A QUALCUNO PIACE MARILYN
GIUSEPPE FIORI
Eccolo lì.
Immerso nel buio della sala sta seduto in terza fila avvolto dal silenzio.
L’odore è quello di un luogo chiuso da anni, di polvere stantia e di cenere fredda, come dopo un incendio spento. Si gode il pallido biancore dello schermo, un grande rettangolo chiaro che il buio non riesce a ingoiare.
L’anziano spettatore ha trovato un sistema speciale per non rassegnarsi del tutto alla moria dei cinema: ogni tanto ne sceglie uno e prova, senza troppa difficoltà, ad entrare e a rivedere un film scelto tra quelli più amati.
Ha un modo tutto suo per rivedere il film nella sala cinematografica non più in attività, un modo semplice e collaudato che si affida totalmente alla memoria.
Infatti dopo essersi seduto si accende una sigaretta e socchiude gli occhi, fingendo che ci siano altri spettatori presenti, poi le luci si spengono, rimangono soltanto i puntini luminosi delle sigarette e comincia lo spettacolo.
In quel momento la sua memoria è in grado di proiettare le immagini mentali corrispondenti ad alcune scene del film scelto per l’occasione: quelle immagini, rimaste impresse nella sua memoria, sono in grado di ridare vita, sia pure per poco, all’intero film e alla stessa sala cinematografica.
“La memoria è come una spugna.” aveva letto nell’ultimo romanzo di Ian McEwan “Assorbe materiale da un altro tempo e da altri luoghi e lo lascia sgocciolare sul momento in questione.”
Ma nel caso del cinema, secondo l’anziano spettatore, non era sufficiente il solo ricordo, le immagini mentali dovevano anche essere proiettate nel posto giusto. Perché il film fin dall’inizio della sua storia ha dovuto creare un luogo a parte, la sala cinematografica appunto, e la fusione lessicale tra opera e luogo è stata immediata: entrambi hanno preso il nome di “Cinema”.
Così, giunto ormai alla grande età, lo spettatore aveva maturato la certezza che gli attuali piccoli schermi dei telefonini e degli iPad , da un lato, e le T V e le multisale dall’altro, avessero compromesso, forse non definitivamente, il rapporto che legava da sempre i film al cinema.
Aveva allora individuato nei vari quartieri di Roma le sale abbandonate, tutte quelle che non erano diventate supermercati, saloni di mobili o sale Bingo e aveva deciso di frequentarle di nuovo, sicuro che prima o poi altri spettatori avrebbero seguito il suo esempio.
La prima volta che aveva fatto l’esperimento era andata benissimo.
Sembrava proprio che le scene uscite dalla sua mente si fossero trasferite subito sullo schermo del Rialto, il suo cinema preferito: erano i primi tre minuti di “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks, il prologo totalmente privo di dialoghi, come ai tempi del cinema muto, in cui già era delineata la storia e i personaggi.
Le immagini di Dude/Dean Martin, un povero alcolizzato senza un soldo, che entra dalla porta di servizio di un saloon, al bancone un perfido personaggio ben vestito fa il gesto di offrigli il dollaro per un whisky, e poi per umiliarlo lo butta in una sputacchiera d’ottone. Dude fa per raccoglierlo, ma nell’inquadratura entra uno stivale che scaraventa via la sputacchiera. Dude guarda in alto e inquadra John Wayne, lo sceriffo Chance, che osserva con disprezzo il suo amico.
Lo sceriffo si avvia verso il bancone, ma Dude prende un bastone e colpisce con rabbia l’amico che gli ha impedito di bere. Il perfido, di nome Joe Burdette, fa afferrare dai suoi uomini John Wayne, e la musica sottolinea ogni pugno che gli sferra. Un cliente del saloon si avvicina per fermare Burdette, ma questi estrae il revolver e gli spara a bruciapelo nello stomaco.
Poi esce e va in un altro saloon del paese; mentre sta davanti al bancone con un whisky in mano sente un rumore alle sue spalle. Tutti si girano verso la porta da cui appare John Wayne, che dice le prime parole del film: “Joe, you are under arrest”.
Allora lo spettatore anziano aveva deciso di riprovare una seconda volta e poi una terza, finché non era diventata un’abitudine che durava ormai da un anno.
Un anno in cui stava ripercorrendo la sua storia di cinefilo, cominciata da ragazzo con i cineclub, e continuata nelle sale cinematografiche romane, ognuna con le caratteristiche legate al quartiere dove si trovava.
