ALLA RICERCA DI UNA SOGGETTIVITÀ ANIMALE

ROBERTO MARCHESINI

 

narhinel
Immagine di Karin Andersen http://karinandersen.com/works.html

Parlare di soggettività animale è operazione apparentemente facile e scontata, intuitiva nel suo proporsi proiettivo, antropomorfico e simpatetico, dal momento che, quasi per moto spontaneo, riconosciamo la nostra natura animale e quindi la prossimità e l’applicabilità di un’attribuzione immedesimata. In realtà molte sono le ipoteche che rendono ardua l’impresa interpretativa nei suoi aspetti maggiormente esplicitati e gli ostacoli che occorre superare soprattutto allorché si cerchi di andare oltre l’intuitivo. L’antropomorfismo è giustificato, mosso peraltro da alcune propensioni dell’apparato cognitivo umano, e non del tutto sbagliato se interpretato come principio di comprensione delle condivisioni omologiche, o di eredità comune, e di quelle analogiche, o di espressione delle medesime pressioni selettive. Per tale motivo quando attribuiamo particolari stati emozionali a un cane o determinati stati cognitivi a uno scimpanzé, più che di umanizzazione dovremmo parlare di appartenenza predicativa.

Detto questo, è evidente che, se vogliamo fare emergere il carattere di soggettività, vale a dire quell’essere singolari, parziali, particolari, interessati, il cui contrario è proprio la condizione controlaterale di oggettività, dobbiamo inevitabilmente far emergere la declinazione specifica dell’animalità, in primis nei suoi connotati tassonomici, che definiscono il campo di virtualità dove si muove l’ontogenesi dell’identità individuale. Dobbiamo cioè chiederci, per esempio, cosa significhi essere mammifero, carnivoro, canide e infine cane, onde far emergere lo spazio di possibilità evolutive che rende possibile quella particolare soggettività. La tendenza all’antropomorfismo pertanto non aiuta, perché in un certo senso annichilisce questo spazio, in una concezione sterminata dell’ontogenesi, come se il soggetto potesse assumere qualunque forma, togliendogli pertanto il proprio declinativo. La soggettività, viceversa, non è totalmente riconducibile all’individualità, ma si realizza attraverso una sequenza di parzialità – o, se vogliamo, di eventi informativi singolari – che si dipanano lungo la filogenesi.

La soggettività è qualcosa che non ci riguarda pertanto in modo strettamente individuale, ma è un patrimonio dell’essere-animale che precede l’esperienza particolare di quel soggetto. La soggettività espressa dai gatti è differente da quella manifestata dai cani, al di là delle esperienze individuali ricevute dai singoli. Sbaglieremmo tuttavia a considerare il retaggio filogenetico e l’esperienza individuale come due contenuti disgiunti, giustapposti, complementari tra loro, ma come acqua e olio nel contenitore identitario. In realtà, l’innato è il materiale di costruzione per edificare l’esperienza individuale, cosicché possiamo affermare che l’identità di risulta non sia altro che una declinazione particolare dell’innato, che pertanto ricorda più un materiale da costruzione piuttosto che un edificio già definito. Ogni cane è pertanto una declinazione dell’essere-cane, una singolarità, unica e irripetibile, all’interno del campo virtuale specie specifico. La personalità animale, pertanto, si realizza non opponendosi all’appartenenza bensì declinando in modo singolare il frattale di appartenenza, giacché anche l’essere-cane è una declinazione dell’essere-canide e questa dell’essere carnivoro e poi mammifero e via via declinando le diverse caselle dell’albero tassonomico.

