CONSEGUENZE DELLA RIFORMA

DEBORA SPINI

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Cinquecento anni dopo l’affissione delle tesi contro la teologia scolastica alla porta della cattedrale di Wittenberg, un Lutero sorridente con la penna d’oca in mano è stato nel 2017 il giocattolo più venduto dalla Playmobil; sull’onda di quel successo, la ditta tedesca che ha prodotto anche un’animazione  sulla vita del Riformatore  rappresentata tutta da pupazzetti componibili.

Il successo commerciale di questo giocattolo è un segno dell’interesse suscitato da questo anniversario: pubblicazioni, convegni, iniziative di ogni tipo hanno infatti segnato questa data, che ha  avuto a seconda dei contesti un significato diverso e a volte persino confliggente. Per i milioni di credenti che, in un modo o in un altro, vivono la loro fede rifacendosi all’eredità della Riforma protestante  il 2017 è stato un anno giubilare; da parte cattolica è stato in alcuni casi visto ancora nell’ottica tradizionale, cioè di una “lacerazione della Cristianità”. È importante però ricordare come il Quinto centenario abbia anche rappresentato un momento di grande impeto al dialogo ecumenico a livello internazionale, come testimonia, per non fare che un esempio, la visita del pontefice a Lund in Svezia in occasione dell’apertura delle celebrazioni.  Per quanto riguarda l’Italia, la celebrazione dei cinquecento anni è stata per buona parte dell’opinione pubblica italiana un’occasione  di conoscere meglio  le donne e gli uomini  “diversamente cristiani” del nostro paese.

Anche il contesto intellettuale e accademico ha reagito alla sollecitazione e  sulle conseguenze della Riforma protestante in campo politico e sociale si è sviluppato un dibattito che,  andando al di là della figura stessa del Riformatore e delle sue effettive intenzioni, si è concentrato sulle conseguenze più o meno volontarie del movimento di rinnovamento teologico da lui avviato e in particolare sul rapporto fra protestantesimo e modernità. Alcuni hanno seguito orme tanto illustri quanto quelle di Hegel nel tracciare una connessione immediata con la modernità, mentre  invece per altri Lutero resta del tutto medievale, “gotico”, estraneo a Umanesimo e Rinascimento e pertanto anche a tutte quelle dimensioni razionaliste e illuministe che della modernità sono caratteristiche irrinunciabili.  Questo dibattito a volte ha spostato il focus dell’attenzione da Lutero a una serie di processi e di temi che a lui si ricollegano solo indirettamente. Se il rapporto con la modernità è l’unico punto di osservazione,  l’autore de La libertà del Cristiano diventa, a seconda dei gusti, il fondatore dell’individualismo razionalista liberale, o della democrazia moderna, della libertà di pensiero e di coscienza (salvo poi esser rimproverato di non essere “abbastanza” democratico, femminista, progressista, e così via); oppure, a lui si imputa ogni patologia della modernità, rimproverandolo di aver aperto la via al capitalismo, all’individualismo, alla perdita dello spirito di comunità, al relativismo estremo.

Lutero è un teologo – non è un santo né un profeta né un filosofo politico; tantomeno voleva essere un fondatore di religioni. Ed è infatti importante spiegare che il protestantesimo non guarda – né oggi né mai – a Lutero come a un profeta o una sorta di autorità spirituale. Il suo pensiero è un patrimonio della Cristianità – e non solo della Riforma; la sua eredità non consiste nel sostituire un’autorità magisteriale a un’altra, al contrario, sta proprio nell’aver aperto la strada per vivere la fede senza altra guida se non la Scrittura. La sua eredità è viva perché è costantemente ripensata, riflettuta, spesso e volentieri criticata, ma mai ossificata o irrigidita in una “ortodossia”. Lutero non si è mai pensato come un innovatore o un fondatore di religioni, quanto piuttosto ha voluto riportare alla luce qualcosa che era andato perso. La sua Riforma intende essere il ritorno a una cristianità più autenticamente evangelica, e  la sua è  stata una “rivoluzione” nel senso stretto del termine, ovvero un ritorno al punto di origine, cioè la Parola di Dio.

