LA SCIENZA DEGLI IDIOTI

scientism-560x315-e1544828045761FRANCO FERRANT

C’è un aggettivo che in italiano viene spesso usato in modo singolare, vale a dire l’aggettivo “singolare”.

Il quale non va, dunque, ad indicare puramente la proprietà dell’uno, ma trova implicita in questa unicità una certa stranezza. Infatti, in ogni vocabolario, i sinonimi che vengono accostati a “singolare” sono “insolito. raro, bizzarro”. Sembra scontato, nel senso comune, che la condizione dell’unicità porti in sé un’inevitabile stravaganza. Tanto che l’aggettivo “singolare”, nel senso di “strano”, viene paradossalmente usato, talvolta addirittura al plurale, anche ad indicare proprietà collettive di gruppi di individui

Ciò è ovviamente di grande aiuto all’autostima individuale, in una civiltà ormai rassegnata a pensarsi come civiltà di massa; serve da protezione contro l’insignificanza dell’esistenza singola e il rischio dell’omologazione coatta.

Però la rivendicazione della particolarità può avere anche risvolti fastidiosi, particolarmente quando ad essa si associ una certa sofferenza;  quando, cioè, alla nostra unicità, che in fondo è anche la nostra stranezza, risulti intollerabile la normalità statistica degli altri.

È il caso delle idiosincrasie, che, anche al di fuori di un ambito strettamente medico, e della casistica, a volte tragica, delle reazioni allergiche e anafilattiche, esprimono la nostra propria individuale insofferenza verso cose che, apparentemente, per gli altri non sono dannose.

Vi è una dose di artisticità nelle idiosincrasie, una specie di poesia dell’esistenza concreta, una rivendicazione dell’attualità del presente, liberata dalla dittatura della specie e dalla biologia astratta delle tassonomie.

L’idiosincrasia, come repulsione e rigetto, è pura resistenza contro il dato, cotto e mangiato. Sarà anche per questo che in linguistica l’idiosincrasia non descrive l’intolleranza, a volte più noiosa della pedissequità, quanto piuttosto la creatività. In linguistica essa è legata al singolo atto di “parole”, trasgressivo rispetto alla norma linguistica immanente, ma proprio per questo creativo e innovativo.

Del resto la radice greca “idio-” è di uso comune in linguistica. Significa letteralmente “che sta a parte, da sé” “che riguarda singoli individui”. La troviamo in termini come “idioma” e “idioletto”. L’idioma è l’espressione linguistica particolare di un territorio o di un gruppo etnico. Può essere una lingua nazionale, ma anche un dialetto o qualunque parlata caratteristica di una comunità storico-sociale.

Il termine “idioletto” , usato in senso tecnico,  restringe il campo: sarebbe, infatti, la peculiarità d’uso di ogni singolo parlante del sistema linguistico di una comunità. In altre parole, la marca individuale di utilizzo di un idioma.

Ma io sono interessato alla radice “idio-”, anche e soprattutto in un più largo contesto. Fino a un certo punto, nonostante certe reazioni di avversione istintiva, che si potrebbero anche considerare normali, da parte della maggioranza silenziosa, nei confronti degli idiosincratici metaforici, vissuti come snob schifiltosi e rompiballe, penso che  l’idiosincratico sia visto da molti con simpatia.

Anzi, resto intimamente convinto che l’idiosincrasia emotiva sventoli il vessillo della libertà.

Ma ancor più interessante è, oggi, lo specifico ruolo che la radice “idio-” gioca nel termine “idiota”.

Con questo termine “idiòtes” nel mondo greco si indicava il privato cittadino che non ricopriva cariche pubbliche. Il fatto che, nel corso del tempo, sia diventato quasi sinonimo di “deficiente” indica, innanzitutto, in quale alta considerazione i greci tenessero la politica, l’impegno di gestione della polis. E poi sembra anche suggerire implicitamente che la prospettiva del singolo privato cittadino, per quanto illustre, rischia, proprio per l’ ovvia ristrettezza dell’angolo visuale, la grossolanità.

Naturalmente anche in questo caso non è necessario che l’“idiòtes” sia il singolo, ma il concetto può essere esteso ad indicare, più in generale, prospettive, angoli visuali particolari, o modelli interpretativi condivisi da interi gruppi o categorie di individui.

Proprio di questo vorrei trattare brevemente.

Mi rendo altresì conto che usare questo termine in italiano, invece che nella sua originaria veste greca, potrebbe risultare insultante.

Ma anche su questo molti paladini del politically correct e del linguaggio non-ostile hanno sparso più nebbia che enlightenment.

Ricordo, ad esempio, che all’University College Dublin, dove ferve una vivace e autonoma attività studentesca, con circoli di indirizzo che organizzano dibattiti tematici ed invitano personalità di rilievo a confrontarsi su temi caldi, non mancavano mai proposte provocatorie.

Una di queste, che mi incuriosì molto, ipotizzava la legittimità dell’insulto, in nome della difesa della libertà di parola. Non ho approfondito la cosa, ma lo stesso fatto di porsi il problema mi sembrava già rilevante.