Certo aveva il sospetto che in tema di film la sua memoria non fosse abbastanza selettiva e avesse trattenuto anche scene che erano riuscite solo ad impressionarlo. Ma così la disperazione per la moria dei cinema si era andata placando con il riutilizzo personale di quelle sale dove la sua memoria riusciva a proiettare le numerose scene che intendeva rivedere sullo schermo.
Perché arrivato ormai alla grande età aveva capito di essere, non soltanto, una combinatoria d’esperienze umane, di letture e d’immaginazioni ma anche una sorta di cineteca, un inventario di film e di musica, un campionario di stili, dove tutto era stato riordinato secondo i suoi gusti e dov’era possibile operare arditi montaggi trasversali.
E chissà forse un giorno quella sua iniziativa avrebbe potuto diventare una piccola tendenza non solo di una minoranza di zombie, ma qualcosa che avrebbe contribuito a realizzare quel RITORNO AL CINEMA sempre vagheggiato.
In quell’anno appena trascorso, in realtà, lo avevano seguito in pochissimi.
Una donna con la spesa si era stupita quando lo aveva visto armeggiare sull’ingresso dell’America a Trastevere, era entrata con lui incuriosita dall’esperimento (così l’aveva chiamato) che le aveva descritto.
Si era piazzato in terza fila – la donna era rimasta in piedi con la borsa poggiata per terra – e con gli occhi socchiusi aveva ripassato nella mente la scena divertente di Prima pagina di Billy Wilder in cui il cronista Jack Lemmon nasconde un condannato a morte rifugiatosi nella sala stampa del Palazzo di giustizia. Poi racconta tutto al suo spregiudicato direttore, Walter Matthau. Un ritmo fantastico, come quello dei giocolieri al circo.
L’incontro più piacevole, per l’anziano spettatore, era stato quello con un ragazzo e una ragazza che dopo aver ben capito di cosa si trattava, erano entrati al Roma e si erano sistemati nell’ultima fila.
Quando poi si erano rivisti fuori, al bar di Piazza Sonnino, gli avevano raccontato sorridendo di aver appena proiettato sullo schermo Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy, il film col quale si erano innamorati i loro rispettivi nonni e che, a riprova dell’esistenza di una genetica cinematografica, era arrivato fino a loro due, insieme ad altri numerosi ricordi dell’epoca.
Insomma l’esperimento stentava a prendere piede ma non del tutto, e l’anziano spettatore era sempre più determinato a continuare, stava ormai completando il giro dei cinema di Roma non più attivi e aveva deciso per il secondo anno di concentrarsi su quelle sale che erano state significative nella sua vita.
Una di queste era proprio il Rialto, adesso era lì che era tornato, seduto in terza fila al buio su una scomoda sedia di legno, con il sedile basculante. Solo in sala e con la sigaretta accesa.
Un piccolo cinema prima di Piazza Venezia in cui, ai suoi tempi, operava il «Circolo Charlie Chaplin», che la domenica mattina proiettava, accompagnate da schede di approfondimento, le pellicole più significative della Storia del Cinema. Il “cinema” era il tema di conversazioni appassionate che sgorgavano già all’uscita del Rialto – il debito del cinema con la letteratura e il teatro, lo “specifico filmico” (da Béla Balázs a Galvano Della Volpe), l’importanza della colonna sonora, il cinema come immaginario collettivo, il valore della sceneggiatura – e che poi erano rimaste nella memoria degli spettatori di allora come su un cloud, pronte per essere scaricate.
Eccolo lì, ora.
Con in testa A qualcuno piace caldo, anzi con in testa Marilyn, la meravigliosa diva che non aveva mai dimenticato, e la cui tragica fine aveva consegnato all’immortalità. Quello che più amava di lei, così sexy, era il suo lato comico, quasi a voler considerare buffa la sua straordinaria bellezza e il suo corpo “pieno di curve”.
L’anziano spettatore amava tutti i suoi film, e aveva da poco rivisto, con il suo sistema delle immagini mentali proiettate su uno schermo, Quando la moglie è in vacanza. In particolare si era goduto la scena degli “intimi in frigo”.
Ora in sala c’era una donna anziana truccata pesantemente, sui capelli bianchi tracce leggere di un biondo color tisana, in contrasto con le labbra rossofiammante, forse era venuta proprio perché aveva sentito parlare della mania dell’anziano spettatore. Si era piazzata in quinta fila, smaniosa di farsi notare.
Anche se lui era venuto per Marilyn e soltanto per lei, si voltò mostrando la sigaretta accesa “Ne vuole una?”
