ERA MEGLIO NON NASCERE? CONSIDERAZIONI SUL VALORE DELLA VITA

MAURIZIO BALISTRERI

 

Sorrow

Potevamo anche non nascere. È stato un puro caso se siamo venuti al mondo. Quel giorno, quando i nostri genitori si sono incontrati, le cose sarebbero potute andare diversamente. Per una ragione o per l’altra le loro strade potevano anche non incrociarsi: sarebbero potuti restare bloccati in ascensore, cadere e farsi male mentre andavano a prendere l’autobus o, a causa di un temporale improvviso, un incontro imprevisto, un incidente, uno sciopero dei mezzi, avrebbero potuto cambiare i loro programmi. Entrambi, poi, avrebbero potuto anticipare o posticipare la partenza per le vacanze, l’appuntamento di lavoro, l’incontro con un amico o la serata a teatro o al cinema: sarebbe stata sufficiente una piccola indecisione ed essi non si sarebbero conosciuti. Inoltre, poteva anche succedere che non si piacessero: che, cioè, pur incontrandosi, restassero indifferenti l’uno all’altro e non avessero più voglia di rivedersi. Il fidanzamento, poi, sarebbe potuto naufragare: avrebbero potuto scoprire di non essere fatti l’uno per l’altro, il lavoro avrebbe potuto portarli molto lontani oppure semplicemente si sarebbero potuti innamorare follemente di altre persone. Una volta sposati poi avrebbero potuto anche non fare l’amore il giorno in cui ci hanno concepito o quel giorno avrebbero potuto usare dei mezzi anticoncenzionali: avrebbero potuto ad esempio continuare a leggere il giornale o un romanzo appassionante o avrebbero potuto avere l’influenza e aver voglia solamente di dormire. Sembra difficile credere che la nostra vita sia il prodotto di così tante coincidenze. Eppure la nostra esistenza dipende non soltanto da quella dei nostri genitori ma anche dal fatto che essi si sono incontrati e ci hanno concepito nel momento in cui di fatto ci hanno concepito: in questo caso, piccoli cambiamenti temporali fanno la differenza perché determinano quale spermatozoo feconderà l’ovocita. Perciò, se il concepimento non fosse avvenuto a partire dallo spermatozoo  e dalla cellula uovo da cui – di fatto – abbiamo avuto origine, noi non saremmo nati e al nostro posto sarebbero venute al mondo altre persone con un codice genetico diverso. Insomma, le nostre probabilità di venire al mondo erano estremamente remote.

La domanda è: nascere è come vincere alla lotteria (cioè, una grandissima ed inaspettata fortuna) oppure è la più grande disgrazia o sventura che mai poteva capitarci? Negli ultimi decenni, e soprattutto con lo sviluppo dei metodi anticoncezionali e delle tecnologie riproduttive, la nascita è sempre più oggetto di scelta. Possiamo usare mezzi anticoncenzionali per avere rapporti sessuali più sicuri e per ridurre sensibilmente il rischio di avere una gravidanza indesiderata oppure un aborto. Nel caso in cui, poi, non riusciamo ad avere figli sessualmente possiamo ricorrere a tecnologie che permettono ai nostri spermatozoi di fecondare le cellule uovo o possiamo far ricorso agli spermatozoi di donatori e alle cellule uovo di donatrici. Inoltre, anche le donne che mancano dell’utero o hanno altri problemi scegliere di avere un figlio con l’aiuto di donne che portano avanti la gravidanza per loro. Tuttavia, è ancora molto diffusa l’idea che avere un figlio sia una delle cose più naturali e che, a parte poche eccezioni, avere un bambino sia sempre qualcosa di bello. Senza dubbio, se il bambino nasce con gravissimi problemi di salute o in una condizione incompatibile con la sopravvivenza, per lui sarebbe stato meglio non nascere. Ma se questi problemi non ci sono, la nascita appare un evento molto fortunato. Per altro, molto raramente si pensa che i genitori debbano offrire un qualche tipo di giustificazione morale quando scelgono di mettere al mondo un bambino. Possiamo domandarci, cioè, perché le persone stiano insieme senza riprodursi (una volta si poteva sospettare che lui fosse impotente o non fosse un vero uomo, oggi semplicemente si può pensare che dietro c’è qualche “problema” di infertilità): ci sembra ovvio, invece, che due persone che si amano vogliano avere un figlio.

