AMOR FOU

PEE GEE DANIEL

21556387_997567730385429_1432043199_o

Il mare era un olio.

I riverberi di luce sul suo placido manto cobalto lo rendevano un’infinita distesa di scintillanti schegge d’oro. Il cielo terso e sereno sprofondava dentro gli abissi digradando da quel suo sereno azzurro chiaro nel blu intenso dei pelaghi sottostanti senza far quasi avvertire lo stacco tra i due diversi elementi, uno continuazione dell’altro, come si trattasse della cartina espositiva di un unico spettro cromatico.

Incorniciava l’incantevole scorcio una conformazione rocciosa di promontori e di scogli che sembrava voler ribadire ulteriormente la propria presenza con alcuni aspri spuntoni che al largo bucavano qua e là la superficie marina per svettare e stagliarsi a ridosso del cielo nella loro imponente consistenza minerale.

La rena, bianca come polvere di gesso, rifrangeva la luce del pieno giorno in un avvolgente e diffuso chiarore.

La location perfetta!

Dava quasi l’idea che tutto quell’impressionante insieme di bellezze naturali fosse stato disposto a quel modo giusto per permettere alla Cinci di catturare il top dei selfie, come lo chiamava lei.

“Qui ci alzo un centinaio di like. Come minimo,” meditava tra sé mentre faceva segno al gruppetto di amiche di trovare la disposizione più accattivante. Infine, dando loro le spalle, sfiorò il touch-screen e… zac!

Figata! L’intera cumpa immortalata nello scatto che, un secondo dopo, dal suo smarfone a tre gigabyte sgorgava in automatico sul profilo personale della Cinci, con annessi i relativi tag.

Un procedimento talmente rapido e immediato che la loro istantanea aveva cominciato a girare per i social, sotto gli occhi (confidava) invidiosi di amicizie e conoscenze rimaste a casa, ancor prima che la Cinci avesse fatto in tempo a notare quella comparsata non prevista…

Infatti, appena posò gli occhi con più calma sul jpeg, una volta che le era passata la frenesia da post, si poté rendere conto che là dietro, oltre se stessa in primo piano a sfoggiare il due-pezzi nuovo di pacca abbracciata a Denise nel suo costumino olimpionico ultraderente, subito dietro la fila delle altre, poste a plotone alle spalle della fotografa, altrettanto allegre nel mostrare i loro ambrati fisichini a clessidra messi in risalto dalle varie pose con le bocche a becco di papera, un passo indietro tutte loro, verso la sagoma del picco erboso in lontananza, ecco spuntare la forma sgraziata della Luisona, infagottata nel suo costume intero a bande beige come un insaccato spinto dentro una buccia troppo stretta.

Fu l’istinto a condurre la Cinci a voltarsi di scatto: tutte le altre, sparato l’autoscatto, si erano disperse come tante oche finito il becchime, meno che Luisona, che stava ancora là. Grossa sformata, un sorriso ebete dipinto su quella faccia gonfia come un Supertele, i capelli stopposi tenuti sopra la fronte da un fermacapelli col fiocco rosa a pois neri. La Cinci, solo a guardarla, ci andava ai matti: brutta! brutta! brutta! le urlava in cuor suo.

Ma perché mai la aveva accettata nel gruppo? Si era fatta impietosire da Giuliana – maledetta lei! –  che poi alla fine nemmeno era venuta, per i soliti problemi col tipo. «Dai, povera Luisa, ché se no se ne resta tutta l’estate a casa… Dai, che fastidio ci dà? La quota per l’hotel la mette, eh. E allora? Se ne sta buona buona in un angolo, neanche t’accorgi se c’è.»

Sì, col fischio!

Stava sempre là invece, col suo brutto muso, a rovinare tutto di tutto. I selfie, i party in spiaggia, il broccolaggio balneare, le uscite in disco… Persino le volte che affittavano il risciò per farsi il loro bel giretto per la Ztl, la Luisona lì di dietro lo sbilanciava a tal punto, con quel suo culaccione largo e basso, da far ribaltare il già di per sé precario trabiccolo tra le risate generali dei villeggianti impegnati nello struscio serale.

«Che cazzarola ci facevi tu là dietro?»

«La foto,» rispose la Luisona con l’aria più innocente di questo mondo.

