MARILYN SUL NAVIGLIO

ALESSANDRO ZACCURI
Ogni tanto ci casco ancora: mi fermano per strada e non riesco a dire di no. Prima era come se non avessi scelta, da qualche tempo mi illudo invece di decidere io, a seconda delle circostanze. Oggi mi è successo sul Naviglio. L’uomo dimostrava qualche anno meno di me, era vestito in maniera informale ma non trasandata. Aveva un’aria simpatica e quindi pericolosissima, almeno per quanto riguarda la mia tendenziale arrendevolezza. L’avevo ormai superato, lui però mi ha richiamato indietro con una domanda innocua in apparenza e insidiosa nella sostanza: «Dutùr, lei è di Milano?». Sventuratamente ho risposto di sì, per quanto anch’io sia un milanese ciapà, o d’importazione, come ormai quasi tutti da queste parti. Tra me e me, ho stabilito che con mezzo secolo abbondante di residenza in città posso considerarmi pressoché autoctono, ragion per cui sono persuaso di non mentire, pur non dicendo tutta la verità, solo la verità e nient’altro che la verità. Se ci attenessimo a questo criterio, del resto, non ci sarebbe racconto, non esisterebbe la letteratura. Neanche il cinema esisterebbe.
Ho risposto di sì, sono tornato sui miei passi. L’uomo ha attaccato un prevedibile discorsetto sul fatto che a Milano c’è ancora qualche milanese, meno male che c’è, e di sicuro questi rari milanesi superstiti sono ben disposti verso gli onesti artisti ambulanti eccetera. Mi ha sventolato sotto il naso un ventaglio di stampe grossolane, che riprendevano con colori vistosi fotografie e fotogrammi celebri. Bene che fosse, erano copie dipinte in serie. Non escludo che fossero il risultato di qualche procedimento automatico. Ma ero tornato indietro, non potevo più sottrarmi. Ho scartato il ritratto del Tenente Colombo e mi sono concentrato su due diverse versioni del volto di Marilyn. Una era una specie di parodia dei multipli di Andy Warhol in una saturazione casuale, piatta, chiassosa. Chi sostiene che l’arte contemporanea non abbia nulla di originale dovrebbe fare il confronto tra questa copia della copia e la copia originale. Allora ho preso l’altra Marilyn, il solito scatto con la bocca dischiusa e lo sguardo assente. Si discostava pochissimo dalla fotografia che tutti ricordiamo, il vero sforzo di fantasia consisterebbe nel considerarla un’opera dell’ingegno. Ho allungato una banconota, incassato la mia razione di ringraziamenti esagerati e fatto sparire il quadretto nello zaino. Non era incorniciato, per fortuna, altrimenti mi sarebbe costato di più e non sarei riuscito a contrabbandarlo facilmente in casa.
Più tardi però ci ho ripensato. Di questo simulacro non me ne farò niente, in ogni caso. Lo terrò nascosto per un po’ e poi troverò un sistema per farlo sparire. Tanto valeva rassegnarmi allo pseudo-Warhol, no? Perché mi sono ostinato a preferire un’immagine a discapito dell’altra? La prima risposta è che la Marilyn ultrapop mi sembrava di una volgarità senza rimedio. Non per eventuali implicazioni erotiche (queste, purtroppo, le diamo per scontate), ma per la faciloneria che sprigionava. Maltrattato così, il viso di Marilyn diventa veramente res nullius, un’icona profanata, un contorno disabitato. L’altro volto, quello che ho sepolto sotto una pila di carte in un angolo della scrivania, non è di per sé migliore, ma ha il modesto vantaggio di un maggior anonimato. Non facciamola tanto complicata: vuoi Marilyn? Ecco Marilyn.
Il guaio è che io Marilyn non la voglio, non l’ho mai voluta. Sono del 1963, non sono mai riuscito a pensare a lei se non come a una donna morta prima che io nascessi. Neanche le circostanze della sua fine mi hanno mai appassionato. Che sia stata la Cia o la depressione o l’incompetenza di un medico poco mi importa e, in fondo, non fa alcuna differenza. È morta sola, da sola. In un modo o nell’altro, è morta di solitudine. Il famoso spezzone dell’Happy Birthday, Mr President mi ha sempre messo in imbarazzo, come quando vedi qualcuno che si consegna all’irrimediabile. L’unica scena in cui Marilyn mi risulta attraente è una di Quando la moglie è in vacanza. No, non quella della gonna alzata dal vento della metropolitana. A colpirmi, in realtà, non è neppure una scena, ma una battuta, con il gesto che l’accompagna. Il povero Tom Ewell è lì che cerca di farsi passare i bollori e d’improvviso sul soffitto del suo appartamento si apre una botola. Ciao, sono sgusciata giù, dice la ragazza che ancora impugna il martello e fa finta di servirsene per schiodare il passaggio. Vado a memoria, non me la sento di controllare, non voglio correre il rischio di restare deluso. Forse è merito del doppiaggio, non lo so. Ma in quel momento Marilyn è irresistibile.
Dopo di che, mi passa. Il melodramma di Niagara, i balletti di Gli uomini preferiscono le bionde o di Come sposare un milionario, l’industrioso ancheggiamento di A qualcuno piace caldo, l’esibita seduzione di Facciamo l’amore, che per me è il suo film più triste, probabilmente perché si capisce che Yves Montand la sa più lunga di quanto voglia far intendere. Inutile, non c’è più nulla che mi convinca. Bisognerebbe arrivare agli Spostati, bisognerebbe recuperare quel che resta di Something’s Got to Give per ritrovare qualcosa di quella grazia. Ma non ce la faccio, non ce la faccio mai. Mi vengono sempre in mente le sue fotografie d’inizio carriera, quando era più paffuta e impacciata, visibilmente tormentata da un desiderio di piacere che sarebbe diventato la sua maledizione. Di piacere, non di apparire. Di piacere per quello che poteva essere, non per quello che gli altri si intestardivano a guardare.
Insomma, ho le mie difese, che di solito mi proteggono dall’incantesimo. Ogni tanto però ci casco. Mi lascio prendere alla sprovvista, la guardo che scende dal piano di sopra e mi viene da sorriderle. Non chiedetemi il motivo. Non saprei come rispondere.
Foto: (Ed Feingersh/Michael Ochs Archives/Getty Images)
CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE Alessandro Zaccuri Endoxa luglio 2026 Marilyn Monroe
