DRAGHI NELLA CITTÀ: DIVAGAZIONI INTORNO A UN ROMANZO

978880623333HIGULDERICO POMARICI

1. “Hic Sunt Dracones” è una locuzione latina molto frequente sulle carte geografiche antiche, a partire dall’antica Roma e fino al Medioevo, utilizzata per disegnare dei draghi in corrispondenza delle zone inesplorate dell’Africa e dell’Asia. Il disegno dei draghi segnalava un pericolo possibile e sconosciuto nel varcare quei territori. Ma i draghi più terribili – quelli di una violenza inestinguibile e di origine ignota – non sono quelli fuori di noi, i mostri immaginari che albergano i miti e le favole antiche, bensì quelli che vagano nei meandri della nostra interiorità, direi quasi del nostro inconscio collettivo, liberandosi in modo del tutto imprevedibile e con una furia che non ha nulla dell’animale, per natura innocente si badi bene, ma è tratto proprio dell’umano. L’inferno della violenza scatenata dai giovani ‘apprendisti stregoni’ di questa storia che, una volta liberata, giunge a esiti inimmaginabili da quegli stessi ‘stregoni’ che l’hanno consapevolmente evocata senza poterla più frenare. Un po’ come accadde nell’eccidio perpetrato negli Usa sul finire degli anni ’50 narrato magistralmente da Truman Capote in A sangue freddo.

2. E di un inferno queste pagine vogliono parlare discutendo il recentissimo romanzo di Nicola Lagioia, la città dei vivi: un libro duro, un libro necessario. Duro, perché narra un terribile fatto di cronaca avvenuto a Roma 4 anni fa, nella notte fra il 4 e il 5 marzo 2016. Necessario, perché aiuta a scandagliare il nostro presente nei suoi risvolti più insondabili. Protagonisti tre giovani: Manuel Foffo, 30 anni, studente universitario fuori corso – figlio di un assicuratore – e  Marco Prato, 29 anni, una laurea in scienze politiche e un lavoro come organizzatore di eventi, gli assassini; Luca Varani, 23 anni, la vittima, torturato e ucciso, senza motivi comprensibili,  con almeno 100 tra colpi di martello e coltellate. Manuel condannato a 30 anni, Marco morto suicida in carcere. Luca, che da fidanzato conduceva una doppia vita, prostituendosi per piccole somme per giocare alle slot machine e ‘pippare’ coca. Giuseppe Varani, il padre di Luca, guardando all’obitorio il corpo inerte del figlio vede il suo petto striato dai tagli sottili di un coltello, a indicare il piacere perverso della tortura. Non erano stati quei tagli a provocare la morte di suo figlio, ma proprio in quei tagli c’era una spiegazione: «Loro hanno saltato il fosso», – disse. Ovvero: non si sono limitati a ucciderlo, ma ne hanno tratto piacere. Un piacere che appare cifrato, insondabile e ambiguo. Ma forse è proprio l’assenza di motivazioni plausibili la chiave per tentare di addentrarsi in questo terribile evento. Il libro è costruito con una tecnica che oscilla fra il processo – è frutto di un’accuratissima ricostruzione delle indagini – e la tragedia greca: il ‘coro’ dei genitori e degli amici che narrano all’autore le vite e i caratteri dei tre giovani protagonisti fino a comporre un quadro che somiglia a quelli del cubismo. Manuel non conosceva neppure Luca, la vittima; Marco lo aveva visto invece solo un paio di volte e lo aveva ‘convocato’ quella notte fatale nell’appartamento con un sms prospettandogli qualche euro in cambio di prestazioni sessuali.

3. Tragedia, quindi, anche perché – secondo quanto ricostruito negli interrogatori – i giovani assassini, come i personaggi della tragedia greca autori di una colpa senza colpa, compiono un destino del quale nulla sanno, che non hanno progettato, ma che si trovano a realizzare via via, come trascinati da una forza superiore che li travolge spingendoli a una violenza sempre più efferata. Forza della quale si sentono succubi al punto da pensare entrambi, in momenti diversi di quelle ore – forse per intervalla insaniae –: come farò a tirarmi fuori dai guai? Come se, in una specie di “contagio psichico”, non riuscissero nemmeno più a distinguere la propria dall’altrui volontà omicida, rafforzandosi tuttavia l’un l’altro nel proposito che si materializza alla fine, di vedere – parole di Manuel – “l’effetto che fa” uccidere gratuitamente un terzo incolpevole. Al punto che Manuel quando il massacro inizia pensa: «Ma allora sta succedendo davvero».  Da un lato sembra che a muovere la mano dei giovani assassini sia il piacere di uccidere il più debole per dimostrare a se stessi – ma soprattutto all’altro –  di  essere in grado di cose più grandi. Dall’altro, per Manuel, il confronto con l’odiato padre di cui si fantastica la soppressione e, per Marco, quello con la madre che non accetta la sua omosessualità. Ma decisiva è la dialettica fra loro due. Manuel infatti non sapeva nemmeno chi fosse Luca Varani: «A un certo punto a casa mia si è presentato questo ragazzo, – ricorda Manuel, – io ero steso sul divano, non mi sono neanche alzato. E non mi sono neanche chiesto perché fosse venuto. Tenendo conto della vita assurda che stavamo facendo, capire chi fosse quel ragazzo era un’inezia». Ma poi Manuel guardò meglio il nuovo arrivato, lo mise a fuoco accanto a Marco, e successe qualcosa. «Non appena l’ho guardato ho capito. Ho guardato lui. Poi ho guardato Marco, ed è come se mentalmente ci fossimo detti: è lui. Tra me e Marco è scattato come un tacito accordo. Come se quella cosa che c’era prima [ le fantasie di stupro e di violenza coltivate in quei tre lunghi giorni insieme] – fosse… ancora viva». Il PM al quale venne affidato il caso affermò che i due indagati si erano reclusi nell’appartamento di Manuel per 3 giorni, in preda a alcool e cocaina in dosi massicce, ‘costruendo’ man mano, nei loro dialoghi deliranti, la scena psichica del delitto, a partire dalla fantasia di uno stupro, e la mattina del terzo giorno, il 4 marzo, avevano girato in automobile alla cieca cercando “un qualsiasi soggetto da uccidere o comunque da aggredire solo al fine di provocargli sofferenze fisiche e ucciderlo”. Ma non avevano fatto ancora nulla. Quella mattina, l’ultima di due vite ancora innocenti, Manuel e Marco non avevano ancora progettato davvero nulla, ma covavano evidentemente una violenza che montava senza misura. In quel momento, dice Lagioia, erano ancora due giovani con tutta la vita davanti. Chi non aveva fatto stupidaggini da giovane? Ma stupidaggini, appunto, solo stupidaggini.

