L’UMILIAZIONE DEI POTENTI

MARCO CANDIDA

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Mi sveglio. Sono le sette e sette del mattino. Scuoto la testa confusa. Non può essere siano le sette e sette, a meno che… A meno che non sia un prodigio. Sono tornata indietro nel tempo. Il nastro è stato riavvolto oppure ho sognato, anche se è stato un sogno molto vivido. Altrimenti, gli orologi di casa sono rotti. Sempre che… Un momento! No!, non è un miracolo. Mi sono assopita. Addormentata qui sul divano. Secca. Quanto ho dormito? Quante ore? Moltissime. Moltissime ore. Come mai? Com’è possibile mi sia mangiata una giornata in questa casa meravigliosa? Che sciocca! Come posso essere stata tanto stupida?! Forse perché scrivere a un ritmo simile, vivere in una sorta di stato di onniscienza…: non è cosa da lasciarti indenne anche nella casa benedetta. Mi stanco. Necessitavo ricaricare le pile. Specialmente ora. Sono in procinto di incontrare Teresa, Caterina e Chiara e terminare il saggio assieme a loro.

Mi alzo dal sofà.

Incredibile sia riuscita a farlo.

Ho una fame che scotennerei un elefante a mani nude e lo mangerei. Prima però pipì. Dopo tante ore di sonno è un miracolo non me la sia fatta addosso. Anzi, per scrupolo, controllo il sofà, ma non trovo patacche. È bianchissimo. Ci metterei un secondo ad accorgermi di una ghirlanda dorata di pipì. Volo in bagno. Mi siedo sulla tazza e svuoto la vescica. Faccio per alzarmi quando… no!, non può essere! Non così! Mi rimetto, nondimeno, alla volontà della casa benedetta. Sento il sedere risucchiato dal gabinetto. Il risucchio s’intensifica fino a quando entro con i glutei nella la tazza del water, le ginocchia mi toccano le guance e piegata in due come un sandwich umano finisco dentro il buco del gabinetto in modo del tutto innaturale. La spina dorsale si flette come fosse lattice o gomma. Non provo dolore, alle articolazioni. Una posizione come questa dovrebbe spezzarmi la colonna vertebrale e varie altre tra le mie duecento ossa. Invece, sembro fatta della cartilagine di un orecchio o di un naso. Un vortice portentoso di acqua e bollicine mi assorbe. È persino piacevole. Sembra un idromassaggio, anche se l’impressione è quella di essere tra le setole degli spazzoloni di un autolavaggio. Sento anche solletico ai fianchi e sotto le ascelle. Cerco di non ridere per non bere acqua e pipì che, peraltro, già mi otturano le narici. Posso comunque trattenere il fiato senza fatica.

Quando termino la mia esperienza paranormale di annegamento in una tazza da cesso (in vita mia sono spesso annegata in un bicchier d’acqua, ma che bisogno c’era di un contrappasso del genere?!), mi ritrovo in un fondale marino. Ci sono alghe immense e dai colori più strani. Coralli d’avorio. Meduse così trasparenti da essere lenti d’ingrandimento. Attraverso le meduse ogni cosa assume anche un’aura arcobaleno. Da tre conchiglie dischiuse di dimensioni molto grandi sorgono tre donne belle come perle. Sono Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena e Santa Chiara d’Assisi. Quando parlano, non fanno glup glup bevendo acqua. Il suono delle voci mi arriva, al contrario, cristallino e melodioso.

Ecce, domine.

Vorrei subito buttarmi ai loro piedi adorante. Mi sento una così piccola creatura al cospetto di queste donne capaci di cose tanto influenti e benefiche per la vita degli altri!

– Siate benedette! Benedette!

– Alzati! Alzati! Non abbiamo tempo!

– Ma dove siamo?

– Nella purezza più limpida dell’acqua. Là da dove uomini e donne vengono.

– Il mare.

– Sì.

– Il Paradiso è fatto d’acqua!

Le tre sante rimangono in silenzio.

– È così? È qui che siamo? In Paradiso?

Un cavalluccio marino immenso e multi colorato passa vicino a noi. Enormi pesci d’argento e d’oro scorrono qua e là. Sono meravigliosi.