«E chi ti ha chiamata?»

«Perché? Non la potevo fare anche io la foto, come tutte voi?» rispose ancora, con beata tranquillità.

La Cinci si morse la lingua e fece ritorno dalle amiche, quelle vere! Seguita a breve distanza da Luisona, zitta zitta…

Era stato così sin dall’inizio delle vacanze. Luisa si era dimostrata sin da subito una guastafeste formidabile. Sempre in mezzo, spuntando fuori nei momenti più impensati, sempre pronta a trascinare le compagne di viaggio nelle figuracce che faceva lei, costantemente, senza neanche dovercisi impegnare: già bastava che mostrasse il suo fisico a damigiana accostato ai loro corpi asciutti e snelli, coltivati a insalatine e frullati ipocalorici.

La mal sopportavano tutte, ma quella più sfacciata nel ribadirle a ogni piè sospinto quanto apparisse né più né meno che un fiore di zucca ficcato di prepotenza dentro un bouquet di rose Baccara lì in mezzo a loro era proprio la Cinci che, non possedendo il figurino di Valeria né il bel visino di Vanessa o il fondoschiena alla brasiliana di Lucia, col suo naso a becco nascosto da strati su strati di correttore, gli occhi a bottoncino aggiustati con l’eye-liner e il culo basso puntellato all’insù dalle culotte a push-up, confidava di riuscire a confondersi con la loro avvenenza ogni qual volta stesse insieme alle altre, ma che per tutta quella vacanza sin dall’inizio si era invece sentita separata a forza dalle amiche, pericolosamente risucchiata verso la zona di repellenza che occupava l’imbucata dell’ultimo minuto. Orrenda ciccionazza!

La stramalediceva tra sé, non perdendo occasione per farla sentire fuori posto, anche se – per dirla tutta – le offese più o meno dissimulate come i brutti tiri che la Cinci e le sue complici non smettevano di giocarle sembravano avere sulla Luisona il medesimo effetto dell’acqua che scorre contro la pietra.

La Cinci corse a controllare la propria bacheca: i mi-piace alla foto, come previsto, cominciavano a fioccare, seguiti dagli attesi commenti: “Belle!”, “Divertitevi!, “Invidiaaaa” etc., corredati da un fottio di psicoidi a forma di faccina felice, faccina sbaciucchiante, faccina che ride e via andare. Nessuno pareva essersi ancora accorto dell’antiestetica presenza della Luisona, o almeno sino a quel momento nessuno si era ancora dato la briga di commentarla in modo malevolo; eppure la Cinci in cuor suo sapeva bene quanto, tra di loro, faccia a faccia, si sarebbero sprecati in battutacce e sfottò…

Si voltò con stizza e chi si trovò davanti, naso a naso? Credo non ci sia bisogno di aggiungerlo…

«Possibile che tu sia sempre tra le palle?»

«E dove devo andare?» ribatté Luisona senza scomporsi, «Voi siete qui e io… sto qua con voi, sto.»

Ah, quel maledetto sgorbio! Le toccava davvero i nervi.

«Lascia perdere,» le intimò, prima di raggiungere la cerchia di amiche in piedi poco più in là, riparate dall’ampio ombrellone, senza più degnarla di uno sguardo.

Il drappello di ragazze, tutte piazzate intorno allo smarfone di Valeria, era annunciato dalle acute risate giulive, suscitate dall’ultimissimo messaggio ricevuto tramite WhatsApp che la informava di come il suo ex fosse stato sputtanato pubblicamente dalla nuova fidanzata per una convenzionale questione di corna… Mano a mano che la Luisona si avvicinava a quello stormo, spinta dalla curiosità verso le ragioni di tutto quel chiassoso buonumore, il gruppetto si spostava compatto in direzione contraria di un uguale numero di passettini.

La spiaggia era rovente a quell’ora: un’immane distesa di silicio infuocato capace di cuocere un uovo in pochi secondi, se solo a qualcuno fosse venuta la balzana idea di rompercelo sopra. A forza di allontanarsi passin passetto da quella ficcanaso di Luisa, a un certo punto le amiche, chiuse a cerchio intorno al telefono della Valeria, si ritrovarono fuori dall’ombra refrigerante proiettata dall’ombrellone, a cuocersi le piante dei piedi sulla sabbia scottante.