“Grazie non fumo, e poi” aggiunse la donna illuminando col faretto del cellulare un cartello sulla parete oltre il corridoio “Al cinema è vietato fumare”.
L’anziano spettatore schiacciò la sigaretta in terra e accese a sua volta il faretto “Oggi sono venuto a vedere Marilyn”.
La donna fece una smorfia “Lei sì che è rimasta giovane e bella…”
Si alzò lentamente e l’uomo temette che si sedesse accanto a lui, invece rimase ferma in corridoio con la luce puntata sul pavimento.
“Quale film?” chiese.
“A qualcuno piace caldo, la scena del treno in cui canta e balla.”
“Nel film il suo nome è tutto un programma: Zucchero Kandinski. Bene, complimenti per la scelta, la lascio solo, magari un giorno ci metteremo d’accordo per proiettare un altro vecchio film lassù” disse indicando lo schermo.
“Certo, quando vuole.”
“Oggi non reggerei il confronto”, lo salutò.
La donna si avviò verso l’uscita per il corridoio illuminato dal faretto: sembrava un’immagine del passato, la maschera che dopo aver indicato il posto tornava indietro con un tenue fascio di luce della pila tascabile nella mano, e al ritorno si sedeva in ultima fila per soddisfare il desiderio di rivedere lo stesso film una volta di più. A Parigi si chiamava ouvreuse.
Nei movimenti la signora con il trucco pesante sembrava proprio una maschera, e forse, tanto tempo prima lo era stata veramente, magari in quello stesso cinema. La debole luce lasciava intravedere le punte di un paio di pantofole grigie.
L’anziano spettatore la vide allontanarsi, la sala ripiombò nel buio, e lui sentì un dolore al torace come se le dita delle costole gli serrassero i polmoni. Gli era passata la voglia di vedere un film, si mise comodo, distese le gambe e scivolò nel sonno.
Sognò Marilyn, naturalmente.
La scena era quella del treno in “A qualcuno piace caldo”: l’orchestrina tutta femminile è in viaggio per una tournée in Florida. Nel gruppo si sono infilati Tony Curtis e Jack Lemmon, travestiti da donne, per sfuggire ai gangster che vogliono ucciderli perché sono gli unici testimoni della strage di San Valentino.
Nella carrozza del treno l’orchestra ripassa il repertorio e Marilyn suona l’ukulele, balla e canta. È un brano frenetico, “Runnin’ Wild”, degli anni ’20, che l’anziano spettatore ricorda bene perché quella scena è una delle sue preferite. Gli fa tornare alla mente la frase di Antonio Tabucchi nella prefazione ai “Fragments” di Marilyn Monroe: “Una donna di una carnalità così gioiosa, con un doppio fatto d’aria per la malinconia. È mai possibile?”
Marilyn ha un vestito molto aderente e il suo corpo si muove a ritmo di jazz.
Tutti, nel vagone, sono trasportati in un vortice musicale… finché dal reggicalze di Marilyn non scivola via la fiaschetta di whisky, che cade con fragore sul pavimento del treno.
La scena è bruscamente interrotta da quel rumore, ma l’anziano spettatore non si sveglia.
Sullo schermo una dissolvenza ha fatto scomparire l’immagine della fiaschetta d’argento per terra, e comparire il set del film: da una parte c’è una sedia da regista con dietro la scritta “Wilder”, accanto a un’altra con la scritta “Monroe”.
Il regista e l’attrice si avvicinano sorridenti e si siedono per una pausa delle riprese.
“Sei stanca?”
“Macché, mi sono divertita tantissimo a cantare e a ballare.”
“Si vedeva, la scena è riuscita alla perfezione, ti sono grato, Marilyn, sarà un grande film.”
“E a te piace ballare Billy?”
Billy Wilder avvicinò la sedia “Non l’ho mai raccontato a nessuno…”
“Allora è arrivato il momento che tu lo racconti a me, sarà il nostro segreto.”
“Faccio venire qualcosa da bere?”
“Non mi tentare, racconta piuttosto.”
“Ero molto giovane e preoccupato su come avrei potuto cavarmela, la mia famiglia si era trasferita da Cracovia a Vienna, e il mio nome era Billie. Non intendevo studiare legge come voleva mio padre e cominciai a scrivere per i giornali, collaborando con brevi cronache, testi per cruciverba, recensioni di film e articoli sulle celebrità. Presto mi trasferii a Berlino, ai tempi della Repubblica di Weimar, in vista del grande salto verso gli Stati Uniti.”