C’è peraltro da fare un’osservazione. Se per gli animali che ci sono vicini, intesi sotto il dettato darwiniano, come per esempio le antropomorfe, o prossimi, nel senso che ne abbiamo confidenza, e il cane e il gatto sono gli esempi più lampanti, il rischio di smarrire il principio di soggettività è riconducibile alla propensione antropomorfa, per quanto concerne gli animali lontani, per esempio gli insetti, la tentazione è sempre quella della reificazione o dell’alienazione, processi che portano alla de-soggettivizzazione, ma per un’altra strada. Sappiamo che l’essere umano soffre del bias prospettico, per cui tende a uniformare i predicati delle alterità: per esempio, per i greci, tutti gli altri popoli erano “oi barbaroi”. Questo significa che con facilità ripropone, anche se in altra veste, la dicotomia oppositiva – nella forma di: umano vs animale – costruendo, di fatto, una categoria controlaterale totalmente infondata. La de-soggettivizzazione oppositiva ha informato tutta la riflessione umanistica, con lo scopo di far emergere la specialità dell’umano attraverso lo sfondo non-umano, e per far questo si è avvalso della lontananza ovvero della distruzione della soggettività animale. L’esempio più conclamato è l’automa di Cartesio.

La lettura cartesiana dell’animale come macchina si avvale di elementi tautologici nascosti difficili da far emergere, è cioè una sorta di cassaforte epistemologica assai difficile da scassinare. Come primo aspetto è evidente che dichiarando il principio meccanicista senza tuttavia spiegare il tipo di meccanismo, ovvero la tipologia della macchina, fa una dichiarazione metafisica, che non si presta ad alcuna validazione di prassi. In altre parole, il meccanicismo sembra un paradigma scientifico, in realtà si basa su una formulazione teorica non falsificabile a-priori. Se, per esempio, dichiaro che l’animale è una macchina basata sulla meccanica di un orologio, poi qualcosa non torna, posso sempre affermare che però l’animale è assai più complesso; insomma, è una macchina che ancora non è dato all’essere umano comprendere o riprodurre. Dal momento che l’affermazione non può essere smentita perché passibile di continui spostamenti di struttura esplicativa, quando non addirittura di una petitio principii, è evidente che non risponde ad alcuno dei requisiti popperiani.

D’altro canto è evidente che ogni sistema vivente poggi su principi fisico-chimici e quindi, potremmo dire, funzioni sulla base di regimi meccanici, termodinamici, stechiometrici, cibernetici e informatici, solo per citarne alcuni, e tale osservanza sembra confermare il dettato cartesiano. Come sottolineato da Konrad Lorenz, non si tratta di negare il sostrato fisico-chimico dei sistemi viventi, quello che non è accettabile è ritenere il piano biologico totalmente sussumibile al sostrato; ossia, come affermato dall’etologo austriaco, affermare che un animale non sia altro che un fenomeno fisico-chimico. Voglio subito sgombrare il campo dal tentativo di superare l’impasse appellandomi a vitalismi o ad altre entità non materiali. L’analisi dei diversi fenomeni che regolano il vivente è centrale per comprenderne le caratteristiche espressive, ma è indispensabile ammettere differenti livelli o “piani di realtà” caratterizzati dall’emergenza o sopravvenienza di nuovi regimi predicativi.

Ogni rivoluzione tecnoscientifica sposta l’orizzonte esplicativo aggiungendo nuove leggi fisico-chimiche alla macchina animale, questo ci porta a veder rafforzata l’ipotesi cartesiana, ma si tratta di un errore prospettico. In realtà avviene proprio il contrario, vale a dire che acquisendo nuove conoscenze sui sistemi funzionali vigenti in natura, l’essere umano si trova a poter disporre di principi sempre più avanzati per costruire le proprie macchine. Non sono gli animali ad assomigliare alle nostre macchine, bensì sono le nostre competenze tecnoscientifiche in evoluzione a dotare le macchine di sempre nuovi regimi applicativi, scoperti indagando la complessità della natura. Tuttavia, pur obbedendo entrambi alle leggi fisico-chimiche, ma non potrebbe essere altrimenti, macchine e animali hanno principi ontici totalmente differenti e questo aspetto merita di essere indagato in modo approfondito, se non vogliamo arrivare a pensare che anche noi non siamo altro che macchine.