Al di là della calunnia o del bullismo o dell’aggressione verbale programmata, tutte cose legalmente perseguibili,  ancora oggi non sono sicuro che l’insulto debba essere considerato un tabù. Io, ad esempio, non mi sento particolarmente lacerato nel mio amor proprio da un insulto.

Ad ogni buon conto, specifico che in questo contesto l’aggettivo “idiota” è usato in senso etimologico.

Vi è un genere di idiozia particolarmente diffusa nel mondo contemporaneo e particolarmente pericolosa, legata alla mistificazione e all’uso equivoco del concetto di scienza.

Lasciando da parte le scienze formali, come logica matematica e geometria, che, per la loro natura assiomatica, conferiscono verità universali e necessarie, l’unica scienza naturale rigorosa oggi è la fisica (comprendendo ormai anche la chimica). Non fornisce verità universali e necessarie, ma non è disposta ad accettare conclusioni falsificabili o a compromettersi con le eccezioni.

Poi ci sono tutti gli altri ambiti di ricerca e conoscenza, naturali e umane, ognuna con i propri modelli di indagine, i propri indirizzi, le proprie metodologie di verifica.

Tutti questi indirizzi sono validi ed ognuno di loro ha una sua utilità e un suo ambito di applicazione.

E possono, a buon diritto,  chiamarsi scienze, ma quello che non debbono fare è giocare sull’equivoco. Alcune di loro si servono dell’apporto ausiliario delle scienze formali e della fisica, ma la loro attendibilità o è statistica o è condizionale e, soprattutto, non fornisce parametri sicuri di falsificabilità.

Nel momento in cui surrettiziamente tendono a usurpare lo statuto delle scienze formali o fisiche stanno implicitamente barando.

La questione si complica quando questa pretesa si combina con la sindrome dell’idiota.

È inevitabile che a un giocatore di poker professionista la vita sembri, un po’ tutta, una mano di poker o che a un commerciante al dettaglio situazioni di vita reale ricordino dinamiche di negozio o strategie di vendita o che a un dietologo risultino lampanti i benefici di una buona digestione e assimilazione dei nutrienti, ma nessuno di loro avanzerà la pretesa di spiegare tutta la vita nelle sue complesse manifestazioni come una partita di poker o una transazione soddisfacente o una buona digestione e, soprattutto, nessuno di questi “privati cittadini” rivendicherà il diritto di guidare la politica.

Invece oggi ci sono molti idioti in molti centri di ricerca ed elaborazione in tutto il mondo che avanzano spudoratamente tali pretese e rivendicazioni.

L’obiettivo è assolutizzare il contenuto di verità delle loro asserzioni e dimostrare l’inconsistenza e inutilità di altri approcci. In particolare è inquietante quando l’obiettivo delle loro incursioni diventa non solo l’arte, o la religione, o la filosofia, ma anche e soprattutto la politica.

Ci sono essenzialmente tre ambiti nei quali gli idioti imperversano: economia, medicina e genetica, condizionando gran parte della logistica e dei finanziamenti delle università a sostegno delle loro pretese.

In economia la tendenza è spacciare per leggi naturali quelle che sono prassi condizionali, finalizzate all’acquisizione di un vantaggio. Oltre a tutto, sottoposte a variabili marcatamente aleatorie. Le leggi economiche sono “leggi” più in senso giuridico che in senso fisico. Ma il capitalismo trionfante, particolarmente nella sua declinazione finanziaria globale, ne ha fatto un sistema dogmatico, con profusione di spregiudicato abuso di strumenti matematici fuori contesto.  E, a ruota, nelle scuole di questa nuova religione,  pretesa scienza esatta, fioriscono i catechismi più bizzarri, tipo “economia comportamentale”, “neurofinanza” ed altre facezie del genere.

Probabilmente non c’è concetto più mistificato del PIL, generalmente  trattato invece come una grandezza fisica. Naturalmente in questo ambito gli idioti sono altamente perniciosi per l’interesse comune ma ossimoricamente intelligenti per il proprio,  anche e soprattutto quando, scomodando la teoria dei giochi,  si sforzano di spiegare che è nella natura delle strategie competitive trovare un punto di equilibrio, con buona pace di tutti.

In medicina vi sono due irresistibili tendenze idiotiche. La prima ha per protagonisti medici che, fin dall’inizio, o a un certo punto del loro iter professionale, rendendosi conto di non aver mai veramente avuto intenzione di esercitare la professione, hanno cercato qualche via di fuga, che non li rendesse dei reietti, ma che, almeno in parte, si armonizzasse con la loro situazione di fatto. La più battuta di queste vie è rivelare al mondo i misteri medici sottostanti a tutte le altre attività umane, in primis quelle artistiche o filosofiche.

E naturalmente, per lustrarsi con il lustro altrui, le indagini devono riguardare i maestri riconosciuti della storia spirituale dell’umanità.  Fioriscono in tal modo le diagnosi a posteriori, le autopsie in assenza di cadavere, le anamnesi delineate su indizi.

Dunque Dante ha scritto la commedia in trance ipnotica perché sofferente di narcolessia.