Un tempo era la norma che con il matrimonio arrivassero, poi, anche i figli: oggi si può anche decidere di stare insieme – non importa se sposati o no – e non avere bambini, ma se ci sono anche i bambini non è detto che dietro ci sia una scelta ragionata. Pensate, ad esempio, alle ragazze madri: il fatto che molti adolescenti abbiano figli non è forse la prova più evidente che genitorialità e maturità non coincidano? Molte persone non pensano se desiderano avere un figlio: lo fanno e basta. Hanno rapporti sessuali, perché si vogliono bene, o perché sono attratti sessualmente: rimangono incinta ed a quel punto decidono di portare avanti la gravidanza. Non hanno bisogno, cioè, di farsi tante domande: in fondo la maggior parte delle coppie ha un bambino, per quale motivo – allora – essi non dovrebbero averlo? Altri, invece, desiderano avere un bambino soltanto per dimostrare che sono “grandi”: chi non è genitore, del resto, sembra una persona egoista o non ancora matura, perché soltanto gli adulti sono capaci di riprodursi e prendersi cura di un figlio. Con un figlio, pertanto, ci si può sentire finalmente un individuo adulto realizzato. Tuttavia, avere un figlio può essere può essere una scelta gravemente irresponsabile: ad esempio, si può non essere preparati a prendersi cura del bambino che nasce o non avere le competenze e le risorse per assicurargli un buon avvio alla vita. Inoltre, viviamo ormai su un pianeta sovrappopolato: la popolazione mondiale continua ogni anno ad aumentare e facciamo sempre più fatica ad immaginare come le generazioni future potranno ancora trovare le risorse necessarie per la sopravvivenza. Davanti ai nostri occhi si tratteggia sempre più uno scenario ripugnante: miliardi e miliardi di esseri umani con una vita appena degna di essere vissuta. Per affrontare la questione della crescita della popolazione mondiale qualcuno ha proposto di ridisegnare la natura umana con le tecniche di genome editing: l’idea è quella di fare in modo che le generazioni future siano molto più piccole (anche se forse più grandi rispetto ai Lillipuzziani del romanzo di Johnathan Swift: ne I Viaggi di Gulliver, gli abitanti di Lilliput sono esseri minuscoli, alti 15-20 centimentri). Esseri umani più piccoli, infatti, consumerebbero una quantità di risorse inferiore: allo stesso tempo, la piccolezza non verrebbe percepita come un deficit perché non ci sarebbero esseri umani che potrebbero vantare una dimensione diversa. C’è un modo però molto più semplice per evitare una drammatica crisi ecologica prodotta da un aumento incontrollato ed irresponsabile della popolazione mondiale: scegliere di non avere una prole, mettere al mondo meno bambini o condividere con altre persone che desiderano avere un figlio l’esperienza o scelta genitoriale (un’opzione è l’adozione a distanza ma in futuro potrebbe essere anche possibile per più persone avere un figlio biologico insieme a partire dalle loro cellule somatiche).

Secondo David Benatar, però, le persone che mettono al mondo un bambino sono irresponsabili anche perché espongono chi nasce al rischio di una vita infelice. Oggi c’è un ampio dibattito pubblico intorno alle nuove tecnologie di editing genetico. La speranza è che queste nuove tecnologie permettano di correggere il patrimonio genetico del nascituro e di prevenire la nascita di persone con gravi anomalie genetiche. Non soltanto potremmo essere in grado di evitare che le generazioni future nascano con terribili malattie ma potremmo anche essere capaci di potenziare il loro codice genetico e rendere più resistenti a qualsiasi patologia vogliamo immaginare. Anche però nel momento in cui saremo in grado di correggere e potenziare il patrimonio genetico delle generazioni future, chi verrà al mondo sarà, comunque, soggetto al rischio di avere una vita segnata da grandi afflizioni e sofferenze. Del resto, le nostre vite sono contrassegnate ogni giorno da esperienze negative: quello che accade intorno a noi e nella nostra esistenza ci procura dolore, sensi di colpa, vergogna, irritazione, rabbia, noia, ansietà, frustrazione, paura, tristezza. Le nostre speranze vengono frustrate, i nostri desideri restano inappagati e nel momento in cui riusciamo a realizzare quello che vogliamo, ci prefiggiamo nuovi obiettivi che consumano le nostre energie e le nostre forze per il resto della nostra vita. Il senso di smarrimento e di solitudine, poi, è una presenza costante che accompagna i nostri giorni e che avvertiamo soprattutto quando siamo con le altre persone. Naturalmente alcune persone possono avere un’esistenza più fortuna di altre: ma per miliardi di persone la vita non è altro che una somma di esperienze negative dove la felicità sembra nascondersi nei brevi momenti di assenza della sofferenze. Con l’avanzare dell’età, poi, le cose tendono anche a peggiorare: alle esperienze negative croniche si assommano malattie più gravi e disabilità che rendono sempre più difficile riuscire ad avere una vita veramente soddisfacente e piacevole. Ma non perdiamo soltanto la nostra capacità di controllare la nostra esistenza, perdiamo anche le persone a cui abbiamo voluto bene e che erano parte di noi: anche per questo la morte può sembrare il regalo più grande che possiamo ricevere.  È vero che nella nostra vita esistono anche i momenti e le esperienze di piacere: come ad esempio, mangiare un buon dolce, leggere un bel romanzo, appassionarsi a un bel film, innamorarsi, raggiungere un successo professionale inaspettato. Al momento però soltanto una piccolissima parte della popolazione mondiale può concedersi il lusso di queste esperienze che presuppongono il fatto di aver avuto la fortuna di poter soddisfare con successo i cosiddetti bisogni fondamentali (come, ad esempio, la fame e la sete, avere un tetto sotto cui dormire e uno spazio sociale accogliente e pronto a tutelare i nostri interessi in caso di infortunio). Anche se, però, qualsiasi persona in futuro potesse avere una vita migliore, questi piaceri potrebbero essere goduti soltanto al costo di una vita di sofferenza. Per questo motivo, afferma Benatar, chi sceglie di non avere un figlio risparmia alla persona, che altrimenti nascerebbe, una vita non degna di essere vissuta.

