DIALOGO TRA UN FRATE E UN MORIBONDO

PEE GEE DANIEL

 

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Oh mio buon ammiraglio, che proprio in questi giorni d’aprile dell’anno del Signore 1492 ti appronti a ricevere il salvacondotto regale dalle eminentissime mani della Reverendissima Sovrana del Regno di Spagna Isabella, dai più riappellata la Cattolica, in segno di riverenza per gli sforzi da costei profusi nella strenua difesa e diffusione della nostra confessione comune, e con esso salperai quanto prima, al comando di tre robusti legni – pari a quelli piantati sopra il Golgota – disposti dall’arsenale castigliano, alla volta di Cippango, traversando nuove e più rapide rotte, mai prima battute da chiglia e da timone, con la promessa di procacciare alla tua finanziatrice scorte di spezie e coloniali in gran copia, e poi invece magari finirai per imbatterti in non preventivati approdi, come talora accade per i capricci del fato, che ti fa credere di partire per una missione commerciale e a fine viaggio pensa bene viceversa di squadernarti sotto il naso meraviglie inattese e mai prima scoperte, prenditi un attimo dal tuo prezioso viavai tra i corridoi e le trame di corte e ascolta quel che si vive in questo stesso mese al di là del mare, nelle terre da cui tu provieni, dove due uomini di riguardo si incontrano, uno che giunge a visitare il capezzale dell’altro. Tu destinato a rintracciare un nuovo mondo, da cui recherai oro, pomidori, galli d’India e lue; loro a riformare quello vecchio, pur da opposti e inconciliabili versanti: il primo intento a recuperare lo spirito antico di una fede austera e integerrima (anticipando così di oltre un ventennio le sollevazioni morali suscitate da un agostiniano nei territori d’Alemagna), l’altro a inventarsi a spese proprie l’epoca moderna, edificandola, nel suo sfavillante innalzamento, sopra le ceneri di una lunga era torbida e brutale.

Il visitatore è Girolamo Savonarola, predicatore benedettino. Il visitato è Lorenzo De’ Medici, detto il Magnifico, signore di Firenze. Il luogo è la villa medicea di Careggi, in quella periferia fiorentina che già si eleva a collina, dove, dentro una struttura campestre abbastanza distante dai giochi di governo del centro città, il potente saluta la vita, trascinato via dall’infezione che repentinamente ne va guastando le membra ancor giovani.

Chiesero al frate se gli abbisognasse il passaggio sopra un carrettino per raggiungere la villa dal convento di San Marco che ha eletto a propria sede. Rispose che no, che il tragitto non era poi lungo né duro per i suoi piedi scalzi adusi al girovagare, refrattari alle comodità. Lui che indossa calzari corrosi dal tempo e dall’uso, tra calzature di raso e velluto.

Arriva di buon mattino, salutato dal festoso Scilp! Scilp! di rondoni già ricomparsi dalle terre di Libia per godersi il ritorno del bel tempo, allorché – narravano gli antichi – Proserpina finalmente rincasa dalla madre, dopo i rigidi mesi trascorsi presso il tetto coniugale giù negli inferi. E ora sfrecciano, i rondoni, a becco aperto per far bottino dei ghiotti insetti che ronzano nell’aria tersa.

Savonarola passa sotto quell’intreccio di voli e spinge il suo naso curvo e pronunciato dentro la frescura della villa.

È una sorta di onore delle armi, questo suo. Su richiesta dello stesso moribondo, corre a comunicarlo per l’ultima volta, raccoglierne la confessione, ungerlo dell’estremo olio sacramentale, godere tacitamente della resa di un animo paganeggiante cui, confida, saprà estorcere sul letto di morte la conversione, come di regola accade con codesti spiriti tanto liberi in salute quanto pavidi in malattia, che tanto si trastullano in vita con le gioie di muse e ninfe, quanto son poi pronti a piegarsi a più miti consigli, quando scocca l’ora finale, e riabbracciar sbavanti il Crocifisso, se si tratta di salvarsi l’anima un attimo prima del trapasso.

