, Fermata d’autobus (Bus Stop, 1956) di Joshua Logan e Il principe e la ballerina (The Prince and the Showgirl, 1957) di Laurence Olivier, riportarono dei risultati commerciali piuttosto deludenti. La MMP chiuse infatti nel 1962, proprio quando Marilyn, pur avendo confermata la sua enorme popolarità grazie alla vittoria dell’Henrietta Award nella categoria World Film Favorite Female durante i Golden Globe Awards, veniva via via marginalizzata dall’industria cinematografica per la sua inaffidabilità; per le sue assenze sul set e per le difficoltà a completare le riprese. Proprio a causa di alcuni intollerabili ritardi, Marilyn venne infatti allontanata dal set della pellicola Something got to give (1962), diretta da George Cukor, opera rimasta incompiuta e celebre in quanto l’ultima in cui ha recitato la diva californiana.
In quest’ultima fase della sua esistenza Marilyn cominciò a passare da un amore all’altro. Ebbe una serie di relazioni con personaggi quali John Kennedy, che la lasciò al fratello Bob quando fu eletto Presidente degli Stati Uniti (per JFK, il 29 maggio 1962, la diva canticchiò il proverbiale Happy Birthday, Mr President al Madison Square Garden di New York), e con Frank Sinatra, il quale, con l’aura di «amico dei mafiosi», divenne il suo “protettore” e confidente, offrendole supporto emotivo in un momento di grande fragilità. La pressione della vita pubblica e le difficoltà emotive, infatti, portarono l’attrice a ricorrere sempre più a barbiturici e sonniferi per l’insonnia e l’ansia; a varie terapie, inclusa la psicanalisi (dopo aver sperimentato il sistema stanislavskijano).
La Monroe, che ebbe come psicoanalisti studiosi quali Margaret Herz-Hohenberg, Anna Freud (che definì l’attrice «una persona emotivamente instabile e paranoide», http://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/marilyn_emotivamente_instabile_paranoide-1540713.html), Marianne Rie Kris, Ralph S. Greeson e Milton Wexler, fu trattata con un lavoro analitico di stampo classico in base al quale si alternavano dosi massicce di farmaci e ricoveri in alcuni istituti psichiatrici come il Payne Whitney Psychiatric Clinic di New York.
Marilyn, come detto, è ormai scomparsa da alcuni decenni, ma la sua traiettoria continua oltre il cursum perficio (locuzione latina presente in una lettera di San Paolo che significa «sto concludendo la mia corsa»), iscritto su una mattonella della villa losangelina di Brentwood, uno chalet di circa 270 metri quadrati in stile coloniale spagnolo in cui l’attrice morì (un dettaglio scovato da due tossicologi e una criminologa forense dell’Università di Firenze, Francesco Mari, Elisabetta Bertol e Barbara Gualco, L’enigma della morte di Marilyn Monroe. Cursum perficio, Le Lettere edizioni, 2012). Va oltre un suicidio attribuito ad un cocktail letale di farmaci o a un omicidio accuratamente pianificato da ignoti legati vuoi alla polizia, vuoi alla criminalità organizzata, vuoi ai servizi segreti. «Mi è capitato spesso di finire su un calendario. Ma mai per una data precisa» recita uno dei celebri lazzi della diva, che ci aveva visto giusto, dato che il suo tempo non finisce mai. La bionda sex symbol con lo sguardo malinconico, musa poetica di autori come Pasolini che la inserì nel suo poemetto La rabbia, a sua volta autrice di versi intensi e inediti pubblicati nel libro Fragments (Feltrinelli, 2010), è condannata al destino dei fantasmi, dei miti, degli dei. Un’icona sacra in un mondo che ormai crede soprattutto alla celebrità.
Foto: Marilyn Monroe in spiaggia con il suo cane nel 1947
(AP Photo)
CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE Endoxa luglio 2026 Giancarlo Chiariglione Marilyn Monroe