Quello che in propedeutica occorre saper riconoscere è l’evidente vizio tautologico del principio cartesiano, che non assume il fatto, se vogliamo inevitabile, che l’animale obbedisca alle leggi fisico-chimiche nel suo essere nel mondo, ma che sia una macchina. A ben vedere si tratta di due affermazioni non sovrapponibili. La macchina è uno strumento costruito in ossequio a principi fisico-chimici per rispondere a esigenze performative dell’essere umano; in tal senso non prevede una finalità implicita e richiede la presenza di un utilizzatore, ovvero si appoggia su un fornitore di finalità. Si tratta di una differenza che ha ispirato molti tentativi interpretativi che, a mio avviso, restano ancora sospesi in una sorta di nebbia epistemologica. La questione della soggettività, come emergenza rispetto al mero innesco di meccanismi casuali, per quanto complessi e caotici, si scontra con il principio motivazionale, che lascia l’espressione animale in una condizione di apertura proposizionale che rende di fatto l’individuo protagonista nel suo agire. Potremmo discutere sulla natura di questa proiezione finalistica dell’animale – nel Novecento si è assunto il principio teleonomico, una sorta di algoritmo filogenetico, per sottrarre all’animale qualunque residuo teleologico, ma con uno scarso successo – certa è l’evidenza di un direzionamento implicito dell’animale, che utilizza i propri regimi fisico-chimici per muoversi in una realtà che gli chiede una precisa titolarità di sistema. L’animalità è singolarità decisionale e valutativa: è creatività.

Non si mette in dubbio l’informazione organizzativa del sistema, proveniente peraltro da una pluralità di fonti – genetiche, epigenetiche, ambientali, sociali, esperienziali o quant’altro – nonché l’obbedienza di questo sistema a regole di sviluppo, a priorità fisiologiche, alla sovraintendenza del sistema edonico, alle componenti disposizionali messe a punto dalla filogenesi, ai condizionamenti acquisiti, etc… bensì occorre chiedersi se detto sistema agisca in coerenza con tali principi o sia totalmente passivo al loro dettato. Nel primo caso potremmo dire che, per quanto basate su coordinate meccaniciste, queste non esauriscano l’ontologia animale, vale a dire che vi sia un’eccedenza capace di trascenderle. Ovviamente si tratterebbe di una trascendenza relativa e di un’eccedenza immanente, ovvero non attribuibile a un’anima o altro che sfugga al dominio del tellurico. Potremmo dire che l’animale, e più in generale la vita, per quanto appoggiata o radicata nelle leggi fisico-chimiche, poggi su un diverso piano di realtà, ovvero sia emergenziale rispetto a quello che regola l’universo abiotico. Ci troveremmo cioè di fronte a un panorama di enti e di regimi non sussumibili, per quanto basati, alle regole fisico-chimiche. Come suggerisce Lorenz: «questo livello superiore possiede delle leggi che gli sono proprie e che esprimono una maggiore complessità». Tra gli aspetti emergenziali manifestati ricorderò il principio di titolarità e quello di trascendenza relativa.

Quando parlo di titolarità dell’essere animale intendo dire che tutte le sue dotazioni, siano esse innate o apprese – vale a dire gli istinti, i pattern che costruisce nella filiera ontogenetica, i riflessi condizionati che apprende e che regolano alcuni flussi di risposta o di predizione, le conoscenze che si forma e molto altro dell’informazione singolarmente acquisita – non vanno considerati degli automatismi. Le dotazioni non muovono, come fili, l’animale burattino, ma ricordano degli strumenti, per esempio dei passepartout o delle mappe, che definiscono una pluralità di funzioni e una pluralità di applicazioni funzionali. Questo significa – ed è importante sottolinearlo – che è il soggetto a utilizzarle e non queste a dirigerlo. Potremmo dire altrimenti questo principio affermando che le dotazioni da sole non sono esaustive nel definire il comportamento animale, ma bisogna ammettere un’eccedenza. Ipotizziamo che l’espressione sia un prodotto artigianale che esce da un’officina: ammettere la natura strumentale delle dotazioni significa assumere la presenza di una sorta di artigiano che utilizza i propri strumenti, le dotazioni per l’appunto, per compiere i prodotti espressivi. L’artigiano rappresenta quel principio di titolarità che non fa collassare il comportamento animale nella mera espressione delle dotazioni.