Non ha compiuto che pochi passi, quando ecco investirlo una folata di calore, in cui si sente immerso d’improvviso dal piacevole frescolino serbato dalla spessa muratura del palazzo, dentro cui si era fino a un istante prima crogiolato. È segno che si sta avvicinando alla stanza dove Lorenzo va consumando le sue ultime ore. Gli accessi di febbre raggelano il padrone di casa come si ritrovasse all’addiaccio, nel pieno inverno fiesolano, ignudo quale verme, anziché nel gradevole tepore di quell’assolata primavera e non vi è fiamma né coltre capaci di riscaldarlo. Neppure ci riesce il focolare acceso ai suoi piedi, che un andirivieni di famigli accalorati alimenta con legname secco e paglia.

Savonarola penetra nella angusta camera. Una vampata d’aria calda lo assale. Un maggiordomo dalla camiciola slacciata fin sotto il petto, la testa premuta contro il vetro della finestra per averne un minimo refrigerio, lo nota. Gli fa cenno, abbassando lo sguardo. Savonarola guarda in basso: Lorenzo il Magnifico giace in un letto disfatto, zuppo di sudore, come madido è lui, di un sudore ghiacciato che gli ricopre come una pellicola la carnagione resa grigiastra dal morbo.

La consunzione lo ha imbruttito ulteriormente, casomai ce ne fosse stato bisogno, nota subito frà Girolamo, con una cura per le vanità secolari che non gli fa onore. Quel naso schiacciato, gli occhi gonfi, i piedi gottosi vengono ancor più accentuati dallo stato febbrile e dal rapido dimagrimento degli ultimi giorni. Non vi è più uno sfarzoso cascame di stoffe a coprirne le imperfezioni, a rapire lo sguardo per distoglierlo da una natura ingenerosa. Non gli resta che una camicia da notte addosso, lacerata dagli sforzi, a coprirne il corpo disarticolato e inerte.

Savonarola procede nel suo saio grezzo facendosi spazio tra le sete e i broccati. L’orecchio di Lorenzo sembra cogliere il lieve scalpiccio prodotto in quel gran silenzio dai sandali del fraticello.

Alza la testa, la storce penosamente verso l’entrata. Appena scorge il nuovo arrivo, attraverso le pesanti cataratte dell’infermità pare però rianimarsi, come per gli effetti di un qualche miracoloso decotto.

Savonarola si presenta al giovane che fa la guardia al letto del padrone, gli spiega le ragioni per cui è lì. Per quanto si esprima a bassa voce, Lorenzo riesce a coglierne quella parlata tipica del ducato degli Estensi, così distinguibile dal nitore del fiorentino. Ne riconosce i tratti, il naso grasso, le labbra carnose, l’occhio accigliato, la figura gobba e malaugurante. Fa cenno di farlo passare. Gli indica una seggiola, messa poco distante dal giaciglio.

Savonarola ringrazia con un breve cenno del capo, vi si accomoda.

Lorenzo attacca a parlare e la sua voce non par sua. Non dà l’idea di venir fuori da quel racimolo di nervi snervati e vene svenate. È la stessa voce limpida e immancabilmente imperversata da una punta di sberleffo che tutti gli conoscevano nelle feste da ballo, in piazza della Signoria, nei colloqui privati e pubblici, prima che l’aggravarsi della malattia lo costringesse a ritirarsi: – I miei occhi stanchi mi ingannano o siete proprio  voi? L’afflizione di Firenze?

Savonarola appare colto di sorpresa da quella celia che dà l’impressione di giudicare fuori luogo. Si aspettava un mezzo cadavere le cui ultime volontà fossero facili da pilotare e si trova invece davanti il solito sgherro tronfio e ridanciano, nonostante tutto.

Passa poco perché gli replichi contrariato: – Non io affliggo Firenze, bensì voi e la casa che fu di vostro padre, per aver voi abbandonato i comandamenti del Signore!