– Avanti, Immacolata, discutiamo il tuo saggio sulla Bibbia.

Il volto di Maria Teresa d’Avila è incorniciato da una “tocca”  sfolgorante. Indossa l’abito più tipico delle monache carmelitane. Santa Caterina, invece, indossa l’abito domenicano. Ha un anello alla mano destra. Nella sinistra un giglio bianco. Si vedono le stigmate. Santa Chiara, infine, indossa l’abito esposto nella Basilica di Santa Chiara ad Assisi. L’ho visto, una volta. Sono stata ferma ad ammirarlo minuti e minuti. M’immaginavo indossarlo. È una veste candida e scampanata. La foggia dell’abito riflette la regola dell’Ordo Sanctae Clarae di Urbano IV. L’abito è raccolto in vita da un cordone con cinque nodi simbolo delle “cinque piaghe”. Chiara indossa il doppio velo, bianco e nero, e il soggolo. Nella mano destra impugna un ostensorio.

– Volete lo riassuma?

– Discutiamo per prima cosa il titolo.

– Per il titolo – replico subito, stupendomi io stessa di non avere tentennamenti; del resto, potrei parlare del mio lavoro anche nel bel mezzo (che non significa “a metà”) di un terremoto o trovandomi nell’occhio di un ciclone – stavo pensando a San Francesco d’Assisi. Uno dei pochi, a mio parere, ad aver compreso appieno il significato della parola di Dio. Anche Valdo l’ha compreso. E Sant’Agostino.

Santa Chiara arrossisce e sorride.

– Il titolo è L’umiliazione dei potenti.

– L’umiliazione dei potenti.

– Sì, e poi un sottotitolo. Riflessioni sul significato della Bibbia.

  • Un sottotitolo ci vuole.
  • Sì, ci vuole.

– Sembra buono. Riassume in una frase il contenuto del libro.

– È così.

– Parlaci della tesi. Dopodiché ti sottoporremo esempi dai testi delle Sacre Scritture e tu li interpreterai alla luce del criterio da te elaborato. Ma fa attenzione, perché noi confuteremo. Sei pronta?

– Devo esserlo.

– Avanti allora.

– Un momento!

– Che c’è?!

Faccio un ghigno e mi metto a guardarle sottecchi.

Mi guardo una mano e poi la punta di un piede.

– Parlerò, a patto di rivedere Harael.

– Oh…

La loro esclamazione si propaga nell’acqua diventando un rombo sordo che fa allontanare gli enormi pesci d’oro e d’argento e di altri metalli preziosi, un polpo con le ventose piene di rubini e smeraldi e le meduse trasparenti e deformanti. L’acqua si scuote producendo miliardi di bollicine come se fossimo nel fondo di un oceano gassato.

– Non possiamo far questo!

– Allora niente recita a memoria della lezione.

– Oh…

L’acqua si muove ancora. Sbuffi di bollicine ovunque. Anche il fondo fatto di una limacciosa sabbia dorata si solleva. Si creano mulinelli, piccoli vortici. Chissà. Se proseguo con questo atteggiamento, creerò una tromba d’acqua.

– Voglio rivedere Harael. Promettetemelo. Siete sante. Vi prego. Fatelo. Lo amo troppo.

E poi: – Ho rinunciato alla grazia di unirmi a Nostro Signore per Harael.

– Parla, cara! Ti preghiamo! Non possiamo rimanere qui a lungo! C’è un termine! – mi richiama Santa Chiara.

– Se non parli, non sai cosa succederà! – avverte Santa Caterina.

– Ve lo avevo detto, accidempoli: non sono una santa! – mi ribello io – Non lo sono! Non sono la persona che credevate! Anche se mi avete purificato dai sette peccati capitali, non è ancora abbastanza per portare una donna moderna allo stato di purezza. Sette peccati sono troppo pochi. Dovreste mondarmi settanta volte sette per farmi diventare degna di starvi davanti! Questo è il numero minimo – minimo! – di peccati che oggigiorno commette una donna come me. Voglio rivedere Harael! Lo amo! Sono innamorata di lui!

