PERCHÉ ESSERE? VIE PER L’ANNULLAMENTO DEL SÉ

PEE GEE DANIEL

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“Io sono Colui che sono!” Questa la brillante tautologia con cui il roveto ardente se la cava alle prese con un Mosè giustamente sgomento, allorché quest’ultimo gli domanda a chi o a che cosa si trovi di fronte, nell’episodio della teofania sinaitica (Esodo, XXXIII, 17; Numeri, XII, 6-8).

Yaweh, per definizione, è, è sempre stato, sempre sarà. Facile (o forse necessario?) per lui gloriarsi della propria identità, condannato com’è dalla sua stessa natura suprema a un’esistenza increata e imperitura. Mai potrebbe venir meno, cessare di essere, annichilirsi (se non idealmente, qualora fosse soppiantato da nuovi dei, come accadde a suo tempo a Giove Padre, e al resto degli occupanti del pantheon greco-romano).

La questione cambia se si parla di quell’esistenza che a tutti i viventi, a un certo punto, il Padreterno si sarebbe benignato di trasmettere, benché nella versione raccorciata che ci è propria.

Al contrario di Lui, noi, esseri finiti, e perciò consapevolmente destinati a far comunque ritorno prima o poi in quella inesistenza che già ha preceduto le nostre nascite, spesso tentiamo di rifuggire in anticipo sul tempo quest’obbligo a esistere, a essere, a vivere che ci è toccato in sorte. Un obbligo che è prima di tutto l’obbligo di abitare, rivestire ovvero identificarsi con un io che ci viene spesso a noia, o in odio (e che invece è così orgogliosamente ribadito dal cespuglio in fiamme sul monte Sinai).

Alla domanda postagli a bruciapelo dal re Mida, cioè che cosa fosse meglio nella vita dell’uomo, il rancoroso Sileno, nel celebre aneddoto di Nietzsche, così rispondeva: “Genia miserevole ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mai mi incalzi a rivelarti ciò che per voi sarebbe quanto mai preferibile non sapere? Il meglio è per voi non essere mai nati, ma una volta nati la cosa migliore è morire immediatamente!” (La nascita della tragedia)

E allora? Cos’è meglio nella vita? Vivere anche a fatica per realizzarsi appieno o rinunciarci almeno un po’, facendo finta di niente, per dir così, come a voler far le prove generali per l’eterno riposo finale?

Essere, essere qualcuno, essere più specificamente me stesso, un individuo storico-empirico calato nella datità delle cose (per pura accidentalità, se ci si pensa spogli di ogni forma di provvidenzialismo) talora può farsi pesante, sino a spingere i soggetti più tristanzuoli a parodiare dimessamente l’autopresentazione del Dio veterotestamentario: “Io sono colui che sono ma che sarebbe anche potuto benissimo non essere mai stato…”

Ah, se solo il dannato spermatozoo che ero avesse sportivamente lasciato spazio a qualcun altro nella corsa alla fecondazione, quante afflizioni mi sarei risparmiato, sembra di sentir sospirare tra sé il malinconico.

L’Io, ossia l’essere nato in questa precisa forma e con questa precisa e distinta individualità, si può non di rado tramutare in una gabbia da cui la tanto agognata evasione, quando raggiunta, mostra quasi sempre un carattere provvisorio, difficilmente definitivo (se non nelle scelte più drastiche e irreversibili). E chi farebbe volentieri a meno delle proprie generalità e degli oneri ontologici a esse connessi, obliterandosi una volta per tutte in una imperturbabile nullità, finisce per ritrovarsi nelle patetiche condizioni di quel micio che, vinto dal panico, tenti di fuggire via dai mortaretti che una banda di teppisti gli abbia legato alla coda. Perché l’Io che con noi coincide e si/ci identifica ci segue ovunque andiamo (neppure nascondersi dietro un alias per rifarsi una vita nello Yucatan con passaporto falso tornerebbe in qualche modo utile, da questo punto di vista). L’Io, anzi, ci circonda, ci è agglutinato addosso, sin dal nostro sviluppo fetale, come un’invisibile placenta.

Quell’Io che è piena contezza di sé, che è una rigida responsabilizzazione della propria persona e degli atti che ne conseguono, che è obbligo di rispondere sempre “Sì, ci sono, eccomi qui, fate pure di me carne da cannone” a ogni appello proveniente da istituzioni, consanguinei, strutture superegoiche.