MORIBONDO – Io? Abbandonare i comandamenti del Signore? Quando mai? Li ho sempre rispettati fedelmente, amico mio. Anzi, lo ho sempre rispettato. Il comandamento per eccellenza, intendo. Il comandamento del Signore… di Firenze: chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza!… Chiedetelo al primo che vi capiti a tiro qua dentro, vedrete se non vi risponderà con la più insospettabile fermezza che non vi fu giorno in cui l’abbia trasgredito…

FRATE – Vedo che la voglia di scherzare non v’ha abbandonato, signor mio. Eppure… eppure questa dovrebbe essere l’ora, scoccata la quale si dissipano finalmente le illusioni e mistificazioni davanti agli occhi del penitente, esattamente come si dirada la nebbia mattutina squarciata dai raggi di un sole che è verità ultima, con cui vi tocca ora fare quei conti che avete rinviato per tutta la vita, soffocando il verbo più verace di tra le chiassate di festini e ribotte. Ditemi ordunque, figliolo, non provate forse pentimento ora per esservi fatto trarre nell’abisso peccaminoso della lussuria e delle mollezze sibaritiche, assecondando debolezza e fragilità e rinnegando la rettitudine che discerne l’uomo dalla bestia?

MORIBONDO – Ebbene sì, amico mio, mi dolgo e pento con tutto il cuore.

FRATE – Rallegratevi dunque per questo principio di rimorso che ora in voi va insorgendo. Approfittate del poco tempo che ancora vi rimane per ottenere dall’Alto dei Cieli l’assoluzione per i vostri peccati, che si conquista solo tramite la mediazione del santissimo sacramento del Pentimento.
MORIBONDO – Stento a capire cosa stiate dicendo, almeno quanto voi faticate a capire quel che io intendo dire.

FRATE – Prego?

MORIBONDO – Vi ho detto di essermi pentito.

FRATE – L’ho inteso.

MORIBONDO – Benissimo. Ora tenterò anche di farvene capire il senso… Io ebbi in dono dalla Natura un discreto ingegno e ebbi in sorte di nascere in una comoda agiatezza. Sfruttai questo e quella per rimpinguare ancor più di fiorini sonanti le casse di famiglia per prime, quelle della repubblica a seguire. Ma non mi arrestai all’accorta amministrazione dei miei affari: buona parte di quei profitti, privati e pubblici, reimpiegai per rivestire e riempire le geometrie cittadine di nuove architetture e nuova arte, consone a un amore per la vita e per l’uomo che era rimasto sepolto da secoli di piagnistei e preci e che io, più d’altri, contribuii a ravvivare. Gli utili spesi per l’inutile, per i dipinti e le sculture e i palazzi e i festeggiamenti, in barba a chi, nell’ombra, tramava e ordiva contro me e i miei compari, con l’intenzione di appenderci addosso la camicia avvelenata di Procuste in nome dei troppi soldi scialati senza un interesse rendicontabile… Questo io feci, convinto che oltre al pane altri cibi nutrano l’uomo, come il Nazareno stesso accenna. E ora mi pento, sì, in punto di morte mi pento di non aver usato le facoltà, materiali e spirituali, cento volte, mille volte in più di quello che già mi rinfacciano, chi accusando i troppi sprechi, chi, come voi, santo frate, adducendo le più assurde dottrine, che vorrebbero l’uomo perennemente ginocchioni, a testa bassa, perso tra giaculatorie e penitenze, colpevole del fatto d’esser nato, di esser di carne e sangue, di pretendere di godere questa immensa, sublime regalia inaugurata dalle nostre stesse nascite, anziché attendere il trapasso nel buio umido di una chiesetta a chieder venia di quelli che voi dite peccati e che io ribattezzo come altrettanti consensi alle meraviglie che la vita e il mondo costantemente ci favoriscono.

FRATE – Pover’uomo! Fin dove vi hanno trascinato le storture spirituali sotto la cui egida avete agito sinora! Voi vi attribuite il merito di aver ricondotto tra noi i miti e le gioie vacue dei pagani, direttamente su dalla Geenna! Il Nazareno, che voi tanto a sproposito nominate, diceva alimento ben più corroborante del pane la preghiera e la fede, non già l’ozio e le fatue mascherate. Voi erigeste templi a mostri e demoni, come facevano i re di Babilonia, semmai. Forgiaste Vitelli d’Oro e li issaste di fronte all’Altissimo. Non questo richiedono i tempi, bensì il suo contrario: è il ritorno di una sacra Gerusalemme che ci deve premere!

MORIBONDO – Mentre io ho costruito una novella Atene, non vi par meglio?

FRATE – Farneticate! Il Creatore, che è Signore dell’Universo, non già il semplice tirafili di una cittadina di contadinotti ripuliti, non ci chiede di vivere tra bellurie e trastulli, ma nell’attesa di una gioia futura, mortificando questa vita per entrare nella piena grazia della vita ultraterrena.

MORIBONDO – Questo Creatore che vorreste lodare sembrate piuttosto dileggiarlo, frate mio. Infatti, quale essere, specie se supremo, potrebbe essere tanto sciocco da dar luogo a tutta questa magnificenza affinché noi la ignorassimo? Quanto spreco, frà Girolamo! Egli avrebbe creato tanta bellezza perché la schifassimo, preferendo a tramonti infuocati, rive canterine, pianori color smeraldo la semioscurità ammuffita di una clausura? Ci avrebbe dato il gusto e di che saziarlo, con manicaretti e vino novello, con l’unico segreto scopo di farci invece scegliere un pasto frugale a base di tozzi di pane raffermo ammollati in acqua di fonte? Avrebbe dato alle dame curve tanto piacenti, a pittori e scrittori e musici talenti tanto squillanti giacché invero Egli pretende che le une e gli altri castighino le proprie doti ritirandosi in mestizia e quaresima perenne? Quale dio, ditemi, sarebbe dunque capace di tiri tanto mancini?

FRATE – Voi siete un gaudente, Lorenzo, e come tale un ottuso. Permettete che siano i sensi a dominarvi, smorzando la voce dell’anima. Questa bellezza di cui tanto cianciate, questi così attraenti richiami alla mondanità, queste mille tentazioni altro non sono che il trabocchetto per lo stolto. Sono la trappola che ingabbia l’epicureo e, per contro, lascia salvo il passo del giusto, che la salta a piè pari.

MORIBONDO – Mi meraviglio di voi: quel che mi descrivete più che un dio appare come un uccellatore o un brigante di passo, che distribuisce in giro specchietti e calappi per farci cascare tordi o viaggiatori poco attenti…

FRATE – È il dono del libero arbitrio, signore, che beatifica chi sa rinunciare alle gioie momentanee in favore di quelle venture.

MORIBONDO – Quale dono avvelenato, amico mio!

FRATE – All’opposto, esso si rivela dolcissimo, quanto i frutti che chi sa rendere grazie al Signore ne trarrà.

MORIBONDO – Se è solo per questo, non vi è al mondo uno che gli abbia reso grazie e merito più di chi vi sta innanzi, e con tutti i mezzi che mi erano disponibili. Io ho incoraggiato i migliori artisti che ricadessero sotto il mio dominio a glorificare la natura e chi vi è dietro imitandola con colori e marmi, accentuandone se possibile ancor più l’incanto che nell’uomo essa suscita.

FRATE – Blasfemo! Mordetevi la lingua! Voi non avete reso gloria al Supremo. Tutt’altro! Voi disseppelliste la mendacia dei sofisti greci e tumulaste le Sacre Scritture!

MORIBONDO – Siete voi a venerare un morto crocifisso! Un dio che muore ripugna qualunque  fede. È una contraddizione in termini. Quale beota potrebbe accettare un tale misfatto? Neanche i maomettani, che denunciate quali barbari incivili e contro dottrina, hanno osato tanto. Pur attenendosi alle vostre Sacre Carte per redigere il loro Corano, al momento di far spirare il vostro Cristo hanno avuto il buon gusto di sostituirlo con qualchedun altro. Un fantasma piuttosto…

FRATE – Il Cristo è il dio vivente! Cristo è risorto!

