IL SILENZIO DELLA RIFORMA: FEDE E LAICITÀ, TRA LUTERO E KIERKEGAARD

RICCARDO DAL FERRO

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Scriviamo sempre l’ultima parola, l’ultima frase del mondo, in modo da esaurire tutto quel che c’è da dire. Come diceva Michel Foucault: “A dire il vero, quello che uno sta scrivendo nel momento in cui scrive, l’ultima frase dell’opera che sta finendo, è anche l’ultima frase del mondo, così che poi non c’è più niente da dire.”

Potremmo ampliare il concetto e dire che si pensa nel tentativo di esaurire il pensiero, di terminare ogni sua propaggine ed inesauribilità, poiché è impossibile finire di pensare tutto ciò che c’è da pensare. Eppure lo facciamo, ci proviamo, e potremmo dire che la filosofia è esattamente questo: dire tutto quanto c’è da dire.

Martin Lutero, cinquecento anni fa, tentò l’impresa di esaurire il pensiero, di dire tutto quanto sia possibile dire, di pensare tutto ciò che si possa pensare intorno al problema del rapporto tra fede e società. Lutero fu uno degli pochi uomini a cimentarsi sul serio nel tentativo di produrre una filosofia che desse una svolta al mondo, non solo al pensiero, ma al mondo attraverso il pensiero. Da studiosi di filosofia, questa affermazione potrebbe risultare quasi fastidiosa: ogni filosofo e ogni pensiero è un tentativo di cambiare il mondo.

E questo può essere vero. Ma ci sono uomini e pensieri che mirano al cuore del mondo e Lutero fu uno di questi.

“La salvezza per la fede e non per le opere” è un pensiero che rischia di esaurire tutto quanto si possa dire sul rapporto tra società e fede e la sua attualità, in un mondo dove la fede è mera esteriorità e manifestazione di adesione a qualche comunità, è assolutamente viva.

In Timore e Tremore Kierkegaard tentò di dare nuova vita a questa idea feconda che aveva già detto tutto, ma non era stata ascoltata. Abramo e la sua comunità, ovvero il Cavaliere della Fede e la sua società, non sono compatibili, poiché agire nel sentimento religioso significa saltare oltre l’etica, oltre le regole che ci permettono di relazionarci gli uni agli altri. Abramo, agli occhi della sua comunità, è pazzo oppure assassino, insomma è perduto nel momento in cui asseconda l’ordine divino di sacrificare Isacco: la sua obbedienza lo rende assassino, condannato in ceppi, folle privato della ragione. Ma non agli occhi di Dio, secondo il quale Abramo è salvo.

E così come l’assassinio (tentato) di Isacco rende Abramo un omicida agli occhi della sua comunità, gettando il patriarca nell’angoscia della solitudine, allo stesso modo Martin Lutero diventò pazzo, eretico e fuorilegge agli occhi della comunità ecclesiastica nella quale viveva, nel momento in cui decise di affiggere le 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg.

La solitudine in cui Lutero si trovò dopo quell’atto reca con sé la scelta stessa della fede: non si può avere fede in comunità. E la battaglia che Lutero combatté con il Cristianesimo istituzionale fu la stessa combattuta da Kierkegaard contro il Cristianesimo “di buon cuore”, quello che cerca di mettere insieme le pecorelle smarrite, fornendo un pensiero consolatorio che permetta ai caduti di ritrovarsi nel coro angelico di Dio.

Noi laici e atei dovremmo riprendere seriamente in mano la filosofia di Lutero, e di conseguenza quella di Kierkegaard, per comprendere che in essa si trova davvero l’esaurirsi del problema nel rapporto tra fede e società: esse non possono convivere sullo stesso piano, quello sociale, poiché l’una ha a che vedere con la salvezza, e si può giungere ad essa solo “in un rapporto assoluto con l’Assoluto”, mentre la seconda è votata al compromesso della relazione, alla comunità e alla non accettazione dell’intransigenza. Ma quando la fede si vuol fare società, ecco che o l’una si trasforma in fede fasulla, compromesso con ciò che non può essere compromesso, ovvero la salvezza; oppure l’altra si mostra per ciò che è, ovvero l’ambiente in cui l’uomo non può trovare il rapporto fecondo con Dio, con la sua salvezza e con l’Assoluto.

Nel messaggio di Lutero c’è perciò immaginata una società in cui la fede sia vissuta nel silenzio delle proprie passioni, nel rapporto tutto individuale che intrattengo con Dio.

Esattamente come accade nel capolavoro di Martin Scorsese Silence, la fede è il rifugio dell’anima, laddove il corpo è intrappolato nella società che non può coesistere con la fede. E la salvezza non deriva da un gesto, un’ostentazione, un’offerta, ma da un rimanere nascosta, nutrita nella solitudine del rapporto che io, in quanto Singolo, intrattengo con Dio. Lutero e Kierkegaard ci mostrano insomma che fede e società devono rimanere su piani separati, coesistendo non all’interno della comunità, ma nell’animo dell’individuo. A quel punto, non avrebbe più alcuna importanza, agli occhi degli altri, se un uomo abbia o meno fede. Sarebbe solo lui a saperlo, solo lui responsabile di quell’intimo rapporto con Dio, e la società potrebbe procedere senza problemi, senza l’intoppo delle religioni organizzate, senza l’istituzione che tenta di compromettere ciò che non si può compromettere, di collettivizzare ciò che non può mai essere collettivo: la mia salvezza o la mia dannazione. La mia fede o la mia laicità.

Cinquecento anni dopo la Riforma abbiamo un estremo bisogno di Riforma.

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