Negli ultimi decenni alcune persone hanno fatto causa ai genitori oppure ai medici per danno da procreazione: essi hanno sostenuto che per loro sarebbe stato meglio non nascere e che per il fatto di nascere essi hanno subito un danno inaccettabile. Possiamo naturalmente discutere se la nascita possa costituire un danno. Il problema non è tanto quello di trovare condizioni che rendano la vita invivibile: possiamo pensare a molteplici situazioni (da malattie di origine genetica a condizioni che sono il risultato di incidenti o di infortuni) che producono questo risultato. La questione è semplicemente che il danno sembra descrivere una situazione che per la persona è peggiore rispetto a quella che altrimenti avrebbe avuto. Ad esempio, il malvivente che mi porta via l’automobile mi arreca un danno, perché senza macchina posso avere più difficoltà ad andare a lavoro o a spostarmi. Ed, allo stesso modo, chi corrompe la commissione di un concorso pubblico mi danneggia, perché senza quest’atto io avrei avuto ottime possibilità di ottenere il posto. Nel caso, invece, della nascita non sembra proprio possibile parlare di un danno: se la persona in questione non fosse nata, ella semplicemente non sarebbe esistita (non c’è, pertanto, per quella persona un’alternativa veramente migliore!) Tuttavia, l’idea che si possa essere danneggiati soltanto quando si è posti in una condizione peggiore rispetto a quella precedente o comunque possibile è contro intuitiva. Immaginiamo ad esempio una persona che nottetempo venga aggredita e uccisa: essa subisce un danno anche se, morendo, non passa in una situazione peggiore. Dal momento che non c’è più non può trovarsi in una condizione migliore o peggiore. Se poi si può affermare che per una persona sarebbe stato meglio non nascere, allora venire al mondo non è per niente la cosa migliore che le poteva capitare: nascendo sarà costretta a sopportare una vita che altrimenti non avrebbe avuto. Nel casi di danno da procreazione, il danno viene contestato da persone venute al mondo con gravissimi menomazioni o disabilità e con una vita non degna di essere vissuta. Se l’analisi di David Benatar è corretta, la maggior parte di noi ha subito un danno. I nostri genitori volevano per noi una vita meravigliosa e piena di gioia e felicità, ma per noi la vita è soprattutto sofferenza e dolore con qualche momento piacevole.

