DALLA PAURA PER IL MONDO ALLA CURA DEL MONDO. LA TANA, LA TRAPPOLA, LA STRADA

PAOLO CASCAVILLA

La-strada-Cormac-McCarthy

La tana di Kafka.

Kafka scrive “la tana” nel 1923-1924. Il racconto di un animale che, ossessionato dall’idea di un’aggressione, costruisce un rifugio sotterraneo sempre più complicato.

“Ho assestato la tana e pare riuscita bene”. Così inizia il racconto. Ma, con il procedere dell’opera, ci sono sempre nuovi motivi di preoccupazione.

Una tana piena di vie, uscite di sicurezza, di spazi dove sono raccolte le provviste per lunghi mesi di autonomia. Dalla tana non riesce a staccarsi. Si allontana, ma poi torna sempre a sorvegliarla. Quando è nella tana non si fida di nessuno che sta fuori. “E’ relativamente facile avere fiducia in qualcuno se nello stesso tempo lo si sorveglia o almeno lo si può sorvegliare, forse è persino possibile avere fiducia a distanza, ma fidarsi dall’interno della tana, cioè da un altro mondo, di uno che stia fuori mi sembra impossibile”.

Il costo è la solitudine. “No, no, tutto sommato non devo proprio lamentarmi di essere solo e di non avere nessuno di cui fidarmi. Così certamente non perdo alcun vantaggio e forse mi risparmio qualche danno. Fiducia posso avere soltanto in me e nella tana”.

La tana va sempre rinforzata, con la creazione di vari ingressi o uscite; il pericolo è sempre in agguato. Si avvertono rumori, si sentono sibili. A nulla servono gli inviti alla calma che rivolge a se stesso. “La fantasia non si ferma e io tengo effettivamente a credere – non ha scopo negarlo a me stesso – che il sibilo provenga da un animale, non già da molti e piccoli, ma da uno solo e grande”.

Il rumore avanza. E’ un sibilo o fischio? Lo si ode dappertutto, regolarmente, di giorno e di notte. E’ un accerchiamento.

“Avrei dovuto prevedere tutto ciò e non pensare soltanto a difendere me stesso – con quanta leggerezza e inutilità ho fatto persino ciò! – ma a difendere anche la tana. Bisognava provvedere anzitutto a che le singole parti della tana, possibilmente molte, quando fossero attaccate da qualcuno, venissero isolate mediante frane che si potessero provocare … “

E’ sempre in ascolto del nemico, di colui che scava intorno, sogna anche una intesa o una condivisione delle sue provviste, anche se la cosa più probabile, se si dovessero vedere e incontrarsi, è lo scontro: “l’uno contro l’altro ugualmente furenti, nessuno prima e nessuno dopo, con gli artigli e coi denti e con novella fame, anche se saremo del tutto sazi”.

Poi il pericolo si allontana, il rumore è molto attenuato e la speranza è che quella paura potrebbe rimanere solo “una brutta, ma benefica esperienza” da spingerlo a migliorare la tana. “Quando sono tranquillo e il pericolo non è immediato, sono ancora ben capace di ogni sorta di lavori considerevoli; può darsi che l’animale, date le enormi possibilità che ha a sua disposizione in rapporto alla sua capacità di lavoro, rinunci ad ampliare la tana in direzione della mia e trovi compenso da un’altra parte. Nemmeno questo si può raggiungere tramite trattative, ma soltanto con l’intelligenza dell’animale stesso o con una pressione esercitata da parte mia”.

Scritto negli anni venti è l’allegoria della nostra condizione. La paura dell’altro ci fa immaginare tecniche di controllo sofisticate, ma, come l’animale di Kafka, non ci rendiamo conto che il nemico non è fuori, ma dentro di noi. Intimità che diventa alterità minacciosa nel momento in cui l’io dimentica di riconoscerla e accudirla. Non fare i conti con le nostre paure provoca il circolo vizioso tra paure e bisogno di sicurezza. Il rischio è quello di divenire tanti animaletti kafkiani pieni di paure e sospetti.

Non mi hanno fatto niente

 “A dire il vero, non m’hanno fatto niente. /Da tempo ormai non posso scrivere in un giornale, /mia madre può ancora restare in casa. /A dire il vero, non m’hanno fatto niente”. Il salumiere continua ad affettare il prosciutto, mi ringrazia quando lo pago, anche se non so come potrò vivere. Ma non mi hanno fatto nulla. Viaggio in tram, vado indisturbato per le strade, “solo non so se mi lasciano vivere…. Semplicemente non ho lo spazio per vivere”. Eppure non m’hanno fatto niente.

Suonano alla porta? Chi mai sarà? Vado a vedere: “È solo il ragazzo/ che ha portato il pane”. Suonano ancora alla porta, là fuori: “Era un uomo che chiedeva / al vicino chi fossimo”. E il giorno dopo: “c’era la lettera/ che doveva arrivare”, “Era il portinaio, dobbiamo/ andarcene il primo del mese”.