Il pensiero di Lutero appartiene a una sfera strettamente teologica: eppure, la Riforma in quanto processo collettivo ha messo in moto dei meccanismi che certo hanno molto a che vedere con l’affermazione di quel complesso di fenomeni a cui si dà il nome di “modernità”. Sarebbe impossibile, oltreché riduttivo, riassumere qui il dibattito che ha seguito questo quinto centenario: si può al massimo di mettere a tema qualche linea di riflessione, scelta anche con una certa arbitrarietà, tenendo conto che sullo sfondo sta una questione di ben altra portata, ovvero quale sia il futuro della Riforma in un momento nel quale della modernità si annuncia se non il tramonto quanto meno una crisi profonda. Fra i tratti del moderno che stanno attraversando le trasformazioni più significative  sono senza dubbio quei processi di secolarizzazione che per lungo tempo si sono ritenuti inarrestabili.  In una fase in cui si sente sempre più spesso annunciare il “ritorno della religione”, ha ancora senso cercare una specificità del contributo del protestantesimo alla nascita della politica moderna? Certo la prospettiva teologica luterana ha aperto la strada a quei meccanismi di “disincanto” senza i quali il mondo moderno non sarebbe nato. Anzi, secondo alcuni la Riforma secondo alcuni ha portato ad una vera e propria “espulsione” di Dio dalla sfera dell’agire sociale e politico, da cui risulterebbe una laicità solo apparentemente inclusiva e neutrale, in realtà irrimediabilmente occidentale e  sorda alle esperienze e al vissuto di altre culture. Ma la crisi del paradigma della secolarizzazione può assumere ancora un’altra valenza quando confrontata alla crisi profonda della politica democratica così come l’abbiamo conosciuta e si spera, amata. La sfera dell’azione politica sembra sempre più incapace di andare al di là di una dimensione di piccolo cabotaggio grigiamente amministrativa; si fa quindi sempre più forte la tentazione di tornare a guardare alla “religione” come all’unico orizzonte capace di dare un senso profondo all’agire individuale e collettivo. Ma la prospettiva teologica di Lutero non permette di tornare a rifugiarsi nelle della braccia confortanti della “religione”. La fede di Lutero vuole essere, come nella definizione di Bonhoffer, un cristianesimo senza religione – e della “religione” non ha  nemmeno il confortevole retaggio di rituali pratiche consuetudini, che se a volte possono costituire un fardello di cui disfarsi d’altro canto forniscono anche un quadro di riferimento per soggettività personali e collettive in crisi. Certo non è il pensiero politico l’aspetto per il quale Lutero viene ricordato con più simpatia. Basterebbero le parole con le quali Lutero condanna la rivolta dei contadini per ricordarci il suo  conservatorismo che si esprime nella plumbea dottrina dei due Regni. Lutero è più agostiniano di Agostino, certo: però  proprio la sua rigida distinzione fra regno di Dio e sfera degli uomini finisce per avere un effetto emancipativo sulla politica. La sfera dell’agire collettivo umano quindi non è più il campo di applicazione di una serie di precetti direttamente riconducibili a un’autorità magisteriale, ma lo spazio dell’agire umano autonomo e responsabile.

La prospettiva etica della Riforma  già con Lutero afferma il valore della coscienza individuale, aprendo la via a un rapporto con Dio libero da mediazioni umane. Questa nozione di “coscienza” così centrale in Lutero e poi per tutta la tradizione successiva della Riforma non è però immediatamente identificabile con il modello moderno di soggetto o con l’individuo portatore di diritti naturali e innati del giusnaturalismo. L’individualità della coscienza di Lutero è in primo luogo  una esperienza  profonda, addirittura tragica, della fragilità umana, della sua dipendenza, della sua condizione di essere bisognosa. La coscienza di Lutero non è tanto “libera” quanto liberata dall’annuncio della Grazia: è questo che permette al cristiano di  dichiararsi al tempo stesso libero signore su tutto  e servo di tutti. La libertà dalla Legge  dipende da un dono, la Grazia, che è comunque immeritato e completamente gratuito, immeritato e proprio per questo trasformativo. La nozione luterana di coscienza è  essenzialmente intersoggettiva, in quanto nasce nel confronto – appunto, individuale e personale – con un “grande interlocutore”, e si struttura in una prospettiva di responsabilità, intesa nel senso originario di risposta a una chiamata.  Prima di declinarsi come il calling dei puritani di Weber, la  vocazione  è essenzialmente il modo che gli esseri umani hanno di rispondere al dono immenso della Grazia.  Il soggetto che si forma  in questa relazione  è evidentemente ben diverso dall’individuo razionale, sovrano,auto interessato e acquisitivo che anima il capitalismo moderno. Al contrario, è fragile e manchevole, eppure capace di sperimentare una dimensione di libertà responsabile. Per questo  la politica, come spazio di interazione fra gi uomini, non può esimersi dal compito della ricerca di un suo senso, autonomo e specifico, così come libera da ognni tentativo di identificazione con progetti puramente umai deve rimanere la Parola di Dio.

