BREVE RICOGNIZIONE SOPRA UN ALQUANTO SIGNIFICATIVO EPISODIO DI SOVERCHIA MISERICORDIA

PEE GEE DANIEL

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Nella pur commendevole volontà di venir incontro alle deficienze altrui, che tuttavia non si incorra nel peloso eccesso, ancor più minaccioso dell’handicap medesimo, di cui si fece protagonista quel medico militare alle prese con un reduce di guerra al quale era occorsa la perdita della vista per deflagrazione di una mina nemica posta troppo prossima alla sua persona.

Era già una mezzora sana che il clinico discorreva, all’interno di quella sua stanzetta ricavata ad uso ambulatoriale in una zona protetta dal fragore delle esercitazioni che ininterrottamente le ampie corti e le palestre integre al distretto ospitavano, elencando diligentemente, a buon pro del menomato, i tempi del decorso, le scarse cure applicabili, i rimborsi vitalizi eventualmente predisposti dalla previdenza pubblica a decoro di casi quali il presente; e intanto il suo imbarazzo montava, montava, sino a fargli la voce vagamente rotta e le guance imporporate da una leggera couperose (particolare, quest’ultimo, di cui l’unica altra anima a far numero, dentro il locale, chiaramente non si avvide).

Capitava infatti che il cieco di guerra, goffamente seduto al suo cospetto – a separarli un tavolo ingombro di incartamenti e oggetti, più o meno pertinenti al mestiere, contro cui il dottore ancorava i gomiti, le mani chiuse a dita intrecciate davanti alle sopracciglia – prestasse all’attenzione dell’ufficiale il profilo, guardando per così dire verso l’appendiabiti a muro inchiodato poco più in là (ma verso cui, per meglio esprimersi, puntava in realtà il lungo naso, affiancato da entrambi i lati dalle palle degli occhi ormai spente e rese niente più che un paio di grosse, inservibili biglie giallastre la cui superficie liquorosa veniva ostentando, a chi avesse lo stomaco di soffermarvi lo sguardo, le sue incancellabili lesioni a mo’ di tante medaglie di encomio messe in fila).

Dopo essersi visto costretto a parlare tutto quel tempo con gli occhi volti alla mal rasata guancia sinistra del paziente, che nel frattempo continuava a rivolgersi, a propria insaputa, verso un cappotto dal vecchio collo in pelliccia di coniglio e al vicino camice afflosciato contro il pomello dell’appendino, iniziando a provare una difficoltà crescente in cuor suo (una valvola cardiaca conservata – è pur vero! – nel pieno rispetto della più scrupolosa asepsi, ma bensì nient’affatto refrattaria a tenere nella giusta contezza l’altrui, giammai liquidabile, dignità); sinché, infine, levandosi quatto quatto dalla poltroncina e sgattaiolando, in un  lesto semicerchio disegnato mantenendosi quanto più rasente l’acutangolo formato dalle pareti, ben attento a operare il minor non dico rumore ma addirittura fruscio gli fosse possibile, non si compiacque di collocarsi esattamente faccia a faccia con il proprio interlocutore, così da potergli rivolgere il minimo delle buone maniere a cui qualunque brav’uomo ha pienamente diritto.

Considerava anzi che la gratuità di quella cortesia (che tanto più avrebbe conosciuto la sua buona riuscita quanto meno il beneficiario d’essa ne avesse ravvisato l’adempimento) le restituiva ancor più valore.

Affinché l’uomo, disposto penzoloni sopra lo sgabello da visite, non fosse turbato dall’avvertenza di un qualche spostamento, il medico si era per giunta ben guardato dall’interrompere la declamazione delle diagnosi, tentando per di più di rendere impercettibili i cambiamenti del tono di voce fisiologicamente connessi col furtivo movimento laterale del corpo.

