LA RAGAZZA CON LA VALIGIA
PAOLO DI PAOLO
Continua a essere guardata anche quando nella stanza non c’è più nessuno, anche se non c’è più luce. Essere guardati! La guardarono bambina. La guardarono adolescente per accorgersi che era bella. La guardarono operaia in una fabbrica durante la guerra, quando un fotografo militare incontrò il suo viso e lo lesse come una promessa. La guardarono come modella, come pin-up, come aspirante attrice, come Blonde. La guardarono mentre imparava a muovere la bocca, a rallentare la voce, a trasformare ogni frase in un piccolo segreto respirato all’orecchio di milioni di persone.
La guardarono i moralisti, i soldati, i presidenti, i poeti, i pittori, gli psicoanalisti, gli stilisti, i fotografi, gli scrittori, i ragazzini nei cinema di provincia, le ragazze, le madri che tenevano gli occhi fissi sullo schermo e intanto stringevano la mano dei mariti.
Ognuno vide qualcosa. Quasi nessuno vide lei.
Solo lei vedeva Lei.
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) la collocò nella grande e cupa elegia della modernità che è La rabbia. Non solo come attrice leggendaria, non come lembo di cronaca americana, non come vittima della mondanità, ma come apparizione terminale della bellezza: una creatura troppo docile e troppo luminosa, offerta al mondo e dal mondo consumata. Nella sequenza dedicata a Marilyn, Pasolini fa della ripetizione una specie di preghiera funebre; accosta il suo volto alle immagini della storia, alla violenza politica, alla minaccia atomica, all’oscura mutazione di una civiltà capace di fabbricare insieme divi e devastazioni. Marilyn e il fungo atomico. Marilyn e i missili. Marilyn e le fabbriche. Marilyn e le periferie. Marilyn e i popoli affamati. Marilyn e la società che produce immagini perfette perché non sa più riconoscere i corpi veri.
L’innocenza trasformata in prodotto? La grazia trasformata in obbligo e in maschera? Bisogna sorridere perché il mondo ha pagato il biglietto.
Pasolini la sottrae alla frivolezza. La restituisce alla morte, all’innocenza, alla colpa degli altri. Sembra dirle: non eri sciocca, era sciocco il mondo che aveva bisogno di credere alla tua sciocchezza.
Antonio Tabucchi (1943-2012) arriva dopo, quando fra noi e Marilyn si sono depositati decenni di fotografie, biografie, supposizioni, calendari, poster, imitazioni, magliette, tazze, aste milionarie, documentari, rivelazioni vere, rivelazioni false. Arriva quando Marilyn sembra non poter dire più nulla perché le è stato fatto dire tutto. E invece apre i suoi Fragments: poesie, appunti, lettere, note sparse, pagine private. Li introduce con un testo, bellissimo, intitolato La polvere della farfalla. La sua intuizione è semplice e decisiva: il libro mostra l’altra faccia dell’astro, la zona non illuminata dell’icona. Dentro il corpo portato talvolta come una valigia, scrive Tabucchi, abitava l’anima in ricerca che quasi nessuno aveva sospettato.
Una valigia. Forse è questa l’immagine più esatta. Il corpo come valigia. Una cosa che bisogna portare da una stanza all’altra, da un set all’altro, da un matrimonio all’altro. Una cosa che tutti credono contenga oggetti di loro proprietà. Gli uomini vi depositano fantasie; i produttori contratti; i fotografi pose; i giornalisti domande; il pubblico desideri; gli psichiatri diagnosi; i biografi spiegazioni. Ma chi porta la valigia? Chi ne sente il peso? Chi sa che cosa contiene davvero?
La Marilyn che scrive non coincide con la Marilyn che posa. Non perché una sia autentica e l’altra falsa. Sono entrambe vere. È vera la donna che gioca con la propria bellezza, che comprende la potenza del corpo, che inventa il proprio passo, la propria voce, la propria comicità goffa. Ed è vera la donna che prende appunti, legge, sottolinea, si interroga, tenta di dare una forma verbale alla paura. Le fotografie la rendono immobile, le sue parole la rimettono in movimento.
Nelle fotografie è già tutto accaduto. Nelle parole sta ancora accadendo.
Legge Joyce, legge Whitman, legge Rilke. Cerca Dostoevskij, cerca Freud, cerca poesia.
Anche Truman Capote (1924-1984) la guarda.
Ma Capote sapeva riconoscere gli esseri fragili perché ne condivideva la fragilità e, insieme, la crudeltà difensiva. Nel ritratto intitolato A Beautiful Child, Marilyn appare capricciosa, incantevole, impaurita, comica, ritardataria, lucidissima, disperata. Capote la accompagna dentro una giornata, coglie le oscillazioni della voce, gli scarti dell’umore, il modo in cui la donna adulta torna improvvisamente bambina. Il titolo è già un verdetto: una bella bambina. Non una dea, non una seduttrice assoluta, non la mangiatrice di uomini costruita dai rotocalchi, ma una bambina che ha imparato a usare la bellezza come altri imparano ad aggrapparsi a un salvagente.
Capote e Marilyn si assomigliano. Due infanzie irrisolte, due voci fabbricate e autentiche nello stesso tempo, due creature capaci di trasformare la vulnerabilità in stile. Due persone che entrano in una stanza e comprendono subito chi desidera chi, chi disprezza chi, chi può ferire chi. Altre voci altre stanze.
Due bambini vestiti da adulti famosi.
Capote osserva Marilyn come si inquadra qualcuno sul bordo di una festa. Tutti la conoscono, tutti vorrebbero avvicinarla, ma nessuno sa davvero raggiungerla. È al centro e al margine. È l’ospite d’onore ed è l’orfana. Ride troppo forte oppure tace. Arriva tardi perché arrivare significa affrontare gli occhi degli altri; perché farsi aspettare è forse l’unico potere concesso a chi, per tutto il resto, è in mano altrui.
MARILYN: Ricordi che ti ho chiesto: se mai qualcuno un domani ti domandasse come ero io, come era veramente Marilyn Monroe… ebbene cosa risponderesti? (il tono era scherzoso, ironico, ma anche serio; voleva una risposta sincera.) Scommetto che gli diresti che io ero una sciattona. Un pastrocchio. Truman Capote: Certo. Ma direi anche…
(La luce andava scemando. Lei sembrava dissolversi con essa, fondersi con il cielo e le nubi, svanire al di là dell’orizzonte. Avrei allora voluto alzare la voce per sovrastare le grida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché doveva andare come tutto è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?).
TC: Direi…
Marilyn: Non ti sento.
TC: Direi che eri una bellissima bambina.
Foto: (Darlene Hammond/Getty Images)
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