Avvertendo l’ustione in corso, presero tutte e quattro a saltellare qua e là, agitando scompostamente le braccia e lanciando al cielo certi gridolini isterici che fecero voltare verso di loro mezza spiaggia, divertita dalla fatua bagarre.

In preda a un ingiustificato marasma, per acquietare il bollore delle estremità alla fine presero la via del mare. Manco a dirlo, Luisona gli fu subito dietro, convinta che fosse giunto il momento del bagno in compagnia.

Proprio come quegli ippopotami infuriati che si vedono inseguire a rotta di collo il molesto cameraman di turno per terra o in mezzo all’acqua in qualche documentario sulla natura, la Luisona era capace di sprint inaspettati: mentre le altre annaspavano doloranti in direzione dei flutti, lei le inseguiva a gambe levate, mulinando ai lati le grasse braccia sfarfallanti e ridendo scioccamente. Ma quando ormai gli era attaccata, e le avanguardiste erano a un passo dall’immergere le povere fette sbollentate dentro l’acqua, un ombrellone, di cui la Luisona nella foga dell’inseguimento non aveva  fatto in tempo ad accorgersi, si frappose tra la sua corsa e le amiche: ci finì contro a muso duro, sradicando l’ombrellone che a sua volta si schiantò sulle tapine, arrotandole e insabbiandole brutalmente fino a ridurle come tante sogliole panate, nell’ilarità generale, compresa quella di un gruppo di pallanuotisti in vacanza sui quali le quattro avevano puntato gli occhi sin dall’inizio.

Questo le fece inviperire, anche se la più avvelenata di tutte, come al solito, era la Cinci: «Stupida cicciabomba, lo vedi che hai fatto? Perché ci stai sempre appiccicata al culo? Ma chi ti vuole? Smamma, maledettaaaa!»

E alle altre che, ripulendosi dai granelli di sabbia, tentavano frattanto di calmarla, rispondeva a ugola spianata, mentre si strappava le extension colorate a due mani: «Quella mi vuol fare impazzire! Mi vuol fare impazzire! Mi vuol fare impazzzzire!»

Luisa intanto aveva raggiunto senza fretta il chioschetto lì vicino per consumare pacificamente il suo bel Calippo alla Coca Cola di inizio pomeriggio.

Le raga da parte loro si mantenevano culo a terra, mezze a mollo e mezze arenate, a sbraitare tutte in coro contro la solita seccatrice. In quel momento passò loro sui piedi un addetto al volantinaggio (un adolescente magro e curvo, con una cresta sparata in testa e un colossale paio di occhiali a specchio) e gli infilò in mano uno stampato cadauna che pubblicizzava la mega-festa che si sarebbe tenuta da lì a qualche ora nella discoteca più popolata dell’intero litorale: il Cock-a-doodle-doo.

Dj-set, entrata gratuita per le donne, ricco buffet a libero accesso, musica all night long.

La Cinci e le amiche ne fecero un rapido passamano.

«Seratona wow-wow!» fu il commento a caldo di Denise, «E chissà quanti bei pezzi di manzi là in giro…»

«Andiamoci, andiamoci, andiamoci!» non faceva che ripetere la Cinci, sbattendo le manine ben curate come una foca al circo equestre.

«Ci andiamo, ci andiamo, ci andiamo!» confermava Lucia.

Ma a un certo punto… si ammutolirono, in perfetta sincronia, scrutandosi l’un l’altra nelle palle degli occhi, che un pensiero identico e simultaneo rendeva sgranate e lucide come bocce da biliardo: la L-u-i-s-o-n-a!

Già, la Luisona… Se mai si fossero portate dietro quell’impiastro, sicuro che avrebbe rovinato l’intera uscita, maldestra com’era, per quanto potessero cercare di integrarla (che poi sarebbe valso la medesima fatica di tentare di far passare per persiano da mostra felina un ratto di chiavica…). E cercare di fargliela sotto il naso? Impossibile!

Quante volte avevano già provato a non dirle un bel niente, per poi trovarsela in mezzo ai piedi al momento buono, spuntata lì chissà come e chissà da dove (tipo la sera prima, quando se l’erano filata, approfittando che Luisa era sotto la doccia canticchiando a squarciagola l’ultima di Mengoni, per andarsi a fare un cono alla gelateria del centro senza di lei e, il tempo di ordinare, se l’erano ritrovata a un metro di distanza con la facciona già imbrattata, dal naso ingiù, di stracciatella e gusto puffo…).