Noi siamo chiamati a essere h 24, 7 giorni su 7, proprio come il vecchio Yaweh, con l’unica, ma non trascurabile differenza che questo nostro esserci ha avuto una partenza e avrà una conclusione. Proprio in virtù di tali limiti talora ci assale il sospetto che vi siano modi per sfuggire all’incombenza di presenziare sempre e comunque alle nostre vite e a ciò che sta loro attorno.

Vien facile capire come di tanto in tanto un conato di autoannichilimento colga il vivente, nella ricerca, forse vana, di un affrancamento da tali costrizioni.

Essere incapsulati in questo Io talora asfissiante vuol dire inoltre partecipare, senza possibilità di rifiuto, a una segreta competizione per la supremazia degli uni sugli altri. Una costante ricerca di emergere al di sopra dei nostri simili e assicurarci in tal modo una sopravvivenza personale e presente, ma ancor più una permanenza ereditaria e futura: una coazione a scalzare l’altro ogni qual volta mi si offra l’opportunità.

Una gara cui siamo stati iscritti senza richiesta e che, nel suo svolgimento, può apparirci tutto d’un tratto stancante.

Ecco la snervante tirannia dell’Io cui tutti quanti siamo assoggettati, a meno che, per spossamento, non si sia tentati di perdersi in esperienze spersonalizzanti e deresponsabilizzanti che finiscano per rappresentare una sorta di cupio dissolvi alla portata dei più.

Come estrema conseguenza di questa tentata fuga da se stessi venne postulato il freudiano principio del Nirvana (Al di là del principio del piacere,1920), secondo il quale gli esseri viventi tacitamente anelano al ritorno al placido stato inorganico antecedente alla vita.

Tesi che Sigmund Freud, prima ancora di tematizzarla, aveva sommariamente esposto a un congresso di cattedratici viennesi, suscitandovi uno speciale clamore, diverso tuttavia da quello che il suo autore si sarebbe atteso: la platea di colleghi, già prevenuta in partenza verso il fondatore della recente dottrina psicanalitica, ricadde in un immediato sconcerto, che subito a seguire  si rovesciò in un boato di risa scomposte e schiamazzi di irrisione rivolti al relatore.

Eppure, di lì a un pugno d’anni, su strade poco distanti da quella sede congressuale una fiumana di persone si sarebbe riversata a perorare la nascente causa nazionalsocialista, ognuno di loro sciogliendosi dentro una folla indistinta, lungi da responsabilità personali e prese di posizione imputabili al singolo. Il che, in fondo, non appare forse come un tentativo di uscire da quell’Io pretenzioso, che ci vuole sempre moralmente individuabili, annullando il proprio sé nella somma dei tanti altri sé rappresentati dalla mischia circostante, non diversamente da un bicchiere d’acqua versato nell’oceano?

Se questa non è la radicale rinuncia all’essere predicata dalla pulsione di morte della scuola psicanalitica classica ne rappresenta forse un compromesso più alla mano, più comodo e imborghesito.

Ciò si verifica quando una volontà o intenzione isolata si diluiscono in un’orfica totalità. È allora che si eleva la folla, una bestiaccia impersonale, costituita dalla singolarità di chiunque ne faccia parte, però emendata dei sensi di colpa individuali: le inibizioni del singolo decadono tutte assieme per dare libero sfogo a una collettiva sfrontatezza che tutto investe e rovescia. La frustrazione del povero tapino si unisce e si somma a quella di tutti quanti gli altri, andando ad alimentare una creatura mostruosa priva di freni, che, forte di quella partecipazione plebiscitaria, si considera onnipotente e non giudicabile.

Tutto è consentito dentro una tale spersonalizzazione generale, giacché nessuno ha più colpe, se non la folla stessa, intesa nella sua globalità, che proprio per questo non è imputabile, in quanto non è nessuno in particolare. È fatta di troppi per poterli richiamare tutti all’ordine. L’uno diviene una parte del tutto, e come tale non ha più una coscienza o dei sensi di colpa cui rispondere, avendo consegnato questa e quelli alla logica del gruppo.

“L’individuo cederà tanto più volentieri in quanto che nella folla, essendo essa anonima, e di conseguenza irresponsabile, il sentimento della responsabilità che sempre trattiene gli individui, scompare completamente” ci conferma Gustave Le Bon nel primo capitolo del suo capitale saggio La psicologia delle folle (1895) – non per nulla il libro preferito da Benito Mussolini, che tendeva a usarne le argute disamine comportamentali come spunto demagogico, più che come mera descrizione psico-sociale -.

La massa in cui perdersi, abbandonando per quanto possibile ogni riferimento d’obbligo all’Io e alle sue implicazioni, non dev’essere peraltro intesa per forza di cose in senso politico: integrarsi nel pubblico di un concerto rock che richiami migliaia di persone, entrare in un club o clan o setta o gang di motociclisti che preveda la rinuncia di un proprio punto di vista in ossequio a regole indiscutibili dettate dall’alto, seguire una processione devozionale con la partecipe intonazione di giaculatorie e preci, intervenire a congressi motivazionali per venditori porta a porta sono tutte esperienze comunitarie che tendono a disciogliere il me nel voi, così da alleggerire quella pena a essere sempre presenti a noi stessi di cui parlavamo all’inizio.

Quanti altri modi o vie è possibile battere pur di perseguire l’annullamento, o affievolimento, del sé (quali piccoli anticipi sulla dissoluzione finale, e definitiva)?

Certe droghe d’abuso certamente possono contribuire a una severa perdita di coscienza.

Dissennarsi e smarrire almeno per un po’ il pieno contatto con se stessi e con la realtà esterna a noi inseguendo la fatina verde dell’assenzio o stordendosi con acidi e ketamina durante rave affollatissimi, svuotarsi temporaneamente di un’ingombrante interiorità in cambio di una spensieratezza fatua e più facilmente sopportabile. È peraltro ciò su cui già si fondavano gli ancestrali riti magici e religiosi a base di segale cornuta, peyote o toste sbevazzate di vino di un passato rurale, che si secolarizzano oggidì nei rituali metropolitani dei coca-party, nei fiumi di drink che scorrono nel week-end, nelle cerchie di adolescenti appollaiati sulle panchine del parco pubblico ad ammazzare il tempo passandosi un spinello ricco d’olio.

Il segreto scopo resta il medesimo: uscir fuori da noi stessi, annullarci e rasserenarci, anche per poco, sospesi in un non-essere che, pur non coincidendo propriamente con il nulla assoluto, è perlomeno un nulla di che.

Il rischio, a lungo andare, è però quello di deprivarci a tal punto di ciò che siamo, pensiamo, vogliamo da finire alla stregua delle protagoniste di certe notizie di cronaca che al risveglio da una notte brava si scoprono inconsapevoli vittime degli effetti disinibenti di qualche droga dello stupro…

Il campione del tentennamento tra l’obbligo di essere e la tentazione di annullarsi una volta per tutte è senz’altro Amleto. A tutti noi riecheggia nelle orecchie il noto monologo declamato dalle sue esangui, tremule labbra: “Essere o non essere? Questo è il dilemma…”

In altre parole: accettare di essere Io? Di essere Amleto? Ossia: acchiappare lo scettro e governare, difendere la propria madre dalle grinfie dello zio, vendicare il padre, convolare a giuste nozze con la svampita Ofelia. Viene dura per un animo spaurito e vacillante qual è il suo. La scorciatoia sarebbe scomparire, disattivarsi, non essere più, annichilirsi appunto. Anche lì però c’è prima di tutto da sconfiggere il naturale istinto di autroconservazione, che, per una povertà di spirito come la sua, è lo stesso non poca cosa…

Ma è nel prosieguo che il suo lamento acquista qui, per noi, un particolare interesse: “Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci riflettere.” (Atto III, scena I)

E che cos’è mai questo paventato “sogno di morte” cui accenna il pallido prence?

La questione è semplice e introduce un tema sino ad ora sottaciuto: il mezzo più rapido, per quanto irreparabile, di ovviare a tutte le penosità che ci impone la vita è quello di togliercela. Ma, fatto salvo che la maggior parte di noi (Amleto in testa) non viene assistita da una sufficiente dose di coraggio (o, forse, sarebbe meglio dire di incoscienza) per attuare un tale gesto, chi ci dice, specie per quelli tra noi animati da un qualche afflato confessionale, che ciò che ci attende oltre la morte non sia il prolungamento di consimili angustie?