Con sua meraviglia – gli era finalmente davanti in quel momento: occhi negli occhi, ovvero pupille dell’uno disposte all’indirizzo dell’umore bulbicolare di quell’altro – l’abbacinato reduce (un uomo grosso, costui, tardo nei movimenti, le mani larghe e callose, una stazza immane, resa tuttavia meno imponente da tutto quell’ingobbirsi e ciondolare proprio di un corpo affaticato), proprio sul più bello si voltò di scatto, tornando a porgere all’osservatore la larga guancia dalla tonsura mal eseguita, così tirata tra la radice del padiglione auricolare e l’angolo della bocca molle e sbiadita da risultare lucida in più punti, in altri bucata da qualche ciuffetto di mezzi peli duri alla vista e ritorti; mentre quell’affilato organo olfattivo in sua dotazione lo puntava bellamente nella direzione di un atlante anatomico appeso lì di fronte.

Il medico curante rimase sulle prime sconcertato, come il tale che non sappia penetrare sin nei dettagli l’evento che gli capita di vedere consumarsi in sua presenza. Poi, come ridestandosi di colpo dalla piccola trance stuporosa che l’aveva fin’allora trattenuto – la voce pacata e profonda, che aveva ciononostante perseverato, si può dire in automatica, nell’esporre all’interessato i vari particolari del lungo decorso cui questi sarebbe stato soggetto nel corso dei mesi a venire – be’, si riprese e decise, seguendo piuttosto un istinto che una consapevolezza fatta e finita, di tornar a sfidare quell’inspiegabile oltraggio.

Con lestezza pari a quella di poc’anzi si mosse verso sinistra, divaricando e rinserrando i piedi con il clic! preciso di un compasso; così facendo, si veniva a orientare nuovamente, dritto per dritto, con la vacua espressione del non vedente.

Passò un secondo, due prima che – supremo sgarbo! – l’eroico fante si desse un nuovo colpo di reni che lo spostava ulteriormente verso sinistra, di modo che il colonnello maggiore si ritrovava, suo malgrado, una volta ancora a esaminare quella gota che aveva ormai mandata a memoria.

La scena ripete se stessa una mezza dozzina di volte: il medico che spiegava a voce lenta e sommessa e, a un tempo, scartava di lato al fine di ricomporre un paritario vis-a-vis con quel muso di un orbo che poi in un amen gli si sarebbe sottratto.

Gira e gira e gira e gira… Sinché il meschino, deprivato del bene della vista dal vile congegno nemico, a forza di insistere a prillare in cima allo sgabelletto, non portò il sedile al punto di svitarsi definitivamente dal treppiede che lo sosteneva, cosicché, scoprendosi culo all’aria, e non essendo più sua prerogativa l’esercizio di un normale equilibrio delle membra, finì col capitombolare a ridosso del tappetino che si trovava ai suoi piedi, disteso sopra la maiolica. Non prima però di aver intercettato con la parte sommitaria di una meninge lo spigolo ad angolo vivo della scrivania al suo fianco, che gli si rivelò ancor più fatale di una baionettata crucca.

Non ci soffermeremo circa l’efferato prosieguo, che vedrebbe il gallonato discente d’Ippocrate – in preda alla più confusionaria balordaggine, causa: la piega repentinamente presa dalla situazione – prestare vano soccorso a un corpaccione ormai esanime che già andava peraltro inzuppando il brutto tappeto a moquette tramite un nutrito gettito dalla rutilante lucidità.

Ci basterà osservare che a detto trambusto si sarebbe potuto facilmente ovviare a condizione che il dottore, anziché privilegiare l’idealità di un ben vago principio di vicendevole rispetto umano, si fosse attenuto al prosastico brontolio delle carte, scorse le quali (i vari referti prodotti dalle scrupolose, benché cachigrafiche, mani di chi aveva previamente analizzato il caso in oggetto) fino in fondo, si sarebbe accorto per tempo della seconda prognosi, allegata al certificato principale di cecità permanente, testimoniante la conseguenza congiunta (medesima la causa) di una piena sordità acquisita, ai danni dell’orecchio destro, a seguito dell’irreversibile sfondamento del timpano, e la seminfermità altresì cronicizzata a discapito dell’apparato uditivo di manca, ancor capace, sì, di recepire i rumori e le voci, ma unicamente  quelli di essi commisurati alle frequenze sonore medio-alte e, comunque, solo a fronte di un penosissimo sforzo…

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