– Immacolata, ascolta…

– Odio quel nome! Non chiamatemi così! Combatto quel nome! Lo odio! Odio! Odio!– grido, scalciando fanghiglia dorata.

Osservo Teresa, Caterina e Chiara determinata.

Non voglio mollare.

Sono umana.

Non divina.

Farò fallire tutto.

Tutto!

Come è sempre stato nella mia vita.

***

Mentre osservo le tre sante uscire in scompiglio dalle conchiglie e riunirsi e parlare con volti allarmati e affranti, lì nel fondo del mare, nel paradiso acqueo dove mi trovo, il tempo sembra evaporare in bollicine. Scorre via bolla dopo bolla. Quando finiscono di parlare, le sante tornano nelle conchiglie. Cerco un nesso tra loro e le conchiglie. Del resto, se il Paradiso si trova in fondo all’oceano, allora lo scenario tradizionale si rivoluziona. Conchiglie al posto delle nuvole. Pesci al posto di colombe, nibbi o gabbiani. Coralli e alghe al posto di acanti e tamerici. Flutti marini e bollicine d’acqua al posto di raggi di sole splendenti e biancore. Sirenette al posto di angioletti.

– Va bene. Lo vedrai.

Ora! – grido io come una valchiria.

– Farai crollare il cielo sopra di noi! Gli dei cadranno sulla terra!

– Aspetto un bambino da Harael! Sono incinta!

– Sei sicura?

– Sì. Sento i capezzoli tirare come cavalli da corsa. Ho mal di pancia. Mi sa tanto non sarà per niente immacolata concezione o altro della serie, ragazze! – sparo, al massimo della sfacciataggine. D’altronde, mancano due giorni appena alla fine del soggiorno nella casa benedetta e se non me la gioco adesso, non rivedrò più Harael. Sono sante, queste donne, no? Porgeranno l’altro fianco per farsi arrostire meglio come ha fatto San Lorenzo sulla graticola. Il Martirologio di Beda il Venerabile è zeppo di casi di “santa pazienza”.

– Ti diamo la nostra parola di sante, Immacolata.

– Stai facendo crollare il cielo!

– Non io! Ci sono peccatori anche in paese! Lo so. Perché sono onnisciente. So quello che si verifica. Sono in contatto con la mente e le sensazioni di ogni singolo abitante di questo posto! E la casa li sta punendo. Vogliono interferire. Vogliono chiederle aiuto. Per egoismo. Per continuare a peccare. La stanno trattando come un idolo di pietra dei Maya o degli Aztechi. Sapete, a volte mi dico che due terzi della Divina Commedia Dante Alighieri avrebbe potuto non scriverli. L’unico argomento di chi finisce all’Inferno e anche al Purgatorio infatti dovrebbe essere: “Pensavo che dopo la morte non ci fosse nulla. Così… peccavo”. Se i dannati avessero saputo dell’esistenza dell’Inferno e del Paradiso, non avrebbero commesso peccati. Di solito, mi sembra un’osservazione intelligente. Ma adesso che so dell’esistenza della casa benedetta, mi rendo conto che le cose non stanno così. Gli uomini e le donne peccano anche quando sanno che dopo la vita c’è un altro mondo. Peccano anche quando sanno che dopo la vita c’è l’eternità. Tanto è forte, il potere della carne e della materia!

Le tre sante rimangono in silenzio.

– Perciò non addossatemi colpe! Non fatelo!

– Ti stiamo chiedendo di discutere con noi il tuo saggio!

– E io vi chiedo, in nome dell’amore, di farmi rivedere Harael!

– Descrivici almeno la tesi dell’opera! Ormai il tempo sta per scadere. Avanti! Dacci l’assunto dell’opera! Dopodiché, lo vedrai!

– Va bene – concedo, cercando di ricompormi.

Cerco parole precise. Voglio essere rapida.