4. Libro necessario, perché mostra qual è la vera forza che muove la mano dei giovani assassini: il vuoto assoluto di tanti luoghi e non-luoghi del nostro presente, le discoteche, i bar, i ritrovi dove consumare il tempo e dove lasciar galleggiare la vita, priva di qualsiasi spinta ideale, di qualsiasi valore positivo, abitata da una disperazione che tentano di colmare con dosi massicce di alcool e cocaina, liberando così quella parte brutale che abita in ciascun essere umano. Questo libro ha suscitato un ricordo di tanti anni fa. C’era stato uno stupro che mi aveva particolarmente impressionato, non ricordo più per quali motivi. Mi ero posto allora la domanda:  che cosa mi separa da uno stupratore? Mi ero risposto che la differenza non poteva che risiedere nelle differenze culturali. Fra violenza bruta e umanità lo spartiacque sembra risiedere nella cultura. Ma è proprio così? Nicola Lagioia si chiede, a proposito del doppio che   abita l’umano, cultura e violenza bruta: siamo  “un tutt’uno indistinguibile con l’istinto di prevaricazione? Chi poteva recidere il legame? Era compito dell’educazione, della cultura? Ma cultura ed educazione, di per sé, non erano affatto il contrario della violenza”. E in effetti I gerarchi nazisti nonché i rivoluzionari dei soviet – lì dove hanno allignato lager e gulag –  erano torturatori raffinati, in gran parte uomini di cultura. Com’è possibile riuscire a arginare il male che è dentro ognuno di noi? La cultura in quanto tale, il sapere, non basta evidentemente. Quello che decide è la prassi. Come il sapere viene messo in opera nella vita. Dunque come mi relaziono a chi io non sono, l’altro, l’estraneo, il diverso da me. Come lo prendo in considerazione. Come lascio che mi sorprenda nel mio ‘modo di essere’ mettendolo in disordine. Questa è la prassi in cui il sapere va continuamente messo alla prova.

5. Nel romanzo si richiama un parallelo fra i ‘ragazzi di vita’ pasoliniani e i ragazzi della ‘compagnia’ del Battistini, il quartiere periferico romano dove Luca Varani trascorreva molta parte del suo tempo. Giovanissimi, scatenati, “a dispetto dell’istruzione traballante, delle letture inesistenti, dell’assoluta mancanza di protezione ideologica”, questi giovani della periferia romana rifuggivano da qualsivoglia impegno sociale e politico, in questo ben più rappresentativi, – più ‘moderni’ e più ‘politici’ nel senso radicale della parola – dei loro coetanei del centro città chiusi nelle loro abitazioni a ascoltare De Gregori. Quanto tempo è trascorso dai “ragazzi di vita” narrati con tono elegiaco da Pasolini, confinati com’erano “in una preistoria incantata”! Questa è la mutazione antropologica occorsa negli ultimi 50 anni della nostra storia della quale parlava con tono profetico il poeta. Verrebbe quindi da dire che si tratta di un omicidio e di due suicidi (uno dei quali divenuto reale). Non è solo impressionante, infatti, la potenza distruttiva messa in opera sul corpo del povero Luca. Impressionante è anche la potenza autodistruttiva mostrata dai due assassini. Questa può esserne al fondo la chiave: non di omicidio a sfondo sessuale si tratta, né a fini di lucro per soldi, né di omicidio riconducibile ad alcun movente comprensibile. Infatti, non avendo progettato né premeditato nulla, attirare Luca nell’appartamento era, nelle parole del narratore, “come mettersi sulle proprie stesse tracce per celebrare un rito preparato con meticolosa inconsapevolezza nei mesi precedenti”. Doppia inconsapevolezza, anche successiva all’omicidio:  nei colloqui in carcere, Manuel comunica al fratello la sua angoscia perché d’ora in poi tutta Italia penserà che è “frocio”. E Marco chiede al padre cosa stanno scrivendo sulla sua pagina Facebook. Dunque, in entrambi, incapacità assoluta di metabolizzare la tragedia, forse nel tentativo disperato di rimuoverla, o, piuttosto, per costitutiva incapacità di guardare oltre il vuoto che li abita e li divora.

Senza categoria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: