MARILYN E CLARK VERSO LE STELLE

MARCO VANELLI

 

In un film da poco uscito, Filmlovers! (Spectateurs!, 2025) di Arnaud Desplechin, il regista ripercorre le tappe della propria formazione di spettatore cinematografico, da bambino a futuro cineasta, soffermandosi su alcuni testimoni che hanno avuto significato per lui. Tra questi c’è l’attrice nativa americana Misty Upham, morta suicida, che in passato aveva lavorato con Desplechin in due film: Frozen River (2009) e Jimmy P. (2013). Nella sua rievocazione di un giovane talento bruciato da un successo troppo rapido, il regista accosta Upham a Marilyn Monroe e a entrambe dedica questa quartina di Emily Dickinson: «Se più non fossi viva / quando verranno i pettirossi, / date a quello con la cravatta rossa / per ricordo una briciola» (E. Dickinson, Poesie, intr., trad., prem. al testo e note di Margherita Guidacci, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000, p. 143).

Marilyn ha lasciato come ricordo di sé ben più di una briciola, e ben se ne accorsero due letterati italiani che, alla sua scomparsa, le dedicarono dei testi ancora oggi toccanti. Pier Paolo Pasolini, nel film di montaggio La rabbia (1963), ci mostra una serie di foto dell’attrice prese dai rotocalchi che immaginiamo dovessero essere pieni di servizi scandalistici dopo la tragica fine del 4 agosto 1962, e accompagna le immagini con dei versi impregnati di commozione: «Del mondo antico e del mondo futuro / era rimasta solo la bellezza, e tu, / povera sorellina minore, / quella che corre dietro i fratelli più grandi, / e ride e piange con loro, per imitarli, / e si mette addosso le loro sciarpette, / tocca non vista i loro libri, i loro coltellini, / tu sorellina più piccola, / quella bellezza l’avevi addosso umilmente, / e la tua anima di figlia di piccola gente, / non ha mai saputo di averla, / perché altrimenti non sarebbe stata bellezza» (P.P. Pasolini, La rabbia, in: Id., Per il cinema, tomo primo, a cura di Walter Siti e Franco Zabagli, Mondadori, Milano 2001, pp. 397-398).

La bellezza autentica della sorellina Marilyn, secondo Pasolini, era umile e inconsapevole, «figlia di piccola gente», inadatta al mondo attuale che l’ha stritolata, mentre «i fratelli più grandi», tra cui il poeta-regista, dopo la sua scomparsa, si chiedono (nei versi successivi): «È possibile che Marilyn, / la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?».

L’altro scrittore-giornalista, Dino Buzzati, immaginò per la povera Marilina (come era chiamata allora da tanti italiani) un momento di attesa prima di entrare nel regno dell’Aldilà, con un «genio» sovrintendente all’accoglienza delle anime che la vede ai piedi della muraglia di cinta: «una giovane e bellissima donna nuda apparentemente addormentata» (D. Buzzati, All’alba, in: Racconti di cinema, a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini, Einaudi, Torino 2014, p. 48). Il genio se ne innamora all’istante e, visto che l’anima non si è ancora distaccata dal corpo della donna, prova a convincerla che non vale la pena morire così giovane e così bella. Simile a un celebre racconto natalizio di Dickens e a un altrettanto famoso film di Frank Capra, il genio le mostra ciò che il futuro le avrebbe riservato: nuovi mariti, ulteriore successo, riconoscimento critico, premi e… solitudine.

«E finalmente, in una villa che sembrava una reggia, trovarono Marilina già vecchia, una graziosissima vecchietta che era nel suo genere un amore, ma negli occhi era facile leggere una squallida e arida solitudine, nonostante le meraviglie e gli onori che la contornavano.

– Hai visto? – fece a questo punto Marilina. – Hai visto, amico mio, che non ne vale la pena?

Lui non ebbe il coraggio di insistere. Tenendola per mano, ridiscese le vertiginose scale del futuro, in un batter d’occhi la portò nella sua stanza, dove Marilina, toltasi la vestaglia, si gettò sul letto con l’evidente intenzione di riprendere il fatale sonno interrotto.

Ma il genio, che assisteva, faceva una faccia così addolorata che Marilina ne ebbe pietà, e sorrise.

Sì, soltanto per lui avrebbe fatto il sacrificio, avrebbe rinunciato alla partenza, avrebbe ricominciato la vita. Lentamente, perché il torpore la stava di nuovo invadendo, tese una mano verso la cornetta del telefono [per chiamare i soccorsi].