– Nelle opere di finzione le cose accadono per un principio di fondo. Ogni scena, ogni gesto, persino gli oggetti seguono questa norma. Nei Promessi Sposi del Manzoni è la Divina Provvidenza. Nelle opere di Emile Zola il darwinismo sociale. Ogni conflitto, amore, persino il modo di vestire dei personaggi, gli arredi, seguono il darwinismo sociale. Nelle opere di Dostoevskij è il male a regolare il mondo. Ecco perché nella Leggenda dell’Inquisitore Gesù non parla e non fa gesti. Un qualsiasi gesto nel mondo di Dostoevskij equivale a male. Tant’è vero che quando Gesù bacia l’Inquisitore, questi non prova gioia, ma si riscuote e resta infastidito. Nemmeno al Figlio di Dio è concesso contravvenire il principio che incardina e fa ruotare l’atomo di male dostoevskijano. La norma più famosa è forse quella del Leopardi. Il “pessimismo cosmico”. Voltaire, invece, era ottimista. Le sciagure vissute dal suo personaggio sono viste dal profilo del bicchiere mezzo pieno. Gli esempi non si fermano certo qui. Ogni opera di finzione degna ha una logica fondamentale. Allora, se le cose stanno così, la domanda è: e se fosse lo stesso anche nella Bibbia? La risposta è sì, è lo stesso. La logica seguita da ogni evento narrato nella Bibbia è l’umiliazione dei potenti. Si potrebbe pensare che il principio sia l’umiltà o la povertà o la misericordia o la spoliazione difronte a Dio. La crudeltà. L’imperscrutabilità. Pure, dopo un’analisi attenta, ritengo il principio l’umiliazione dei potenti. “Umiliazione” nel senso di “rendere umili”, di “abbassare” , di “atterrare”  e “potenti”  nel senso non di “ricchi”, non di “coloro che detengono il potere”, non dei “re o principi o capi” , ma “potenti” nel senso ampio di “coloro che possono”.

Mi fermo.

Le tre sante mi osservano incantate.

– Ma brava! Che brava…

– Non vezzeggiatemi! Odio la piaggeria! – faccio io, durissima – Ho fatto come mi avete chiesto! Adesso voglio vedere Harael!

– E lo vedrai!

In quel momento si crea attorno a me un gigamentale vortice d’acqua sballottandomi e sbattendomi di qua e di là come fossi un canotto sgonfio in balia di una tromba d’acqua. Un risucchio fortissimo mi tende i capelli verso l’alto, comprimendomi le guancie e il viso e facendomi ballare le tette come gelatine. Di nuovo mi piego in angolazioni innaturali e impossibili.

Ed eccomi di nuovo in bagno.

Marcia d’acqua.

***

San Tommaso, San Francesco e Sant’Agostino cominciano a muoversi in cerchio attorno a me. Rimango immobile e in attesa. Passano sette secondi (ma a me sembrano quaranta giorni) prima che San Tommaso rompa il silenzio dicendo:

– La Bibbia del saggio, Immacolata, è la Bibbia della Torah, del Nevlim, del Ketuvim, dei Vangeli, dalle lettere di Paolo, delle Lettere cattoliche, degli Atti degli Apostoli e dell’Apocalisse?

– Sì, quella.

– E sostieni, Immacolata – continua Sant’Agostino – che esiste una sola etica per ogni racconto dell’Antico e del Nuovo Testamento?

– Sì, e anche voi lo sapete. Avete compreso il significato complessivo dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il significato trascendente. Il significato di ogni episodio biblico, di ogni dettaglio, di ogni riga.

– L’umiliazione dei potenti? – chiede ancora Sant’Agostino.

– Sì.

– Cosa diversa dall’umiltà – fa notare San Tommaso.

– Sì, ma voi tre, come Valdo, San Domenico, Fra Dolcino, Lutero o i Santi della casa benedetta, avete compreso il valore autentico dell’umiltà. Che cos’è l’umiltà se non una forma di umiliazione volontaria? Scegliere la povertà significa spogliarsi del potere. Ogni volta che San Francesco si è trovato nella condizione di esercitare un potere, si è rimpicciolito e diminuito.

– Tuttavia, gli ordini mendicanti – obietta San Tommaso – sono nati da un passaggio del Capitolo 10 del vangelo secondo Matteo. Nessuno di noi ha fatto parola di un significato complessivo del messaggio biblico.

Rimango in silenzio. Chino il capo.