La paura di Ruth Kluger irrompe nella quotidianità e la appesantisce di ansia. La routine non esiste più, ogni piccolo evento può nascondere l’imprevedibile. Una paura che proviene da un potere politico, dallo Stato e dai suoi apparati che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini. Una paura indotta da chi dovrebbe curare il benessere, e invece istituzionalizza professioni che devono scrutare, osservare le vite degli altri. Professioni coperte, difese, lodate, pagate, per sorvegliare vite umane, che si avvolgono su se stesse e che, con il logoramento continuo, crollano e si distruggono.

In tutte le dittature dal nazismo, allo stalinismo, al socialismo poststalinista, alla dittatura cilena, argentina…  si presentano le medesime situazioni:  ci sono quelli che si mettono a disposizione per informare. Lo fanno per essere riconosciuti e considerati affidabili dallo Stato. Poi ci sono quelli che si mettono a disposizione, perché a loro si chiede di farlo e lo fanno con scrupolo, sanno che ne vale la pena; e ancora quelli che si metterebbero subito a disposizione, qualora glielo si chiedesse.

Ne deriva una ragnatela vischiosa di “un reciproco spiarsi, uno scrutarsi interattivo da ambedue le parti, una circolarità chiusa e incoercibile” (Herta Muller)

 Lo guardo estraneo.

Herta Müller racconta che quando si trasferì nel 1987 in Germania dalla Romania le veniva attribuito uno sguardo estraneo. “La gente rimane infastidita quando si sente osservata in modo vivace e penetrante, cui non è abituata. Da estranea”. Ma lo sguardo estraneo non è una caratteristica sviluppata dalla novità del paese, la Germania in questo caso. “Lo sguardo estraneo è una cosa vecchia, che ho portato via con me, già bell’e fatta, dalla realtà che m’era nota. Non ha niente a che fare con l’espatrio in Germania. Per me estraneo non è il contrario di noto, è il contrario di familiare. Ciò che è ignoto non deve esserci necessariamente estraneo, ma può diventarlo ciò che ci è noto”. La sua esperienza passata è quella della sorveglianza politica, della persecuzione, degli interrogatori periodici. Quando si è sotto osservazione, i piccoli fatti quotidiani: essere sfiorati da una macchina, un taglio di capelli o una tintura non riuscita, il biglietto di un’amica sotto la porta, una telefonata senza risposta… tutte cose possibili, diventano altro. Si perde il contatto con le cose, con l’ovvietà, con la routine. “Sentirsi in accordo con le cose è prezioso perché ci lascia vivere. Lo sguardo estraneo sotto la persecuzione esprime la necessità di una continua circospezione, che fa perdere l’abitudine a vivere pezzi di giornata distrattamente, senza pensarci su. La si chiama ovvietà. Essa esiste soltanto finché non la si percepisce. Credo che l’ovvietà sia quanto di più rilassante ci sia dato. Ci mantiene a debita distanza da noi stessi”.

L’esperienza che racconta Herta Muller non ha nulla a che vedere con la tecnica narrativa dello straniamento. A livello letterario gli effetti dello straniamento vengono soprattutto da Tolstoj e poi da Brecht. È un modo di guardare il mondo a distanza, che veniva perseguito da un grande imperatore romano: Marco Aurelio.

Nel racconto Kholstomer di Tolstoi gli eventi sono narrati da un cavallo e le cose sono comunicate come sono percepite dall’animale.

In particolare dopo la scoperta dell’America, il selvaggio insieme al contadino o agli animali, fornivano uno sguardo estraneo, distaccato, da cui guardare la società. Le persone che apparentemente capiscono meno, non conoscono i rapporti tra le cose, sono ingenue, piene di meraviglia, ma proprio per questo vedono contraddizioni che altri non notano.

È un meccanismo che Tolstoi ha imparato da Voltaire e dall’illuminismo. E cioè attuare uno sconvolgimento della percezione abituale della realtà per sottolineare aspetti nuovi e inconsueti, simile allo stupore che prende i bambini, i santi, i poeti. Anche i folli, anche gli immigrati.

Nelle Lettere persiane Montesquieu immagina che due giovani persiani siano in viaggio nella Francia agli inizi del ‘700 e scrivano a due amici nel loro paese. Posano il loro sguardo straniato e acuto per svelare l’artificio delle relazioni e dei rapporti umani e il conformismo sociale e politico: cose ovvie per noi, ma per loro assurde e grottesche. Ci aiutano a vedere le cose in altro modo. I pamphlet, come “Le lettere persiane”, e lo sguardo estraneo hanno creato un altro modo di vedere, un’altra cultura che è alla base dei grandi mutamenti rivoluzionari che hanno portato alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 in Francia.

L’uso dello straniamento è anche in Tolstoj un espediente per delegittimare abusi e poteri a ogni livello: politico, sociale, religioso. Non è un tecnica letteraria, ma un modo per raggiungere, come aveva scritto Marco Aurelio, “le cose stesse e penetrarle fino a scorgere quale sia la loro vera natura” fino a “denudarle e osservare a fondo la loro pochezza e sopprimere la ricerca per la quale acquisiscono tanta importanza”.

 Paura per il mondo.