Fu colto però dalla pietà anche il genio. Il quale le fece un affettuoso cenno di saluto con la destra. – Dio sia con te, povera ragazza –. E svanì come un fantasma, mentre dalle finestre entravano le prime luci dell’alba.

Marilina lo vide sparire. Restò là, immobile, con la mano sul telefono. Si lasciò portare via, scivolando, nei gorghi neri del sonno» (Idem, pp. 52-53).

L’unico amore possibile per Marilina si rivela impossibile: in extremis, lei rinuncia alla morte mentre lui rinuncia alla vita di lei, almeno quella terrena, e la lascia partire dal nostro mondo che non la merita.

Sempre nell’Aldilà, la scrittrice americana Joyce Carol Oates si immagina una ricognizione tra due vittime della «società dello spettacolo»: Marilyn, appunto, definita «Rosa Bianca», e Elizabeth Short, la «Dalia Nera», uccisa nel gennaio 1947 a Hollywood e divenuta un caso di cronaca al centro, tra l’altro, del film Black Dahlia (2006) di Brian De Palma (a sua volta tratto dall’omonimo romanzo di James Ellroy). In una sorta di interrogatorio-dialogo tra le due sfortunate, a un certo punto Elizabeth – «Betty» – Short dice a proposito dell’amica Norma Jeane Baker (vero nome di Marilyn): «Odiose bugie raccontate su di me post mortem ma nessuna più odiosa di quella che non avessi un vero padre – ma solo un presunto padre come Norma Jeane, la cui madre pazza le mostrava le foto di Clark Gable – sussurrando all’orecchio della bambina Ecco tuo padre, Norma Jeane! Ma nessuno lo deve sapere – ancora.

Povera Norma Jeane! Una parte di lei credeva in quella follia, ecco perché era sempre alla ricerca di Papà. Ecco perché Norma Jeane cercando uomini come faceva commetteva brutti sbagli […]» (J.C. Oates, Dalia Nera & Rosa Bianca, in: Racconti di cinema, cit., pp. 24-25).

My Heart Belongs to Daddy canterà Marilyn nel film Facciamo l’amore (Let’s Make Love, 1960) di George Cukor, e Clark Gable, il re di Hollywood, era il Papà ideale per la povera Marilyn: lui che era un mito quando lei era bambina, sarà poi suo partner nell’ultimo film della carriera di entrambi: Gli spostati (The Misfits, 1961) di John Huston. Un film a cui l’attrice teneva molto, anche perché scritto dal marito Arthur Miller e diretto da un regista importante, con un ruolo più serio e meditativo dei soliti, a fianco di altri grandi interpreti come Montgomery Clift, Eli Wallach e Thelma Ritter. Ma su questo traguardo torneremo.

Soffermiamoci, invece su Clark Gable che un altro scrittore, questa volta in veste di testimone, racconta di aver sentito elogiare dall’amica Marilyn: Truman Capote. In un suo racconto-ricordo dedicato a un pomeriggio passato con la diva, il 28 aprile 1955, intitolato Una bellissima bambina, Capote fa dire a Marilyn (dopo che un passante l’ha riconosciuta e le ha chiesto l’autografo): «Anch’io un tempo chiedevo autografi. A volte li chiedo ancora. L’anno scorso c’era Clark Gable seduto accanto a me al Chasen’s, e l’ho pregato di firmarmi il tovagliolo» (T. Capote, Una bellissima bambina, in: Racconti di cinema, cit., p. 23).

Se possiamo dar credito alla testimonianza di Capote, Gable doveva essere davvero un mito per la giovane Marilyn, al punto di chiedergli, nel 1954 – ormai pure lei diva –, un autografo come fosse ancora la ragazza Norma Jeane in cerca di un Papà.

A questo punto si inserisce un ricordo personale di chi scrive quando, dodicenne, nel settembre 1975 lesse sul «Corriere dei Ragazzi» una storia gialla a fumetti dedicata proprio a Marilyn e Clark (Mino Milani, I grandi nel giallo. Marilyn Monroe, disegni di Toppi, «Corriere dei Ragazzi», n. 37, 14 settembre 1975, pp. 3-14). Era ambientata sul set di un film immaginario, diretto niente meno che da Alfred Hitchcock. Al quale, nella realtà, la Monroe non piaceva affatto, in quanto non corrispondente al suo ideale femminile di donna bionda, sì, ma glaciale, misteriosa, imprevedibile, laddove la nostra eroina possedeva una sensualità marcata sul suo corpo procace e nelle sue mosse sinuose.

Foto: (Ed Feingersh/Michael Ochs Archives/Getty Images)

CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE

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