Per quella sera, tutte d’accordo, scelsero di cambiare strategia.

«Questa volta ce la portiamo, senza farle storie,» spiegava la Cinci, «La facciamo vestire a suo gusto. Le facciamo fare quello che vuole e come vuole. Sarà il confronto coi nostri modi stilosi e il nostro modo di fare coi ragazzi a seppellire definitivamente quella fastidiosa sbuldrona!»

Confidavano nello sputtanamento più spietato e spontaneo che la Luisona si sarebbe saputa rapidamente guadagnare, se solo fosse stata abbandonata a se stessa.

Arrivò l’ora. Gli stomachini delle quattro gorgogliavano all’unisono dentro le loro mise sgargianti e attillate in attesa del buffet gratis. Per uscire aspettavano solo più Luisa, che finiva di lavarsi i denti  dopo essersi scofanata per intero il Tupperware dell’insalata di riso direttamente dal frigo.

Alla fine fu pronta. Uscì dal bagno dell’appartamentino in affitto presentandosi in un vestito a minigonna di un rosso acceso, fatto in un materiale plasticato che avvolgeva le abbondanti forme della ragazzona in un tripudio di rotoloni e riflessi di luce.

Teneva le punte delle scarpe a zeppa unite tra loro mentre, a mani giunte sulle gambe pasciute, consultava gli sguardi delle compagne di vacanza come per ottenerne un tacito parere.

«Natale è arrivato in anticipo quest’anno?!» commentò Cinci, innescando una ridarella generale, a vedersi davanti la povera Luisa così conciata.

«Perché? È arrivato mio cugino?» rispose lei interdetta, riferendosi con tutta probabilità a Natale, figlio di sua zia Lola, familiarmente chiamato Lino, «Manco m’aveva avvertita, manco…»

«Ah, lascia perdere…» tagliò corto la Cinci insieme a un brutto gesto della mano.

Saltarono sul pulmino messo a disposizione del Cock-a-doodle-doo, che passava sotto il loro residence, talmente al volo che a Valeria si spezzò uno dei tacchi 12 che la sorreggevano a effetto trampoli, mentre la Luisona rimase chiusa proprio in mezzo alla porta rototraslante, col culone rosso fuoco fuori dal mezzo e le gambone a sventagliarle per aria in balia del vento apparente e della forza centrifuga. Con tutto quel pigia-pigia l’autista del pulmino neanche se ne accorse.

Quando la navetta arrivò a destinazione la Cinci, Valeria, Lucia e Denise erano paonazze dalla vergogna per via dell’ennesima figuraccia rimediata da Luisona, mentre quest’ultima non faceva che ridacchiare chiassosamente e ripetere, tenendosi il grosso petto: «Mi dava l’impressione di stare sull’ottovolante, mi dava.»

Mentre le altre al buffet, nonostante i crescenti crampi di fame, cercavano di contenersi il più possibile, introducendo un misero fingerfood alla volta dentro quelle loro boccucce poste a culo di gallina, a una distanza di cinque minuti buoni tra un assaggino e l’altro, giusto per non passare come le morte di fame della festa, Luisona, sebbene uscita di casa già mangiata, bissava abbondantemente il pasto frugale di poc’anzi facendo letterale man bassa di pizzette, vol-au-vent, miniporzioni di riso allo spumante e fusilli alla panna, affettati e salse varie che le verniciavano ampie aree del faccione, già di per sé reso fin troppo variopinto dagli strati di make-up stesi su guance, occhi, bocca e zone finitime con la tipica generosità dell’auto-visagista neofita. Alle altre sembrava di sprofondare, ma si morsero la lingua e la lasciarono fare.

Poi venne il momento delle danze.

«Vai, vai, vai! E muoveteli ‘sti culi! Roteate le tette, fanciulle belle! Fate vedere a ‘sti morti in piedi di che siete capaci!» motteggiava il deejay palestrato dalla sua postazione rialzata, buttando su musica elettronica a manetta. Le quattro amiche obbedivano ciecamente.