Michelangelo era tormentato dall’osteoartrosi degenerativa.

La filosofia di Leopardi deve molto alla spondilite.

L’afflato romantico di Schubert e Schumann era in qualche modo in relazione con la sifilide, così come le note tenebrose dei Capricci di Goya e dei suoi Disastri della guerra, il nichilismo di Nietzsche e il suicidio metafisico di Michelstaedter.

La pennellata di Van Gogh testimonia l’epilessia del lobo temporale (patologia di elezione anche per scrittori come Poe, Lewis Carrol e Dostoevskj) e la sua notte stellata non è che la trasposizione pittorica degli effetti ottici causatigli dalla digitale che prendeva per curarla.

E così via.

La seconda tendenza porta avanti un progetto che è diventato egemone nel paradigma terapeutico del terzo millennio: vale a dire la “medicalizzazione permanente”. In questa prospettiva, dalla nascita alla morte l’individuo vivente deve restare costantemente sotto controllo, in una sorta di bolla diagnostica. Tutte le manifestazioni perturbate o sgradevoli dell’organismo vivente sono monitorate in tempo reale e tempestivamente curate, quando non preferibilmente anticipate.

Questa seconda tendenza, connessa ad enormi interessi economici, regna pressoché incontrastata negli istituti di ricerca di tutto il mondo, attraendo le energie fresche degli aspiranti idioti, fortemente incoraggiati ad avviarsi in questa direzione. Naturalmente non sono solo le malattie classiche ad essere bersaglio della sollecitudine, ma ogni genere di disagio, sia fisico che psichico. Che poi quello psichico è fondamentalmente fisico e quindi curabilissimo con ormoni e chirurgia, se dovuto a motivi estetici, o disforia di genere, o con la farmacopea in tutti i casi di sofferenza mentale o emotiva. Non solo ansia o depressione, ma anche elaborazioni del lutto, nostalgia, spleen, noia o dipendenza.

Un giovane genio inglese ha, ad esempio, recentemente trovato il rimedio chimico infallibile contro il mal d’amore.

Un paio di pillole e l’immagine dell’amato/a non ti tormenta più. Non ha avuto un grande successo commerciale perché, come effetto collaterale, distrugge la libido nei confronti di chicchessia.

I resoconti dei lavori sperimentali riempiono le miriadi di riviste “scientifiche” specializzate, la cui principale funzione è quella di dispensare credibilità a carriere in fase di decollo. In genere si tratta di esperimenti condotti, nell’arco di pochi mesi o qualche anno, su una popolazione di poche centinaia di soggetti. I risultati vengono, poi, elaborati statisticamente in risibile spregio alla legge dei grandi numeri . In tal modo, anche riconoscendo l’onestà dello sperimentatore che, come rivelato più volte da frequenti scandali, è tutt’altro che garantita, si può “dimostrare” qualunque cosa e il suo contrario. E quanto più eclatante è la tesi emersa, tanto più spazio trova nei rotocalchi di costume e sul web, diventando verità conclamata.

L’ultimo campo nel quale gli idioti prosperano, certamente il più insidioso per possibili sviluppi futuri, è quello della genetica. Ormai quasi tutto trova spiegazione nei geni. Non solo le malattie di cui si conosce già da tempo l’origine genetica, non solo la predisposizione a contrarre nel corso della vita certe patologie, ma anche alterazioni le cui cause restano a tutt’oggi sconosciute.

Per cui la schizofrenia, l’autismo, la depressione, l’ansia, hanno, in quest’ottica, una spiegazione genetica.

 Ma il genetista idiota non si trattiene e non si ferma qui. Anche i tratti morali sono scritti nei geni. Ho sentito uno dire che il razzismo avrebbe un’origine genetica con il candore di chi non riesce neppure a rendersi conto di quanto razzista sia questa affermazione. Ho letto un genetista di buona reputazione collocare nel corredo genetico il segreto della felicità. Il che è a suo modo rassicurante, perché se tu quel gene lì ce l’hai, qualsiasi disgrazia ti possa capitare non perderai mai il tuo buon umore. E lo stesso, per dimostrare l’innegabile tendenza al suicidio dei temperamenti artistici, insita nei loro geni, rispetto alla più equilibrata dotazione genica degli scienziati, non mancava di citare Virginia Woolf o Sylvia Plath o Pavese o Van Gogh. A cui di rimando si potrebbero citare Boltzmann o Turing, o le ricorrenti pulsioni suicide di Wittgenstein, se prestarsi a un confronto del genere non fosse mettersi sullo stesso umiliante piano di idiozia.

Ecco, o la scienza, esatta o meno che sia, riconquista la propria integrità e la chiarezza dei propri obiettivi, senza tracimare in territori che non le competono,  prendendo atto che vita, storia e civiltà sono qualcosa di molto più complesso delle semplificazioni dello spazio protetto di un laboratorio o rischia di deragliare rovinosamente, non essendo in grado di esaurire compiti che competono ad altre logiche e ad altre più ampie prospettive.

DIRITTO Endoxa FILOSOFIA POLITICA PSICOLOGIA

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