Il buddhismo (che, in ultima analisi, risulta come una sorta di panteismo camuffato) quale ultimo stadio della raggiunta quiete ultraterrena indica per l’appunto quel Nirvana poi riadottato, come già vedevamo, dalla terminologia freudiana, che altro non è che il ritorno dell’uno al Tutto, o dell’individuo all’universo esistente, come a dire: il pieno e compiuto annullamento di quell’essere qualcuno spesso così fastidioso, riassorbito in definitiva da quel caos da cui un bel giorno sorse.

A ben guardare, anche l’approdo finale della teologia occidentale sfocia in qualcosa di non molto distante: il paradiso, che è invenzione cristiana, anzi, più correttamente, cristica (l’ebraismo non lo prevede: tutt’al più vi è presente una punizione oltremondana assegnata ai reprobi) in che cosa consiste al suo grado ultimo e più eccelso? Nella rosa dantesca (canto XXXII del Paradiso), ossia nella beatitudine arrecata dall’assoluta cancellazione di ogni traccia residua di una personalità nominativa o individuale, barattata con l’estatica, sublimante e acritica contemplazione del divino.

È come se anche i culti più propensi a infondere nei propri adepti la speranza in una vita migliore oltre la presente non possano che individuare nell’autoannullamento la vera pace, tanto faticosamente agognata durante l’esistenza terrestre. Si sta bene solo quando non si è più alcunché, paiono convenire tutti quanti.

L’istanza fondamentale della metafisica in tale contesto sembra trasformarsi in una disperata domanda retorica: “Perché esiste l’essere e non piuttosto il non essere?” cui qui starebbe bene un punto esclarrogativo finale  (‽) . Ci si potrebbe aggiungere a corollario un sospirato commento: “Meglio sarebbe non essere alcunché. Il nulla non patisce. Il nulla non spasima.”

Ma neanche si allieta, potrebbe subito controbattere l’ottimista. Ma neanche gode, potrebbe poi fargli eco il buontempone.

C’è un altro archetipo letterario che, al contrario del tergiversante principe danese, deciderà di essere nessuno. Per meglio dire, non un semplice signor nessuno, come a molti capita, bensì Nessuno con l’iniziale maiuscola. Si tratta ovviamente di Odisseo che, come noto, così si presenta al tontolone Polifemo. Ma non solo: per l’intera decennale rotta verso casa da approdo ad approdo molteplici volte ricorre all’espediente della smemoratezza di sé (precorrendo in tal modo quello che attualmente, in sede giuridica e secondo le regole della cosiddetta netiquette, viene definito “diritto all’oblio”).

Lungo tutto il viaggio il famoso Odisseo preferisce celare o scordarsi della propria invadente identità, quasi volesse rinunciarvi per sempre, come certi gangster cui preme liberarsi dal peso della vita precedente rifugiandosi in un anonimato piatto ma salvifico.

Così farà anche al ritorno alla petrosa Itaca, dove si spaccerà per un mendicante, riconosciuto nella sua vera essenza regale giusto dal vecchio cane, dall’anziana nutrice e da un porcaro. Sconfiggerà i pretendenti della consorte mantenendo le mentite spoglie. Solo all’ultimo cederà a quell’invincibile moto d’orgoglio che, per quanto ce la si metta tutta, vanifica ogni tentativo di spersonalizzazione per farci rientrare infine nella cara patria dell’Io: quando, proprio come un vecchio gangster, fa fuori tutti, ma lascia vivo un testimone, il poeta di corte, affinché costui si faccia cantore delle sue gloriose gesta, assicurando così a Odisseo una fama, presso il mondo e presso i posteri, che varchi gli angusti limiti della sua esistenza.

Insomma, dopo tanto dissimulare e viaggiare in incognito, la risposta fornita in ultimo dall’eroe itacese alla nostra domanda di partenza “Cos’è meglio nella vita?” va in controtendenza rispetto a quanto affermato sinora: già che ti tocca vivere – sembra suggerirci quella vecchia lenza – almeno vivitela alla grande! (E che possibilmente tutti lo vengano a sapere…)

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