Quanto erano state controllate e parche al buffet, tanto si scatenavano in pista, twerkando all’impazzata i sederini belli tonici e autopalpandosi sfacciatamente come per l’esecuzione del pap-test mensile. La frenesia del ballo era tale da contorcerne i connotati e farne franare le elaborate messe in piega.

Luisona no, che sul dancefloor si trovava assai meno a suo agio che accanto al rinfresco. Se ne stava relegata in un angolo, seminascosta da una grossa colonna in vetroresina. Sotto alla strobo il pesante trucco le brillava addosso come la bioluminescenza di un pesce degli abissi.

Le quattro si dimenavano nel cono di luce che pioveva su di loro da un potente faro zenitale, culo contro culo, décolleté contro décolleté, trasportate dal ritmo pompato dai subwoofer. Intorno a loro un certo numero di maschioni con creste scintillanti e bicipiti in bello sfoggio. Qualcuno di loro mulinava energicamente la lingua ogni volta che una delle amiche gli lanciava uno sguardo, per poi tornare a concentrarsi a occhi chiusi a ballare senza risparmio di energie.

Man mano che la musica saliva qualcosa incominciò a muoversi anche dentro Luisa. La voglia di scatenarsi su quella dance scuoticulo pian piano vinceva in lei ogni resistenza. Fu così che da quel riparo in penombra raggiunse le altre al centro della pista con una camminata decisa e ben distesa che distanziava tra loro le gambe massicce quanto l’apertura di un compasso. Con due spallate date bene si piazzò al centro del cerchio composto dalle quattro, dove partì a scatenarsi lei pure piegandosi su quelle ginocchia da sollevatore di pesi ucraino come fosse la reginetta del limbo, spazzando l’aria con le doppie punte mentre roteava la testa senza più freni, prima in senso orario poi antiorario, alzando le braccia e agitandole con forza, con tutta quella ciccia che ne pendeva giù come un budino tremolante. Sembrava un’ossessa.

I tipi lì nei paraggi si sganasciavano, dandosi di gomito l’un l’altro e puntando spudoratamente l’indice verso di lei (tanto Luisa sembrava neppure accorgersene, ma anche se per caso se ne fosse accorta l’avrebbe preso come un plateale incitamento).

Le quattro all’inizio tentarono di allontanarsene andando a ballare vicino alla cascatella in roccia artificiale attaccata al bar, ma quella le pedinava senza smettere di ballare neanche per un secondo.

“Vedrai che si rovina con le sue stesse mani,” si erano dette prima di portarla lì, “Vestita come si veste lei, a comportarsi come si comporta lei verrà caricata di insulti appena ci mette piede, in disco. Vedrai che se la fila con la coda tra le gambe e non ci scassa più per tutto il resto della vacanza.”

Ma al momento, loro malgrado, potevano constatare come la Luisona fosse del tutto sprovvista anche della più pallida ombra di senso del ridicolo e come anzi si entusiasmasse sempre peggio, affatto ignorando le risate e il perculamento generale.

Così non andava affatto bene, si poteva senza dubbio affermare che la loro nuova strategia fosse tragicamente fallita. Lì c’era da prendere una decisione veloce e riparatrice, prima che la situazione franasse e che quella nutrita parterre di bei manzi in fregola le confondesse con quella fenomena della Luisona.

Come al solito quella già sul piede di guerra era la Cinci, che stava per andare a fermarla, afferrandola per un braccio e cantandogliele con un tono di voce abbastanza potente da riuscire a superare il volume della musica, ma una visione inaspettata le arrestò improvvisamente il passo: proprio in quel mentre giungeva infatti in pista… Napoleon Fonseca! Sta a dire: il non plus ultra del tacchinaggio da sala da ballo, lì nella zona.

Si sapeva poco o niente di lui, se non che era il mago dello sciallo, il supermacho senza pari, la preda… ma molto meglio sarebbe dire il predatore più ambito del safari. Arrivò vestito tutto figato, as usual, in perfetto stile metrosexual.

A vederlo metter piede sul pavimento in plexiglas, illuminato da sotto a intermittenza, la Cinci rimase come salinizzata. E così le amiche. La questione Luisona passò loro di mente all’istante. Ora c’era il Napo cui pensare.