La paura è il preludio necessario alla responsabilità. Il futuro è difficile da immaginare. La paura è una precondizione di un’etica del futuro. Come apprezziamo la libertà dopo una tirannia, e la verità che vince sulla menzogna, noi non siamo in grado di dare valore alla vita, all’umanità se non quando diventiamo oggetto di degrado e di distruzione. (Elena Pulcini)

Bisogna cercare la paura, elaborarla con un pensiero capace di anticipazione, di immaginazione. Una immaginazione che deve diventare premura e cura di ciò che non c’è ancora. E’ questa una paura speciale. Un’angoscia senza timore, un’angoscia vivificante, che invece di chiuderci ci spinge a uscire fuori per cercare gli altri, ragionare insieme. Alla base vi è la consapevolezza della propria fragilità, non camuffarla o nasconderla. Tutti gli eroi greci piangono e non provano vergogna a manifestare le proprie emozioni e debolezze. Non nascondono la fragilità. Solo chi è capace di piangere può sondare i limiti della propria umanità. (Matteo Nucci)

Nei tempi primordiali intorno al fuoco sono state inventate le parole, i racconti, i miti e gli uomini hanno imparato a raccontarsi le paure, a superare i conflitti e ascoltarsi l’un l’altro. “Non so da quando ci si incontra / con mani amiche, forse dall’eco / spaurita delle caverne / o al vento del bene e del male / sotto cieli densi di caligine” (Cristanziano Serricchio).

La paura dell’altro può aprire all’inquietudine della relazione con l’altro, inquietudine che proviene dalla differenza e dalla complessità di un reciproco riconoscimento. La paura per il mondo, il comune destino di vulnerabilità e di conservazione della vita e del pianeta potrebbero stimolare la persona a prendersi cura del mondo, in quanto consapevole della fragilità del mondo e del legame di ciascuno al comune destino dell’umanità.

La vulnerabilità è, quindi, una risorsa etica e un dato originario, che però deve essere riconosciuta dal soggetto. E’ sufficiente guardarsi intorno, nello scenario globale o anche in quello delle relazioni personali, per renderci conto come la scoperta della propria dipendenza e fragilità spinga spesso a strategie difensive e violente, piuttosto che all’incontro e alla cooperazione.

Il mondo è fragile: sia come mondo comune, pianeta, dimora dell’umanità e della vita esposto ai rischi globali prodotti dall’individualismo sfrenato, sia come mondo delle relazioni, esposto al rischio della violenza prodotta dal comunitarismo settario. Dalla paura può nascere una nuova cittadinanza che si prende cura di sé, degli altri, della comunità, della città, del territorio.

 La strada di Cormac Mc Carthy

Per compiere questo passaggio dalla paura e dalla conoscenza della propria fragilità alla cura sono necessarie figure che non riempiono la testa con un sapere già costituito, ma quelle che “vi hanno fatto dei buchi al fine di animare un nuovo desiderio di sapere” (M. Recalcati), quelli che, come il padre raccontato da Cormac Mc Carthy, sanno “portare il fuoco”.

Tutto è distrutto e coperto di cenere. Un paesaggio senza colori, suoni, vita. Un umo e un bambino cercano un altro paesaggio e segni di vita. Un uomo (padre) che protegge il bambino (figlio), e gli insegna a vivere, a sopravvivere. Con la presenza, con la cura, con le storie. In questo viaggio sempre alla ricerca di cibo si incontrano scene crude, infernali, morti secchi e bruciati, frutto di un evento che ha distrutto la terra americana. L’uomo lotta per essere un giusto, ma non può rilassarsi, abbandonarsi, deve essere duro, sospettoso, ed è il bambino la sua garanzia. La morte li accompagna sempre, ma anche la speranza.

I sogni nelle notti fredde sono duri, più delle immagini del mondo reale.

“Era solo un sogno”. “Ho tanta paura”. “Lo so”. Il padre lo abbraccia. “Ascoltami, quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso”.

Ci avviciniamo alla fine e alla morte del padre. Il bambino vuole conoscere la storia della sua vita, i sogni, le cose che pensa. Un modo per strizzare ancora gocce di vita.

Quella notte il bambino dorme vicino al padre e lo tiene abbracciato, ma quando al mattino si sveglia, il padre è freddo e rigido. Rimane tre giorni accanto. Poi si affaccia sulla strada. Gli viene incontro un uomo. Era uno dei buoni, ha una famiglia con due ragazzi. Il bambino ritorna dal padre. Piange a lungo. “Ti parlerò tutti i giorni. E non mi dimenticherò. Per niente al mondo”. Raggiunge la sua nuova famiglia. La donna lo abbraccia. Ogni tanto gli parla di Dio. Il bambino ci prova, ma si trova meglio a parlare con il padre.

La donna dice che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno.

Unico futuro possibile: i figli. Non solo quelli biologici. Le giovani generazioni. Frecce scagliate verso il domani, ma senza spinta la freccia si ferma. Sono loro a portare il fuoco, a reggere l’ultima scintilla. Sono loro che portano dentro la paura e il fuoco della cura del mondo.

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