Marilyn accavallò le gambe per stare più comoda lasciando scoperto un ginocchio, tanto candido da sembrare scolpito nel marmo.
“Com’era Berlino in quegli anni?”
“La città era travolta da un’ondata di Amerikanismus, passione per il jazz, per i cocktail bar e una vita notturna di fama internazionale. Mi chiamavano il reporter scatenato, ero un freelance…”
“Ma il ballo?” lo interruppe Marilyn.
Wilder sorrise “Ho scritto quattro puntate, apparse sul Berliner Zeitung am Mittag, sulla mia esperienza di ballerino a pagamento per il lussuoso Eden Hotel, con una buona dose di umorismo caustico sulle ricche sfaccendate che richiedevano i miei servizi e i mariti gelosi che rimanevano a guardare”.
“Molto intrigante” commentò Marilyn divertita.
“Anche faticoso, passavo ore sulla pista da ballo, come ballerino ero solo discreto ma come conversatore li battevo tutti.”
“Insomma te la cavavi, eri riuscito ad assicurarti il necessario per sopravvivere in un periodo difficile.”
“Sì, continuavo a fare il reporter, il ghostwriter di alcune sceneggiature; la porta girevole della vita mi aveva proiettato in un altro mondo. Fuori di quella porta c’era l’inverno e la fame, ma io ero un ballerino, e il mondo mi avrebbe accolto tra le sue braccia !”
Marilyn batté le mani ridendo, ormai certa che quel regista venuto dalla fredda Europa avrebbe, anche quella volta, fatto un memorabile film americano in bianco e nero. Il periodo in cui era ambientata la storia che stavano girando ero più o meno lo stesso, solo i luoghi cambiavano, ma non la musica.
“Ti confesso Marilyn che in un mio resoconto dell’epoca sull’arrivo in treno delle Tiller Girles posso rintracciare un’anticipazione della descrizione della jazz band al femminile di cui tu fai parte nel film, la Sweet Sue and Her Society Syncopators.”
“Ne sono felice Billy, e sono felice che tu stia realizzando i tuoi sogni.”
Wilder la guardò “Se questo non è un sogno e io sto ballando o girando con Marilyn Monroe, allora davvero il mondo deve avermi accolto tra le sue braccia.”
Marilyn si alzò dalla sedia e fissò le prime file della platea.
“Hai visto quell’uomo immobile in terza fila ?”
Anche Billy Wilder si alzò e guardò l’uomo che Marilyn gli indicava “Sembra William Holden nella prima scena di Viale del tramonto, anche lui immobile, solo che galleggiava sulle acque della piscina in Sunset Boulevard, da morto.”
Il regista e l’attrice rimasero in silenzio per qualche istante rivolti verso la platea del cinema, entrambi pensierosi.
“Il mio personaggio, uno sceneggiatore, da morto, con la voce fuori campo ripercorre, come ricorderai, la storia della sua relazione con Gloria Swanson che interpreta una diva del muto nella vana attesa di un ritorno sul set. In una mia recensione del ’29 avevo coperto di elogi Erich von Stroheim, regista di Qeen Kelly , e l’interpretazione di Gloria Swanson. Da lì l’idea, vent’anni dopo, di usarli in Viale del Tramonto nella parte del maggiordomo ex regista e della star, come superstiti inquietanti di quel mondo ormai perduto del cinema muto.”
Poi Wilder si fermò bruscamente e si rivolse a Marilyn “E se quell’anziano spettatore laggiù fosse morto, e una voce fuori campo stesse raccontando questa nostra scena ?”
I due risero e tornarono a sedersi, tra non molto avrebbero ripreso a girare ancora sul set di una carrozza ferroviaria con le cuccette.
“Quando sei arrivato in America?”
“All’inizio del ’34, m’imbarcai sull’Aquitania lasciandomi l’Europa alle spalle, come molti altri ebrei, soltanto con il mio bagaglio di esperienze tra Vienna e Berlino e conoscendo poche parole d’inglese.”
Marilyn si girò nuovamente verso la platea “Eppure una vaga somiglianza dello spettatore in terza fila con William Holden c’è, forse dorme soltanto, con quel sorriso sulle labbra…”
Wilder lo scrutò a sua volta “Ma è completamente immobile, secondo me appartiene a un futuro in cui il cinema stesso diventerà un mondo perduto”.
“E io e te” aggiunse Marilyn “la diva e il regista del passato cammineremo su Sunset Boulevard, mentre una voce fuori campo, la voce di quello spettatore morto, racconta la nostra parabola. Ora ci vorrebbe proprio una buona sorsata di whisky da quella fiaschetta.”