Era come la melassa per le mosche: le donne presenti gli si fecero dattorno, pur continuando a dimenarsi di brutto nel tentativo di dissimulare – per quel che gli riusciva – l’arrazzamento a bestia.

Doveva funzionare come per le dame di corte di Luigi XIV all’arrivo del Re Sole: più il Napo si approssimava e più ognuna di loro ce la metteva tutta nel dare piena mostra delle proprie qualità con la dichiarata speranza di essere la prescelta, almeno per quella notte.

Ma… a tutte andò ammerda.

Napo avanzava una Nike Silver avanti all’altra, come calpestasse una linea immaginaria tracciata con la massima precisione, fendendo le ali di ragazze ai due lati tal quale a Mosè col Mar Rosso. Procedeva, di metro in metro, all’implicita eliminazione di sempre più pretendenti, così da gettare in un crescente panico quelle che rimanevano, poiché il suo obiettivo non sembrava essere nessuna di quelle slandre scalmanate, avvolte nei loro mini-abitini in pelle sintetica. Nello stupore generale, più Napo avanzava più si faceva chiaro che la sua meta finale fosse niente meno che… la Luisona.

Neanche le luci pluridirezionali riuscirono a nascondere quanto le quattro si facessero cianotiche in volto, mentre Napoleon Fonseca si dirigeva verso Luisa a braccio teso.

Subito subito Luisona non se la diede: era ancora tutta presa a affannarsi sulle note di Easy love di Sigala come se non ci fosse un domani. Poi si sentì accarezzare con decisione il viso pieno, alzò gli occhi e si vide davanti ‘sto figaccione che se la spizzava dritto per dritto coi Rayban posati sulla fronte. L’effetto su di lei fu quello di un blocco pressoché istantaneo dell’apparato motorio.

Il Napo le si avvicina, Luisa sente il suo ciuffo mechato solleticarle la tempia: «Ehi bambina,» sente il suo alito caldo e gradevole, «Che ne diresti di venire a farti un giretto con me?» Fissa quei suoi occhioni che da azzurri che sono sembrano farsi di un blu sempre più intenso.

Luisona tace, interdetta. Non ha ancora ben realizzato che caspiterina le stia capitando: ronfa oppure è desta?

È forse questo il famoso “colpo di fulmine” di cui tanto parlano nelle trasmissioni della De Filippi e sui giornali che trova dai parrucchieri cinesi?

Quel gran bel fusto era stato fulminato proprio da lei? Non ci poteva credere…

Alle altre quattro rodeva visibilmente nell’assistere a una scena tanto surreale: «Oh, ma che minchia di sfigato è?» iniziavano già a commentare l’una con l’altra, mentre il Napo si portava via la Luisona per un polso.

«Quella è mia,» le fece, non appena furono fuori dal locale, aprendo a distanza una Smart Roadster coupé parcheggiata a un tiro di sputo.

«Vedrai quanto ci divertiamo stanotte, bambina!» le assicurò, mentre usciva con la sgumma dal posteggio, sotto gli occhi di Cinci, Valeria, Denise e Lucia uscite apposta fuori dal Cock-a-doodle-doo a beccarseli andar via con le lacrime che scioglievano loro il trucco e l’odio per Luisona che gonfiava loro i cuori.

«Dove andiamo?» balbettò Luisa, ancora non del tutto presente a se stessa.

«A casa mia. Logico!»

La Luisona, uomini? Mai avutone uno (a parte il cugino Lino, abbreviativo di Natale, quella volta che, alle seconde nozze di zio Alfredo, si erano infrattati nella camera guardaroba, ma poi lui, proprio sul più bello, aveva telato, adducendo qualcosa del tipo: “Guarda, io ci ho provato, non puoi dire di no, spiace ma… non ce la posso proprio proprio fare…”). E così, tra tutti i sentimenti che la stavano dominando al momento, il più potente era l’imbarazzo. Che ci avrebbe mai dovuto fare con quell’esemplare di sciupafemmine tutto per lei? Sapeva neanche da dove cominciare…

“Tu allarga le gambe, al resto penso io,” aveva promesso il cugino Natale quella volta, poco prima di dileguarsi nel nulla. In quell’ambito l’esperienza di Luisona si limitava tutta a quello.