Più ancora dell’occasione di ripensare i dilemmi della modernità questo anno giubilare  è stato l’occasione per riflettere su Il futuro della Riforma, come nel titolo del bel libro di Fulvio Ferrario.  Cinquecento anni dopo, la domanda se il modo riformato di vivere a fede abbia ancora senso si pone con urgenza se non con drammaticià. In molti contesti, le chiese storiche della Riforma raramente vedono crescere i loro numeri. D’altro canto su sala globale si assiste a una vera e propria esplosione di  “protestantesimo”, un protestantesimo per così dire “non-riformato”. Si tratta del variegato mondo  evangelical  (in italiano “evangelicale”) che si riappropria di alcuni aspetti dell’eredità della Riforma  in maniera del tutto originale  il principio dell’esame individuale della Scrittura viene reinterpretato in senso fondamentalista, ovvero come la possibilità di identificare in modo certo e indiscutibile la volontà di Dio. L’enfasi data all’esame diretto della Scrittura, e al rapporto personale con Cristo, certo patrimonio di tutta la Riforma, diventa effettivamente il motore di un approccio che da  individuale diventa addirittura individualista, e alla convinzione di  comprendere tutto e subito della Parola di Dio. Le peggiori derive di questo approccio individualistico alla fede sono  evidenti, e si possono identificare nel più o meno orribile corteggio di destra cristiana che ha sostenuto un candidato tanto impresentabile quanto Trump. Tuttavia megachurches, telepredicatori e prosperity preachers non esauriscono tutta la realtà di questo mondo . Della galassia del nuovo protestantesimo fanno parte chiese e movimenti di tipo pentecostale che muovono da una ricerca di vita nello Spirito che è indubitabilmente sincera, per quanto espressa in maniere ben diverse dalla a volte un po’ algida sobrietà riformata. La crescita di questo protestantesimo senza Riforma non sembra mai arrestarsi: e evidentemente questo tipo di messaggio – Gesù è la soluzione per la tua vita – ha qualcosa che lo rende più vincente  della forma mentis tipica del protestantesimo storico incline ad attività molto time consuming quali introspezione clinica, riflessione, gestione della complessità.  Un messaggio semplice, diretto– “Gesù ti salva adesso!” – suona rassicurante in un tempo di grande insicurezza, ma soprattutto il ritmo serrato della sua promessa si adatta molto meglio al bisogno di soddisfazione immediata e al presente assoluto della modernità liquida. Evidentemente, anche il cattolicesimo romano conosce una sorta di nuova primavera, rispondendo a un bisogno di padri e di guide. Il volto sorridentemente paterno di Francesco fa parte dell’immaginario comune più del Lutero di Playmobil, e “l’ha detto anche il Papa” ha preso il posto di ogni possibile cosa di sinistra.

Forse proprio per questo la Riforma cinquecento anni dopo ha ancora qualcosa da dire a donne e uomini di questo tempo di tarda modernità,  e questo qualcosa sta proprio alle radici del suo messaggio, al di là di qualsiasi operazione cosmetica. La Riforma è un processo – Ecclesia  reformata et semper reformanda est – prima ancora che un evento. La Riforma non promette risposte, ma sa solo fare domande. L’eredità della Riforma è l’abitudine vecchia di mezzo millennio, e al tempo stesso la spinta sempre nuova,  verso il dialogo con un Altro, che  certo si dà nello spazio intimo del sé, ma che in questo non si esaurisce.  Non è la distruzione della verità in nome dell’anything goes, quanto piuttosto uno “stile” tutto particolare nel ricercarla: “il principio protestante” di cui parlava Tillich, quella spinta che non si ferma, che porta ancora e ancora navigare fra le tempeste dell’incertezza, per fede, e per fede sola.

 

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