– Questo – dichiara San Francesco d’Assisi – rende la tua lettura innovativa e straordinaria.

Rimango in silenzio.

Penso ai peccati commessi nella mia vita. Li posso vedere. Dal più piccolo al più grande. Li ho davanti agli occhi come il rullino di una macchina fotografica vecchio stampo in controluce. Uno in particolare. Ce l’avevo a morte con mio marito. Usai il figlio che non avevamo per tormentarlo. Il pover’uomo ce la metteva tutta per impegnarsi e, per così dire, darmi una mano; ma a quel tempo ero… cattiva. Vedevo cattiveria ovunque. Dove non c’era, la creavo. Ero cattiva. Ricordo una sera. Stavo davanti al camino, con uno scotch in mano. Una vestaglia addosso. Mio marito era seduto in poltrona. Bevevo e lo guardavo. Che scena patetica. M’imbarazza ancora oggi ripensarci. M’inventai una storia. Di sana pianta. Gli dissi: – Sai, Riccardo, in uno dei libri della Bibbia esclusi da Costantino nel Concilio di Nicea nel 325 d.c. c’è un’altra storia su Salomone. È una storia poco conosciuta, se non dagli esperti. Anche in questa storia Salomone è chiamato a decidere se un bambino appartenga all’uno o all’altro genitore. Ma qui i padri sono chiamati in giudizio. Salomone deve decidere chi è il padre del bambino. I padri stanno lì. Guardano Salomone. Guardano il bambino. L’un padre sostiene il padre vero sia l’altro. Così, Salomone decide di adottare lo stesso metodo utilizzato per le madri e cioè dividere il bambino a metà. Il vero padre rimase in silenzio e protestò appena; mentre l’altro si gettò a terra, piangendo e gridando di volerlo riconoscere. Sicché, Salomone consegnò il figlio al padre rimasto silenzioso riconoscendolo come il padre vero.

Riccardo mi guardò. Fece un mezzo sorriso odioso. Disse: – Costantino ha fatto bene a escludere ‘sta roba.

– Sì?

No, non sento di meritarle, le parole d’elogio di San Francesco. San Francesco lodava il sole, l’acqua, le stelle. Com’è possibile stia lodando me?

– Io… – comincio piena di commozione – Non sopporto queste lodi. Sono troppo misera.

– Dunque, se la Bibbia vuole l’umiliazione dei potenti – prosegue San Tommaso, mentre assieme a San Francesco e Sant’Agostino non cessa di camminare in circolo con il saio d’oro svolazzante e di luminosità quasi insostenibile – allora come si spiega la figura di Giobbe? Possiamo, forse, considerare Giobbe un “potente”?

– San Tommaso, non devo certo essere io a ricordarti chi fosse Giobbe e quale fosse la sua storia; ma riassumo lo stesso la sua vicenda per arrivare a risponderti. Giobbe era un uomo mite e consacrato. Dio scommise con Satana: gli avrebbe fatto perdere ogni cosa. Allora, secondo Satana, Giobbe avrebbe smesso di pregare Dio perdendo la fede. La crudeltà di Dio è apparente. Se infatti Giobbe è un uomo buono e questo gli procura il benvolere di Dio, allora basta essere osservanti e caritatevoli per assicurarsi il benvolere di Dio. Non è questione d’imperscrutabilità. Dio non vuole imbrogliare le carte e confondere gli uomini. Non vuole far mostra del suo potere e dimostrare di poterlo esercitare come gli pare. No. Al cospetto di Giobbe, è Dio stesso a non avere più potere. Giobbe ha il potere – o almeno lo ha fino a quando Dio non interviene. Se infatti bastasse essere devoti e fedeli, buoni, per assicurarsi la benevolenza del Signore, allora eccolo il potere. Così, Dio, lasciando libertà d’azione a Satana, interviene; e umilia il potente di turno.

I tre Santi rimangono in silenzio. Sento il tramestio dei sandali sul pavimento eburneo. Il movimento circolare dei tre genera anche un venticello leggerissimo. Quando finisco di parlare, i tre accelerano il passo. Forse è un modo di dimostrarmi sbalordimento.