Per comprendere il predicato di soggettività è indispensabile chiarire e ammettere un principio di titolarità, in caso contrario il comportamento discenderebbe in modo diretto dall’innesco delle dotazioni. La critica al paradigma cartesiano si annida perciò nella modellizzazione delle dotazioni comportamentali, mettendo sotto critica il modello di automatismo. Esiste soggettività se vi è spazio di arbitrio e questo spazio è presente se e solo se la dotazione non è esaustiva nell’esplicazione del comportamento. Ma questo è possibile se nella dotazione non vi è corrispondenza implicativa tra la struttura (ciò che è) e la funzione (ciò che fa), dal momento che ogni dotazione prevede una pluralità funzionale. A questo punto è indispensabile chiedersi se lo slittamento nella modellizzazione è compatibile rispetto a quanto si rileva e secondo i canoni di base. Direi che esistono tre motivi di base per preferirla: i) perché è molto più parsimoniosa in termini esplicativi; ii) perché unifica i diversi modelli esplicativi oggi utilizzati per spiegare innato, appreso e alte funzioni cognitive; iii) perché molto più aderente rispetto alle sfide che un animale deve superare.

Per quanto concerne il punto “i” va detto che il modello “strumento” rispetto a quello basato sull’automatismo consente un risparmio in termini dotazionali non indifferente, comprensibile se paragoniamo la parsimonia di una mappa rispetto a una moltitudine di itinerari prefissati. L’interpretazione basata su automatismi impegna, infatti, il sistema ad avere tante dotazioni quanti sono i problemi espressivi, con una ridondanza esplicativa semplice solo in apparenza. Per quanto concerne il punto “ii” si ritiene assolutamente incongrua l’assunzione di tre meccanismi causali – quello pulsionale per l’innato, quello retroattivo per l’apprendimento e infine quello elaborativo per le funzioni cognitive complesse – giacché la modellizzazione per schema consente di fornire un’unica spiegazione a ciò che, in fondo, è il medesimo processo, vale a dire il comportamento animale. Infine, con il punto “iii” è fondamentale significare la necessità di fornire alla dotazioni margini di flessibilità operativa e potenziali di cooptazione funzionale, giacché chiamata ad affrontare la singolarità del reale, vale a dire il fatto che le situazioni che l’animale incontra sono al limite simili tra loro ma mai e poi mai identiche, tali cioè da essere affrontate con automatismi.

Assumere tuttavia un’eccedenza rispetto alle dotazioni richiede di affrontare il tema della soggettività e della personalità, ovvero della singolarità non solo dell’identità individuale ma del modo di affrontare il qui e ora. Come ho detto, la dotazione pensata come strumento implica una titolarità, vale a dire un principio soggettivo di utilizzo che richiede una spiegazione eccedente rispetto alla pretesa di esaustività esplicativa delle dotazioni e questa operazione non è di facile portata. Si tratta di comprendere i termini di questa titolarità e di primo acchito saremmo portati a cercarne: 1) una collocazione, ossia dove si nasconde il soggetto; 2) una figurazione, ricadendo nell’immagine dell’omuncolo; 3) una simbologia capace di illuminarne i connotati, la più usata è quella di occhio interiore o della mente; 4) una metastruttura funzionale, con la coscienza in vetta ai possibili aspiranti più accreditati. Non credo che queste strade siano di effettiva utilità per comprendere la titolarità del soggetto sulle sue dotazioni. Non vi è dubbio che anche l’assunzione di una titolarità sia un principio metafisico, esattamente come il macchinomorfismo assoluto di Cartesio, e come tale difficilmente esauribile in termini descrittivo-esplicativi.