La Smart li recapitò a destinazione: una villetta bianca con giardinetto e un muro basso in calcestruzzo che ci faceva il giro intorno: «Questa è la mia magione.»

«Ah, e io che mi pensavo che era una casa…»

«Tu mi fai morire, bambiiiiina» fece il Napo, concludendo la frase con una risatina frivola.

Sembrava il compimento della più incantevole delle fiabe…

Dall’ingresso si accedeva direttamente alla spaziosa living-room, interamente open air, ammobiliata sobriamente con un Söderhamn angolare bianco a sei posti e un paio di Bestå Lappbviken rosa con ante a vetro accostati.

«Ciumbia! Che casa allucinaaante,» commentò la Luisona, seriamente sorpresa, quando il suo ospite illuminò fiocamente l’ambiente, accendendo un lampadario Knasppa dalle lampadine a risparmio energetico.

Ancora non le sembrava vero. E chissà come si sarebbero complimentate le amiche non appena avesse raccontato loro l’avventura che stava per vivere, gioiva fra sé.

«Prego, mademoiselle,» la invitava il Napo, precedendola di qualche passo e sorreggendo delicatamente le ditozze a wurstel che le spuntavano dal palmo paffutello, esattamente come si fa con le principessine.

La luce era ovunque soffusa. Un vedo-non-vedo che la stimolava e allo stesso tempo la inquietava un po’. Comunque fosse, lei si limitava a seguirlo docilmente in quel mini-tour della casa.

«Vienimi dietro, ho una sorpresa per te…»

Fu il turno della cucina, si sedettero uno di qua l’altra di là dall’isola Stenstorp: «Ti andrebbe un drink?»

«Con qualcosa da smangiucchiare però…» si assicurò la Luisa.

Sbuffando un mezzo risolino, Napoleon Fonseca le allentò sulla guancia piena un pizzicotto talmente energico e prolungato da fargliela dolorare: «Ahia!»

«No pain no gain…» si scusò lui.

Nel tempo che il Napo impiegò a prepararsi un whisky & soda Luisa s’era già tracannata tre beveroni alla frutta e si era scofanata un intero vassoio di tartine al tonno.

«Fame eh?»

«L’agitazione mi mette appetito, mi mette…»

«E perché mai dovresti agitarti, bambolina mia? Fa’ come fosse casa tua. L’ultima casa in cui risiederai, magari…»

A Luisa quella suonò come una specie di proposta di matrimonio, mentre Napoleon la fissava con un sorriso a tagliola incastrato in faccia.

L’ultima tappa fu la tavernetta. Musica lounge a basso volume, luci smorzate, un tono soft nella voce: «Hai visto quante belle squinzie ci stavano giù in disco. E perché mai, tra tante, avrei dovuto scegliere proprio a te?»

«È perché sono speciale?» ribatté lei trionfante.

«No no, è perché sei grassa.»

A Luisa si chiuse la gola. Si sarebbe anche sciolta in calde lacrime, se il magone che provava non fosse stato stemperato da uno strano stordimento che cominciava a salirle con una certa prepotenza.

«Mi vedi grassa, mi vedi?» balbettò imbronciata.

«Non sono io, dolcezza. Anche un astronauta sulla luna ti vedrebbe grassa se per caso buttasse un occhio verso il pianeta di provenienza. Tu non sei semplicemente grassa: tu sei una cicciabomba! E sai che significa questo?» Luisona sentì il suo cuore andare in mille pezzi, «Significa che la tua pelle è ben tirata…»

Dopo questa la delusione si bloccò per un momento (mentre invece quello strano rimbambimento continuava ad aumentare): «Tirata?» domandò perplessa, con la bocca già vagamente impastata.

«Sì, come sopra una grancassa. Questo la rende morbida e senza grinze: perfetta per quel che devo farci.»

«Devi farci?» e intanto l’offuscamento mentale le aumentava vertiginosamente.

Per tutta risposta il Napo diede una bella schicchera alla placca degli interruttori. La tavernetta si illuminò a giorno e la Luisona poté rendersi finalmente conto di quale ne fosse l’effettiva grandezza: 400 metri quadri buoni buoni interamente stipati di guardaroba Brimnes ad ante scorrevoli, addossati alle quattro pareti. Il bianco opacizzato delle ante permetteva di intravedere all’interno di ognuno degli armadi un capo d’abbigliamento lungo di taglia e pesante d’aspetto, ognuno di loro appeso per dritto a una gruccia bianca.