MORIBONDO – In questo lo ha preceduto quel Bacco che voi tanto ripudiate. Con l’unica differenza che il dio dei vitigni fece ritorno tra i viventi per diffondere la gioia di vivere questa vita, il vostro invece per distribuire corbellerie su di una indimostrabile vita a venire…

FRATE – Questo è troppo! Voi… voi avete riempito le vie, le sale e le chiese di Firenze di fauni, satiri, titani e altre porcherie pagane. E anche quando avete commissionato qualche patriarca o qualche santo lo scalpellino o l’imbrattamuri a vostro libro paga ha finito per renderli ridicoli e sconci, nudi come meretrici al lavoro. Questa città schiuma delle vostre nequizie, di… di questa nuova tendenza che fa dimenticare al devoto il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe per appassionarlo alle lascive anatomie umane… Oggidì la si scorgon più pezzi di carne al vento per palazzi e chiostri che dentro le botteghe dei beccai…

MORIBONDO – Frate mio, sbaglio o quel che ho appena udito è un motto di spirito? Uscito niente meno che da quella vostra bocca così abituata a rampogne e anatemi… Allora vedete che il buon tempo è contagioso?

FRATE – Ma quale buon tempo e buon tempo? Qui i tempi son pessimi, datemi retta. Si è perduto il timor di Dio, l’uomo si erge a unico modello e la colpa di tutto ciò va imputata a voi, Lorenzo De Medici, e al vostro scellerato agire, in combutta con la vostra nutrita corte di miscredenti, crapuloni e amanti di sofisticherie senz’anima.

MORIBONDO – Voi perciò mi imputate di invitare i nostri cittadini a godersi appieno la vita e le sue implicazioni, al posto di trascenderle, come voi e i vostri simili predicate di fare, campando a naso insù, interessati a quel che ha da venire in un luogo altro e mal certo, e indifferenti alle offerte quotidiane dell’esistenza. Ne parlate come di una colpa, eppure ai miei occhi appare come il più generoso presente che potessi escogitare per l’umanità tutta. Questa nuova dottrina, che io ho voluto concepire e applicare grazie ai miei mecenatismi, sarà capace di blandire i posteri non meno dei loro padri. Essi mi ricorderanno innanzitutto quale precursore e fautore di questa nuova, liberale visione dell’uomo.

FRATE – La vostra è la seduzione di Satana! Ammattonando dinanzi al tempio del Signore Rivelato, e in sfregio ad esso, il vostro pantheon affollato di dei, eroi e uomini a culo nudo adescate le anime uncinandole per gli occhi. E non vi accontentate di portare alla perdizione chi ha avuto la sventura di nascervi suddito, ora avete anche a pretendere di ammorbarne i figli e i figli dei figli. Ecco perché la Provvidenza ha voluto investirmi del compito di fermare le vostre scelleratezze, tal quale al bastone che si inserisce tra i raggi della ruota di un carro in piena corsa e lo devia. Il vostro tempo è giunto al termine, Illustrissimo! E sarò io, in alleanza con quei seguaci di sani principi che sempre più mi si accrescono dattorno, a rovesciare voi e i vostri.

MORIBONDO – Almeno sul fatto che il mio tempo giunge al termine, vi debbo purtroppo dar ragione, come la si può dare a una gracchiante cornacchia posata sulla testata del letto in attesa di beccare le interiora ancor calde del defunto. Ma è giusto il mio corpo ad andarsene, e neppure questo per merito vostro, bensì per quelle regole naturali che tanto ho decantato in salute e che altrettanto mi tocca onorare in malattia. La carne si incancrenisce e finirà a breve a ingrassare la terra, ma quel che ho fatto resterà ben oltre il concitato frangente che la sorte volle concedere a queste mie spoglie mortali… Quanto alla vostra presenza, qui, voi dite che è stata la Provvidenza a chiamarvi, ma forse avete scordato, o lo fingete, che chi davvero vi convocò in Firenze altri non fu che la mia modesta persona…

FRATE – La Provvidenza talora si serve delle vie più bizzarre…

MORIBONDO – Può essere e se sono stato strumento dei suoi segreti voleri, me ne compiaccio; ma per tornare un attimo coi piedi per terra, vi siete mai chiesto la ragione per cui Lorenzo De Medici abbia voluto nella sua città, richiamandolo sin da Ferrara, un uomo così lontano da lui come il Savonarola?

