BOVIDI

PEE GEE DANIEL

fernando_botero_170_ratto_di_europa_1995Se il vate-Nobel Carducci verseggiava: «T’amo, oh pio bove» (che in inglese si potrebbe tranquillamente tradurre: «I bove you»), lo stesso, o quasi, deve aver pensato, e forse espresso, a fior di labbra, sessuosa e disponibile, quella splendida principessa fenicia di nome Europa, la volta che si imbatté in un formidabile bestione dagli zoccoli fessi e le corna a falce di luna, bianco come il latte che doveva aver poppato da baliotto, il quale le faceva la posta sulla rena cocente già da un bel pezzo. Sebbene, come una passione completa pretende, l’oggetto d’amore della giovinetta fosse ancora un toro, non già un bue.

Per farla breve, capitava che proprio su di lei, mentre si trovava impegnata in garruli passatempi balneari in compagnia delle sue ancelle, fosse per caso caduto, giù giù sin dalle alture olimpie, l’occhio rapace di Zeus, che subito – donnaiolo inveterato qual era – se ne invaghì.

Fu per adescarla sotto mentite spoglie che il boss del pantheon si metamorfizzò in un abbagliante toro candido e mansueto. Europa ne fu attratta, intercettandolo nel ritorno verso la reggia. Anzi, ci si attardò piacevolmente, ad azzimarne le massicce protuberanze cornee con una serie di ghirlande di fiori ordite lì per lì.

Si fissarono l’un l’altra. Europa, il cui nome deriverebbe dalla crasi di εὐρύς= (ampio) + ὤψ (occhio), come a dire: Europa dall’ampio sguardo, Europa “occhi belli”. Di fronte, Lui/esso: va da sé l’occhio bovino, largo e inespressivo; in altre parole: tipico sguardo da innamorato perso. Due occhi che si specchiano in due occhi. Lei forse, in quell’incontro di sguardi, scosse anche i lunghi e lucenti capelli, come nella réclame di qualche shampoo&balsamo.

Lo scaltro ruminante ne approfittò: si accovacciò buono buono ammiccando verso la fanciulla e, non appena lei, acconsentendo al suo tacito invito, gli montò in groppa, il padre degli dei, il dio bestia, il dio bovide si gettò in mare sciogliendosi in una nuotata vigorosa.

Ce ne rimane un’immagine, una sorta di Polaroid del tempo: una piccola metopa selenuntina, che raffigura la bella a cavalcioni della bestia, amorevolmente interlacciati per l’intera durata di quella traversata che li vide sguazzare lungo gran parte delle coste di quel continente a cui sarebbe stato poi attribuito il medesimo nome di costei.

I limiti continentali sarebbero stati invece battezzati, curiosamente, da un’altra nuotata, di un altro bovino. Una giumenta stavolta: quella in cui era cioè stata tramutata Io – ennesimo flirt di quel vecchio satiro di Zeus – dalla collera di Era, moglie (qui solo metaforicamente) cornuta di quest’ultimo, la quale poi per giunta aveva liberato dietro alle grasse terga dell’invacchita Io un molestissimo tafano, che la sospingeva a forza di tormentose punture in una folle corsa per le terre emerse, sino a raggiungere lo stretto che separa il Mar Nero dal Mar di Marmara e attraversarlo a stile libero, contrassegnando così una volta per tutte il confine bona fide tra Occidente e Oriente, che ancora oggi chiamiamo appunto Bosforo (= il passaggio della mucca).

Ma per tornare a bomba agli eventi principali, Europa e il suo toro approdarono infine in quel di Creta.

Qui, al termine della mitologica fuitina, il nume simil-taurino provocò al concubito la principessina, forzandone le pudiche resistenze: quell’amplesso interspecista generò Minosse.

Minosse anni dopo sarebbe riuscito a spuntarla sui fratelli concorrenti e incoronarsi lui sovrano della stessa isola di Creta sempre grazie a un prodigioso armento: «Manda un segno della mia predestinazione a regnare,» aveva tuonato, rivolgendosi allo zio Poseidone, «Fa’ apparire un toro dal mare!»

Poseidone accondiscese: un magnifico toro anch’esso bianco emerse dai flutti, scintillando possente sulla battigia sotto gli occhi incantati dei cretesi.

Fu così che Minosse ottenne il trono, ma poi, dimentico della promessa di renderlo in sacrificio, volle conservare presso le sue stalle il prezioso esemplare.

Poseidone fece presto a vendicarsi dello sgarbo: forse grazie all’intercessione di un’incantevole brezza marina, riuscì ad ammaliare Pasifae, moglie di Minosse, affinché cadesse anch’essa vittima di un’insana quanto travolgente passione per un latteo quadrupede.

Qui entra in gioco Dedalo, al quale la regina di Creta commissionò uno stratagemma capace di farla congiungere con l’animale, che da par suo appariva refrattario all’innaturale filarino.

Dedalo, sollecitato dal gusto della sfida più che raffrenato dal turpe scopo cui le sue tecniche si sarebbero prestate, lui che il mito vuole inventore dell’arte plastica, costruì per l’occasione una vacca di legno, tappezzata di una pelle vaccina e cava al suo interno, in modo tale da potervici occultare la smaniosa Pasifae. Il toro, tratto in inganno dall’ingegnoso camuffamento, coprì la vacca fasulla e con essa la regina che vi si era internamente insediata. L’orripilante copula a sua volta generò il Minotauro, mezzo uomo mezzo toro.