«Con la tua bella pelle farò il mio capolavoro!» urlò, pizzicandole con violenza la polpa di una delle grasse braccia, ma lei non avvertì dolore. Anzi, neppure percepì il contatto.

«Che ci hai messo in quei frullati?» cambiò, con brusca ineleganza, argomento.

«Qualcosa che ti aiuterà a sopportare il magico momento in cui mi approprierò della tua pellaccia per farne un che di incantevole,» e dicendo questo con la punta di una delle Nike Silver che indossava aprì di slancio un mobiletto Stuva color rosa, che conteneva nell’ordine: un coltello in acciaio inox dalla lama lunga 15 cm perfettamente affilata, una serie di ganci e paranchi, un seghetto da macellaio.

«Spiega meglio, spiega» bofonchiò lei a quella vista, stentando a tenere gli occhi aperti.

«Questo è per alleggerirti dell’apparato tegumentario, mentre di qua…» – e scalciò l’altra antina – «c’è tutto il necessaire per la concia e la lavorazione.» E indicò con un certo orgoglio la fila di aghi da pelletteria, martelli a doppia testa, pinze, lesine, forbici seghettate, marcabordi e raschietti.

«Credo di non aver ancora ben capito, credo…»

Allora il Napo, mentre lei già barcollava visibilmente, la condusse sottobraccio a fare il giro, scorrendo le ante di un guardaroba dopo l’altro sotto i di lei occhi assonnatissimi.

Per quel che ancora riusciva a connettere, a Luisa pareva di vedere là dentro certi trench di uno strano cuoio pallido, dall’aspetto rigido e grezzo e mal sagomato, dalle rifiniture fatte un po’ a tirar via. Quasi tutti avevano scritte e disegni un po’ ovunque, resi stinti dalla concia troppo frettolosa, e due immancabili bottoncini o poussoir che spuntavano all’infuori all’altezza del petto.

«Ho provato e riprovato,» le spiegava cammin facendo, sorreggendola per un’ascella, «Ne ho rimorchiate tante, ma alla fine della fiera nessuna faceva veramente al caso mio… Guarda qua!» – le appoggiò una sedia sotto al culo e continuò la conversazione, tirando fuori uno di quegli strani cappotti, «Vedi qua, per esempio, che razza di crepe…» – e mostrava una manica, tendendola tra le mani – «Per non parlare della soffiatura, o di quanto facciano difetto le pelli delle slave o delle africane. Bah, lavori che non danno soddisfazione…» – e per illustrare quanto detto segnava a dito alcuni indumenti dall’aspetto più pallido, altri di un marrone più carico – «Eppoi, sempre ‘sti cazzo di tatuaggi che rovinano tutto… Brava te che non te ne sei fatti!»

«La mamma non vuole, la mamma» spiegava la Luisona, a fil di voce, afflosciata sulla sedia.

«Poi… l’illuminazione! Intuii che non mi ci volevano quelle fighette pelle e ossa per un lavoro fatto bene. No! Mi serviva l’epidermide estesa e morbida di una obesa! Ed eccoti qua!»

«Molto gentile…» riuscì ancora a commentare Luisa.

Il Napo intanto aveva già estratto un tavolo operatorio con le rotelline nascosto sino ad allora dietro una paratia rimovibile, ai cui piedi appoggiò un capiente secchio di metallo. Prese a tambureggiare sul lettino con un gesto invitante: «Su, vieni, bambina. Solo più un piccolo sforzo…»

Luisa neanche provò a ribellarsi. Con le poche forze rimaste si andò a coricare sotto al naso del padrone di casa.

«Ahahaha,» sghignazzava lui, «questo che vedi, bimba mia, sarà il tuo ultimo domicilio. Qua, proprio qua dentro sublimerò il tuo corpo sgraziato, rendendolo un formidabile esempio della migliore pelletteria Made in Italy. Sì, proprio qua, in questa…» – pausa drammatizzante – «… losca reggia!»

A Luisona, che era ormai sul punto di perdere i sensi una volta per tutte, scappò per un’ultima volta da ridere, anagrammando istintivamente le vocali della penultima parola pronunciata dal suo aguzzino.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...