FRATE – Quella piccola parte ancor savia dentro di voi cercava forse in me la redenzione?

MORIBONDO – Tutt’altro, oh mio impetuoso avversario: voi siete l’esatto opposto di ciò che credo il bene. E lo recate addosso, come stigme, quel che siete: nella nostra noiosa parlata salmodiante, nello sguardo torvo e odioso, nel volto arcigno, nella figura storta su cui buttate una tonaca lercia e maleodorante, nel vostro incedere con quei ridicoli piedi a papera. Voi siete il rifiuto alla vita incarnato, voi siete l’odio verso la letizia di stare al mondo, voi siete il guastafeste che, non essendo invitato da alcuna compagnia, con strepiti rauchi e maledizioni tenta di rovinare la vita a chi se la gode. In un’unica parola, voi siete il male!

FRATE – E dunque? Mi avete forse invitato a Firenze per tendermi una trappola? Per farmi ammazzare?

MORIBONDO – Oh su, smettetela di tremare come una foglia al vento. Non avete capito alcunché. Non sono come il vostro dio rancoroso, io non tendo trappole. E neppure mi sogno di farvi ammazzare. Anzi, il contrario: mia intenzione è farvi prosperare, quanto più possibile.

FRATE – Non capisco…

MORIBONDO – Vedete, i fiorentini amano le novità. E voi lo siete. In molti vi seguiranno, anche solo per noia, magari… Per quanto sia appetitosa quella certa portata, a forza di vedersela scodellata nel piatto e di addentarla con troppa frequenza ci si fa l’abitudine. Si pensa che sia cosa scontata. Solo sostituendola per qualche tempo con una crosta di formaggio marcio anche l’ingrato comprenderà che cos’ha perso, nel cambio… Loro vi seguiranno, frate. Baratteranno feste e giochi con penitenze e cilici. Ai canti e alle danze preferiranno le geremiadi e le processioni a capo chino. Alle cornucopie le rinunce. All’amore la privazione corporale. Finché un bel giorno la natura tornerà a pretendere in loro ciò che le vostre farneticazione gli avranno sottratto. Svilupperanno il contravveleno per salvarsi dalla vostra bile. Allora finalmente vi riconosceranno come il piagnone che stavano stupidamente seguendo passo passo e, risvegliatisi da quel torpore, vi prenderanno e vi abbrustoliranno al rogo come il tronco secco e vizzo che siete. Grazie a voi, sì, si compirà appieno il mio disegno, una volta che avranno imparato a tenersi alla larga da tutto ciò che rappresentate!

Conclusa la profezia, un forte attacco di tosse prende a scuoterne il corpo già tanto provato.

Fea appena in tempo a far segno ai guardiani di portar via l’ospite ormai indesiderato.

Due di loro scortano Savonarola fuori dalla villa, trattenendolo per le braccia. Il frate tenta di divincolarsi come quei pesci che sul banco del pescivendolo ancora si dibattono come dovessero nuotare nell’aria.

Viene indirizzato fuori dall’orto che recinge la proprietà con una lieve spinta che quasi lo fa finire nella polvere della strada sterrata che declina verso la città.

Convinto com’era all’inizio di ricondurre la carcassa del montone all’ovile, è stato vinto dalla Bestia con parvenze umane, per quanto morente, e questo gli cuoce dentro come avesse ingoiato per intero uno di quei tizzoni che crepitavano dentro al camino della camera mortuaria.

Frà Girolamo si rimette in piedi, raccoglie il turibolo, la teca con la particola sacra e il contenitore dell’olio consacrato sparsi a terra dall’urto. Li rinfila mesto nella saccoccia ad armacollo, si riaggiusta la ruvida stoffa della veste e riprende il lento cammino verso il convento.

Ripartendo getta appena un’occhiata, in tralice, verso la costruzione bassa ed estesa alle sue spalle e, idealmente, verso chi là dentro sta ormai agli ultimi spiri.

– Ci rivedremo, Lorenzo – commenta, tra sé e sé, a denti stretti, col prima passo ancora sospeso per aria, – Ci rivedremo… all’inferno!

 

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