Una possibile chiave interpretativa può essere quella di considerare le dotazioni attraverso una sorta di duplicità focale: i) da una parte esse rappresentano lo specifico funzionale, anche se basato su una virtualità performativa a disposizione del soggetto; ii) dall’altra, nel loro insieme, esse partecipano al sistema e danno luogo in modo emergenziale a un piano sopravveniente, ove per esempio proprio la pluralità delle istanze produce un’apertura o libertà decisionale del sistema. Per contro, è evidente che la soggettività non è riconducibile alle mere dotazioni del soggetto – le si chiamino istinti, conoscenze, condizionamenti, poco importa – poiché l’espressione è prima di tutto un’espansione dell’individuo nel mondo, un languore che è prima di tutto disposizionale e manifestazione in interezza dell’essere un corpo. A ogni buon conto, se il paradigma di soggettività merita, come io credo, di essere indagato e approfondito con ulteriori considerazioni e riflessioni, è indispensabile altresì essere in grado di superare le spiegazioni che già in passato ci hanno condotto fuori strada.

Non credo che la soggettività sia collocabile in una parte del corpo o sia attribuibile a un certo organo, altrimenti ricadremmo nella regressione all’infinito dell’omuncolo e nel ripetersi frattalico di dicotomie. L’animalità si esplicita nel suo essere un corpo e non nell’illusione di possedere un corpo. Anche la coscienza non aiuta questa investigazione sulla soggettività giacche siamo coscienti perché soggettivi e non il contrario. Se la coscienza ha una natura intenzionale, ossia è una presa in carico di qualcosa, un riferirsi a un contenuto, diviene evidente che una macchina potrebbe essere solo cosciente della propria non soggettività ovvero dei suoi meccanismi e non di qualcosa che non sia già presente nell’oscurità dell’implicitazione. Allo stesso modo non aiuta l’immagine dell’occhio interiore o della mente, che indica chiarezza, direzionalità, razionalità, coerenza, univocità, quando al contrario la soggettività è parzialità, infedeltà, confusione, pluralità, irrazionalità.

Indubbiamente il principio di titolarità richiede approfondimenti, ma una cosa è certa: se le dotazioni da sole fossero in grado di spiegare in modo esaustivo il comportamento animale, non avrebbe alcun senso parlare di soggettività. In realtà vi è una ragione capitale per sostenere il modello a schema funzionale della dotazione, che nella pluralità performativa assume la conformazione di strumento e non di automatismo. Il suo principio sta nel principio della singolarità del reale e del bisogno adattativo e correlativo dell’ontologia animale. L’essere animale è una continua peregrinazione attraverso il mondo, un diuturno chiacchierare con il mondo: potremmo dire che il dominio animale si esprime in primis nell’essere peripatetico. Di qui, il bisogno di adeguare continuamente il suo stato interno rispetto alle fluttuazioni del reale. Se ogni situazione non si ripete mai allo stesso modo, all’animale si richiede un utilizzo flessibile delle dotazioni per togliere l’individuo da una condizione di scacco, ma ciò non potrebbe avvenire se fosse provvisto di automatismi.

Inoltre possedere una mappa al posto di un panel di itinerari prefissati e deterministici è utile allorché si affrontano situazioni complesse che presentano flussi caotici che l’individuo deve gestire calibrando la propria operatività ma altresì la propria capacità valutativa. Anche in informatica si è visto come l’esplosione combinatoria di alcune situazioni, per esempio il gioco degli scacchi, non permettesse la costruzione di un software basato su algoritmi, ma richiedesse di avvalersi di euristiche. Il modello a domino del chaining o quello psicoidraulico non reggono la complessità delle situazioni problematiche, come a suo tempo già rilevato anche da Lashley e da Tolman. Un modello a schema prevede inoltre dei percorsi prevalenti, delle scorciatoie, delle vicarianze, delle virtualità, delle degeneranze, delle ridondanze a utilizzo cooptativo, e tutto questo è fondamentale per affrontare le situazioni complesse.