– Proseguiamo con i casi più eclatanti, prima di passare a quelli meno noti e di più difficile decifrazione – afferma Sant’Agostino – Gesù Cristo. Perché sarebbe stato crocifisso?

– Mi sembra elementare, Agostino – lo rimbrotto io – Gesù è il figlio di Dio. C’è una figura più potente? Gesù doveva finire flagellato e crocifisso così come doveva nascere in una stalla col bue e l’asinello ossia nel modo più umile ma anche umiliante.

– D’accordo d’accordo. Inutile soffermarsi sulla figura di Gesù. Il Cristo è la figura più potente e più umiliata. Ma Mosè? – dice San Francesco – Parlaci di Mosè!

– San Francesco, Mosè era balbuziente! Aveva Aronne come portavoce. Dunque, era in una condizione di umiltà. Che condottiero è un condottiero balbuziente? Per di più, Mosè alla Terra Promessa non ci arriva. Ecco un altro esempio di atterramento. È crudele, ma necessario. Se Mosè fosse arrivato nella Terra Promessa, sarebbe stato un trionfo immenso. Mosè sarebbe diventato uomo potentissimo, divino quasi. Ma ciò la Parola di Dio non lo ammette.

– Davide contro Golia è lo stesso, giusto? Un uomo piccolo e astuto contro uno grande e grosso – si affretta a chiedere lumi Sant’Agostino.

– Sì, Agostino – faccio io, pensando agli albigesi – Mi sembra evidente.

– Come la mettiamo con San Pietro? San Pietro è per noi d’importanza capitale… – incalza San Tommaso.

– Il fondatore della Chiesa Cristiana ha rinnegato il suo Maestro. Ricordate? Quale forma di più grande umiliazione? Proprio lui, Pietro, tra gli apostoli più devoti… E se vogliamo nell’episodio del tradimento di Pietro si può vedere una sorta di profezia della Chiesa. La Chiesa è un’istituzione destinata per sua natura (e quindi contro la sua volontà) a tradire Dio. Qualche volta a rinnegarlo. È così difficile seguire Gesù fino in fondo! Nemmeno la Chiesa ci riesce e si allontana da Lui!

I tre Santi sono increduli. Ma, in fondo, è così cristallino… Senza quel tradimento Pietro non avrebbe colpe evidenti. Quel tradimento serve a evidenziare la distanza incolmabile tra il figlio di Dio e i suoi indegni apostoli, seguaci, eredi.

– La storia della Bibbia è piena di lotte tra gli israeliti e i re di varie popolazioni – come gli Abimelec e i faraoni. Re ossia sovrani potenti. Questi potenti vengono uno per uno sottoposti all’umiliazione della sconfitta. Prendiamo Gedeone – anche lui ebbe un figlio di nome Abimelec. Appartiene alla famiglia più povera di Manasse ed è il più piccolo della sua famiglia. Come Gesù Gedeone ha le carte per diventare un capo. Dio lo rende fortissimo. Gedeone lotta contro Madian e i madianiti e distrugge l’altare di Baal. Ecco, la distruzione dei potenti e degli idoli falsi. E quando Gedeone muore, gli israeliti tornano ad adorare Baal. Non trovate un’umiliazione? Se Gedeone avesse creato qualcosa di stabile, avrebbe reso gli israeliti potenti. Ma non possono esserci potenti nella Bibbia: e quando ci sono, questi, siano essi re di popoli adoratori di idoli falsi o capi del popolo d’Israele, devono essere sottomessi a una qualche forma di umiliazione. Più grande la figura maggiore l’umiliazione.

– Ma come spiegare allora San Paolo? – esclama San Tommaso – Per Paolo l’uomo si merita la salvezza non attraverso le opere ma attraverso la grazia. Lutero costruì il suo messaggio sulle lettere di Paolo.

– San Paolo – rispondo io – voleva distruggere i sapienti. Chi crede di sapere la “ricetta” per la benevolenza di Dio. Dio decide. Noi dobbiamo avere fede. Non possiamo voler nulla: la volontà è una merce da rivendere ad altri. Né insegnare agli altri come comportarci. Guai! Questo sì farebbe di noi i potenti!

 

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