MOLTI OGGI HANNO PAURA

PIERLUIGI CONSORTI

La pauimagesra sembra essere diventata un elemento ineludibile del nostro tempo. Molti hanno paura, talvolta di un nemico invisibile. Si ha paura del futuro, di non essere in grado di affrontare le sfide del quotidiano, ma ancor più quelle di domani. Un sentimento privato si traduce nello spazio pubblico invadendolo e traducendosi in reazioni smisurate, talvolta violente, che si diffondono con sconcertante velocità.

In termini politici una vittima evidente della paura è la stessa libertà. Gli attentati terroristici che si susseguono con ritmi preoccupanti inducono molti governi a reagire costruendo muri o comunque limiti che dovrebbero creare argini alla paura. L’isolamento sembra improvvisamente una garanzia di sicurezza. Le logiche emergenziali giustificano le limitazioni dei diritti di libertà e la messa in mostra di muscoli prepotenti. La patria dei diritti di libertà, travolta dagli attentati che incutono terrore, ha reagito sospendendo la Convenzione europea per i diritti umani. Anche queste reazioni dovrebbero farci paura e dovremmo capire che sono esse stesse un prodotto delle logiche di chi vuole incutere e fare regnare la paura.

Al contrario, sembra che la violenza susciti rassicurazione. Probabilmente è dovuto al senso di vertigine che avvolge i violenti (Caillois). Arjon Appadurai ha parlato di un «surplus di rabbia» che produce forme di degradazione violenta che crea vittime senza rancore. Adriana Cavarero ha definito questa miscela di terrore e violenza «orrorismo». Un termine nuovo che sottolinea la necessità di raccordare lo spazio politico con quello delle emozioni. Dovremmo avere orrore del terrore perché solo così possiamo assumere lo sguardo delle vittime. Di coloro che in ogni caso subiscono la paura. Al contrario siamo tentati di reagire alla paura incutendone di più. Innescando così un pericoloso processo escalativo, procedendo lungo il quale troppe volte si raggiunge il punto di non ritorno. Tutti insieme nell’abisso

Di che cosa abbiamo paura? Della diversità o meglio delle richieste forti di riconoscimento di identità plurali che mettono in crisi le nostre identità deboli. Abbiamo paura di perdere i punti di riferimento che tradizionalmente ci rassicuravano e oggi non troviamo più a nostra disposizione. Abbiamo paura del meticciato e della necessità di cambiare. Per questo ci spaventano gli stranieri: immagine concreta dell’altro che insidia. Abbiamo paura di perdere i mezzi sufficienti per garantire la nostra sopravvivenza.

Paradossalmente non abbiamo paura di aver paura. Rimuoviamo facilmente le ragioni profonde della paura e non esercitiamo la memoria. Gli orrori del passato non ci spaventano più. Certe memorie sono diventate mute nonostante siano vieppiù rese presenti. Conosciamo fatti e circostanze che dovrebbero aiutarci a reagire e che invece sembrano essere rimaste senza parole. Non sembra che siamo davvero spaventati di poter ripetere gesti che caratterizzano la violenta banalità del male. L’Olocausto sembrava così immensamente pauroso da farci gridare “Mai più!”. Invece l’irripetibilità del male si è ripetuta con misteriosa capacità riproduttiva. Non sembriamo troppo spaventati da questa assuefazione al male. Gridiamo “Mai più!” come petizione della volontà. Ci appelliamo alla ragione, ma non proviamo né paura né orrore. Certifichiamo una necessità razionale senza coinvolgimento emotivo. L’esercizio della ragione può mettere in evidenza motivi di realistica preoccupazione che di fatto anestetizzano la paura.

Diciamo di aver paura, ma in realtà pensiamo di disporre di sufficienti elementi di deterrenza. Sospendiamo le libertà, affiliamo le armi, ci esercitiamo alla guerra, mettiamo telecamere ovunque. Tutte queste soluzioni non fanno però altro che rimandare nel tempo la ricerca di risposte efficaci e spostare altrove i termini del problema. Se avessimo paura affronteremmo il problema, senza .. paura.

Questa attitudine non è poi così nuova. La paura – anche quella che prende la sfera pubblica – non si presenta come un aspetto tipico del tempo presente. Ad esempio il programma di riarmo degli Stati Uniti avviato dal Presidente Roosvelt si fondava proprio sul richiamò alla libertà dalla paura inteso quale fondamento del nuovo ordine mondiale. La guerra imperversò, provocò disastri inenarrabili e vittime innumerevoli. Comunque insufficienti per non avere paura di ripetere l’orrore. Da questo punto di vista sembra che la paura non faccia paura. E probabilmente è giusto così, perché la paura da sola non dovrebbe essere una fonte attendibile dei nostri comportamenti. Nel linguaggio giuridico la reazione alla paura si presenta nelle forme del principio di precauzione (Sustein). Un’attitudine preventiva che attenua la paura attraverso un calcolo razionale dei rischi e un’equilibrata ponderazione dei costi e dei benefici. Questa operazione lascia spazio all’elemento emotivo connesso alla paura attenuandone la portata negativa, che rimane addolcita da un esercizio di razionalità indirizzato alla ricerca delle ragioni profonde del disagio che altrimenti si esprime con le forme di una paura poco spaventata.

Evidentemente anche la precauzione – come la prevenzione – si muovono sul terreno scivoloso della complessità. C’è chi in questi frangenti si appella alle regole del gioco. Invoca la presenza del giudice o del legislatore. Cerca nel diritto quei punti fermi che sfuggono allo sguardo di chi è impaurito. Resterà facilmente deluso.

Il diritto infatti gioca un ruolo ambiguo. Da un lato vorrebbe incutere paura, dall’altro essere rassicurante. Non elimina la paura, semplicemente le cambia posto. Quando interviene per diminuire qualche paura in genere agisce in modo prescrittivo. Impone sicurezza senza dare coraggio.

Quest’ultimo infatti dipende dalla capacità di creare legami sociali stabili; di costruire luoghi di convivenza pacifica; di saldare relazioni sociali altrimenti fragili. Per non avere paura occorre poter contare sulla capacità di costruire ponti. Bisogna avere e dare fiducia. Cose che la legge non può darsi da sola. Ha bisogno di uomini e donne consapevoli dei loro limiti e della loro debolezza, eppure desiderosi di costruire legami. Privi della paura che blocca, chiude, frena.

Per non avere paura bisogna contare sulla capacità di restare umani. Bisogna tornare ad avere paura del male fatto, e di quello che ancora potremo fare. Per non avere paura bisogna costruire la nostra umanità.

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