Sembrava nervosa, si alzò e prese a camminare su e giù ignorando tutto ciò che la circondava.
Billy Wilder capì che quello era il momento di far tornare il sorriso sulle sue labbra, si sfilò di tasca un vecchio portafoglio a libretto ed estrasse un piccolo foglio.
“Marilyn vieni, siediti e leggi questo.”
La diva si sedette accanto a lui e accavallò di nuovo le gambe come solo lei sapeva fare.
Il regista nel porgerle il foglietto precisò “Ballerino di sala o di società era il modo più elegante all’epoca per chiamare il ballerino a pagamento.”
Marilyn aveva preso il foglietto e stava leggendo: un sorriso illuminava il suo splendido volto.
Si attesta che il signor Billie Wilder ha lavorato nella nostra
struttura come “Ballerino di società” dal 15 ottobre 1926 fino
alla data odierna. Il signor Wilder è un ballerino che ogni volta
ha saputo adattarsi alla clientela più esigente. Nella sua posizione
ha raggiunto il successo e ha sempre fatto gli interessi dei suoi
datori di lavoro. È per sua esplicita richiesta che il signor Wilder
rinuncia al suo lavoro.
La direzione dell’Hotel Eden – Berlino
“Da allora non l’ho più tolto dal portafoglio, dopotutto credo mi abbia portato fortuna.”
Marilyn si voltò verso di lui “Sai cosa penso di questa scena con noi due?”
“Dimmelo.”
“Che non può essere raccontata dalla voce fuori campo di un morto.”
Billy Wilder si strinse nelle spalle: “Dici perché un morto non può più parlare?”
“No, tu hai dimostrato che è possibile, in un film.” Marilyn sorrise. “Che qualche volta è quanto di più vicino alla vita reale, ma spesso anche quanto di più lontano”.
“Sei una donna complicata Marilyn, non somigli affatto al personaggio di Zucchero Kandiski.”
“Preferisco pensare” riprese “che questa nostra scena sia stata immaginata e proiettata sullo schermo da una persona viva.”
Il regista si alzò e guardò a lungo la sala buia.
“C’è soltanto quel tipo, che come un William Holden invecchiato galleggia nell’oscurità.”
Marilyn gli si avvicinò, il suo sguardo esprimeva una pena indicibile, e si strinse a lui in un’immagine intensa e perfetta. In bianco e nero.
Dal fondo della sala una lucina si era mossa dall’ultima fila e avanzava lentamente proiettando un cerchietto luminoso sul pavimento.
La maschera era rimasta seduta tutto quel tempo, come in attesa che finisse la scena. Percorse il corridoio e arrivò all’altezza della terza fila, accostandosi al posto dov’era rimasto immobile lo spettatore anziano.
E finalmente si sedette accanto a lui dicendo “Lo so, vorresti chiedermi come mai sullo schermo c’era una pausa di A qualcuno piace caldo con Marilyn e Billy Wilder che chiacchierano tra loro e forse flirtano… Come io vorrei tanto chiederti come hai fatto tu a rivedere un’intera scena del film sullo schermo”.
La maschera guardò, illuminandolo col faretto, il volto sorridente dell’anziano spettatore con gli occhi socchiusi, “Soltanto Marilyn poteva farti morire felice, sono contenta per te”.
Rimase a lungo in silenzio a guardare lo schermo chiaro e vuoto. Poi riprese a parlare.
“Anche io ho visto e rivisto migliaia di film in vita mia seduta all’ultima fila, vicino all’ingresso, ma ora le uniche immagini mentali che riesco a proiettare sullo schermo sono quelle che ho voglia di inventare” fece una pausa, forse aspettando un cenno dallo spettatore seduto lì accanto “per questo vengo qui al Rialto, dove ho lavorato a lungo, per provare a popolare lo schermo con gli attori, le attrici e i registi preferiti. Tutti loro si muovono e dicono soltanto quello che io so o immagino della loro vita e del loro lavoro. Questa e solo questa è “la mia parte dello spettatore”.
Poi una volta ho visto te che facevi qualcosa del genere, volevo capire, e volevo incontrarti, così mi sono truccata come un’attrice e ti ho aspettato. Desideravo tanto vedere un film insieme a te e parlare di cinema, e delle nostre vite”.
La maschera si alzò e spense il faretto: la sala ripiombò nel buio più assoluto, come nell’attimo in cui il film è finito e le luci in sala sono ancora spente.
Foto: Marilyn Monroe nel 1954
(Baron/Hulton Archive/Getty Images)
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