Alla nascita del raccapricciante fantolino, anche Minosse fece ricorso ai servigi di Dedalo allo scopo di nascondere la vergognosa primogenitura di Pasifae agli occhi del mondo: Dedalo progettò un dedalo – che è voce sinonima di labirinto – talmente intricato che lui stesso avrebbe durato fatica a cavarsene fuori. Allo sprofondo di esso fu sbattuto, prigioniero senza scampo, l’essere dalla testa taurina. A saziarne l’immondo appetito: la città di Atene, che, persa la guerra con Creta, in paga si era vista costretta a inviare ogni nove anni sette efebi e sette vergini.

I giovanotti, giunti in loco, venivano introdotti nel dedalo di Dedalo e dati in pasto al vorace Minotauro, che, pur avendo testa di erbivoro, doveva covare in quel bucranio tutta la crudeltà dell’animale sottostante: assetato di sangue quanto solo un uomo, tra le tante bestie e fiere, sa essere… In lui doveva esserci forse un unico stomaco umano, carnivoro e cannibalesco, a dominarne gli istinti, i grandi bisogni vitali, piuttosto che quel comprendonio cornuto…

Come mai facesse a sgranocchiare ossa e fibre con quel piatto chiostro di molari che si ritrovava, fatti per la manducazione dell’erba più tenera piuttosto che per la lacerazione di carni e polpe, non è facile immaginare. Si può solo ipotizzare che di quei poveri resti si pascesse a oltranza, carne ormai marrone e putrida, brandelli di pelle appiccicati a ossa rese bianche dall’azione meccanica dell’aria. Grossomodo ciò che avrebbero poi subito, in tempi assai più recenti, le vacche da allevamento alimentate con mangimi proteici a base di carne macinata, col rischio di contrarre l’encefalopatia spongiforme.

Due figli di Atene tracciarono l’alpha e l’omega entro cui inscrivere la vita del mostro (non meno pazzo delle mucche colpite dal suddetto morbo).

Se il primo era stato appunto Dedalo, fu poi un secondo ateniese – anzi: addirittura il principe della polis attica – a giustiziare lo spaventoso ibrido: Teseo (già domatore dell’ignivomo toro di Maratona), che, appena raggiunta l’isola con la spedizione sacrificale, innamorò d’emblée Arianna, la figlia del re, che si premurò di recuperarlo da morte certa dipanando il famoso gomitolo in modo da rendergli più agevole l’uscita dall’intricata struttura muraria.

Trovatosi faccia a muso con l’ingordo spauracchio, Teseo fece che tranciargli via di netto il testone buino dal largo collo sottostante a fil di spada, per poi girare i tacchi e ritornare alle lande natie, dove, almeno a dar retta a Le supplici euripidee, avrebbe di lì a poco dato luogo alla democrazia, che fu invece storicamente inventata dal più tardo conterraneo Pericle, subito accusato da parte dei detrattori a lui contemporanei di aver sostituito all’egemonia aristocratica un governo gestito dal popolo… bue!

Pericle, appena inventata la democrazia, vide che era cosa talmente buona, talmente furba che ci teneva davvero tanto a esportarla a tutti i costi un po’ ovunque (inaugurando così una lunga tradizione che sarebbe infine sfociata fin nelle più recenti operazioni di polizia internazionale promosse dai cowboy yankee): partì dalla vicina Sami per impiantare un germe tanto prezioso fuori dai confini di Atene. Il problema era che i Sameni proprio non ne volevano sapere di diventare democratici pure loro. Pericle faticò a lungo, vinse battaglie di terra e di mare, ne trucidò a dozzine pur di convincere infine questi maledetti testoni che fosse quello il loro bene.

Nei secoli a seguire l’Europa divenne poco più dell’estensione provinciale di Roma (la cui origine fisica – va qui ricordato per inciso – viene fatta a sua volta risalire a una pelle di vacca, sminuzzata in tante sottili striscioline che i leggendari gemelli fondatori stesero torno torno, lì dove avrebbero quindi tracciato il solco del pomerium).

Il sogno di riunire tutti gli stati europei per farne un’unica macro-nazione partì pur sempre dall’Impero Romano, sì, è vero, quando però già Sacro, rifondato sotto tale forma nell’800 spaccato da Carlo Magno, altresì noto – tanto per rimanere in argomento – per via del celebre “filetto di bue alla Carlomagno”, che occupa la seconda pagina dei menu di ristoranti prescelti dai veri gourmet di mezza Europa.

Ci vollero però secoli, guerre di religione, guerre civili, guerre mondiali, ovvero tutto quell’“immenso mattatoio” che è la Storia, affinché il sogno carolingio si realizzasse e si addivenisse perciò all’attuale Comunità Europea, presieduta dal relativo euro-parlamento almeno nei programmi democratico e unitario.

Ma se una tale ricostruzione geo-mito-storica vi sembra una gran vaccata, beh, pensate solo che tutta questa annosa, laboriosa riunificazione della bella Europa è attualmente posta in serio pericolo dalle paure, dai mal di pancia e dai bassi istinti di auconservazione innescati dalla vasta crisi che ci ha tiranneggiato negli ultimi anni, nata dalle speculazioni borsistiche compiute innanzitutto ai danni dei medi e dei piccoli risparmiatori, ossia coloro che la spregiudicatezza dei broker indica in gergo come… il Parco Buoi!

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