Tuttavia, se la vita fosse veramente così terribile come Benatar ha cercato di dipingerla, il suicidio non sarebbe più una pratica marginale, ma un fenomeno molto diffuso, in quanto sarebbe un’impresa difficilissima resistere al peso ed alla fatica dell’esistenza. Ed invece non soltanto la maggior parte di noi desidera vivere fino alla fine (certo, se la vita diventa una fonte di sofferenze allora abbreviarla può essere giusto, ma finché è possibile vivere in salute o stare bene, noi vogliamo continuare a vivere), ma molti di noi sembrano giudicare la propria vita degna di essere vissuta e sono felici che i genitori abbiamo scelto di metterli al mondo e di prendersi cura di loro. È vero che non possiamo essere considerati giudici imparziali della nostra esistenza. Tendiamo a percepire e ricordare in modo selettivo soltanto gli aspetti più positivi delle nostre passate esperienze e tendiamo a dimenticare quelli negativi o problematici. Ma non sono soltanto le nostre valutazioni del passato che sono influenzate da un’irragionevole disposizione a selezionare soprattutto le cose migliori: anche le nostre aspettative e proiezioni verso il futuro risentono del nostro naturale ottimismo. Ci aspettiamo in maniera esagerata che il futuro ci riservi sorprese positive. Inoltre, abbiamo anche una naturale tendenza ad adattarci, per cui un evento negativo all’inizio peggiorerà la nostra vita, ma poi siamo in grado di riorganizzarci in questa nuova situazione ed a rimodulare le nostre speranze e desideri. In questo modo, anche se non è possibile ritornare allo stato di benessere originale, possiamo comunque trovarci in una condizione non lontana da quella precedente. Inoltre, la nostra tendenza a valutare positivamente la nostra vita dipende anche dal fatto che misuriamo la nostra felicità confrontandola con quella degli altri: il fatto che gli altri siano più infelici di noi, tende a renderci più felici (o, comunque, ci spinge a valutare la nostra esistenza in maniera più positiva di quanto dovremmo). Ed anche in questo caso, abbiamo valide ragioni per essere selettivi: ci sono, infatti, anche molte persone che stanno meglio di noi e che sembrano più felici, noi, però, rivolgiamo l’attenzione soprattutto ai più sfortunati, perché così stiamo meglio. Si tratta di un meccanismo utile dal punto di vista dell’evoluzione: esso non soltanto riduce in maniera anche molto significativa i tentativi di suicidio, ma permette anche la sopravvivenza della specie perché spinge le persone ad avere bambini. Se le persone fossero veramente capaci di prendere la realtà seriamente, esse sarebbero molto più portate al suicidio ed eviterebbero come possono di avere figli: una specie umana realista (o pessimista), cioè, non sarebbe capace di vivere a lungo. Alcuni secoli fa, il filosofo scozzese David Hume scriveva che l’intelletto quando agisce da solo e secondo i suoi principi generali, distrugge tutto se stesso e non lascia il minimo grado di evidenza a nessuna proposizione né in filosofia né nella vita quotidiana. Se consideriamo le cose razionalmente, spiegava Hume, non soltanto abbiamo legittime ragioni per dubitare delle relazioni di causa effetto, ma dovremmo mettere in dubbio anche l’esistenza del mondo esterno: ed anche quella di noi stessi (del resto, cosa siamo? Dove troviamo quell’impressione così chiara ed evidente di noi?). Noi ci salviamo da questo scetticismo totale soltanto grazie ai sentimenti e all’immaginazione: soltanto grazie ai sentimenti, il mondo intorno a noi riacquista senso e possiamo quindi ritornare a credere che la realtà esista davvero e non ci inganni. Ma potremmo estendere il discorso di Hume anche al valore ed al senso della vita. Se consideriamo le cose razionalmente, la vita sembra mancare di qualsiasi significato: la sofferenza sembra l’ingrediente comune di ogni vita – dall’inizio fino alla fine – e le gioie ed i piaceri che essa può dare non sembrano sufficienti a ripagare le sofferenze. Per fortuna, però, siamo capaci di guardare le cose non soltanto razionalmente: siamo capaci di rallegrarci per le piccole gioie dell’esistenza e vogliamo regalare le stesse gioie anche ai nostri figli e alle persone che un giorno abiteranno il pianeta. In questo modo forse ci inganniamo ma soltanto in questo modo possiamo evitare il rischio di segregarci dalla società e di torturarci il cervello con sottigliezze e sofismi, quando non possiamo nemmeno essere sicuri della ragionevolezza di tanta fatica.

In questo modo si spiega perché soltanto un numero molto piccolo di persone descrive se stesse come non troppo felici ed, invece, la maggior parte afferma di avere una vita felice o molto felice, che – in generale – è al di sopra della felicità media. Noi soffriamo della sindrome di Pollyanna: la condizione che viviamo non è per niente invidiabile, ma ci autoilludiamo e siamo capaci di guardare soltanto alle cose più positive. È grazie a questo stratagemma della natura che la vita può avere per noi un valore.

 

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