D’altro canto è evidente che un modello a schema non può dar luogo a una consequenzialità diretta tra input e output, non è cioè esaustivo in termini esplicativi, perché prevede un’eccedenza. Una macchina non ha eccedenze, perché nasce per servire fedelmente direttrici teleologiche a lei esterne, che pertanto agiscono sull’utility: pensiamo al software “word”, per scrivere un testo non implicato nel programma. La macchina è solo uno strumento, per cui potremmo emendare Cartesio affermando che non sia l’animale una macchina, bensì le sue dotazioni. Ma c’è un’ulteriore differenza. Le macchine costruite dall’essere umano hanno ridotto drasticamente gran parte dei flussi caotici al loro interno, in modo tale da rendere deterministiche, o su standard precisi di determinazione, le loro funzioni. L’essere animale contempla diverse tipologie di strumenti, alcuni possono ricordare le scorciatoie performative, le euristiche utilizzate nei giochi elettronici, altri hanno una forte componente caotica. L’animale pertanto non solo non è una macchina – perché, come si è detto, utilizza i suoi strumenti e non è mosso da loro – ma altresì presenta dotazioni funzionali solo in parte riconducibili alle macchine che l’essere umano è solito costruire per potenziare le proprie performativita sul mondo.

Quando parliamo di meccanismo performativo implicitiamo una sorta di totale predittibilità del sistema evenienziale, ci poniamo cioè nei suoi conversi quasi fossimo il demone laplaciano. Tuttavia anche le dotazioni nell’animale presentano caratteri di complessità espressiva e flussi caotici che allontanano l’individuo dal determinismo applicativo. Ecco allora che la macchina animale si rende sempre più elusiva ai nostri occhi, cosicché in genere non si può mai dire il prodotto funzionale che una particolare dotazione dia luogo, a causa del carattere soggettivo dell’utilizzo e del connotato di complessità della dotazione stessa. Parlare di titolarità significa ammettere un piano sopravveniente che dà luogo a un’unità sistemica, ove si vengono a perdere i caratteri specifici di ogni singola parte. Possiamo dire che vi è titolarità perché l’animale assume una configurazione indivisibile, diviene una singolarità biografica: non è più un assemblato di parti ma un’entità che ha una propria dimensione.

C’è infine un aspetto che merita la nostra attenzione quando parliamo di animali, qualcosa che riveste un’importanza capitale nel definire il carattere di soggettività. L’essere un corpo dell’animale vuol dire essere mosso dal desiderio, emergere dal fondale degli accadimenti privi di volontà perché immersi in una dimensione desiderante. La personalità animale, prima ancora d’essere competenza valutativa, pianificativa, operativa, decisionale, prima cioè di mostrarci l’altissimo livello di correlazione alle sfide ambientali, ci mostra un languore che si estende in tutti i comparti dell’espressione animale. L’animalità è prima di tutto desiderio, inquietudine, non equilibrio, continua tensione verso un altrove. E in questo ci riconosciamo animali in mezzo a un universo animale. Il desiderio, che si vesta di gioco, di esplorazione, di volontà di potenza, di competizione, di amore parentale, o quant’altro si appalesa a noi, crea un con-sentire, un ritrovarsi o un riconoscersi all’interno della condizione animale. La personalità animale sta in questo essere-desiderante, questa continua trascendenza o tensione ad oltrepassare la condizione in cui ci si trova. E il desiderio è un motore che crea il movimento, è una copula che oltrepassa il retaggio e continuamente crea una nuova identità, è il principio dell’azione, il verbo predicativo che può appagarsi solo per un attimo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...